Non c’è amore più grande

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La notte qui è dolce e tiepida, le foglie del castagno della chiesetta di fronte si stagliano contro il profondo blu del cielo.
Mi basta tendere la mano per toccare simbolicamente il cielo e sentirmi amata, come per altri basta sfiorare la spalla della propria anima gemella.
Sento scendere su di me una grande pace mentre ripercorro gli avvenimenti del Triduo Pasquale, gli incontri indimenticabili del Molinello, le emozioni profonde che ho vissuto.
Congiungo ciascuno di questi con il silenzio e la grande solitudine della notte e …scopro che al di là della comunicazione si trova la comunione, quel momento dopo il silenzio che unisce gli esseri più di quanto saprebbe fare un qualsiasi “ti voglio bene”.

L’amore può essere immenso, come la notte stellata in cui sento quasi il desiderio di dissolvermi, e la felicità si trova là dove la si lascia entrare.

E’ il momento di accogliere la grande tregua e i grandi sogni della notte, abbandonando l’agitazione rumorosa della città.
E’ l’ora in cui l’oggi raggiunge il domani, in cui l’uno continua a cedere il passo all’altro e non riesce a decidere chi passerà per primo.
E’ l’ora in cui i tiratardi continuano a chiaccherare sul marciapiede, ben dopo essersi detti arrivederci.
E’ l’ora in cui i bimbi affidano i loro sorrisi agli angeli del sonno. L’ora in cui gli amori lontani tirano fuori il sorriso dell’amato, come segno anticipatore del canto del giorno dopo.
E’ l’ora in cui la terra sembra dire a ogni uomo: non lasciarmi, mi sento tanto più bella quando ci sei tu!

Che la vostra notte sia serena e tutti i vostri sogni siano belli!

Milano, 24/3/2008 h.21.28

Se potessi

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Se potessi
con le lacrime
ribattezzerei di sogni
le vicissitudini
della povera gente
e mi trascinerei da solo
come un cane
la contentezza
degli altri.

La legge di un addio

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Non era bastato un addio per quell’amore. Scoppiato come un uragano, con tutta la passione, sembrava unico e per sempre tanto da progettare mille progetti.
Era stato suggellato da un ministro del Signore e da un anello perché si stava per guastare.
Il bimbo nato da quel letto ufficiale era biondo e molto bello, la casa nuova e linda, gli sforzi si ripetevano ogni giorno, ed anche i diritti ed i doveri.
E lentamente quella gabbia diventava stretta, si sentivano compromessi i sogni, finite le illusioni.
Nuovi giorni senza spazi per il cuore, nuove notti consumate nell’abitudine e nell’indifferenza.
Scoppiava colpendo tutti quanti quella rabbia e il letto del dovere diventava angusto quanto quello di una cella di prigione. Il vento aveva spento tutto il fuoco. Di mondi sconosciuti non era rimasta che una leggera scia, di occhi che si guardavano ammirati, ora si vedevano solo dei difetti.
Non bastava più un addio per quell’amore che oramai era solo rancore. Adesso disprezzo e risentimento.
Era finita la poesia e al posto di prati in fiore c’erano foglie spezzate dal vento.
Di mille giuramenti non erano rimasti neppure pallidi rimpianti.
Non esistevano che cocci da recuperare, restava solo il frutto di un impossibile accordo.
Il bimbo era cresciuto ed era sempre bello, ma andava malvolentieri a scuola, era piccolo ma ogni giorno capiva più di un poco.
Attendeva in un’attesa dolorosa. Un uomo in toga avrebbe deciso adesso il suo futuro. Quanti alimenti e quanto amore gli toccava a giorni alterni, per quanto doveva ancora essere una palla.
Quante ripicche avrebbe dovuto sopportare e quante case ancora da cambiare. Senza sapere se aveva avuto lui pure qualche colpa, sarebbe diventato un uomo ma forse, finalmente, avrebbe deciso lui come doveva finire un amore.