Dopo New York, Montreal e Parigi arrivare a Roma era un po’ come ritrovarsi in una città di provincia. Era la fine degli anni sessanta e la vita nelle vecchie strade della capitale scorreva con ritmi ancora secolari. Ma i nuovi barbari erano in agguato…

Ricordo l’arrivo a Roma con la mia Dauphine. Venivo da Aix en Provence e avevo percorso l’autostrada del sole, allora ammirata da tutti coloro che varcavano le nostre frontiere in auto. Nel resto di Europa di autostrade così ancora non ce n’erano e i miei amici francesi si lamentavano del ritardo del loro paese nella viabilità ancora collegata alle vecchie e gloriose “routes nationales”. Quella Italia, quella degli anni ’60 – ’70 in pieno boom economico aveva all’estero un’immagine molto positiva, dopo i disastri del fascismo e della guerra. Fino ad allora avevo vissuto all’estero e a prescindere dai soliti luoghi comuni stupidi e un po’ razzisti contro gli italiani che mi avevano accompagnato sin dai tempi della scuola, vi era in quegli anni molta simpatia per questo piccolo rinascimento post bellico. Per esempio nel cinema, dal neo realismo alla commedia italiana fino agli spaghetti western di Sergio Leone, i nomi di registi e attori che avevano conquistato i più sofisticati palati della critica come anche le più vaste platee, era infinito e non vi era festival o Oscar che annualmente non premiasse un Rossellini, un Fellini, un De Sica, un Visconti, un Antonioni o uno Scola, solo per citare i più premiati. E poi Mastroianni, la Loren, la Vitti, Sordi, Gassman e Tognazzi. La gente allora faceva la fila per vedere i loro film sui Champs Elysées o nel Village. La musica di Modugno, Bindi, Paoli, De André o Celentano e le colonne sonore di Ennio Morricone avevano finalmente fatto scoprire una canzone italiana che non era più soltanto quella partenopea. Ed era bello, gratificante sedersi in un caffé a discutere con gli amici francesi o americani di  8%  o de “L’avventura”. Ma anche di Umberto Eco, di Moravia e di Sciascia. Insomma non solo, non solo più pizza, mandolini e… mafia… Era l’Italia di quegli anni bellissimi. Bellissimi anche perché non ero ancora un trentenne, ma questo fa parte del fardello degli anni che più diventa pesante, più fa rimpiangere i tempi in cui era lieve.

***

“Quando Roma era un villaggio” – racconto tratto dal libro Viaggi della Memoria di Bruno Fontana, edito da “Tabula Fati”

EVENTIRapolano Terme – Bruno Fontana al Molinello Eventi (23 settembre 2010)

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3 thoughts on “Viaggi della memoria di Bruno Fontana

  1. Viaggi nella memora. O viaggi neol cuore, ch’e’ lo stesso.
    Bruno Fontana li fa su una Ferrari. E ci regala momenti d’ insuperabile nostalgia.
    Ah, com’ era bella l’ Italia della mia giovinezza.

    Gaetano

  2. Gentile Signor Bruno,
    forse si ricorderà di me, per il rapporto di lavoro avuto alcuni anni or sono per “Sulla frontiera della Vertojbica”. Ora La ritrovo sul Blog di Manuale di Mari col suo libro “Viaggi della memoria”. Mi congratulo per il suo libro. Sono perfettamente d’accordo che gli anni ai quali fa riferimento sono stati non solo un boom economico, ma anche un’esplosione culturale, un vero rinascimento.
    Non conoscevo il suo essere cosmopolita. Mi congratulo.
    Ho anch’io esposto un mio libro nella Fiera del Libro per l’Estate nella prima settimana “Finestre sulla città e dintorni” . Dal titolo capirà che invece io sono come l’ostrica attaccata alla sua roccia, anche se ho fatto qualche viaggio, ma di breve durata. Se vuole possiamo fare uno scambio dei libri.
    Intanto la saluto cordialmente
    Alberto Calavalle

    1. Gentile amico. Grazie del suo commento, purtroppo non posso inviarle il mio libro, perché ho esaurito la mia scorta. Ce li ha solo l’editore.
      Mi dispiace.
      Con i miei più cordiali saluti

      Bruno Fontana

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