1 – Adolescenza allo specchio  La ricerca del senso –

Chiusa a chiave nell’ampia stanza da bagno dell’appartamento al primo piano di via Veneto, di proprietà della sua compagna di banco Marta, Elisa, seduta sul water, i pugni puntati sulle tempie e i gomiti ben fissati sulle cosce, cercava di liberarsi di qualcosa di cui non ci si può liberare così facilmente.
Il vestito di seta grigio perla, uno dei tanti vestiti di un’eleganza semplice e raffinata che il padre era solito regalarle perché li indossasse in occasione delle festicciole tra compagni di scuola, tirato sopra le ginocchia per agevolare la posizione accosciata, si era sgualcito. Le calze di seta, sganciate dal body color ocra, penzolavano a terra, scendendo lungo le gambe lunghe e tornite.
Elisa si sentiva francamente ridicola.
Ormai convinta del fatto che, invece di liberarsi di un piccolo peso, si stava caricando di un fardello ben più grande, fatto di ricordi che tornavano a galla dal profondo del pozzo nero in cui li aveva scaraventati, così come brandelli intessuti di vita vissuta, ben lavati e stesi ad asciugare all’accecante sole della coscienza, si alzò di scatto, rischiando di inciampare tra le calze di seta e il repentino attrito del pavimento in cotto con la punta arrotondata delle scarpe di pelle nera lucida, dotate di stringhette con bottoncino che stringevano le caviglie.
Si mise davanti allo specchio.
Questa volta le mani erano puntate sul bordo del lavandino, provocando un lieve rialzo delle scapole, che la faceva apparire con il collo incassato.
Sentì crescere il senso del ridicolo.
Quello stupido vestito, che ormai aveva perso tutta la sua freschezza insieme con la stiratura. Quello stupido trucco, che accentuava due begli occhi color nocciola, dalle ciglia sproporzionatamente lunghe, fino quasi a toccare le sottili e brevi sopracciglia. Il rossetto color rosa antico metteva in risalto due labbra turgide e carnose. L’incarnato, molto chiaro, incorniciato da folti capelli di un biondo luminoso, lunghi e setosi, era, in quel momento, aggredito dal rosso delle guance, che sempre si accendeva quando Elisa si trovava in una situazione di imbarazzo. Cioè sempre, quando le accadeva di essere in compagnia di altri individui, soprattutto se di sesso maschile.
Ma da dove veniva quel senso di disagio, quell’insicurezza, quel sentimento di stupidità e di nullità che attanagliava la sua acerba adolescenza ogni volta che tentava di relazionarsi con gli altri, di parlare, di conoscere e farsi conoscere?


2 Il mondo di Elisa –

Aveva cinque anni Elisa e, da quando aveva cominciato ad abbandonare l’egocentrismo di tutti i bambini che vogliono scoprire il mondo rapportandolo a se stessi, aveva vissuto, seppur in forma non ancora del tutto cosciente, i rumorosi litigi dei genitori.
Elisa parteggiava sempre, d’istinto, per il padre, un bell’uomo, dai capelli castani e mossi e dalle mani robuste e generose, che avevano sempre lavorato per garantire un futuro ai propri figli.
Non c’era una effettiva motivazione della sua presa di posizione.
Sentiva che la ragione stava dalla parte del padre.
La mamma era una “brava” moglie e una “brava” madre, come dicono i benpensanti, per lo più borghesi e cattolici.
Aveva messo al mondo due figli. A quarant’anni ne avrebbe concepito un terzo.
Aveva dunque assolto ai suoi doveri coniugali, anche se con poca passione, e si era calata a tempo pieno nel ruolo di madre e di perfetta donna di casa.
Ma Elisa avvertiva che il suo non era stato un matrimonio d’amore.
Lo avvertiva dai suoi gesti quotidiani fatti meccanicamente, quasi per dovere, dati per scontati, e, soprattutto, privi di dolcezza.
Eppure il tempo che poteva trascorrere con l’uomo che aveva sposato e che la adorava era molto poco, riducendosi alla sera, quando questi rientrava, a ora di cena.
La mamma di Elisa apparecchiava la tavola sempre alla stessa ora, con grazia e attenzione, e versava la minestra calda, senza una parola, nei piatti fondi, di ceramica bianca, di figli e marito.
Questi la seguiva con lo sguardo amorevole, quasi scusandosi, con gli occhi pieni di lei, di non poter essere troppo presente e partecipe della vita familiare, ma la mamma di Elisa, contrariamente alla figlia, neppure se ne accorgeva.
Lui era troppo stanco per aiutarla in qualsiasi faccenda domestica.
D’altra parte lei non lo avrebbe nemmeno permesso, dato che i ruoli che aveva fissato all’interno del gruppo famiglia erano ben precisi: “l’uomo doveva fare l’uomo e la donna la donna”.
Il padre di Elisa era medico veterinario. Ma non si occupava di piccoli animali da salotto, bensì di bestie di grossa taglia, perciò, alzatosi di buon’ora, attraversava tutto l’agro romano per curare tori e mucche, alle quali, per primo – diceva con orgoglio alla figlia, che lo stava ad ascoltare più di quanto non facesse il fratello maschio, più grande di lei di circa tre anni – aveva praticato, con ottimi risultati, la fecondazione artificiale.
Elisa era molto fiera del padre e la stima per lui aumentava man mano che cresceva.
Lui riusciva a fare tutto. La mamma, invece, si limitava a fare la moglie, la madre e la casalinga.
Aspettava il marito per la cena, teneva in ordine e puliti casa e bambini.
Ogni altra incombenza, oltre a quella di portare i soldi a casa, era affidata al marito. Non sapeva neppure cosa fosse un bollettino di conto corrente e tanto meno come fare a pagarlo.
Come era avara di amore, quello semplice, che ti sale spontaneo, nei confronti del marito, così non era capace neppure di distribuire equamente il suo affetto tra i suoi tre figli.
Le sue attenzioni si concentravano particolarmente sul primo, maschio, che, secondo la tradizione, aveva assunto il nome del nonno paterno, e poi sulla terza, avuta, inaspettatamente, in età ormai matura.
Elisa, che allora aveva quattordici anni, ricordava il suo bel pancione, che spuntava orgogliosamente da un vestito plissettato di seta verde smeraldo a pois neri, e, ormai diciottenne, arrossiva nel ricordare i pensieri che le erano girati per la testa quando la madre le aveva confidato di essere incinta.
“Ma come, anche mia madre fa ‘quelle cose’?” aveva pensato.
“Quelle cose” che a lei avevano presentato sempre come “sporche” e disdicevoli per una ragazza seria e senza grilli per la testa.
La sua ingenuità, che non avrebbe mai perso nel corso degli anni, non le consentiva di riflettere sul fatto che lei era lì, a fare quei pensieri, e che era anche lei figlia di sua madre!

***
Dal libro Erano anni incantati di Anna Maria Sanfile – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 – p. 97

Il commento di NICLA MORLETTI

“Un romanzo dall’attraente titolo evocativo: “Erano anni incantati” questo di Anna Maria Sanfile. Lo stile moderno, lineare e snello, rende insieme alla storia, piacevole la lettura. Pagine intime, vere sin nel profondo, il racconto di una vita intera narrata con agilità di penna e maestria. Protagonista è Elisa, donna forte e tenace che attraversa il mare dell’esistenza affrontandone tutte le burrasche. Elisa bambina, poi giovane adolescente, Elisa ormai donna. Elisa e il dolore con la perdita dei due uomini amati. L’esistenza è come lo scorrere di un fiume tra ciottoli e sassi. Con il sole e con la pioggia. Con i temporali estivi e la calura. La vita è un volo di libellula sul fiume: annoda ricordi ed emozioni a fior d’acqua. E il cielo è sopra di noi.

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13 thoughts on “Erano anni incantati di Anna Maria Sanfile

  1. A mio parere il vero pregio di questo libro (che ho letto interamente) è il fatto di essere un’opera d’arte. Sostengo questo perchè la vera arte è, prima di tutto, TESTIMONIANZA, proprio come questa avvincente e intrigante lettura, che racconta con passione gli attimi che si succedono in una vita vissuta con l’intensità che solo un’artista autentica può provare e palesare in questo modo. Anna Maria Sanfile, infatti, riesce ad esprimere emozioni e sentimenti profondi, attraverso un linguaggio semplice e chiaro, che ha l’intento di essere un mezzo di comunicazione e condivisione. Un linguaggio che, tra l’altro, ha anche la dote di lasciare spazio al silenzio, di far respirare la mente e la fluidità scorrevole dei pensieri. Faccio i miei più sentiti complimenti a questa donna, a questa artista, che ha la mia più grande stima.

    1. Cara “nietzscheana”, dal tuo pseudonimo e dagli elogi che fai a me e al mio libro penso di averti riconosciuta…e solo l’affetto che provi per me può giustificare tanto entusiasmo. Non credo infatti di meritare tanto…
      Si tratta di un libro scritto con emozione e con il desiderio di comunicare e condividere momenti di stupore, gioia, dolore e altri sentimenti che attraversano la nostra vita e che, forse, riescono a darle un senso. Spero di esserci riuscita e di suscitare immagini, suoni e odori anche in chi quelle immagini, quei suoni e quegli odori non li ha mai sentiti nella forma in cui li ha vissuti la protagonista del romanzo. Grazie davvero e un forte abbraccio se sei la persona che penso…

  2. grazie Anna Maria,spero di riceverlo e di ritrovare tante cose della mia adolescienza,mi ha veramente emozionato “rivedermi”in quel immagine,a me i libri regalano sempre forti emozioni.

    1. Cara Cristina mi fa piacere che ti sia ritrovata nel volto di copertina, che ho disegnato proprio con l’intento di far rivivere, anche attraverso l’immagine, l’atmosfera di quegli anni. Credo che leggendo il libro troverai altro di te e del tuo vissuto, al di là degli eventi specifici che sono necessariamente individuali, esclusivi e irripetibili. D’altra parte la scrittura e la lettura non sono forse modalità di comunicazione e condivisione di emozioni?

    1. Cara Sara il tuo commento mi lusinga. Attraverso due passi soltanto sei riuscita a cogliere con grande sensibilità “l’animo” del libro. Ti ringrazio e mi auguro che tu possa leggerlo interamente.

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