Lui entra con fare deciso, come se camminasse su una passerella e si gongola nella sua bella giacca di jeans, i suoi occhiali a specchio, la sua coppola. Il cielo è grigio, ma la sua pelle scura e il suo modo danzante di camminare mi ricordano l’estate, che qui non è arrivata, lidi lontani, il caldo che ti avvolge come una coperta di lana in una giornata fredda d’inverno.
Lei si fa notare appena. Cammina come una farfalla. È fine in tutto quello che fa: dalla camminata, al sollevare la tazza del te, nel bere. Il suo profilo, i suoi occhi, il suo sorriso. Fine e delicato.
Lui parla malissimo il tedesco, ma è la loro lingua di comunicazione. E ripete spesso  con voce profonda e sonora la parola che sente più sua: Africa. Parla seduto stravaccato sulla sedia imbottita del bar. Le gambe larghe. È completamente a suo agio, e sorride qua e la come se avesse di fronte un pubblico. Lui parla dell’Africa a lei. Indiana. Avvolta in un abito tradizionale, rosso e sabbia. Tradito solo, per questioni di freddo, da un maglioncino scuro e scarpe da tennis. Lei non dice una parola. Il contrasto fra i due è abbagliante. E quando lei finalmente parla, lo fa solo per rispondere velocemente ad una chiamata del cellulare. Com’era da aspettarsi, la sua voce rispecchia il suo tutto: è fine e dolce. Ma sono entrati in questo bar insieme, Insieme sono usciti.
E penso alla notte e al giorno. Al freddo e al caldo. Ai poli opposti di ogni cosa: un polo non potrebbe esistere senza il suo opposto.
E penso quanto sia bello poter dire: NON siamo tutti uguali!

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