Mistral – 5^ puntata

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(immagine: "Lovers" di Aldo Luongo)

Resto lì, sulla soglia e non so se avanzare o tornare indietro. Non so se fregarmene di questo pasticcio, perché lo so che è un pasticcio, lo sento. O se farmi parziale carico di quest’uomo di cui praticamente non so nulla. Mi volto, piano. E’ la, inerme, steso sul letto, con la bistecca sull’occhio e la camicia sbottonata. E’ incredibilmente affascinante, nonostante la circostanza e lo stato in cui si trova. Mi guarda. Implorante. Intuisco che non dev’essere facile per uno come lui chiedere aiuto.
Forse la mia si rivelerà una scelta sbagliata. Forse. Ma davvero non ho cuore a lasciarlo così.
Torno sui miei passi, avvicinandomi di nuovo al letto. Lupin che mi gironzola fra le gambe, m’accompagna.
Il giorno dopo, verso sera, ripasso in Rue Mirabeau. Mistral mi ha pregato di prendere le chiavi di casa sua, così ne ho fatto una copia. Entro e appoggio le borse della spesa. Passo in camera da letto, Mistral sta sonnecchiando, Lupin è venuto a farmi festa. Chissà, forse nella sua testolina, apprezza che ci sia qualcun altro in casa. Me lo coccolo un po’, quindi mi occupo della cena.
Ho deciso che mangerò qui stasera: non ci farà male tenerci un po’ compagnia. Affetto le carote con Lupin sul tavolo che mi osserva. Osserva ogni movimento. Forse mi tiene d’occhio.
Sto lavando l’insalata e con il rumore dell’acqua che scorre, non sento i passi di Mistral, così mi spavento un po’ quando me lo trovo vicino.
“Scusa, non volevo spaventarti”.
“E’ che non ti ho sentito arrivare”.
“Ho sentito trambusto e sono venuto a vedere. Che fai?”
“Preparo qualcosa da cena. Non ti dispiace, vero, se ho deciso di cenare con te?”
“Dovrebbe dispiacermi?”
“Non lo so… comunque non ha importanza. Ormai ho deciso”.
Un sorriso illumina il suo viso gonfio.
“Come stai?”
“Un po’ meglio, grazie. Poi, la costola non è rotta. E’ stato solo un colpo meglio assestato di altri. Mi sento indolenzito, ma non ho più il dolore che avevo ieri”.
Metto la pentola sul fuoco, la carne sfrigola a contatto della superficie bollente e condisco le carote.
Nella piccola cucina l’aria s’addensa di profumo di carne arrostita.
Mi volto per prendere il sale e invece Mistral prende me. C’è un attimo in cui l’energia passa fra i nostri corpi e i nostri sguardi s’illanguidiscono. Una manciata di secondi dopo ho il sapore di Mistral sulle labbra. Si sciolgono il mio corpo e la mia bocca, mentre la carne sfrigola. E pare non ci sia luogo, né tempo in questo bacio. Poi, il ritorno.
“Se vuoi cenare, sarà meglio togliere la carne dal fuoco, altrimenti nemmeno Lupin riuscirà a mangiarla”.
Cominciamo a consumare il nostro pasto, guardandoci, in silenzio.
“Lo so che devo starne fuori, ma non voglio che ti succeda di nuovo. Chi sono quelli che sono venuti qui?”
“Non posso dirtelo”.
 “Non lo dirò a nessuno, giuro!”
 “Non posso”.
 “Perché non ti fidi di me?”
 “Ti te mi fido, è solo che non voglio metterti nei guai. Sapere certe cose può essere già di per sé pericoloso”.
Abbandono. Non insisto. Mi versa un bicchiere di vino rosso. Lo guardo mentre sorseggio il vino e sento l’aroma riempirmi la bocca. Si alza, mi prende il viso fra le mani e mi bacia di nuovo. La mano lascia cadere il bicchiere e sul tavolo si spande il vino in una grande macchia.
E’ dolce e brutale assieme. Le sue mani ovunque in un vortice di bramosìa. Così, la cucina assiste a qualcosa di insolito cui non ha forse mai assistito. Con un colpo di mano Mistral fa cadere i piatti e i bicchieri e tutto quanto era sul tavolo con un rumore di cose rotte assordante e lì, sul tavolo, mi ritrovo con il suo corpo addosso.
E non mi balena nemmeno il pensiero che non era quello che desideravo.
La notte è un incessante cercarsi e prendersi finché l’alba ci trova esausti e addormentati, finalmente nella pace dei sensi. E’ Lupin che mi sveglia, guardo l’orologio, sono le sette. Devo andare a scuola anche se non ne ho voglia. Mi trascino in bagno, quindi in cucina e preparo un caffè forte. Intanto metto qualcosa nella ciotola di Lupin che miagola affamato. Mi fa festa, riconoscente.
Cerco di radunare qualche pensiero sparso. Non è semplice radunarli alle sette di mattino, dopo una notte che s’è dormito poco. La caffettiera borbotta. Mi verso il caffè. E’ l’aroma che mi sveglia del tutto. Mi preparo in fretta. Uno sguardo su Mistral: dorme ancora. Esco. L’aria del mattino m’investe, profumata di lavanda.
A scuola il direttore mi guarda storto. E’ di un’antipatia assoluta, col suo fare servile e pettegolo. I miei alunni mi accolgono chiassosi. Vorrei un po’ di silenzio. Oggi vorrei non dover sentire, né parlare. Vorrei un po’ di solitudine.
All’uscita mi dirigo verso la campagna. Trovo un albero e mi siedo ai suoi piedi, la schiena appoggiata al tronco. Chiudo gli occhi e respiro piano. Trovo la mia pace, così ora posso pensare; pensare a Mistral, a quanto è accaduto, tutto così in fretta.

*****

"Mistral"  è un racconto a puntate.
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Fine

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Non ci sono occhi più belli
di quelli che guardano
un sogno
quando un sogno si è rotto.
Dopo averne
mille volte
ridisegnato i confini
tenendo insieme i pezzi
più deboli ad ogni sospiro.
Non c’è cosa più triste,
di un sorriso
quando tutte le lacrime sono finite
e non si sa più come rispondere al dolore
quando sono finite anche le parole
e il silenzio è quello dell’ultima scena.
Non c’è attimo più breve
di quello subito prima che cominci la fine.
Quando il cielo non è ancora
un telo nero bucherellato,
quando si arrotola l’azzurro
si spegne il sole
si impacchettano le voci
si ritirano i colori.
Non c’è finale più dolce
di quella mite risoluzione,
di mani che raccolgono
piano
i cocci di un cuore in frantumi.

TU

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Gurdami così, ed io non resisto.
TU, si.. Proprio TU che non mi chiedi mai a cosa sto pensando..  Ed ogni volta te ne sono grata, perchè non mi costringi mai a mentire.
Quella volta, ricordi, corremmo per i vicoli di quella piccola città di mare. Come si chiamava? Era autunno inoltrato, il vento freddo pizzicava i nostri nasi rossi. Che ridicoli che eravamo, due clown! Due clown in corsa! Ridendo mi copristi con il tuo maglione caldo. Caldo di te.
Ti portai addosso fino alla fine di quella strada. Fino a quel cancello di legno, sbiadito negli anni da mani come le nostre, che cercarono riparo esattamente lì.
Non parlammo per un po’. Sconfinava dagli sguardi la spiaggia, rincorsa dalla schiuma.
Un gabbiano, guarda! Mi facesti segno con un dito puntato in alto. Il mio viso lo seguì come fosse stato una linea retta. Ma io non lo vedevo, dov’è?
Lassù tinte di bianco e di grigio scarabocchiavano il cielo senza alcuna logica. Si smarrirono i miei sensi in una nebbia di pensieri, di disegni, dimenticando da qualche parte il tuo gabbiano. . Un pittore pazzo aveva tracciato la sua ira per l’ estate finita. Presto la pioggia avrebbe gonfiato il mare e inondato le case, e lui sarebbe dovuto scappare lontano, per dipengere ancora il calore del sole. Il mio, uno sguardo di comprensione per qualcosa che non vedevi.. Sapevi già che l’ avrei fatto, non mi dicesti nulla. Silenziosi i tuoi occhi recuperarono il volatile sospeso in aria. Non ti perdevi d’ animo mai con me.. Prima o poi lo sapevi che il gabbiano e il cielo si sarebbero incrociati.

[etsise non UT]

Mistral – 4^ puntata

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Notte. Non riesco a dormire, continuo a girarmi e rigirarmi nel letto. Nella mente, Mistral. Ripenso al pomeriggio, ma ho impresso nella memoria il suo sguardo profondo e inquietante. Valuto se è il caso che disdica il lunedì e trovi scuse per non tornare da lui. Perché? Ho paura? No, non è un uomo che mi fa paura. Dunque? Non so. Non so davvero: è una sensazione poco chiara che avverto quando mi guarda come questa sera. Come di un uomo che ha nell’anima un segreto che pesa.
Ma ora voglio solo dormire…solo dormire….solo dormire
Sono a scuola con i miei alunni, ma sono mentalmente assente, mentre loro stanno eseguendo un compito che li terrà impegnati per un po’.
Alle 12,30 il suono della campanella, seguito da vociare dei bambini, mi riporta al presente.
A casa, gesti rituali: taglio l’insalata, accendo il fornello, apro il frigorifero, sbuccio una pesca.
Mi stendo un poco sul divano e tento di rilassarmi, perché sono un po’ agitata. In questo momento penso a Lupin e al suo morbido pelo. A Lupin, penso, invece di pensare a Mistral.
Dall’armadio tolgo un abito sottoveste dalle tonalità chiare. Le due e venti. Chiudo la porta e scendo le scale. Madame Raisin socchiude la porta: è più forte di lei curiosare. All’inizio questo comportamento mi infastidiva; ora mi fa sorridere.
Sono in Rue Mirabeau. Controllo l’ora 14,50. Suono. Nulla. Suono ancora. Niente. Mi attacco al campanello e risuono. Nessuna risposta. Il portone è socchiuso. Entro e salgo. Arrivo al pianerottolo. Suono. Suono ripetutamente. Silenzio assoluto. Possibile che mi abbia tirato un bidone? Ah!, questi artisti! Non demordo e busso. Sotto al colpo delle mie nocche la porta, che evidentemente non era chiusa bene, si apre. Entro piano. “Permesso?”.. Mi giro attorno e vedo il caos totale. Sembra che nell’appartamento sia passato un tornado. Sono lì, attonita, quando avverto qualcosa alle gambe. E’ Lupin.
Sono combattuta. Non so se avanzare. Non so che cercare. Non so se sia il caso di chiamare la gendarmerie. Decido di dare uno sguardo in giro, senza toccare nulla. Entro nello studio: tubetti di colore sparsi sul pavimento, i quadri stracciati e imbrattati, olio di lino che cola dal tavolino e odore di essenza di trementina. In cucina, la parete imbrattata dal colore rosso che cola, come gocce di sangue. Passo nella camera da letto. La poltrona è rovesciata. Da fianco al letto spunta un braccio e una mano che pare di cera. M’avvicino e vedo che giace, col volto tumefatto, Mistral. Controllo se c’è battito. Si. Col passo felpato, Lupin s’avvicina a Mistral e comincia a leccargli la mano. Un lieve movimento. Poi, un altro.
Mi chino: “Mistral, mi senti? Sono io, Veronique”
A fatica socchiude un occhio, l’altro è troppo gonfio.
“Chiamo un ambulanza”.
“No… ferma” mi intima con la voce roca e contemporaneamente allarmata.
“Ti aiuto. Ce la fai a rialzarti?”
Appoggia a fatica le mani al mio collo. Lo sorreggo e lentamente riesce a sedersi.
“Ancora un piccolo sforzo, così puoi stenderti sul letto”. Non so come farò: è massiccio.
Sempre appoggiato a me, tenta di rialzarsi, soffocando ben più di un gemito di dolore.
“Forse hai una costola rotta… o forse più di una”.
“Non ti preoccupare. Ci sono abituato”.
“Abituato a tutto questo? Ahh, belle abitudini davvero!”.
“Non è come pensi”.
“Sono in assoluta assenza di pensieri. Anzi, no. Ne ho così tanti che non so quale scegliere, come più probabile”.
Lo aiuto ad adagiarsi piano sul letto. Quindi vado in cucina a cercare del ghiaccio, in frigorifero vedo una bistecca e la prendo, poi in bagno a vedere se ci sono garze, cerotti e disinfettante.
Torno in camera e comincio a medicarlo. La bistecca sull’occhio gonfio, disinfetto le escoriazioni che ha sul braccio e in volto.
“Fai vedere le costole”.
Lo visito piano per non fargli male. Benedetto il corso di pronto soccorso che mi ha fatto fare la scuola l’anno scorso. Ma, appena tocco la costola destra, lui geme.
“E’ rotta”. “Le hai prese di brutto”. “Chi è stato a ridurti così?”.
Si rabbuia in viso. E’ reticente. “Credo sarebbe meglio fare un salto al pronto soccorso, per questa costola”.
“Non ci penso minimamente”.
“In che razza di affare balordo sei invischiato?”
“Stanne fuori. Non sono invischiato in niente”.
“Allora devi dei soldi a qualcuno. Qualcuno che non ama i ritardi”.
“Ho detto restane fuori. Niente debiti e niente che ti possa interessare”.
 “Bel caratterino! E grazie dei ringraziamenti. Credimi non è il caso. Allora, visto che non hai niente e stai bene ed è tutto sotto controllo – e poi, hai Lupin -, io ti saluto. Per il ritratto non ti preoccupare. Sei rimasto momentaneamente senza tele e senza colori, per cui la mia presenza qui è superflua. Quando starai meglio, se vorrai, passa a farmi un saluto”.
Attraverso la stanza a lunghi passi. Si sente il rumore del tacco. Sono ormai sulla soglia.
 “Ti prego, non andartene. Non ora. Non sto affatto bene. Per favore, sei l’unica a cui posso rivolgermi qui. Ti prego”.

*****

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Un titolo?

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Ci siamo amati
come terra che chiede all’aere
l’acqua,
come fiume che cerca tra le zolle
fine.
 
….. ci siamo amati …..
 
Potenza del parlare saperlo dire,
anche se il cuore vorrebbe straripare,
lasciare questo corpo,
anche se tutte le mie membra
vorrebbero partire.
 
…… ci siamo amati …..
 
Maledetto verbo che coniugo al passato!

Mistral – 3^ puntata

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L’indomani, sotto il sole delle quattro del pomeriggio, percorrevo Rue Mirabeau. Al numero cinque suonai. Mistral si era affacciato alla finestra facendomi segno di salire.
Era lì, sul pianerottolo del secondo piano che mi aspettava. Mi fece cenno di entrare. Non era una stanza. Era un appartamento, arredato sobriamente, dagli ampi volumi: sala da pranzo, salotto, cucina, bagno, camera da letto e un’altra stanza che fungeva da studio. L’unico vero disordine regnava fra i tubetti di colore e pennelli.
Mi ero soffermata presso le sue opere. Ne ero affascinata per la luce, intensa, che emanavano. Come se, nei soggetti, avesse saputo coglierne l’essenza dell’anima.
 “Sono belli. Molto. E tutta questa luce…”
 “Sono contento che ti piacciano”:
Immagino che, per un artista, sentirsi dire che le cose che crea sono gradite sia piacevole ma, essere così contento che a me piacciano, mi pare eccessivo. In fin dei conti non sa nemmeno chi sono.
 “Sono contento, perché vorrei ritrarti”.
Abbozzo un sorriso. Sono confusa. Come? Ritrarre me? Una maestrina di paese… Così riesco a dire: “Ne sono lusingata ma, con tutto il paesaggio che hai qui intorno e che vale la pena di dipingere…”
 “Non fare la modesta” mi dice con fare leggermente canzonatorio “Mi piace la tua luce. E’ quella che vorrei dipingere”.
Vamp… gote rosso fuoco. Perché devo imbarazzarmi sempre così? Svio lo sguardo, anche perché ho notato qualcosa muoversi. Un gatto grigio dagli occhi gialli e il pelo fulvo, lento e sornione s’avvicina.
 “Hai un gatto! Adoro i gatti!”
 “Ti presento Lupin”
Mi accuccio e attendo che s’avvicini, per accarezzarlo. E’ un gatto irresistibile e socievole che gode delle carezze della mia mano.
Mi rialzo e lui continua a strusciarsi fra le gambe.
 “Posso offrirti qualcosa da bere?”
 “Si grazie. Qualcosa di fresco; anche l’acqua va bene”.
 “Ho della birra in frigo. Accomodati pure.”
Mi siedo sul divano e Lupin mi segue. Mi si accomoda in grembo. Che caro gatto voglioso di coccole. Solo ora mi rendo conto che c’è della musica di sottofondo: Charles Aznavour, Com’è triste Venezia.
Mistral ritorna con le birre ghiacciate. Me ne offre una e si siede nella poltrona di fronte a me.
 “Ti fermerai molto qui?”
 “Non lo so ancora. Dipende da quanto la mia ispirazione pittorica resta sollecitata in questo luogo”.
Nella penombra della stanza sorseggio la birra mentre, con l’altra mano, continuo ad accarezzare Lupin che sembra intenzionato a non lasciarmi più.
Nella testa mi frullano una miriade di domande: vorrei sapere molto sul suo conto, ma mi trattengo per non essere un’ospite indiscreta e invadente.
 “Quando saresti disponibile?”
 “Scusa?” domando. Non ero attenta, stavo pensando ad altro. Disponibile?
 “Volevo sapere quando puoi essere disponibile. Grosso modo i tuoi orari, per ritrarti. Vorrei cominciare presto”.
 “Ah, si. Certo. Il ritratto. Si…Dunque, fammi pensare…”
 “Non voglio infastidirti. Quando sei libera. Senza problemi. Pomeriggio, sera. Quando vuoi”.
 “Il pomeriggio potrebbe andare bene, non ho scuola. Ho impegni solo il giovedì pomeriggio”.
“Bene. Allora potremmo cominciare lunedì?”
 “Si, va bene.” A che ora?”
“Alle due?”
“Alle tre sarebbe meglio. Torno da scuola, mangio qualcosa, riordino e arrivo. Ok?”
“Si, va bene. Guarda che sei vuoi possiamo fare anche più tardi”.
 “No, no… va bene… alle tre, va bene”.
Si alza, va a prendere un blocco per schizzi, una matita e comincia a tracciare segni.
 “Solo un abbozzo. Così, intanto lo studio. Non è nemmeno necessario che tu stia in posa.”
Eppure, mentre accarezzo Lupin, ormai un gesto meccanico, resto immobile.
E in silenzio. Quasi che le parole potessero spezzare i suoi segni sul foglio. Lo osservo: la testa china e l’occhio assorto. In questo momento è così preso da quello che fa che sembra assente. Le labbra morbide contornate da baffi e pizzetto radi. La fronte appena corrugata. I lunghi capelli che scendono sulle spalle larghe. La mano esperta, dalle dita lunghe, che stringe la matita e traccia segni che non riesco a vedere. Mi sento bene in questo luogo eppure in leggera soggezione.
“Rilassati”, mi dice.
 “Credo che questo sia il massimo di rilassatezza che riesco ad avere”.
Sorride. Lupin s’è addormentato. Tengo la mano posata sul suo manto grigio e morbido.
”Bene, per oggi può bastare. Ho sufficientemente tracciato per farne uno studio”.
Mi alzo. Dev’essere passato molto tempo, perché fuori le ombre si sono allungate eil sole va spegnendosi. Lupin, nel trambusto d’esser spostato s’è svegliato. Si tira la schiena; scende dal divano e va a bere nella sua ciotola.
Mi avvio verso l’uscita. Mistral m’accompagna:
 “Allora a lunedì”.
 “Si… a lunedì”.
Mi giro per allungargli la mano e salutarlo. Lui me la stringe e intanto mi guarda intensamente. Quando mi guarda a quel modo mi sento a disagio.
 “Ciao”, ed esco scendendo le scale quasi di corsa.
C’era fresco nella sua casa, ora che sono in strada sento il calore di questa giornata.
Fra le vie, la solita folla vociante e frettolosa di sempre.

*****

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Mistral – Seconda puntata

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Un dì passavo per Rue de la Fontette quando improvvisamente sentii, mescolato a tutti i suoni e rumori della via, un fischio. Anzi, un fischiettare.
Non ci avevo fatto caso subito: la mia mente non lo aveva isolato e i miei timpani non l’avevano udito. La seconda volta che sentii mi pareva strano udirlo. Ma, ancora non mi ero voltata. Ero entrata in panetteria e, una volta in fila con le altre donne, pensai a quel fischiettare. Lo sentivo ancora nelle orecchie della mia memoria. Mi sorpresi a pensare che forse quel fischiettare poteva essere per me. No, impossibile! Chi mai avrebbe potuto richiamare la mia attenzione con un fischiettìo?
Era il mio turno.
- “Due baguettes”
Non ci ho pensato più, ma quando sono uscita dal negozio ho visto Mistral, e non so per quale motivo, in quell’attimo ho abbinato il fischiettare a lui. L’ho guardato e gli sono passata davanti. Abbassando lo sguardo perché non riuscivo a sostenere il suo che sentivo fermo su di me. Rabbrividii.
E’ stato un martedì, lo ricordo bene. Era il mio giorno libero dalla scuola. Ero partita di buon’ora per andare a raccogliere la lavanda ad Aurel. Volevo fare un grande mazzo da porre al centro del tavolo e lasciare che il suo profumo si spandesse nella stanza e fare anche sacchettini da mettere nei cassetti.
Stavo china a raccogliere, avanzando passo passo quando, seduto in mezzo alle fila di lavanda, lo vidi.
Dapprima spaventata, poi sorpresa, infine curiosa. Colsi il suo nervosismo e un attimo di smarrimento. Durò poco, perché subito ridivenne padrone del suo tempo.
 “Salve”, dissi.
 “Salve”, disse.
 “Un bel posto dove stare seduti”… mi pareva una frase idiota.
 “Si”, rispose.
Si, vero, volevo aver qualcosa da dire per non andare via subito. Ma avevo una momentanea mancanza di argomenti. Così, passai oltre. Peccato, pensai. Avrei scambiato volentieri due parole. (Falsa!, inveiva la mia coscienza. Avresti attaccato bottone volentieri perché ti interessa questo individuo. E ti piace, anche.)
 “Perché non ti siedi un po’ e non ti godi il panorama? E’ tutto così tranquillo, qui”. Arrivò la sua domanda che per me era come manna dal cielo.
 “Beh, io… Perché no?” risposi, sentendomi avvampare il viso.
Mi sedetti al suo fianco, guardandolo sottecchi e senza sapere che dire.
L’imbarazzo durò un istante, poi il panorama che avevo davanti mi catturò ed era così straordinariamente bello che l’unica cosa da fare, veramente sensata, era restare in silenzio.
 “I tuoi occhi sono stupendi. Come ti chiami?”, mi chiese dopo molto.
Trasalii: “Veronique”.
 “Piacere: Mistral”.
 “Che ci fai da queste parti?”
 “Quello che faccio in ogni parte, dove vado”.
 “Ovvero?”
 “Guardo il panorama, guardo la gente e… dipingo”.
 “Ohh, un pittore!”, dissi sorpresa.
 “Si. Lo trovi strano?”
 “No, non strano. Inusuale. Non è facile incontrare pittori”. “E dipingi ciò che vedi? Gente, paesaggi…”
 “Si, in un certo senso. Ma più che gente e paesaggi, colori e luce”.
 “Posso vedere cos’hai dipinto da quando sei qui?”
 “Non ho fatto molto. Comunque se ti va. Vieni domani pomeriggio in Rue Mirabeau. Ho affittato una stanza e lì finisco e tengo i miei lavori”.
Mi alzai: “D’accordo. Allora, a domani”:
Sorrise. Ricambiai. Raccolsi il mio mazzo di lavanda e con il suo sguardo addosso percorsi il sentiero finché non fui fuori dal suo campo visivo.

*****

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Mistral – Prima Puntata

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Guardo il cielo puntinato di stelle. Luci di aerei nelle loro traiettorie. Soffia il vento. Non forte, ma freddo. Qui lo chiamano il vento francese. E’ il maestrale.
Mistral. Profumo di Provenza. Color ocra e cielo blu. Lavanda. Criniere scomposte di cavalli in corsa.
Il maestrale che scompiglia i capelli e Mistral che scompiglia il cuore.
Solo ora, ricordandolo, li accomuno.Era arrivato in una giornata che soffiava il maestrale.
Supplente maestra di una piccola scuola. Lì le notizie arrivavano presto e si diffondevano con una velocità impensabile. Così avevo saputo che era arrivato una specie di zingaro solitario. Venuto dal nord-ovest, dicevano. Faceva notizia, uno straniero. Come in tutte le piccole comunità.
L’ho visto la prima volta attraversare la piazza: capelli castano chiaro un po’ lunghi, abbastanza alto. Una bella figura, insomma. La seconda volta al bar “L’Orient” e lì, ho visto il suo sguardo negli occhi verdi. Sguardo dolce come può esserlo quello di un rapace. Inquietante.
Qualcosa in lui mi attraeva febbrilmente. Non era quella che si può definire una bellezza nell’ampio senso della parola. Eppure è stato il mio pensiero fisso fin da subito. Ci siamo incontrati casualmente altre volte. Ci si guardava incuriositi. Non un gioco di sguardi vero e proprio. Solo curiosità. Ma il suo sguardo riusciva ad essere ad un tempo caldo e agghiacciante.
Mi piaceva quella sua aria trasandata eppure dignitosa; ribelle eppure nobile; villano eppure colto; duro eppure dolce. Come fosse l’incarnazione del buono e del cattivo. Ecco cos’era che mi catturava in una malìa: quella sensazione di duplicità.

*****

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Penombra

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Sebastián Arce y Mariana Montes

Stava andando da lui e questo la emozionava. Si sarebbero rivisti dopo i lunghi mesi di silenzio intercorsi tra la rottura rabbiosa della loro storia e quella telefonata inattesa, di un lunedì sera in cui,  tra un balbettio ed una risata di lei, dapprima nervosa poi sempre più rilassata, avevano deciso di rivedersi. L’aspettava al solito posto e quando lo vide i suoi passi rallentarono, ma il suo cuore accelerò, non era cambiato nulla in lei, tutti quei mesi senza avere sue notizie non avevano scalfito minimamente i suoi sentimenti. Un bacio fugace tra la gente prima di incamminarsi insieme parlando del più e del meno, fianco a fianco, dentro una bellissima mattina di primavera. Il proprietario dell’albergo fu molto discreto e consegnò loro le chiavi di una camera immersa nella penombra, ma fresca e pulita.  Non si abbracciarono subito, entrambi  presero del tempo per compiere piccoli gesti: lei tolse l’orologio e lui posò chiavi e cellulare su un piccolo tavolo,così  senza parlarsi. Piccoli gesti  pacati per dirsi l’un l’altro che non erano amanti qualsiasi, erano un uomo ed una donna che si amavano come potevano. Non nell’unico modo che conoscevano. Lei si avvicinò alle persiane socchiuse e scrutò fuori, la luce che filtrava la illuminò nell’abbraccio di lui che la prese  all’improvviso.  Le sollevò i capelli sulla nuca  e le baciò il collo provocandole brividi di piacere  lungo la schiena che  inarcò all’indietro per aderirgli ancora di più. Le mani non ebbero sosta, si intrecciarono e si allontanarono ognuna alla ricerca di un  desiderio da  appagare.  Respirarono all’unisono scambiandosi l’anima, la bocca di lui lambiva deliziosamente ogni centimetro della pelle di lei lasciandosi dietro piccoli rivoli di piacere dove precipitarono insieme. Rimasero abbracciati, lei di spalle dolcemente incuneata nel corpo di lui, i capelli raccolti ed il suo collo  offerto alla voluttà di piccoli baci. “La tua presenza mi impedisce di pensare.” Le sussurrò. Lui non vide i suoi occhi lucidi  né percepì lo spasimo del suo cuore  mentre si chiedeva cosa mai ne avrebbe fatto quest’uomo di lei. Lui che sapeva di  poterle dare così poco, e lei che, mentendo, per timore di perderlo aveva detto “Preferisco questo a niente.”  E lui l’aveva stretta ancora di più,  perdendosi completamente nel profumo del suo corpo.  Chiuse gli occhi, lasciando che le lacrime scendessero a bagnarle le labbra, in silenzio. Nella semioscurità di una stanza d’albergo stava consumando il senso di quel suo amore incomprensibile, inaccessibile alla ragione che aveva rinunciato da tempo  a contrastarlo. Folle, aveva accettato ancora una volta di vivere nella penombra della  vita di lui, nascosta  nei  suoi pensieri e fuori, di lei nessuna traccia. L’altra. Inesistente. Non ce l’avrebbe fatta a continuare così, era insopportabile, doveva dirglielo subito, lì in quel momento.  

Si voltò per guardarlo ed incrociò i suoi occhi,  il loro azzurro fiero la sommerse e non riuscì a dire nulla.  Poggiò la   testa sul suo petto e, con le sue mani ad accarezzarle i capelli, affidò le sue speranze allo spiraglio di luce che filtrava dalle persiane.      

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La bolla incantata

C’era una volta una donna delusa di nome Ombra che aveva rinunciato all’onore e all’amore. Un giorno incontrò l’artista delle bolle di sapone che si innamorò di lei follemente. Respinto e ignorato, l’uomo decise di conquistarla con la sua magica arte: in un soffio creò una bellissima bolla rosa e vi imprigionò l’amata. All’interno di quella magnifica sfera immaginata, astri brillanti illuminarono la cupa esistenza di Ombra. Onore le indicò il cammino della gloria e Amore infiammò la strada del sentimento. In quella prigione dalla sottilissima membrana scintillante, dondolando tra sogni realizzabili e assaporando l’illusione della felicità, lei si sentì libera e leggera come non lo era mai stata. La tetra ombra del passato l’aveva definitivamente abbandonata, lasciando il posto ad un vivo e colorato futuro, rosa come la sua magnifica bolla di sapone. Nessuno le aveva mai fatto un dono così grande e sfavillante. Lanciata come stella cadente verso l’atmosfera dei suoi desideri, vedeva l’ascesa della sua vita mai decollata. Ma fu proprio in quel preciso frangente, nell’attimo in cui la scheggia di meteorite punge l’atmosfera e si accende di luce splendente che, beffarda ironia della sorte, la bellissma bolla rosa in un soffio svanì, e con essa il suo creatore. Una pioggia di cenere amara rabbuiò di nuovo il cielo della donna. L’artista follemente innamorato le aveva regalato un’ombra ancor più solida e scura. Catturata, inglobata, scagliata, frantumata e infine polverizzata grazie alla magia della bolla incantata.