Vortex

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Chimica, perché siamo anche atomi, molecole e note musicali, e odore di ipoclorito di sodio, e parole sconnesse di una canzone con pretese di melodia, e la melodia c’è, un po’ sincopata e singhiozzante, ma c’è e veicola l’attività elettrica dei neuroni nell’aria, in altri atomi e molecole che se solo volessi potrei toccare con le punte delle mie antenne da marziana, di radar volto a monitorare angosce e note stonate fuori sintonia con la vita che consuma la vita.

Con le mani giunte come in preghiera mi perdo nel labirinto dei miei pensieri veloci, vorticosi, la testa china in avanti, la fronte sugli indici uniti e gli occhi chiusi volti a dissezionare i ricordi passati con precisione, meticolosità e un’ombra di accanimento. Assorbo il mio odore con tutti i sensi e mi riparo al mio stesso calore, l’unico possibile, l’unico confortante: come home baby.

E lo sguardo inchiodato al muro davanti ai miei occhi acquosi, il vecchio quadro vecchio come la storia del mio dolore inchiodato come Cristo -mio fratello morto per me, hanno detto- ma solo io ho il diritto di morire per me stessa portandomi dietro i nodi non sciolti di un primo pomeriggio piovoso ma pieno di speranza di fronte al mare di Alassio. I primi freddi, le barche, il dedalo di viuzze ed io e lui ancora convinti della nostra solidità, roccia opposta alle burrasche della vita, alle onde bianche di spuma. La ragazza bruna dai corti capelli arruffati si avvicinò: acquerello o carboncino?

Nel mondo, nelle strade del mondo che ho percorso ci sarà sempre un po’ di me, anima tornata a stillare gocce di lacrime e sangue, liquidi persi diluiti nei mari solcati sotto il sole di un ottobre lontano. Due corpi vicini ma le essenze si cercavano ancora, impresa ardua, codici sbagliati, incompatibili prodromi di un decennio di recite future ma inconsapevoli: sinceri propositi di solidità costruttiva, ma non avevamo fatto i conti con il tornado che ci ha spazzati via come tetti di paglia.

Ciel tinto rosa

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Striature rosa nel cielo verso ovest mentre sta tornando a casa. Fosse possibile accostare e scendere, proprio in quel punto un po’ alto della strada dove si ha l’impressione che la pianura si distenda lungo quel tramonto dai colori inattesi. Ma non può, e così continua a guidare e ad ascoltare quel piano che accarezza i minuti che restano, prima che arrivi a casa. Allora rallenta: uno stratagemma per avere più tempo. Più tempo, ora che il pensiero si fa finalmente fluido che sembra di scorgerne la consistenza, come se fosse materia. Un pensiero da toccare. La consapevolezza d’averlo. Dipanarlo. Chiarirlo. Tenerlo, lasciandolo libero d’andare. Macchine che sorpassano e le sfrecciano accanto. Ma dove corrono tutti? E lei rallenta, ancora. Ci sarebbe da lasciare andare l’auto dove vorrebbe, per non fermare questo dilatato momento d’intimità con il suo pensiero. Che non è un pensiero preciso, piuttosto un pensiero che racchiude il sentire della vita. Non riuscirebbe a spiegarlo. Ma non vuole nemmeno provarci, dopotutto, perchè le toglierebbe la concentrazione di quell’attimo. Ci sono singoli attimi che si vivono intensamente anche se solo stai pensando. C’è qualcosa di straordinario in questo. Nel rettilineo che le si dispiega davanti, una fila di lumini rossi s’accendono. Frena. Dolcemente. Svolta. Pochi metri e poi parcheggia. Spegne le luci. Smorza la musica. Sconnette il pensiero. Scende e chiude la portiera. Da ora farà le cose di sempre. Però c’è che stasera, sarà stato anche per quel cielo tinto rosa, sorride dentro.

Immagine: foto di Arsomnia

Miraggio di vita

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Il sole era appena apparso a colorare questo pezzo di mondo, l’aria frizzante accarezzava pensieri evasivi ed ero lì, dimenticata nel letto da otto anni, intorpidita da una vita frenetica in attesa della “svolta”.
Ossessionata da una società che utilizza il “cogli l’attimo” oppure l’elegante “carpe diem” come uno spauracchio, ho sempre sognato di viaggiare oltre la fantasia. E invece ali di cartone t’inchiodano al pavimento del dovere e naufraghi nel tran tran quotidiano. Allargo le braccia, mi lascio baciare dai raggi del sole, i suoni della città rimbalzano nella stanza e mi richiamano alla vita… Chiudo gli occhi e vedo la mia casa. La casa dove sono nata e il mare e tu ci sei, sei lì ti specchi nei miei occhi e mi tieni per mano. Mi dici che mi hai sempre aspettato, che ricordi la prima volta che mi hai visto e con dolcezza scosti i miei capelli, mi dici che so di mare, del mare che ti manca… Ricordo anch’io quella prima volta. Fui così impacciata da non chiederti il nome ma ti avrei riconosciuto ad occhi chiusi solo dal tuo profumo, un profumo che sapeva di casa. Mi hai portato sugli scogli da lì, mi mostravi le rotaie e il treno che spezzava la tua voce sovrastandola con il rumore del suo passaggio. Quanto rammarico nella tua voce. Il treno ci ha sempre separato, ha spezzato il nostro tempo e con sé ha imprigionato l’amore, soffocato dalla nebbia della distanza. Mi hai stretta forte chiedendomi perdono, lì la mia anima si sciolse tra le tue mani scivolando come sabbia. Ricordo l’ultimo dell’anno con Luana, il tuo amico Alessandro e le altre coppie. Il nostro primo ultimo dell’anno, tu sempre in ritardo… Ma per la prima volta in giacca! Com’eri elegante! Poi il tuo sorriso. Con un inchino dicesti: “Vuoi ballare?” I tuoi amici rimasero stupiti mentre io accarezzavo le stelle e non vedevo altri, c’eravamo solo IO e TE. IO e TE, la musica assordante di un carillon scordato. Sale sulle mie ferite, ma mi persi in quel ballo…
Una porta che sbatte… Sobbalzo nel letto, sgualcito un camice bianco… Dove sei? Con un filo di voce chiedo di passarmi uno specchio, la ragazza con fare superbo mi domanda quasi stupita cosa devo farmene come se avesse una scadenza per essere usato… Lo specchio riflette deturpata la mia immagine: fili d’argento i miei capelli, non brillano i miei occhi e sperano che le flebo cessino, che il tempo si compia, che la luce si spenga e cali il sipario. Chiudo gli occhi. T’immagino sorridente al mio fianco, so che è lì il mio posto, faccio la mia scelta e ti seguo, seguo la scia di profumo che emani, non lascerò agonizzare il mio cuore, non più.
Gridatelefonicarrelliallarmicampanelliimpazziti… Ho tanto freddo ma sono felice. La porta è chiusa. Davanti c’è un medico che parla a della gente in lacrime. Tutti parlano di me al passato…


Immagine: L’abbraccio di G. Klimt, particolare

La tentazione di esistere

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Stanza n. 25. Chiudo la porta. E lascio fuori tutto ciò che non mi appartiene. Qui. Adesso. Ho l’occasione che ho tanto atteso di perdermi per ritrovarmi. Diversa. Sciolgo i capelli e ravvio i pensieri. Indosso un abito nero, stretto, che mi fascia tutta. E sento il peso di quella stretta. Al cuore. Ti sto aspettando. Arrivi ed è così. Un ventaglio di luna tra mani di fango. E’ tanto che ti aspetto, sai. E tanto che aspetto me. L’odore di noi si può quasi toccare. Occhi a cercare parole.
Parole come morsi. Di fame. Che aspetti? Uccidimi. Sono qui che ti chiamo per nome. Non vedi? Tu con il tuo cappello che ti delimita perché a un certo punto finisci. Ed è proprio da quel punto in poi che per me cominci. Tu che vieni dal mare e hai addosso il sapore di occhi sconosciuti e mani sporche. Tu che hai avuto donne senza volerle, senza cercarle. Senza capirle. Tu che hai l’amicizia di altri uomini: marinai di marciapiede e naufraghi aggrappati a un tavolo che galleggia nel vino. Tu che continui a navigare. Il mare. Il cielo. Il cuore. Tu in cerca di un’isola di silenzio, di un’isola di pace dal rumore del mondo. Tu che hai subito un danno e che sei pericoloso tanto quanto il danno che hai subito. Tu che non comprendi, ma che mi strappi la pelle a morsi. Tu che mi togli il fiato e che ti rubi i miei pensieri. Tu che hai sempre le parole giuste. Tu che non hai mai le parole per tutti. Tu che sei il mio limite. Tu che sei la mia possibilità. Io in te mi perdo e il desiderio di perdermi è un abisso senza fine. Tanto quanto la tentazione di esistere. Per te… [Continua...]

Alla mia famiglia

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Assiema a te
l’amore
distilla come favo
aurore di fuoco.
Il cuore
s’incendia di cielo.
La gioia è laboriosa
come miriadi di formiche.
I sogni
non sono bozzoli
ma farfalle.
I pensieri spazzolano la noia
e fanno brillare i giorni.
L’entusiasmo indossa
il suo vestito più bello.
I sorrisi respirano
a pieni polmoni.
L’anima scrive
filastrocche di luce.
Assieme a te
la vita
non sopravvive
ma vive.

Immagine: Alla ferrovia di Édouard Manet

Messaggi del mare

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Accarezzi, sfiori, lambisci
lievemente, dolcemente
intensamente lo scoglio.
Le tue onde si smorzano
sulla battigia, vi si adagiano
vi si frangono, spumeggiando
in un abbraccio
carico di emozione
per essere risucchiate
prender licenza in un armonioso
e vorticoso riflusso
e riportate lontano
lasciandoci in regalo
ricordi di un tempo trascorso
di attimi fuggenti, di gesta…
Tutto raccolto in luoghi lontani
da fiumi, da ruscelli
da sorgenti, da boschi
ma tutti messaggeri
d’amore e di libertà,
da gente che vive le storie del mondo.
Fantastici giochi di colore vedo
nella serale romantica penombra
di un rosso tramonto di luce riflessa
dall’immensità del cielo
che simboleggian la vita
il tempo che passa
e il giorno che muore.
E quando la luce è assente
e la luna nascosta
e le stelle del cielo
si rispecchian lucenti
complice sei di amori che vivono
di amori che nascono
di sentimenti profondi.

Immagine: Sunrise over the Caribbean sea, Playa del Carmen, Mexico di John Elk III

Oksana

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Viaggio sotto il cielo azzurro della bella riviera adriatica affollata di bagnanti che si tuffano nel mare mentre io corro a tuffarmi nelle tue inquiete braccia.
Credevo d’impazzire. E’ pericoloso innamorarsi quando la vita volge al tramonto.
La tua fuga è stata una frattura che ha spezzato in due la mia esistenza. E quel mio intimo edificio, che avevo decorato d’incanti e di desideri, è crollato improvvisamente nell’amarezza.
Pure, nelle rovine di sogni accarezzati, una speranza illumina ancora il mio cuore. Mi hai chiamato per nome al telefono. Dunque mi ami ancora? Come l’hai pronunciato bene. Ho sentito il mio nome pervaso di poesia nel sospiro della tua voce vellutata, sembrava una carezza.
Significa forse che le incomprensioni sono superate, i dubbi dispersi, la tempesta placata?
Immagino un nuovo sentimento, nato dal nostro caos, sorretto da un senso di eternità. Spero di non illudermi.
O mi sono già illuso? Credimi, ho sofferto molto quando sei andata via.  Sono passate settimane e non so dimenticare.
Non vi è né ieri né domani nelle forti riapparizioni della memoria, vi è solo sempre. Il tempo può consumare i giorni ma non i fremiti della mia anima che cerca te, mio sogno, cui ho donato l’impeto del mio ultimo ardore.
So che risplende come perla il tuo occhio attento, sulla tua fronte l’orgoglio di un pensiero che non sa cedere nemmeno alla palese evidenza.
Io ti tenevo tra le braccia come lo stelo un fiore, tu sapevi dissetare la mia anima riarsa, sapevi commuovermi al rosso di un tramonto, alla nota di una canzone, al sussurro di una parola e sentivo crescere in me, attimo dopo attimo, l’intensità di questo amore.
Così sarò fortunato se sarò accolto da te in questo caldo pomeriggio, con questo colletto che mi stringe la gola, dopo il viaggio che ho fatto.
La notte scorsa ho ripensato un po’ a tutto e ti ho chiesto di incontrarci. Non voglio essere pessimista nelle previsioni.
Verrai elegante. Sarà una vertigine per me vederti, dopo averti salutato ti prenderò il braccio con l’intimità di un tempo, cammineremo insieme lungo i viali ombrosi rischiarati dal raggio del tuo sguardo, tra rondini impazzite nel cielo, mentre io riempirò l’aria con propositi di passione.
Non ti amo, ti adoro. Sei la meta delle mie aspirazioni, la dea che sa farmi volare alto. Ho creduto nel tuo sentimento, non sapevo che in esso, per riconoscenza al mio, si addensava l’ombra dell’ipocrisia. Te ne sei andata nel silenzio. Forse attendevi questo atto come una emancipazione.
Ma non sai che la vera fiamma brucia una volta sola negli anni migliori e io ho colto il tuo mattino prima della mia sera, brivido di giovinezza prima della nostalgia.
Resta con me, Oksana. Vedi, sono disposto a continuare così, senza averti accanto, senza domande. Mi hai fatto conoscere il limite della mia anima, incapace di arginare l’impeto di questo amore e, consapevole, io ti dono, come mai prima, tutto me stesso. L’accetti?

Immagine: V. Corcos – Sogni, 1896

Il fungarolo

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Il mio stile di osservare la natura e i comportamenti degli uomini mi porta quotidianamente a fare delle riflessioni interessanti.
In questo periodo storico sono letteralmente bombardata da informazioni che riguardano catastrofi naturali (il dissesto ambientale sembra arrivato nel  punto di non ritorno),  violenze inaudite (figli che ammazzano genitori e viceversa, delitti efferati in ambito familiare, stupri e pedofilia),  tanti conflitti di comunicazione dettati da interessi privati (vedi la politica), o scaturiti dal bisogno di prevalere, prevaricare per schiacciare qualcuno;  tutto questo inevitabilmente mi rattrista,  mette il malumore e mina alla radice la mia fiducia nell’universo e nelle cose belle che ci sono.
Il brutto, il negativo, il peggio che c’è nel mondo mi viene buttato addosso, non occorre che  lo cerco, anzi, anche volendo non me ne posso liberare. Le notizie del TG e dei giornali sono di una violenza unica ed entrano nelle mie orecchie dalla porta principale, la sfondano.
La conseguenza è che vengo a volte travolta da questa ondata di negatività che in qualche modo condiziona i miei comportamenti, affievolisce i miei slanci, appesantisce le mie ali rendendo il volo più faticoso, pesante, incerto, non armonico.
Poi mi giro intorno e incomincio ad osservare il mondo con l’occhio attenta della ricercatrice, di colei che vuole assolutamente qualcosa di positivo e valido per affiancare, rinforzare le decisioni da prendere, per vivere quotidianamente una vita di qualità.
Ho trovato! L’atteggiamento adatto e giusto è quello del cercatore di funghi! [Continua...]

Nel lungo cercare

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A lungo ho cercato…

Non corpo da ali brucianti
Non ricchezze
Torri d’avorio
Miserie
Mercati di cose perdute
Pendule cornici di opachi specchi
al nulla aggrappati

A lungo ti ho cercato…

All’alba
se flessuose veleggiano le nubi
e il cielo concede il suo zefiro,
di spiriti spettri si dissolvono
per dimenticare sembianze e pianto

A lungo ti ho cercato…

per navigare
oltre i confini del pensiero
superare tra affini piaghe dell’anima
il baratro dell’illusione

Un fiore
sospeso fra giunchi di silenzi
ho raccolto…

Dolce apologia per un’altra vita…

Immagine: L’eco di un sogno – David Graux