Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti

Russia, luglio 2008 –
Svetlana e Victor –

Il sole basso del pomeriggio accende di verde brillante il susseguirsi monotono di abeti e betulle dalle foglie d’argento. Sopra il saliscendi delle chiazze di bosco, tra i rari declivi delle alture e delle sterrate tra le izbe, un cielo grande come l’Asia copre il mio animo di nebulose grigie riflesse dalle pozze pantanose. Non dormo. Sono tormentata dalle ultime parole. Dal mio stesso nome Svetlana pronunciato da lui. E immobile, rimango immobile mentre rumoreggia il vagone, bevo la linfa del bosco e di un vapore azzurro e lontano per non cedere sul pavimento del corridoio.

Svetlana mi ha mollato, alla chetichella. Cosa pensate, che non l’avevo previsto? Le avevo già sfilato 1600 rubli e un bel gruzzoletto di euro e dollari dalla tasca ieri sera, voglio vedere dove arriva. Anche se dovessi prenderla per il collo e staccargliela con le mie mani, quella testa di gallina. Buono, buono! Devo stare buono. Lo sapete che lo sono, non c’è bisogno di dirmelo. Darò un altro pugno al muro… ecco! Mi esce ancora sangue, non voglio che soffra solo lei, sanguino anch’io. È giusto, ora lo sapete anche voi, vedete che ho le nocche rosse!
Stasera mi faccio questa roba tutta io. Ho i suoi rubli e i dollari. Poi la trovo, so dove e faremo i conti per l’ultima volta. È lei che mi ha portato a vivere nella strada, cosa credete? Tre anni fa avevo anche un lavoro, poi è venuta Svetlana con le sue moine e la noia dei villaggi radicata dentro di lei, e una madre senza pensione. Tutte le sere fuori, fuori per la noia, una fuga continua. Adesso so di che pasta è fatta. Lo capisco quando vomita di cosa è fatta perché vedo cosa le esce dalla bocca. Anche ieri sera l’ho tenuta mentre lordava la strada. Dicono che sono sporco, che anche l’asfalto a causa mia e di quelli come me è sporco… ma non sanno chi davvero vomita negli angoli. Io lo so bene.

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Dal Capitolo V

Gremov

Signor Franchi Claudio leggo. I documenti sono validi, ha il visto della Federazione Russa. Un uomo d’affari. Ma soprattutto un uomo. Pensa di poter partire subito, di cenare al ristorante. Bravo! In Italia avete belle canzoni, fanno dimenticare tutto, ah… la melodia, Pavarotti, Celentano. Ma qui abbiamo un fatto di sangue, l’asfalto ne è macchiato: lei ha visto, prima che mettessimo il lenzuolo, un corpo a terra immobile. Vero che il nostro non è più un paese anticapitalista, ci siamo riavvicinati, siamo ben lieti di commerciare oggi. Venite a Mosca, girano i soldi. Ma non può pensare che i suoi affari abbiano la precedenza. Guardi le foto: un corpo senza vita, gli occhi spalancati, vitrei. Le mani rattrappite. Un corpo giovane. Sono convinto che lei è a conoscenza di elementi utili. Forse ha visto cosa è successo in precedenza, ha avuto per un attimo un barlume di coraggio e l’idea di aiutare quella povera ragazza di cui non eravamo a conoscenza. Ma invece se n’è andato, si è nascosto in prossimità dove l’abbiamo trovato noi, ha avuto paura? Chi c’era nei dintorni? Noi in Russia abbiamo meno paura, sono passate guerre, rivoluzioni, conquistatori, ma se ne sono sempre andati. Vedo che suda, a Mosca in luglio fa caldo, la notte è breve. Può rimanere in camicia. Le prenderemo anche le impronte digitali e il DNA. Non penso che lei sia colpevole, ma devo farlo. Se vuole può telefonare a casa. Ma dica pure che per il momento starà qui a nostra disposizione. Dobbiamo avere indizi che possono salvare altre vite umane. Guardi bene le altre fotografie: cerchi di ricordare se rammenta il volto di una di queste persone tra i passanti che entravano nel supermercato o si aggiravano nei paraggi. Ha ammesso di essersi fermato un po’ di tempo, quanti minuti? La sicurezza della nostra città, del nostro paese, è anche nelle sue mani, nella sua memoria e nel suo coraggio. Non sono volti tipici di moscoviti, forse se ne rende conto, anche se la nostra è una città cosmopolita.

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Dal Capitolo VII

Timur

Oggi è arrivato uno straniero che parla l’arabo e l’urdu, forse ci possiamo intendere. Cosa ne sarà di noi? Cosa è rimasto di umano in questo giorno sposato con la notte? in questa città dei vivi che invidia i morti? Dov’è il fratello di Usman ucciso dai militari russi con un colpo alla testa perché portava la barba lunga come gli integralisti? e del mio scomparso? Dov’è il padre di Nabitullah ucciso dagli integralisti perché era senza barba e ritenuto spia dei russi? E Leila picchiata perché era senza velo? E Fatima stuprata perché lo portava? Vedo solo gli obici inesplosi, le barrette di cioccolata gettate tra le pietre, palloni di gomma sgonfi, pozze di acqua e urina davanti a una porta che non chiude. Khaskhanova mi chiama, a tavola ci dividiamo due pagnotte e tre scatole di tonno scaduto che ha trovato a Shaami-Yurt. C’era mia madre e Usman, e anche un amico barbuto di nome Ramzan. Poi c’è lo straniero, un tipo di mezza età, distinto, con la pelle ambrata e una camicia a motivi geometrici blu e occhiali scuri. Parla con calma e la voce è musicale. Chiede di me, dov’è mio padre. Gli spiego che mio padre è morto, mio fratello è scomparso. Che vorrei iscrivermi all’università, se finisce la guerra potrei studiare a Mosca, ero molto bravo in chimica e matematica. Non ho mai visto Usman così silenzioso. Lo straniero mi indica con un cenno del capo il cielo di Grozny: – Il mare è grande ma la montagna è più forte del mare. Una nave è di ferro e affonda. Anche un aereo è di ferro, manda fuoco ma cade. La montagna è molto più forte. A cosa serve il paracadute, il radar? Quando l’aereo è colpito cade. Dio vuole che nessuno muoia, donne, bambini, Lui li ha fatti. Non vuole questo. Gesù è in cielo, in mezzo ai muslim, e lui è il primo muslim. Tutte le religioni tornano all’Uno. La vita è solo un giudizio, un passaggio brevissimo – e così si sfila gli occhiali scuri, fissandomi e talora aprendo la bocca in un sorriso smagliante – neri, bianchi, tutti discendono da un uomo solo. Il mare che senso ha? l’aria a cosa serve? che forza ha la polvere? che senso ha che ogni animale mangia il proprio cibo? Tutto è perché ha un senso e Uno ha dato un senso. Io vedo la natura, i monti, ciò che è bello e prego per ringraziare. Solo questo ha senso. Cosa è il mercato? Cosa l’economia? Abramo aveva un nipote a Sodoma. Piangi forte perché Dio ti ascolta. Tutti i peccati di questi anni li può perdonare. – e rivolto a me – Tu pensa, hai fretta. Waha, l’angelo, è stato mandato e ha detto all’uomo: ecco i tuoi giorni sono contati come i peli del capretto, per me nulla può cambiare. – Chiede ancora di me, come intendo aiutare il mio popolo, se penso che i russi ci aiuteranno, se penso che il loro dio sia il vero dio, e se si comportano secondo le sue leggi. Non so rispondere. Troppi avvenimenti, troppe disillusioni per chi amava la musica reggae e i film di Harrison Ford, Lara di Pasternak ed il requiem di Mozart. Lo sguardo dello straniero così intriso di certezze e di passione mi inquieta, riscopro il mio popolo, la nostra storia, la mia infanzia. Fino alla settimana scorsa un vecchio suonava la balalayka tra questi ruderi, una volta l’abbiamo invitato a cena, non aveva più né casa né famiglia. Gli era rimasta la balalayka e suonava, prima era stato un orchestrale, andava spesso in Georgia e in Russia, non odiava i russi, aveva amici a Mosca. Poi un giorno si è presentato senza strumento, lo volevano sequestrare perché non aveva soldi da dare a un gruppo di banditi; per non consegnarlo lo ha spezzato. Noi eravamo decisi ad aiutarlo a trovare un’altra balalayka, ma ieri i soldati l’hanno fucilato insieme ad altri: dicevano che erano terroristi.
Cantano le sirene delle ambulanze il loro canto di morte. Non posso stare ancora rannicchiato con mia sorella sotto questo muro di polvere e libri, invoco Dio, il Dio dello straniero e di Usman, che non odia le donne e i bambini, ma riporta la giustizia perché Egli è la Giustizia. Mi rialzo.

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Dal Capitolo VIII

Lei, come altri, di notte si è quasi sicuramente spostata sul lungofiume

Svetlana

Albeggia, è molto fresco, non ho nulla per coprirmi, e mi duole la guancia… Devo avere anche vomitato perché ho il maglione appiccicoso. E dire che ho bevuto solo due birre. Cercherò di lavarmi. Veramente con la bocca gonfia non riesco a riposare, però con gli occhi semiaperti posso accorgermi di chi cammina in prossimità, se qualcuno vuole approfittarsi di me. Posso gridare subito. Gridare, da quanto tempo non lo faccio? Ho ben poca voce, mi ascolto, il suono non arriva alle mie orecchie. Punto primo, in logica sono rimasta in gamba. Secondo: non c’è nessuno. Terzo: se c’è non interviene. Quarto: se c’è e interviene ne approfittano in due…
Vedo il cielo blu. Il blu che sognavo nel mio villaggio, lo intravedevo dal vetro della mia camera, la finestra era sbilenca, se la giravo rischiava di cadere, il vetro era stuccato e l’angolo in basso a destra, mi pare, era, ma forse è così ancora, tenuto insieme con lo scotch dei pacchi, quello marrone. Un blu solcato da nuvole bianche. O dipinto sull’abitazione dei Vlazok che d’estate vanno sul mar Nero. Lo ammiravo anche nella camicetta di Natalia Semanenko che poteva fare qualche acquisto nella boutique francese, o almeno così diceva, perché secondo alcuni la camicia l’aveva rubata. Ora è sopra di me. Sono sovrastata dalla mia libertà tanto grande da non poterla reggere, ma sempre meravigliosa. Come se un dio che non conosco avesse aperto una tenda da una parte all’altra dell’orizzonte per regalarmi tutto quello che ho sempre desiderato e non raggiungerò mai.

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Dal libro Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti

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