Ali spezzate di Anita Macchiavello

È il 1941, la seconda guerra mondiale infuria con i suoi orrori, mietendo vittime e affamando popoli. La piccola cittadina ligure dove viviamo e dove sono nata non è ancora stata presa di mira dai bombardamenti, ma i generi alimentari sono tesserati e le razioni alquanto ridotte. Attendo con impazienza lo striminzito filoncino di pane nero, lo conservo gelosamente e lo mangio con avidità per dare un po’ di tregua al mio stomaco vuoto.
Poco lontano abitano i miei nonni, genitori di mio padre, vado volentieri a trovarli, la zia Mafalda mi prepara le uova con le patatine fritte e mi dà da bere un po’ di vino.
È una famiglia, come si suol dire, allargata e matriarcale.
Ne fanno parte la nonna Anna e le sue sorelle, i figli, i cugini, i nipoti. La nonna Anna è piuttosto piccola e grassoccia, ha un’aria altera e prepotente, comanda a bacchetta i figli che la vezzeggiano come un prezioso gingillo. Mio nonno Remo, uomo buono e semplice, è stato relegato da tempo in una cameretta dove mangia e dorme e da dove esce raramente per andare sulla calata vicino alle barche insieme a qualche pescatore. Ogni tanto lo si vede con il suo sigaro toscano camminare con l’andatura un po’ goffa e barcollante, le gambe gonfie un po’ storte, il viso sempre bonario e sorridente, i lunghi baffi, gli occhi dolci e tristi.
Il motivo dell’esclusione dalla vita familiare lo seppi più tardi. Pare che un’anima buona avesse riferito alla mia rigorosa nonna che il marito, navigante, si fosse lasciato andare a licenze amorose in qualche porto. Pover’uomo, avrebbe pagato ben cara questa sua trasgressione.
Le mie zie mi amano molto e mi viziano, sono la loro prima e unica nipote. Periodicamente arriva in licenza mio zio, alto, biondo con gli occhi azzurri, bellissimo nella divisa da paracadutista.
Racconta di conoscere attrici come Alida Valli e Isa Miranda, l’ascolto estasiata mentre guardo le foto con dedica di quelle donne affascinanti e irraggiungibili.
Il sabato c’è l’obbligo del raduno fascista, io ho solo cinque anni, ma devo essere vestita da “piccola italiana”. Sono molto orgogliosa della mia “divisa”, gonnellina nera a pieghe, camicia bianca, larghe bretelle incrociate sul retro e sul davanti dove fa spicco una grande “M”.
Ferve molta agitazione, le zie gridano eccitate: «Oggi arriva, andiamo, presto!».
La strada principale brulica di gente, le zie, a turno, mi prendono in braccio, non riesco a vedere nulla tanta è la ressa, sento solo l’urlo della folla impazzita: «DUCE, DUCE, DUCE». Penso si tratti di un dio in terra, non capivo allora che era solo un uomo osannato prima ed esecrato poi, artefice del destino del nostro paese e del conseguente dramma che ci coinvolse tutti.
Mio padre è il secondo dei figli della nonna. Era comandante di una nave mercantile prima della guerra. Ogni volta che passava nel golfo si udivano tre fischi di sirena, noi agitavamo grandi panni bianchi per rispondere al saluto con gioia ed emozione. Si viveva bene allora, mia madre riceveva le famose “mille lire al mese”.
Era tornato da uno dei suoi viaggi con una bella cagnolina color miele “Lilli”, l’amavo moltissimo e soffrii quando la riportò a bordo, in seguito mio padre fu sbarcato per un grave incidente, scoppiò la guerra, la nave fu affondata, l’equipaggio si salvò, ma non la povera “Lilli”.
Quella cagnolina della mia infanzia, con gli occhi mansueti, ora birichini ed eccitati nel gioco la porto sempre addormentata nel mio cuore.
La nonna Anna ha tante sorelle.
La zia Nini è brutta, mal fatta, con l’aria sempre truce, fuma come una turca, lavora in un grande magazzino, sembra più uomo che donna. Ogni volta che mi vede mi lancia occhiate fulminanti di traverso, mi rimprovera per un nonnulla. Vive con la sua governante che ha una gamba rigida, molto si chiacchiera sulle due.
La zia Tina ha sposato un ricco industriale dell’epoca. Con lui ha vissuto parecchio tempo all’Asmara. Al suo ritorno mi fa dono di una bambolina lenci. La vedo circondata di mistero e di fascino.
La zia Evita è rimasta signorina, forse se ne rammarica perché un giorno mi dice: «Se un cane mi avesse fatto bau non mi sarei lasciata sfuggire l’occasione, me lo sarei subito mangiato». E buona, vive in una grande casa con tante stanze e salottini, mobili, centrini, pizzi, ninnoli e bamboline.
Sovente affitta una camera a qualche studente del nautico, si guadagna così un po’ di compagnia per soffrire meno di solitudine.
Qualche volta vado a trovarla, c’è uno studente particolarmente bravo che, finita la guerra, m’insegna aritmetica, ma io sono così poco ricettiva! Lui è così grande e bello ed io così emozionata e vergognosa, non riesco a concentrarmi.
Quando la zia s’accorge di morire, abbozza un triste sorriso e dice: «Non sono mai servita a niente».

ALI SPEZZATE di Anita Macchiavello – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 pag. 134

Il commento di NICLA MORLETTI

Una gran bella storia di vita. L’autrice, dotata di una forte capacità espressiva, dipana con maestria le matasse dell’esistenza di una donna: l’infanzia, la guerra, lo studio, il lavoro, le scelte e l’amore. La lettura è leggera e piacevole in questo romanzo della memoria. I viaggi si susseguono agli stati d’animo, emergono i desideri, la nostalgia della lontananza, la gioia della maternità. Tornano i fantasmi del passato con il tradimento, ma tornano anche i ricordi felici. Ne esce fuori un messaggio di speranza dove la tenacia, la sensibilità e l’ottimismo sovrastano le vicende negative. Il lettore rimane avvinto dai segreti e dai sogni che si annidano nell’animo di una donna dalla forte volontà che desidera dare un senso alla propria identità. “Ali spezzate” è un romanzo che affascina e in cui ciascuno potrà ritrovare un qualcosa di sé.

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