Alcuni mesi dopo –

Quando sento accendersi le ceneri della malinconia e una coltre gelida mi avvolge l’anima, faccio visita al rudere di una torre saracena. Là il mare calmo della calanca lambisce la costa pietrosa. Siedo sopra uno scoglio a osservare lo specchio luccicante e ammiro il profilo acqueo che disegna, con la linea dei ciottoli emersi, un contorno perfetto. E avverto che così non mi appare la vita. Non un solo confine tra felicità e dolore, un limite marcato fra bene e male, non un solo segno che divida le opposte cose.
Ritorno oggi alla torre antica dopo settimane. L’aria del pomeriggio è tersa e la tramontana, rara comparsa in questo angolo di Puglia ionica, ha sferzato l’orizzonte ripulendo il cielo fino all’ultima nuvola. L’inverno quest’anno è duro a morire pure alle nostre latitudini. Il freddo graffia ancora mentre il calendario segna già il venti d’aprile.
«Giorgio, Giorgio!» mi urla qualcuno sporgendosi dalla ringhiera del lungomare.
«Ma da quant’è che non ti vedevo alla spiaggetta?»
Mi sollevo scrollandomi di dosso l’immagine dell’orizzonte marino e lo raggiungo abbracciandolo.
«Buonasera, Cesare. Come va?»
«La solita, caro mio! Ma non mi posso lamentare. Piuttosto, tu, che faccia che hai. Ma, ripensandoci, è quella che hai quando arrivi alla baia di Chiatona, di solito. Come sempre, se non passo io a offrirti il nostro mocaccino, come farebbe la malinconia a fuggire da quel cuore imbronciato?»
«È perché sei un amico, Cesare. Un vero amico. In fondo non vengo alla spiaggia di Chiatona per respirare l’odore del mare. Ci vengo per te.»
Ci scappa da ridere mentre il figlio del barista ci porta i mocaccini fumanti. Poi Cesare si fa serio.
«Cosa ti porta quaggiù, ragazzo mio?»
Rimango in silenzio, ma è chiaro a entrambi che sono là per raccontare e per ascoltarlo. Soltanto fra l’odore di salsedine e i sussurri del vento sulla scogliera la mia lingua è capace di sciogliersi. E Cesare è li, con la stessa faccia di nonno da trent’anni, con la solitudine da lupo di mare che somiglia alla mia, con la naturale propensione ad arginare il vortice delle mie parole.
«Ho una speranza: che i giorni a venire della piccola Clara siano finalmente felici!»
«Ti riferisci alla tua scolaretta? A Clara Tobino?»
«Proprio a lei.»
«Ma sei inquieto, Giorgio, perché non me ne parli?»
«Oggi guardavo i bambini agitarsi tra i banchi e la malinconia mi ha tolto il respiro. Ho sentito che dovevo venire a Chiatona. E sono qua.»
Beviamo i mocaccini che si son fatti tiepidi e ci incamminiamo sul lungomare. Cesare avvisa qualcuno, dall’ altra parte della strada, che farà tardi. Si tira su il bavero della giubba da pescatore e mi mette una mano sulla spalla. «Raccontami tutto quello che vuoi.»

Primo

«Dunque, bambini, sapete dirmi quanto fa cinque per zero?»
Erano tutti ammutoliti mentre guardavo i loro occhi roteare verso il soffitto dell’aula o in direzione del pavimento a quadroni grigi. D’un tratto, sollevandosi a fatica da dietro al banco, Clara Tobino mi guardò dritto negli occhi, supplice di una parola.
«Maestro Giorgio, fa zero! Perché, come tu ci hai insegnato, ogni volta che moltiplichiamo un numero per zero otteniamo zero.»
«E voi, bambini, siete d’accordo sulla risposta della vostra compagna? Vi ricordate dell’ultima lezione?»
Gli scolari annuirono in vari modi: qualcuno, furbetto, confidava al compagno di banco che lui lo ricordava bene, qualche altro rovistava nei quaderni alla ricerca di un appunto, altri ancora non sembravano darsi alcuna pena per quella nozione numerica, che in fondo non scalfiva né impreziosiva i pensieri rivolti al pomeriggio di giochi o ai sogni del loro cuore di bambini di dieci anni. Soltanto Clara non si scompose, rimanendo immobile, in piedi.
«Maestro Giorgio, maestro Giorgio. C’è una cosa ancora che voglio dire.»
«Dimmi pure, Clara. E voi ragazzi, ascoltate.»
Il volto paffuto della piccola s’incendiò. Prese a grattarsi la testa, a stringersi il mento con l’altra mano e a fissare i compagni voltandosi intorno. I capelli di rame, tirati giù in due trecce legate da fiocchetti blu, oscillavano col movimento del capo. Era stata parsimoniosa a mostrarsi nelle prime lezioni poi, cominciando forse a fidarsi di me, si fece conoscere di più, mantenendosi tuttavia incline al silenzio e poco disposta a confrontarsi coi compagni. Le guance rotonde e lucide di porcellana s’accesero e, rubiconda fino al collo robusto che emergeva a stento dal fiocco del grembiule, cominciò risoluta.
«Maestro Giorgio, che cinque per zero fa zero è una regola della matematica. E una regola è una faccenda che hanno creato gli adulti per controllare qualcosa. Però non credo che anche nella vita cinque per zero fa zero. Se zero rappresenta il nulla, il vuoto, qualcosa che quasi non esiste… allora avere a che fare con questo nulla, con questa cosa piccola piccola, non fa diventare zero quello che siamo. Invece quando ci prendiamo cura delle cose e delle persone così piccole da essere invisibili al mondo, diventiamo più grandi»
E proferita l’ultima parola si ritirò dietro il banco accomodandosi rumorosamente. Il baccano degli scolaretti, che avevano seguito il discorso della compagna non oltre le prime parole, coprì l’emozione che mi aveva infiammato. Non era la prima volta che Clara parlava in quel modo, con la sapienza e la profondità che a fatica ammettevo in una bambina di non ancora dieci anni. Cominciavo a conoscerla, quella creatura dalla pelle rosa chiaro come una pesca. Avevo incontrato Clara e gli altri scolari della Quarta A all’inizio dell’anno scolastico, quando a settembre mi fu affidata la classe. Tornavo finalmente a Massafra, mia città natale, per la prima volta da insegnante. E ci arrivavo nel modo migliore, ottenendo l’insegnamento nel salotto buono, nella storica scuola elementare Carlo Collodi. Il direttore didattico mi presentò alla classe il giorno prima che cominciassi le lezioni. Ricordo che era imbarazzato nell’introdurre a colleghi e discenti quel giovane insegnante dai capelli lunghi, con la barba incolta e un orecchino che faceva bella mostra. In seguito presi a tagliare la barba e a portare i capelli più corti, conservando solo il piccolo monile che non mi sembrava, dopotutto, offendere la memoria dei miei genitori, entrambi un tempo insegnanti elementari.
Conoscevo Clara e gli altri scolari, dunque, soltanto da alcuni mesi. Le famiglie da cui provenivano mi sembravano dignitose: alcune benestanti, altre di agiati professionisti o dedite al commercio, altre ancora di ceti impiegatizi, operai o contadini.
La mattina volò via e quando lasciai la scuola l’episodio di Clara sulla moltiplicazione andava diluendosi nei pensieri. La giornata di pioggia e scirocco non mi aveva impedito di tirar fuori la moto e, considerato il rischio che la solitudine alimentasse un pomeriggio languido e ozioso, decisi di prendere la via del mare. I pochi chilometri da Massafra a Chiatona scorrevano davanti alla visiera del casco tra ulivi, agrumi e filari di viti. La terra ai piedi delle vigne e sotto i fusti legnosi era molliccia e acquitrinosa, e di tanto in tanto vi planava una gazza ad abbeverarsi. Non pioveva più quando raggiunsi il lungomare e parcheggiai la moto custom davanti al caffè.
Solo qualche pescatore animava il silenzio della baia. Sedetti a un tavolino protetto dal gazebo di giunco e presi a leggere la rivista di filosofia.
Quanto tempo era passato dalla laurea? Dalla discussione della tesi su Metafisica contemporanea e pensiero debole? Quindici anni. Mentre a Natale sarebbero stati ventitré che mamma, dopo solo due mesi, raggiungeva mio padre nella gloria dei Cieli. Solitudine e studio: questo mi appariva il menù della vita.
A trentanove anni ero tuttavia persuaso che potesse bastare l’essenziale, se non per essere felici, almeno per dare un senso alle giornate. Il punto era comprendere cosa fosse essenziale nella mia esistenza, e se l’essenziale fosse, una volta scoperto, il medesimo per sempre.
Il fruscio dei passi di Cesare ne annunciò l’arrivo. Mi salutò, felice di vedermi, e sedette al tavolo.

Il compito di Clara di Alessandro Faino – Leone Editore, 2012 – pag. 155

Il commento di NICLA MORLETTI

“Il compito di Clara” è un romanzo che cattura l’attenzione sin dalle prime pagine. Già il titolo e la copertina invitano alla lettura per l’immediatezza delle parole e delle immagini. Una storia bella, toccante, coinvolgente: un maestro di una scuola elementare di una cittadina della Puglia ionica magicamente incastonata fra il mare e le gravine, cerca di comprendere la malattia e la sofferenza di una bambina, dal volto triste e il corpo voluminoso. Si tratta di Clara, alunna della quarta A, diversa da tutti gli altri bambini. Ma cosa si cela dietro a quello sguardo triste? Il lettore si pone mille interrogativi, come il maestro del resto.
Di Alessandro Faino, colpisce la grande passione ed il suo amore per la letteratura indirizzata all’infanzia, elaborata con dolcezza, sentimento e stile. La sua narrazione ci rivela un animo gentile, pieno di amore per la vita ed ogni cosa che essa racchiude. L’autore trasfonde e trasforma meravigliosamente l’espressione calda e umana del suo sentire in un’attenta riflessione e duttilità di linguaggio come solo la sua penna ci può donare.

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4 thoughts on “Il compito di Clara di Alessandro Faino

  1. Mi sembra molto bello,profondo,commovente ed è bello anche il fatto che si cerca di capire cosa c’è in una piccola-grande testolina di una bimba.
    Inoltre ha una narrazione che ti da tanta serenità e pace malgrado l’argomento sicuramente profondo.
    Complimenti

    Barbara

  2. La copertina di questo libro mi ha colpito subito!
    Mi ha richiamato alla mente l’infanzia, un mondo apparentemente spensierato…ma guardando bene il disegno, si capisce che il mondo non è poi così spensierato per tutti i bambini.
    Trovo anche molto curiosa la filosofia di Clara.
    Sono molto curiosa di leggere questo romanzo!

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