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Maggie se ne stava sempre seduta con le gambe incrociate,
penzolanti, che sporgevan dalla libreria.
Sguardo fisso. Malinconico. Perso nel vuoto. 
Labbra e gote rosse, come fragole, ad esaltar il candore del pallido volto di porcellana.
Boccoli biondi, soffici come neve, che ricoprivan le spalle minute.
Ed uno splendido vestito azzurro, in pizzo e velluto
ad adornare il suo fragile corpicino.
Era la preziosa bambola da collezione che Stefano regalò alla sua donna, Aurora,
in occasione del loro primo anniversario di matrimonio,
quando l’amore, tra i due, possedeva ancora i colori dell’arcobaleno.
Solo un giocattolo. Di inestimabile valore. Ma pur sempre e solo un giocattolo.
Eppure in quello scheletro inanimato era stato impiantato un cuore.
Un cuore di plastica, che riuscì a farle provare sentimenti veri,
e a renderla umana nello spirito, che soffocava dentro tanta immobilità.
Una condanna molto probabilmente…
Maggie era innamorata di Stefano. Della sua dolcezza e del suo romanticismo.
Lo desiderava con tutta sè stessa. Soffriva in silenzio e piangeva lacrime d’argento.
Sapeva che non avrebbe mai potuto averlo, 
così decise di vivere nutrendosi della sua felicità.
Dei suoi sorrisi, che mai, però rivolse a lei.
Di pari passo con la storia d’amore della coppia finì per logorarsi.
Probabilmente a causa della troppa sofferenza.
I suoi bei capelli color miele assunsero presto l’aspetto di ragnatele impolverate.
L’abito prese a scolorirsi. La pelle ad ingiallire.
Nessuno si accorse del cambiamento. Tutti troppo presi dai propri problemi.
Un giorno davanti ai suoi occhi, accadde quando di più squallido,
la sua mente riuscisse a concepire.
Aurora entrò in camera in compagnia di un uomo. Uno sconosciuto.
Li vide tuffarsi nel letto. Travolgersi l’un l’altro, per poi sparire sotto le coperte.
Si sentì morire, invasa da un odio devastante,
sentimento a cui non era in grado neppure di dare un nome,
ma che sentiva pulsare prepotentemente nelle vene.
Il suo cuore cessò di battere.
L’ultima immagine con cui i suoi occhi di vetro si riempirono fu il volto di Stefano.
Poi cadde d’improvviso. Senza una ragione apparente.
Schiantò in terra frantumandosi in mille pezzi e
richiamando l’attenzione dei due amanti.
Aurora si alzò, turbata. 
Raccolse ciò che restava del petto della bambola.
Scorse qualcosa al suo interno.
Vi infilò una mano ed estrasse una piccola scatola a forma di cuore.
L’aprì e vi trovò uno splendido diamante ed un bigliettino con su scritto:
"Alla donna della mia vita,
come pegno del mio amore eterno.
Questo il regalo che scarterai nel giorno del nostro 25° esimo anniversario."

Era la nostra canzone

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Il suonatore di sitar

 
Ho incontrato un suonatore di sitar  
nel sottovia prossimo al metrò:
sbucano, con la musica, i ricordi
e tornano le ombre d’un passato
troppo mio,
troppo bello,
troppo folle
di quell’irragionevole illusione
che fa del tempo riccioli per gli angeli
e degli specchi gocce di sorriso,
parentesi di falce della luna
a racchiudere un attimo di sogno. 
 
No, non ora, no…i ricordi!
(e mi sei accanto
come allora
come sempre)
s’è fatto pietra il cuore
e solido cemento i desideri
fimzione o inganno
al mio andare reale
che non ammette vagheggiamento alcuno
e non concede deroghe al destino.
 
M’avvolgono le note
(e mi sei dentro
come allora,
come sempre)
ti lascio fluire,
momento colpevole, lo so,
sul corpo e nel pensiero
teneramente fragile
quando lo sfiori appena
e, per un palpito ancora,
ti ritrovo.
 
Era la nostra canzone!
 
Silvia       19 febbraio 2006      
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I bei giorni erano tornati e avevo ripreso le mie passeggiate nei boschi.
Da qualche giorno mentre passavo vicino a questa vecchia casetta abbandonata mi sembrava di essere osservata. Però non vedevo, né sentivo nulla di particolare tranne il canto degli uccelli e il rumore dei miei passi sulle foglie.
Sapevo che questa casetta era il rifugio di una volpe per averla sorpresa parecchie volte intorno e pensavo che sia la volpe sia lo scoiattolo potevano darmi questa impressione.
Però questa sensazione di uno sguardo su di me era diventata sempre più opprimente.
Ma non avevo paura, il bosco era il mio amico da sempre, mai un incontro sfortunato in trent’anni, allora che cosa potevo temere ?
Un fine pomeriggio uscendo dal lavoro molto arrabbiata per colpa di diversi problemi, decido di andar nei boschi, avevo proprio bisogno di calmarmi.
Iniziava a piovere ma non potevo rimanere a casa così nervosa.
Il bosco aveva il dono di portarmi al di là del mondo reale, era il mio rifugio.
Camminavo da una mezzoretta quando scoppiò una violenta tempesta.
Il tuono si faceva sempre più vicino e arrivarono anche i lampi. Sapevo che era pericoloso rimanere sotto gli alberi quando ci sono i lampi.
Non avevo tempo di tornare indietro, allora siccome ero vicino alla vecchia casetta, decido di rifugiarmi dentro, almeno per il tempo che passasse il temporale.
Di corsa entro dalla porta rimasta aperta quando sento un rumore terrificante. Mi giro appena in tempo per vedere cadere l’albero colpito da un fulmine.
Per istinto di sopravvivenza corro verso l’altra parete opposta. Ma non avevo visto il buco nel pavimento marcito, mi sento cadere nel vuoto e grido con tutte le mie forze. Atterro sulla spalla e il violento dolore mi fa perdere conoscenza.
Non so quanto tempo sia passato fino al momento in cui il dolore mi svegliò.
Mi sembrava di distinguere una luce ma tutto era sfumato, provai ad alzarmi ma il dolore troppo intenso, mi fece ricadere nell’incoscienza.
La seconda volta fu una sensazione di dolce calore che mi svegliò.
Questa volta tutto era buio. Iniziai ad avere paura, sentivo un respiro vicino a me, poteva essere la volpe ?
Mi sento osservata , voglio gridare, chiamare aiuto , ma nessun suono esce dalla mia bocca.
Provo a muovermi quando sento una voce dirmi piano :
“Non provi a muoversi, la sua spalla è rotta”
Rimango paralizzata dal timore, una mano si posa sul mio braccio. Grido di paura.
“Non aver paura, bimba della natura sono un amico. La vedo passeggiare ogni giorno, la vedo parlare con gli uccelli, la vedo sognare mentre cammina…”
Più parlava , più la sua voce mi rassicurava.
Lascio sfuggire un gemito perché il dolore aveva ripreso di nuovo.
Subito l’uomo si avvicinà per farmi bere un po di acqua.
« Grazie » riesco finalmente ad articolare.
“Posso chierderle cosa fa in questi boschi? ”
“ Vivo di là da alcune settimane perché alcune persone mi cercano… è una lunga e brutta storia »
Lui si chinò sopra di me per portare la bottiglia vicino alla mia testa. Mentre sentivo il suo caldo respiro sul mio viso mi vennero i brividi.
Lo sentì e si fermò, la luna piena (adesso al di sopra di noi) mi aiutò a vedere il suo sguardo.
Proprio in questo momento con un comune slancio le nostre labbra si cercarono.
Un bacio appassionato come l’avevo sognato tante volte.
Fu in questo momento che si sentirono fuori delle grida che mi chiamavano. L’uomo arretrò e sparì.
Rimasi sola senza capire se sognavo o no.
Mentre le grida si facevano più vicine, risposi.
Alcuni giorni dopo la mia convalescenza sono tornata alla casetta a cercare quest’uomo senza viso ma senza alcun successo.
Ma da oggi avrò un solo desiderio : ritrovare ad ogni costo quell’uomo.
 
Sonia

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..ll mio angelo ha perso le ali…
bruciate….
ha perso i sogni in fiamme agonizzanti…
perchè?
Dove sei?
…vieni qui…
abbracciami…

piume in fiamme volteggiano nell’aria…
invano recupero ali….
ali, sogni, raccatto scintille
spengo fuochi….
guardami….

asciugheremo le lacrime….
ricostruiremo, voleremo
ruberò piume agli uccelli, ricostruiremo….

pezzi di ali, sogni…
abbracciami, qui tra le scintille, sogni.

Ali, ali scapperemo via!
Via dalla realtà, ali ricostruiremo!
Abbracciami qui,
adesso..

ali ricostruiremo, ricostruirò per te, ali voleremo
volerò, volerai!
Abbracciami qui…

in scintille di sogni….
liberi voleremo, ruberemo ali, piume agli uccelli più belli…

ruberò…per te!
angelo mio…

e se non voleremo…

e se non ruberò…

allora abbracciami qui adesso, tra le scintille!

…stringimi…
non ti abbandonerò!

Nè mi abbandonerai…

ricostruiremo e se sarà impossibile
cammineremo qui insieme….
… abbracciami angelo senz’ali…

ricostruiremo, tra piume, sogni, scintille…

ricostruiremo…
lo so …lo sai….

ricostruiremo, guardami…

spengo fuochi, asciugo lacrime, abbracciami….

Vivendolestelle

Il ragazzo d’aria

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“Forse lei non mi vede,”
pensò un ragazzo
malato di malinconia
intriso d’un desiderio
d’essere invisibile…

Si nascose nella notte
fin quando il suo cuore fu uguale al buio
e prese ad ammirarla così
unendosi al vento
divenne aria.

Lei, lo chiamava già amore
sognando il suo corpo sul suo
e respirando,
si lasciò penetrare così
dal vento e dalla notte.

Corrado
05/02/2006

La camicia bianca

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Camicia Bianca, Giancarlo Caponi

Guardandomi allo specchio stamane ho ricordato le sue mani quando, sfiorandomi il petto con le dita, mi sistemavano la camicia bianca.
Magro, allungato in un abito scuro, il mio corpo sembra il tronco secco di un albero e il colletto bianco della mia camicia il suo unico fiore.
Quando mi abbracciava mi sentivo proprio così, una pianta nella bella stagione e accoglievo i suoi desideri come nidi di pettirossi sui mie rami.
Sentivo il suo profumo intorno a me come fossi in un giardino fiorito e me lo portavo nelle narici tutto il giorno. Quel profumo che non sento più.
Ad un tratto tutta la mia energia è scomparsa, afflosciandomi su una poltrona vicina, ho pensato di me: sono un uomo senza più primavera. Penso a tutte le donne che allontano perché recano con se come un nero sigillo. Alle altre che fuggono perché intuiscono la maledizione e come dolci streghe amando il proprio maleficio odiano quello delle altre. Amo solo la notte perché distende le tenebre sui miei pensieri come scuri capelli sul mio viso…

"Immagina i miei capelli,
foreste d’ebani,
che accarezzano il tuo viso."

Dai versi di una bella poesia di Sonia.

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Lui non era

Lui era il filo d’erba

nato sull’asfalto della mia anima avida di vita

Lui era il camino che bruciava d’estate

 e non scalfiva le lastre di ghiaccio che ricoprivano il mio cuore

Lui era il pallido sole filtrato dalla nebbia

Era l’aquilone legato al filo di altre vite, di altri mondi

Lui non era l’arcobaleno che aspettavo d’incontrare

 ma la fatua illusione di un’anima stanca di sentirsi invisibile

Lui non era

(Tina Galante)

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Toi-et-moiParole provenienti da un’altra dimensione. Come racchiuse fuoriuscivano senza un limite imposto….Ero li di fronte a lui e guardandolo negli occhi gli ho chiesto di parlarmi….
Abbiamo parlato per ore, pianto….. e tenuti stretti l’uno all’altro.
Accanto a te crollano tutte le mie barricate e tutto quello che faticosamente e incosciamento ho costruito con la folle speranza di potermi difendere.
Accanto a te sto imparando ad ascoltare, anche quanto interferisci con l’intimo mio, con i miei spazi fatti di confini, di tempi scanditi…, di bianco e di nero.
Accanto a te sto scoprendo le diverse sfumature della vita…. Vita che ringrazio per l’ennesimo dono che mi ha fatto….Scoprirti!
Vivere un tempo fatto di densi momenti, irripetibili, di sensazioni inenarrabili… di sembianze, di nuvole ed ombre, pioggie ed arcobaleni…
Accanto a te io ci sono, accanto a te io amo!

L’ultimo post dei minatori di Tallmansville

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Ultimo post dei minatori - Immagine tratta dal telegiornale della CNN

TALLMANSVILLE, West Virginia

Nell’era della comunicazione digitale questo piccolo messaggio, vergato con il carbone su un foglio di carta dai minatori tragicamente morti per il ritardo dei soccorsi, nella cittadina americana di Talmansville, mi sembra emblematico dei limiti e della fragilità della condizione umana. Nonostate tutti i progressi raggiunti, nel buio di una miniera, nella nazione più tecnologica del mondo, ci sono ancora uomini che muoiono e lasciano i propri messaggi come è successo già tante volte nel secolo scorso. In fondo al messaggio si legge "I love you". Altri sanno tradurre le altre frasi di questo ultimo commovente "post"?

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Mi voltò le spalle, e allontanandosi lentamente
pronunciò il nome di Luigi.
Mi si bloccò il respiro. Violentemente.
Paura e vergogna si sovrapposero nella mia mente.
Sapeva di noi e la sua vendetta non si sarebbe certo fermata con me.
L’idea che potesse far del male al mio amore mi fece trasalire.
Una nuova ondata di rabbia infiammò le mie guance.
Mi alzai di scatto, sulle mie gambe tremanti e in un saltò gli fui addosso.
Senza riflettere, gli tirai quanti più pugni le mie braccia mi concesero,
colpendolo dappertutto. Al volto. Al petto. Alle gambe.
Lui rimase immobile. Per un pò. Sembrava quasi divertito dalla scena.
Poi afferrandomi per un braccio mi scaraventò in terra. Con forza.
Strappò tre o quattro rose e si sedette sopra la mia pancia, dandomi le spalle.
Lo sentivo armeggiare sotto la mia gonna,
ma non osavo immaginare quali fossero le sue intenzioni.
Il suo corpo, imponente, mi impediva di vedere. Respiravo a fatica.
Un dolore lancinante colpì inaspettatamente il fulcro del mio piacere,
e questa volta gridai, con  quanto più fiato avevo in gola.
Stava facendo scivolare dentro me le rose.
Il mio sesso. Una fioriera.
Inorridii al pensiero.
La mia mente prese ad inviarmi immagini orribili,
come fossi precipitata in un incubo ad occhi aperti
dove la cosa più difficile era mantenere la lucidità.
Vedevo le mie gambe ricoperte di muschio ed edera
trasformarsi in pezzi di legno.
Due tronchi d’albero. Immobili. Insensibili.
Dovevo rimanere rilassata.
Impedire le contrazioni al mio ventre
che accompagnavano ogni spinta di quel pazzo,
ma il mio corpo non rispondeva più a me.
Era divenuto un’automa governato da una mano invisibile.
La mia carne bollente e pulsante
si stringeva con prepotente vigore attorno a quei bastoncini spinosi,
impregnandoli della mia essenza. Spinse fino in fondo.
Quasi a volermi conficcare i fiori sù nel midollo spinale.
Sentii le viscere contorcersi in una dansa macabra.
La paura ed il dolore furono sostituiti da un’enorme senso di nausea.
Il mio amato freddo stava facendo il suo lavoro.
Avevo gli arti avvolti in un dolce torpore.
I miei sensi andavano anestetizzandosi.

Questa volta si alzò e se ne andò.
Soddisfatto. Senza dirmi una parola.
Mi lasciò così. Aperta. In fiore.
Annegata nel mio rosso dolore di sangue e petali scarlatti.