Il barcone si era allontanato da ore dalle coste libiche ed il sole, finalmente tramontato, aveva ceduto il passo ad una leggera ma fresca brezza che rinfrancava in parte il carico umano diretto verso nord ovest.. Indisar lasciava che il dolce rollio provocato dall’acqua cullasse la sua stanchezza, cercando di mettersi quanto più comodo possibile nell’angusto spazio che si era guadagnato a fatica. Non riusciva a distendere le gambe e si sentiva stringere da un lato e dall’altro dagli altri compagni di quel viaggio che lo avrebbe portato finalmente lontano dai lutti, dalle miserie del suo paese. Aveva contrattato a lungo il prezzo del suo sogno ed alla fine aveva pagato mille dollari americani per salire su quel natante in pessime condizioni, tanto che prima di salpare si era chiesto più volte se non fosse il caso di rinunciare; aveva sentito troppe volte di gente come lui che non ce l’aveva fatta.
Sapeva che gli scafisti, una volta approssimati alle coste italiane, erano soliti gettare uomini e donne nelle acque del Mediterraneo quando avvistavano il pericolo di una motovedetta, riuscendo spesso a farla franca. Sapeva anche che quelli che morivano in mare, se non venivano raccolti subito, erano restituiti, dopo qualche giorno,dalle correnti che li portavano alla riva che era stata la loro mèta da vivi. Ma, ripensando a ciò che si lasciava alle spalle, si era fatto coraggio tenendo a mente una frase e ripetendola più volte “Ero vivo tra i morti, non arriverò morto tra i vivi.” questo si diceva, sorridendo, mentre la luna ammiccava dal cielo e sembrava dare man forte alle sue speranze. Non aveva nulla con sé Indisar, come del resto tutti i passeggeri del barcone, ma si portava dentro il segno profondo dell’abbraccio confuso di sua madre, rimasta al villaggio con quello che restava della sua famiglia un tempo numerosa ed ora sterminata dalla guerra civile. Una donna minuta e invecchiata nella metà del tempo impiegato dalle donne occidentali; non si spiegava Indisar come potesse contenere tutta quella quantità di addii e di sofferenze che avevano rosicchiato i suoi anni più belli. Distolse il pensiero da sua madre e si guardò intorno, aveva sete e fame, i crampi allo stomaco si facevano insistenti ma poteva resistere: non sarebbe stato un problema per lui, abituato a mangiare decentemente solo quando arrivavano gli aiuti umanitari. Il barcone era carico all’inverosimile, si trattava per la maggior parte di giovani uomini, qualche bambino e poche donne; una di loro era incinta e sembrava anche in stato avanzato. Era seduta di fronte a lui con l’aria smarrita e tutta la paura possibile sprofondata nei suoi occhi scuri; il marito, che le sedeva accanto, aveva cercato ripetutamente di rassicurarla prima di addormentarsi esausto,ma Ai’sha continuava ad ascoltare il battito tumultuoso del suo cuore mentre con una mano si accarezzava il grembo: delicato involucro che conteneva il suo bambino. Indisar sorrise verso quel viso così immeritatamente turbato che timidamente ricambiò e si distese per un attimo che il ragazzo fermò nella sua memoria per sempre. Il sonno lo abbatté poco dopo, ma fu solo un gioco di dormiveglia che, se non lo ristorò almeno lo aiutò a passare quella notte che sembrava infinita su quel mare nero e luccicante. All’alba vide i primi raggi di sole imbrogliarsi con la linea dell’orizzonte, fece per alzarsi ma un dolore secco alle ginocchia glielo impedì e poi non c’era nemmeno lo spazio per fare due passi se non camminando sui corpi ammassati che ancora erano assopiti. Cominciò a diffondersi il puzzo nauseante degli umori rilasciati da chiunque durante la notte con la complicità del buio, Indisar si era vergognato a morte e aveva trattenuto la sua urina ed ora le fitte spastiche gli attanagliavano il basso ventre. All’improvviso iniziò una strana agitazione attorno a sé, vide Ai’sha raggomitolarsi su sé stessa in preda a quelle che capì essere le doglie del parto, il marito chiamò aiuto dicendo che era troppo presto, che non era il tempo. Alcune donne si fecero largo e cercarono di soccorrere la ragazza che sanguinava mentre gli scafisti guardavano da lontano infastiditi dal trambusto che rendeva ancora più precaria, se possibile, la stabilità del barcone. Indisar dovette far leva su sé stesso per non vomitare alla vista di Ai’sha in quelle condizioni e del marito che la teneva tra le braccia e la pregava di non abbandonarlo, ma lei non lo guardava più e sentiva la vita uscirle fuori senza che potesse far nulla per trattenerla. Si lasciò andare proprio mentre si avvicinavano sempre di più al profilo di una piccola isola il cui nome, imparato a memoria e mai compreso, fu mormorato in un sommesso passaparola “Lampedusa… Lampedusa?” Ma Indisar non ci fece caso perché la morte, da cui fuggiva, sembrava perseguitarlo e non dargli tregua, anzi, ora lo sovrastava attraverso la bellezza di quella giovane donna e gli trasmetteva il senso sconfinato dell’ingiustizia. Se ne sentiva invaso e dolorosamente coinvolto, sapeva che ne sarebbe rimasto segnato per sempre e che, dovendo cercare un motivo per non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza di quel viaggio e di tutto quello che rappresentava per la sua vita, lo avrebbe trovato racchiuso nel ricordo del breve momento in cui Ai’sha gli aveva sorriso.

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6 thoughts on “Il viaggio

  1. Ho affrontato questo problema più volte e sempre facendo satira. E non so dire se allora l’amarezza sia stata inferiore di quella provata scrivendone con tutto quello che ho potuto tirare fuori da me e che solo lontanamente si è avvicinato alla realtà. E’ una situazione odiosa, per la gente disperata che arriva da noi e per la gente della piccola isola che vive di turismo e che è inserita in una economia critica già di suo. Non esiste un rimedio certo né immediato. Possiamo solo augurarci che qualcuno lo trovi o comunque che provi realmente a trovarlo.

    Un caro saluto ed un abbraccio a tutte voi, grazie.

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