Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana

Da “Il Grande Berbero”

Affondavo gli alti stivali di caucciù con un piacere quasi morboso nell’erba fradicia che mi sfiorava le ginocchia. Di volta in volta mi giravo a guardare la lunga scia di orme che mi lasciavo dietro, come se stessi correndo nella savana inseguito da qualche belva. E il cuore mi batteva forte solo a pensare che potesse essere vero.
Era inverno e aveva piovuto abbondantemente. Pozzanghere costellavano il terreno dove mi ero avventurato prima di arrivare sul prato e mi ero divertito a far schizzare l’acqua fangosa. Mi sentivo felice al punto di sentirmi in sintonia con la natura.
La campagna! Avevo scoperto di amarla da quando i miei genitori mi avevano rinchiuso in collegio a Biserta.
Era stato uno strappo profondo ma necessario dicevano loro. Tagliato il cordone ombelicale che mi legava ai miei affetti, alla mia casa, avevo imparato ad affrontare le avversità da solo, a conoscere un mondo ostile, quanto meno insensibile alle mie paure, ai miei desideri. Insomma, i miei privilegi di figlio di papà lontano da casa si erano di colpo rivelati molto fragili. Per consolarmi loro sostenevano che dovevo pure farmi le ossa, che la vita non è una sinecura, che i soldi non cadono dal cielo e bisogna sudarseli, e altre amenità del genere. E per finire un esempio illuminante: anche Rockefeller aveva costretto il figlio a lavorare come operaio in una delle sue fabbriche, per “farsi le ossa”.
Era un mese che non tornavo a casa e volevo godermi ogni minuto di libertà, fino all’ultimo triste giorno delle vacanze natalizie. Respiravo l’aria umida, pungente di quella fredda mattinata e correvo in mezzo alla lussureggiante vegetazione del prato, dietro casa, che d’estate invece era un immenso e ondeggiante tappeto di papaveri rosso sangue. Mia madre era talmente innamorata di quella distesa purpurea che s’infuriava quando per seguire il mio cane Barry, che correva appresso a qualche lepre, la calpestavo, ignaro di compiere, ai suoi occhi, uno scempio.
Mi fermai al recinto dei cavalli, dietro le scuderie.
Fakroun scuoteva la sua lunga criniera nera e soffiava con forza dalle narici. L’osservai con ammirazione.
«Fakroun!… vieni qui… Ti ho portato lo zucchero!» dissi porgendo la mano al di là del recinto. Il giovane stallone alzò un attimo il collo, poi riprese a strappare l’erba con i suoi labbroni prensili, indifferenti alle mie sollecitazioni. Si presentò invece, zoppicante, Fartassa, sua madre. Intenerito aprii il pugno e lasciai che la vecchia giumenta afferrasse con le grosse labbra umide la zolletta di zucchero. «Peggio per te, Fakroun!» feci, salutandolo con un gesto della mano e allontanandomi dal recinto.
Il vecchio Boi Alì aveva caricato il fieno sulla carretta e incitava a colpi di frusta il mulo che la trainava faticando a proseguire verso le stalle e le scuderie.
«Salam alik, piccolo arfi! Che aspetti per montarlo?
Lui è impaziente di correre!» disse lo stalliere.
«Mio padre non vuole, dice che io sono ancora troppo piccolo e lui troppo focoso!»
«Tuo padre ragiona da padre, piccolo arfi, dagli sempre ascolto!» disse mentre il carretto si allontanava lentamente scricchiolando sulle ruote.
Avvertendo una presenza alle mie spalle mi voltai.
Era Mahfoud.
Aveva circa la mia età. Era il figlio di un nostro bracciante e perciò non andava a scuola. Lo invidiavo per questo, sebbene mi rendessi conto che un giorno sarebbe stato lui a essere svantaggiato. Un maestro radunava una volta o due la settimana i ragazzi della mechta e insegnava loro il Corano e quel tanto di arabo sufficiente a scrivere il proprio nome. Per i conti era sufficiente imparare quel tanto che bastava a contare i franchi.
Indossava i vestiti di sempre, solo un po’ più logori, solo un po’ più stretti. E malgrado io facessi del mio meglio per farlo sentire a suo agio, lui faticava ad essere mio amico quanto io avrei voluto.
«Andiamo nel giardino!» gli dissi mettendomi a correre.
Osservare la mechta, era quello il mio passatempo preferito a Bou Assida. Al di là della siepe c’era un altro mondo completamente diverso dal mio e ne ero affascinato, come se vedessi un film che mi riportava agli albori del mondo. Non credo che a Mahfoud piacesse che io mi svagassi a spiare il suo mondo, ma non osava contraddire il figlio del suo padrone.
«Dove vai?» chiese mio padre con il solito tono perentorio quando ripassai davanti casa correndo.
«Nel giardino!» risposi io temendo qualche sua reprimenda o divieto, imprevedibile e sconcertante com’era nelle sue decisioni.
«Attento a non infradiciarti. Poi mi caschi malato e manchi a scuola!» sentenziò.

Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana – Tabula Fati 2013 – pag. 168

Il commento di NICLA MORLETTI

“Il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione”, scriveva Borges.
Ed è proprio così e più che mai, in questo mirabile libro di Bruno Fontana. Le storie di Bou Assida riecheggiano la nostalgia di un tempo perduto: la giovinezza con le sue paure e le sue meraviglie. Il suo paradiso e il suo inferno. E poi c’è la magia della quotidianità che si amalgama alla fantasia, all’immaginazione, al crudo realismo. Si tratta di dieci racconti che lasciano il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Lo trattengono, lo avvolgono, lo imbrigliano in atmosfere inquietanti e pur accattivanti, come la realtà e la fantasia di King tra personaggi alieni e terrificanti, tra stregoni, abitazioni arabe, poltiglie ocra per dipingersi mani e piedi, lupi mannari, tamburi e flauti. Si muove silenziosa la Signora della Falce, si erge il Grande Berbero, si risveglia il Guardiano dei Morti. A  Bou Assida, nel luogo dove c’è la tomba di Sidi Bou Assida c’è un piccolo cratere… La curiosità aumenta, la lettura si fa intensa, l’autore sa catturare il lettore nella sua spirale di suspense. Abilità narrativa e creatività intensa danno vita ad un cocktail di emozioni in un’avventura  del tempo.  Bruno Fontana è nato in Tunisia ed ha trascorso la sua fanciullezza tra Biserta e Bou Assida perché i suoi genitori possedevano fattorie nella regione di Mateur. Le sue descrizioni dei luoghi sono autentiche e contengono quel tasso di verità tanto da dare alle sue storie un caratteristico senso di realismo che lentamente si stempera nel meraviglioso, nel misterioso fino all’horror. Un libro da leggere per scoprire i segreti del tempo e per saperne di più su quella gabbia chiusa al pubblico nel piccolo circo di Mateur
.

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6 thoughts on “Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana

  1. In effetti sembra di ritrovare la felice penna di Stephen King, uno dei miei autori preferiti.
    Spero di avere l’onore di leggerlo anche per poterlo diffondere su internet.
    Stefania C.

  2. spero sia un libro molto avvincente poiche la trama mi intriga molto…spero di leggere il libro al piu presto..

  3. Il paesaggio mozza il fiato,
    qui lo spirito vien ricreato.
    E’ l’ Africa dei sogni,
    si spera quelli buoni.
    Bruno Fontana da cronista
    si lancia sulla pista
    ove la bella fantasia
    supera la brutta ipocrisia.
    E allora il figlio del padrone
    non pone condizione
    per aver un amico servitore,
    che lo segua a tutte l’ ore.
    E qui inizia l’ avventura,
    di prospettive sicura,
    che Bruno Fontana narra
    in punta di scimitarra.
    “La notte della bestia ” sorprende
    per le sue trame e vicende;
    e vorremmo replicarla
    e insieme rianimarla.
    Per ora godiamoci la primizia,
    stupenda opera e delizia;
    e ringraziamo l’ autore
    per tanta classe e onore.

    Gaetano

  4. Romanzo dal sapore esotico, rivela lo spaccato di una gioventù vissuta da diversi punti di vista, quella del figlio del padrone e quella del figlio del servo che, sebbene sia cercato come amico dal figlio del padrone, rimane un passo indietro rispetto a questo, quasi intimidito.
    Un rapporto quello tra genitori e figli, dove i genitori cercano di insegnare la vita ai figli.

  5. Un racconto davvero intrigante, che coinvolge già dalle prime battute..
    all’inizio sembra di leggere una pagina di un diario scritto da questo ragazzino, che racconta la sua giornata, che descrive ciò che ha fatto e le sue sensazioni.. perché usa un linguaggio molto colloquiale.. ma poi addentrandosi nella lettura ci si lascia trasportare dalla magia di questa storia che si fa sempre più intensa e misteriosa..
    Complimenti all’autore perché in questo racconto ha saputo unire la descrizione dei personaggi con quella del paesaggio, senza cadere nella banalità o indurre il lettore alla noia.. anzi si ha voglia di andare avanti nella lettura e io sarei onorata di poterlo leggere davvero tutto…

  6. Ti cattura totalmente perchè unisce alla spiegazione dei paesaggi anche quella dei sentimenti dei personaggi e così facendo ti trascina in una storia coinvolgente.
    Sarebbe veramente interessante poter continuare a leggerlo.

    Barbara

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