Le donne e la luna di Alfredo Lucifero

Ora il tempo si è sciolto nelle mie mani, scorre come un fiume sul viso, lascia ferite inguaribili e residui di creta sulla pelle che, passata l’azione della crema, diviene opaca, antica; allora spargo con le dita sottili le creme nutrienti che la fanno brillare lucida come un serpente e manda il tempo a scivolare all’indietro lasciandolo incerto del suo cammino; non è passato, è rimasto fermo, insicuro per me: ero bambina, gli occhi splendevano azzurri come il cielo di quelle estati belle come il mare che così tanto ha contato nella mia fanciullezza; il mare e il cielo erano dentro di me, allora, quando la vita mi attendeva come un verde prato dove correre e giocare all’aperto; ricordo di allora anche il suono del cielo: è una musica inimmaginabile che non riesco più a sentire. Entra dalla porta stasera come quella striscia di luna eterea quasi inesistente di fronte alla luce forte ma anch’essa è resa infinita dagli specchi che moltiplicano se stessi assieme a me che riesco a sorridere indifferente.
Anche le altre me stesse sorridono, i denti si scoprono, sono bianchi come perle lucide, come la pelle irrorata dalla crema.
Non ricordo se il sotto del cielo fosse quello del mare che lo rimandava. insieme alle onde leggere, incessanti come la vita che non può finire e incessante batte sulle tempie che si muovono leggere indipendentemente dalla volontà, battono come il sangue che entra e esce dal cuore e che sento come uno stanco amico sconosciuto. Quante emozioni e umiliazioni ho subito, sofferenze indicibili, anche gioie, soddisfazioni per qualche aspetto della vita ma anche dolori, delusioni, dolcezze e amori avuti e perduti.
Ecco il naso, la pelle delle tempie unta e liscia, lascia intravedere il cranio, le ossa chiare che formano lo scheletro.
Certo un giorno sarò così, ma non lo saprò. Solo adesso grazie alla mia pelle sottile conosco queste ossa giallastre. A volte di notte mi sveglio e mi alzo sul letto mentre un’angoscia sorda mi stringe il cuore: forse un giorno non sarò più, ma sì, forse andrò in Paradiso, forse ritroverò i miei cari, oppure rinascerò per affrontare una vita migliore di questa, più buona, certo più felice, anche se lo sono stata, ma più bella.
Le creme non saranno più necessarie, la pelle liscia e chiara, labbra ben disegnate, naturalmente avrò capelli biondi. Ecco non mi adatterei se in quell’altra vita rinascessi con gli occhi neri, i capelli neri e allora quella parte di mare che ho sempre portato dentro di me, con i miei occhi azzurri non potrei averla più. Questa mia voce ha il suono della musica, forse il suono del tempo che scorre come un fiume sul mio volto, il tempo che sto fermando con questa crema per nutrire la pelle che è viva come un animale estraneo.
Un tempo ho amato ma non sono certa perché non mi sono mai donata completamente, non ho mai saputo essere una donna, sottomessa e servile, dolce; anche con gli altri ho fatto da brava attrice la parte di uomo. Ho comandato, voluto interpretare la donna moderna sicura di sé, invece avrei voluto stringermi a ognuno e chiedere amore, affetto, protezione che gli uomini non mi hanno mai saputo dare; tutti sono stati esseri deboli che volevano essi essere guidati. Cercavano in me la madre e il padre. Una donna forte, vorrei essere una donna debole, ho avuto quello che ho voluto ma poi … vorrei avere avuto qualcosa che non so, che mi manca, l’ho perduta nel tempo e nel pensiero senza poterla più trovare.
Tutta la vita, anche quella trascorsa, mi sta sfuggendo tra la mani come acqua, dal volto, dalla pelle candida e liscia, dal seno forte e bello che ha attirato gli uomini ma non è riuscito ad allattare un bambino, un figlio, una vita futura mia per non finire del tutto, un seno candido che sembra fatto apposta per riempirsi di latte e donarlo a una nuova vita; chissà come sarebbe stato un mio bambino, avrebbe somigliato a me o a mia madre, a mia sorella oppure a mio padre, forte e lontano mille secoli da me e dalla maniera in cui ho vissuto, l’unica somiglianza con me era il mare, lui era capitano di lungo corso e aveva nel viso e nelle mani brune e forti il senso del mare.
La vita sta spingendomi così lontana che non riesco ad accorgermene, la morte si sconta vivendo, ogni giorno una lacrima esce dagli angoli degli occhi, scivola sulla crema del viso come fosse neve.
Un figlio voleva dire non essere libera, invece ho sempre voluto esserlo, anche quando sono stata moglie o donna di qualcuno, libera di fare e di pensare quello che mi è sembrato opportuno, ma libera. La libertà si guadagna con la fatica, con il sudore della fronte, con una lotta incessante nei confronti dei problemi, dei mosaici di cui non tornano i pezzi, delle condizioni create dalle circostanze della vita, dei sogni e dei pensieri degli altri. Vincere tutto questo per la libertà, anche se essere libera vuole dire essere schiava di se stessa.
In gioventù ho lasciato il mare per volare in cielo con gli aerei da dove il mare sembra soltanto un piccolo lago in un giardino, a Roma l’ho ritrovato a volte nell’acqua del biondo fiume Tevere ma solo in alcuni riflessi azzurri quando il cielo è sereno e ricorda il colore del mare; anche i gabbiani che di giorno volteggiano sul fiume e alla sera come fantasmi del passato volano sul cielo del Campidoglio illuminati dalla luna o dalle luci della città lo ricordano. Ma mi manca quell’ampiezza dell’orizzonte che accompagna lo sguardo camminando sulla spiaggia, quella chiarezza senza fine nell’attacco del cielo con il mare. Gli occhi spaziano liberi fin dove i due elementi si uniscono e fanno spingere oltre lo sguardo, un al di là sconosciuto e antico. Cerco laggiù in quell’azzurro qualcosa che non riesco a trovare nel caos dei palazzi e nelle vestigia dei templi romani che fanno volare il pensiero nei tempi remoti.
A questo punto della mia vita mi chiedo cosa farò nei prossimi mesi, anni, quanti anni. Ancora la speranza di qualcosa di migliore che possa accadere e la paura di qualcosa di peggiore; cosa mi succederà nei giorni che verranno, a cosa potrò aspirare di più di quello che ho e che sono, non vorrei nemmeno essere più giovane, mi basta restare quella che sono, mi sento giovane e viva, soltanto mi manca la speranza di fare qualcosa in più, in meglio.

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Dal libro Le donne e la luna di Alfredo Lucifero

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