Fuori dal paese, superato un largo ponte di cemento, c’era una scaletta. Se la percorrevi, giungevi al fiume attraverso i campi incolti dove primeggiavano le margherite e i girasole. Da lì si dipartiva una piattaforma: vi si attraccavano le barche. Mi fermavo così sull’acqua e guardavo le ombre degli steli riflessi o il colore che cambiava ad ogni nuvola. Poi quando imbruniva tornavo soffiando nelle mani ad imbuto sulle labbra. Non serviva a molto per riscaldarsi, ma ci provavo. Lungo il percorso, intanto, s’andavano accendendosi i lampioni dalla luce gialla ambrata e le strade si svuotavano, i negozi abbassavano le serrande. La gente proseguiva a capo chino verso casa: le mani inzaccherate, i cappelli e le sciarpe di lane. Allora era il silenzio a far da padrone. Si portava dietro un po’ di nostalgia per qualcosa che avresti potuto avere ma non avevi. Per qualcosa che ti era sfuggita di mano e neppure sapevi cosa fosse. C’era solo quella spina nel petto che, a più riprese, ne segnava una parte dopo l’altra. Io tornavo lentamente a casa. Non avevo nessuno ad aspettarmi e quelle luci gialle mi piacevano. Mi piaceva vedere la gente frettolosa. Mi piaceva vedere le vie che si svuotavano e restarci da sola là, in mezzo a quella strada acciottolata con il vento tra i capelli e l’odore di umido che esalava dal fiume. A volte c’erano tanti piccoli lumini sul fiume. Pareva ondeggiassero placidamente con l’acqua e disegnassero trame di favole fatte di mille colori. Era soltanto un giorno finito. Un altro. Il successivo avrebbe avuto anche lui la sua pena, la sua stria di malinconia e di dolcezza. La sveglia avrebbe suonato prestissimo, quando ancora il sole neppure sapeva del giorno. Dalla finestra, al mattino, entrava per tutta la stanza una fascia di fumo chiaro e vi si spandeva. All’inizio pensai fosse un incendio. Aprii la finestra e vidi… la nebbia. Per la prima volta in vita mia, la nebbia!
Non si intravedeva nulla a volte fino a mezzogiorno, quando tenui raggi di un sole che nemmeno si scorgeva in cielo riuscivano a vaporizzarla per breve tempo. Camminavo in silenzio nella nebbia pensando alle poesie da scrivere, alle persone da incontrare, alle foglie di betulla sul suolo e, intanto, aspettavo il mio pullman come tutte le mattine. Avrei impiegato un’ora buona prima di essere a scuola, ma mi piaceva quell’alzata mattutina. Mi piaceva la dormita sul pullman con Enrico che raccontava poche parole. Si svegliava solo quando eravamo ad un angolo dal cancello. “Oddio! Ci siamo, eh?”. “Sì” – e mi veniva da sorridere a pensare che, come tutti i nostri ragazzi, stipati su quel pullman, anche noi non avevamo affatto voglia di chiuderci in un’aula ad inseguire lo squillo di una campana. (CONTINUA)

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PS: L’immagine rappresenta realmente il luogo descritto. E’ una delle tante foto…

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8 thoughts on “Storia di un sorriso – IV puntata

  1. e se le parole non bastassero per dirti che ci regali ogni volta un pezzetto di un sogno meraviglioso.
    Le tue parole sono scelte con cura, ognuna trova la sua ideale disposizione in questo fantastico puzzle che stai costruendo.

    Pierpaolo

  2. Ci sono delle immagini descritte molto bene che fanno riflettere e riportano alla maemoria momenti passati e vissuti della nostra vita.
    Queste sono le immagini catturate dalla mia mente: piccole luci sul fiume, lampioni che si accendono, il silenzio che scende e fa da padrone. L’imbrunire, il fascino del crepuscolo che pare chiudere per un attimo il sipario sul mondo.

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