Alzheimer e dintorni

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Una casa padronale
una residenza nobile
un tempo
una corte interna

dita scorrono sulle tastiere
sfiorano note
polka, mazurka, valzer
mantici come ventagli

arti circolari si muovono a comando
a sopperire un’assenza senza speranza

qualcuno balla seguendo il ritmo
i passi, le giravolte
ricordi della giovinezza

dimenticato è il loro nome
la loro età
il numero dei figli
il loro passato remoto confuso con l’imperfetto ed il prossimo

si vedono sorrisi
c’è chi dice che è felice
la non presenza degli affetti non si fa sentire

c’è chi si incupisce
occhi velati da lacrime in uno sprazzo di lucidità
prima di piombare nuovamente nel caos.

Lovaria, maggio 2005

Immagine: Erwartung di Marianne Korbien-Braun

La Casa del Viandante

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Ho camminato tanto, senza una meta precisa. Pioveva, nella strada buia, da lontano una luce illuminò il mio viso, lessi: “Casa Del Viandante”. Mi sono fermata, e lì ho riscaldato il mio cuore; musica, un camino acceso, e gli occhi di chi aveva smarrito la strada, come me. Mi sono seduta, ho ascoltato, ho raccontato, ho pianto e riso; e c’era Marta, Alice, Margot, che trascinavano pure, le loro sacche lacerate. Un vecchio signore, si sedette vicino a noi, voleva ascoltare, ma lui era un uomo, non avrebbe mai potuto capire le ferite dei nostri animi. “Dovete ripartire donne”, ci disse, “non potete fermarvi qui”; io ci resto, non perché sono vecchio, sono qui, da quando ero giovane, io non sapevo sognare, avevo il cuore inaridito, ma voi no; vi hanno ferito accarezzandovi, ma voi proseguite, laggiù c’è un fiume, e una leggenda narra, che chi si lava il viso, con quell’acqua, riprenderà la giusta via; fatelo anche voi, avete fantasia e voglia di crederci, sono sicuro, non vi smarrirete più. Era un uomo, ma una cosa l’aveva capita, che le donne sanno sempre inventarsi la vita.

Immagine: Sisters dressing di Edward Martinez

Sogno d’amore

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Brividi sulla pelle,
fruscii di seta.
Canne al vento
intonano una canzone
nell’aria rarefatta della sera.
Ti stringo a me,
e i nostri cuori
vibrano d’infinito,
mentre rubiamo al sole
un suo ultimo raggio.
E poi
tutto tace d’intorno,
parla soltanto
il linguaggio muto dell’amore,
mentre noi
scivoliamo lenti
nel cuore della notte
e abbiamo negli occhi
luccichii di stelle.
Ci troverà il mattino
addormentati,
i  corpi ancora stretti
in un sogno d’amore.

Immagine: Romance di Claude Theberg

Il sorriso di Pierrot

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Le marionette di carnevale eran tutte lì, pronte per lo spettacolo dei bimbi.
Da giorni il burattinaio Nestore provava e riprovava l’alternarsi delle scene con il suo compare di lavoro spagnolo Pachito, il quale, con grande entusiasmo, alla fine aveva esclamato: “Bien, bien! Muy bien!” intendendo compiacersi con quell’espressione per la realizzazione del loro operato.
Controllate le luci e l’uscita dei suoni, tutto era ormai pronto per il grande spettacolo dell’indomani.
Anche le marionette erano fuori di testa per l’avvenimento. Eh sì, perchè, anche se non sembra, i burattini hanno anche loro un’anima ed un cuore che palpita, così come quello dei bimbi.
Fra di loro c’era anche Pierrot, la bellissima marionetta che il suo creatore aveva ideato con due grossi lacrimoni che, costantemente, gli rigavano il viso delicato e bianchissimo.
Per anni ed anni aveva accettato di essere una maschera malinconica e triste, ma adesso non ce la faceva proprio più!
Tutti i suoi compagni, da Colombina ad Arlecchino, dal dottor Balanzone a Meneghino, da Brighella al Capitan Spaventa, da Coviello a Gianduia, da Meneghino a Pantalone, da Beppe Nappa a Pulcinella, da Rugantino a Stenterello, tutti, ma proprio tutti, sorridevano di gran voglia eccetto lui, il triste Pierrot.
Tra una prova e l’altra, le marionette eran solite scherzare tra di loro, rincorrersi dietro le “quinte” ed amarsi anche, come Arlecchino e Colombina, innamorati da sempre!
Solo il bel Pierrot non si divertiva come gli altri, ma si rintanava fra le splendide stoffe damascate degli sfondi del teatro.
Il dottor Balanzone, sempre pronto a guarire ogni male, se ne accorse ed appropinquatosi, piano, quasi in punta di piedi a quel malato di malinconia cronica, gli domandò: Beh, ma allora…? E’ Carnevale, ciò! Perché non vieni a divertirti con noi? Te ne stai sempre così tutto solo!”
Il goffo dottore delle marionette mise dunque a frutto i suoi studi di erudita medicina: gli sentì il calore della fronte ed il battito del polso poi, con il fonendoscopio, gli ascoltò i polmoni. In seguito, con lo sfigmomanometro, gli misurò la pressione sanguigna e così via, ma niente. Sembrava davvero che il giovane Pierrot scoppiasse di salute… “Ohibò, Sorbole! Ma te, mio caro Pierrot, scoppi proprio di salute! Hai più vigoria te, di tutti noi messi assieme! Datti una dritta, dunque, e smettila di frignare!”
Alla vista della scena del dottor Balanzone che visitava il presumibile malato, tutte le altre maschere si avvicinarono ed un gran vocio si sentì aleggiare per il piccolo teatro.
“Aria, aria!” Il piccolo Pierrot sta bene, ve l’assicuro io dall’alto della mia scienza, ma così, per la miseriaccia, rischiate di soffocarlo!” esclamò il medico grassone.
“La verità… la verità…” singhiozzò Pierrot “è che io vorrei sorridere come tutti voi, ma questa maschera me lo impedisce da secoli! Queste lacrime sul viso non le voglio più! No, no, e poi ancora no! Oh!”
I burattini si guardarono l’un con l’altro, non privi di un certo imbarazzo.
Ad un tratto, Arlecchino, il più povero ma anche il più sensibile delle maschere, si avvicinò al dimesso Pierrot ed accarezzandogli lievemente il bellissimo viso, esordì: “Pierrot, nessuno di noi possiede la tua espressione dolcissima! Il tuo creatore ti ha concepito nella poesia più pura! Guardati allo specchio ed ammira la perfezione dei tuoi lineamenti e la loro delicatezza. Se tu cambiassi espressione tradiresti per sempre il canto creativo di chi ti ha disegnato! Ognuno di noi è bello e sublime per quello che è. Non desiderare di modificare te stesso!
Il giorno dopo si aprirono i battenti del teatrino e il nostro Pierrot, illuminato da una luce lunare, salutò i bimbi presenti con una rosa in mano. Le sue lacrime erano ancora lì, sul suo bel volto e brillavano più dell’argento, ma ancor di più brillava il sorriso del suo cuore ormai felice…


Immagine: Pierrot and Harlequin di Paul Cezanne

Controra

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Fuori il sole brucia, le imposte sono chiuse, la televisione sempre accesa. E’ pomeriggio pieno, uno di quelli che preludono all’estate quando le mosche cominciano a ronzare e il grano quasi maturo è piegato da un vento delicato. Il soggiorno sembra un accampamento. Non ci sono uomini né soldati, ci sono donne, non soldatesse, ma solo mamme, abbandonate, dopo aver sparecchiato, rassettato e mandato il loro mariti a riposare nei letti. C’è un’atmosfera come sospesa, un’aria come sospettosa in questo abbandono un po’ diversificato: chi, infatti, è stranamente disteso sul divano, chi come un gomitolo racchiuso in poltrona, un’altra con il gomito poggiato su uno spigolo del tavolo ha la testa reclinata sul palmo della mano. Pare dormono. Oppure sono assorte nei loro pensieri come questo greve pomeriggio. Pensieri profondi su figli, nipoti, sui loro trascorsi, su quello che hanno fatto, su ciò che non sono riuscite a fare e si propongono di realizzare in corsa col tempo che fugge, che passa, ahimé… Ma le mamme sanno sfidare il tempo. Sono forti, hanno fede, hanno coraggio.
Il sole è ancora alto e risplende, “Canale Cinque” ancora accesa, un attore sta interpretando una canzone del tanto amato e ricordato Aldo Fabrizi. Dice, mentre canta imitandolo: “Reginè sta piovendo”, mentre qua fuori è caldo e dentro di me, nel mio cuore, c’è una emozione per queste note che sono l’addio a Reginè, moglie dell’attore. Le mosche continuano a ronzare, un filo di vento si insinua furtivo, pare si dorma ancora o si sogna, chissà! Un bimbo in culla piange, è la sveglia. Si aprono le imposte, un seno allatta quel bimbo, la luce entra prepotente nella casa, quei corpi si ricompongono, hanno occhi lucidi come notti stellate: sognavano quelle mamme, non dormivano, le mamme non dormono mai, sognano i loro figli grandi, sparsi per il mondo e li rivedono bambini.


Immagine: Luce d’amore di Peter Quidley

I girasoli

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I girasoli erano lì, una distesa immensa che si perdeva a vista d’occhio, erano quasi attaccati al cielo.
Guardarli dava la sensazione di un esercito di soldati in fila con l’elmetto giallo, la stessa altezza, lo stesso volto, i lunghi gambi dritti e fini, sembrava che non reggessero il peso di questo fiore formato da grandi petali gialli, insieme come se fossero immersi in una grande preghiera, erano rivolti verso il sole che li accarezzava.
Il vento leggero che ha iniziato a soffiare si è intrecciato ai gambi e ha fatto reclinare dolcemente la testa dei fiori. Ma non era solo il vento, era il modo dei girasoli per ringraziare il Signore, che gli ha concesso questa bellezza che tutti ammirano.


Immagine: Valley Of Sunflowers di Richard Leblanc

L’odore della vigna

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Questi abiti vuoti del tuo corpo, mi dicono di te padre
di quei lunghi interminabili silenzi.
Voragini profonde di tristezza
ora colme di solitudine, ora di amarezza.

Io rubavo gli attimi al tempo
per darti tutto ciò che la vita ingrata
ti aveva strappato, come un ladro a viso coperto.
Ma a ripensarci, oggi
avrei rubato i giorni, i mesi, gli anni.

Il tuo sorriso si era perso con te
annegato nelle acque limacciose della malinconia.
E scacciavi gli unici abbracci che riuscivo a strapparti
quasi avessi vergogna di mostrare la tua timidezza.

Ma il mio amore era grande
più forte della tua pudicizia
e quando di baci furtivi sfioravo le tue stanche gote
una nuvola mi avvolgeva del tuo caldo odore.

Odore di campagna, di vigna
intrecci di pampini in fiore, di foglie di fico
di mirto e lentischio!

Il tuo ricordo vivrà dentro me sino al giorno in cui,
tempo verrà, che tenderai la tua grande mano
per condurmi ancora una volta, nella tua amata vigna
non più intrisa di sudore ma di filari d’uva.

Verrà settembre… Per la vendemmia!
Raccoglieremo i frutti d’oro!
Ne faremo nettare per sognare ancora
e con gli acini dorati collane di perle!
E la terra generosa non ce ne vorrà
per averle sottratto i suoi gioielli.

Immagine: Vigneto in Toscana di Roger Williams

Autoritratto (2008)

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Scrivo nel segreto della notte di segreti abbandonati
consumati come le mie dita nell’inchiostro della penna

apparecchio il cuore, lo vesto di bianca purezza
i miei seni candidi offro ad amanti immaginari
irresistibili come il mio fascino
accarezzo immagini coi miei lunghi capelli color miele
foresta di ricordi inespugnabili
che guardo coi miei occhi scuri
dimora di pensieri impenetrabili

fuggo nell’esilio
nell’oblio dell’astinenza
musa immaginifica di nomi senza volto
di uomini invisibili
che vorrebbero bere dal mio calice
per poi addormentarsi ebbri e dissetati

ma il destino assedia la mia vita
dove i sogni s’infrangono nella veglia
nel buio partorisco feti di rimpianti
aborti spontanei che mi conducono – ancora e sempre – alla tua follia.

Vivo di te

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Sciamano
spine pungenti
orme
sulla spiaggia del cuore
dormiente

Nel silenzio
immagini smarrite
si sfogliano
inermi
come petali di margherite
coccolate dal vento

Mi confonde
la luce del tuo sguardo
lucciola fulgida
nel viale della mia esistenza
che si rigenera

Vivo di te…
ad ogni momento nuovo

Miracolo d’amore
si ridesta.

Immagine: dipinto di Antonella Poleti

Suoni astrali

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Incantando il mio tempo
la notte
frantuma il silenzio

mi trascina a sé

come l’onda ruba
la sabbia

suoni mai uditi prima
risuonano ad eco
nella cassa armonica

delle

mie

emozioni.

Rapsodia dell’Anima.