Caro amico,
finalmente!
È proprio il caso di dire “finalmente!”, dopo tanti inutili discorsi protrattisi per mesi. Durante i quali, non dicendoci nulla in realtà, ci siamo frequentati più che non negli ultimi trent’anni. Parlando per ore del comportamento degli amici, della possibilità di viaggi, degli affari, dei guadagni. Questo soltanto è stato il tema dei nostri discorsi, mentre la vita scorreva, sempre in avanti e, sempre, carica del suo mistero. Quella vita che, liberi e spensierati, abbiamo rincorso da ragazzi e che oggi ci si ripropone con un altro volto. La cui tristezza è espressa nella tua sofferenza.

Eravamo sulle scale di casa tua e tu, mentre mi stingevi la mano per salutarmi, te ne sei uscito con una domanda. Dopo tutti quegli inutili discorsi, protrattisi in mesi interminabili. Con la necessità di avere amici e persone che ti vogliono bene al tuo fianco, per rendere il tuo volto meno contratto e vedere talvolta, sullo stesso, un sorriso.
Ti dirò, con grande sincerità, che nelle mie ultime visite, mi sono sentito veramente un estraneo, proprio in quella tua casa, a me così cara. Sentivo che la singolarità dell’evento, che ti coinvolgeva, invece di unirci ci separava. Percepivo che la tua sofferenza mi spingeva a dirti quanto io ritenevo opportuno, ma non ne sono stato capace. In quanto reputavo che quell’immagine diversa della mia persona, che ne sarebbe uscita, avrebbe potuto rompere l’equilibrio del momento, da te costruito per fronteggiare un tuo momento difficile, con una esigenza che ancora non era in te.
Non c’è da stupirsi di quanto ti dico, perché quelle sensazioni da me provate sono sicuramente, con implicazioni diverse, ciò che prova una persona, in salute, in visita a chi non sta bene. Tutto allora sembra irreale e, credimi, non importa se la persona che si va a trovare sia un amico od un estraneo.
Un amico crea certamente una situazione più coinvolgente, ma il fatto non altera la situazione di confronto, tra le due persone.

Al riparo dal caldo afoso e seduti su di un comodo divano, abbiamo parlato a lungo, nella penombra del tuo salotto, ma quasi sempre è stato come se ci muovessimo nei ruoli prestabiliti della malattia e della salute.
Nei momenti difficili, in cui ti vedevo abbattuto, avrei voluto andare oltre ai discorsi di convenienza ed alla massa di ricordi che ogni incontro richiamava. Averi voluto dirti qualcosa in più e che, nel caso, riguardava proprio me. Mi veniva di dirti di come credo nell’Esistenza e per come, quanto da te vissuto, abbia per me un senso profondo. Sentivo però che poteva non essere il momento adatto e che, quanto da me raccontato, avrebbe potuto non aiutarti. Avrei dovuto farlo?
Non lo so. Probabilmente, come ti ho detto, sarei stato inopportuno. Anche se credo che si debbano dare sempre delle risposte a quanto l’esistenza richiede.
Poi improvvisamente te ne sei uscito tu con la tua domanda ed hai sovvertito ogni pensiero e ragionamento.

Ci stavamo lasciando e come al solito all’ultimo momento.
Il mio treno aveva la partenza a non più di un’ ora quando te ne sei uscito con la domanda «Ma Dio esiste veramente?».
Sembrava, pochi minuti prima, mentre io ero sempre più sulle spine per il poco tempo a disposizione, che tu proprio non potessi interrompere il tuo racconto. Un racconto forse banale, ma a noi caro, di una gita a Sabaudia, in allegria e spensieratezza, in una splendida giornata di primavera. Ti dilungavi per come quel tale era vestito e per come si era comportato, addirittura più di quarantacinque anni fa. Hai in effetti una bella memoria se ti ricordi che indossava un vestito blu a righe bianche come se dovesse andare ad un matrimonio, mentre noi, ragazzi e ragazze, eravamo in blu jeans. Mi chiedevi, al contempo, se mi ero dimenticato che li compravamo a Porta Portese, in un banchetto in fondo in fondo, vicino alle arcate.
Ti ricordavi, come io del resto, che i proprietari del banco erano un gruppo di fratelli e si chiamavano Salinas.
Quei vecchi e cari jeans. Una gloria di cui ci fregiamo ancora, dato che a Roma noi due siamo stati tra i primi ad indossarli.
Sono ormai per le scale, trafelato per i minuti contati. Che assurdità! Avrei voluto stimolare questo dialogo nei tanti momenti oziosi dei nostri incontri ed invece no. Mi trovo a farlo in fretta e furia, rincorrendo un treno che forse perderò. «Ora proprio non ho tempo per risponderti, ma ti scriverò in merito, te lo prometto» e sono sceso di corsa, mentre mi risuonava in testa la tua domanda «se Dio esiste» e la mia risposta «sì Dio esiste, anzi Dio È. Dio È ovunque, soprattutto dove c’è sofferenza».
Eccomi, dunque, con queste mie righe a mantenere la mia promessa e, in un certo senso, grato che le cose siano andate per come sono andate. Dandomi così modo di raccontarti, per iscritto e quindi con molto tempo a disposizione, il mio grande viaggio verso la conoscenza di Dio.
Il racconto, come avrai modo di leggere, nasce da quanto è avvenuto, a mia insaputa, nella mia vita e potrà stimolare, a tua insaputa, le risposte all’esistenza ancora sepolte in te.

IL VOLTO DI QUELLO SCONOSCIUTO (lettera ad un amico) di A.R.F. – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 pag. 268

Il commento di NICLA MORLETTI

“Dio È” scrive l’autore. E rivolgendosi all’amico dice: “Ti prenderò per mano, permettimi questa metafora e, partendo dalla mia infanzia, avrò modo di descriverti come io ne sia venuto a conoscenza”. Mi hanno colpito molto queste parole come la struttura di tutto quanto il libro del resto, con il percorso a ritroso nel tempo dell’autore che lo caratterizza e lo rende, in un certo senso, unico. In uno stile sciolto e dinamico si prendono per mano, via via che procede la lettura, ricordi, riflessioni e appunti che si snodano lungo il periodo che va dalla guerra sino ai giorni nostri nella città di Firenze. Un percorso spirituale di notevole interesse. Può la meditazione penetrare i nostri ricordi così a fondo da farci ritrovare felici su un prato? Io dico di sì.

© 2012 – 2014, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

One thought on “Il volto di quello sconosciuto (lettera ad un amico) di A.R.F.

  1. Dio e’. Dio ci guarda. Dio ci soccorre. A.R.F. affronta ne ” Il volto di querllo sconosciuto ” il tema centrale di ogni esistenza. Anche dell’ agnostico. Sopra tutto dell’ ateo. Per sottolineare la soprannaturalita’ della nostra vita. Tra le misurie del corpo e il paradiso dell’ anima.

    Gaetano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 Togli la spunta se non vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento in questo articolo
Aggiungi una immagine