Mi manchi

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Caro, qui dove
il sogno s’incaglia
in un giorno d’autunno
e profumo in frana
è petalo d’amore  
su prato falciato
da pugnale
epitaffio a graffiare
terra esiliata
il ritmo è instabile.
Ma è ancora vero
sai, mi manchi.
Quando il cuore
smette di soffiare
e la mia abrasione
si obliqua su te
il tuo cielo percorro
diventa arsenico
il tempo
e tace nel brivido
il grido invocato
d’una riconsacrazione.

Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009

Cogli sulle mie labbra

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Cogli sulle mie labbra
un bacio
e che esso ti bruci
e annienti l’agonia
del tuo sorriso tenue
che di lucenti stille
invade il cuore.
Esulta il mio pensiero
alla sovranità
d’impronte amate
e ti avvolge
e ti segue
come farfalla
dalle ali d’oro.
Ho conquistato per te
un regno
dove tu solo imperi
dove sei storia
strazio che si sperde
voce incolume
di stanco viandante
acqua mormorante
nel deserto
indaco che mi vela
di tutti i cieli
di tutti i mari
dove mio destino tu sei.

Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009

Non ti seppellirò

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Non ti seppellirò
mio sogno
nel fango
delle ipotesi
concrete
combatterò
per liberarti
nella città
di luci
ti porterò
in un ristorante
dove il pane
è morbido
e il colore
della speranza
è servito
su un piatto
di fagioli novelli
all’olio
e cipolla
con l’argenteria
del cuore
e ostriche
d’amore.

Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009

(Translated from Italian by Daniela Quieti)

I WILL NOT BURY YOU

I will not bury you
dear dream
in the mud
of the actual
conjectures
I will fight
to free you
in the city
of lights
I will take you
to a restaurant
where the bread
is warm  
and the colour
of hope
is served
on a plate
together with
young beans
mixed with
olive oil
and onions
on silverware
of hearts
and oysters
of love.

From the collection “Oblique scratches” Scriveredonna Prize 2009

Per chi arriva la Befana?

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Amatissima dai piccoli, la Befana, da  epifania, cioè manifestazione, è una favolosa vecchietta che distribuisce doni ai bambini buoni, ma cenere e carbone a quelli disubbidienti, nella notte fra il cinque e il sei gennaio. L’iconografia la rappresenta in ciabatte, lunga gonna scura e rattoppata, grembiulone, scialle e ampio cappello. E, soprattutto, mentre vola sui tetti a cavallo di una scopa.  
La nascita di questa tradizione popolare, antichissima, magica e pagana ha, come tante feste, un’origine agricola, come allegoria di una natura consunta che, immolandosi a una nuova primavera, vuole lasciare un bel ricordo ai più meritevoli, augurando un prossimo ciclo di prosperità.  Il folclore si fuse poi con elementi cristiani e la Befana portò doni come i Magi a Gesù Bambino. La leggenda narra che i tre Re, essendosi smarriti sulla strada per Betlemme, chiesero a una vecchia di accompagnarli. Ma questa non poté. In seguito, se ne rammaricò così tanto da mettersi a cercare il piccolo Gesù in ogni casa, recando strenne a tutti i bimbi nella speranza di trovare il Redentore. A Gesù i Magi portarono oro, incenso e mirra, simboliche offerte del mondo reale per adorare il neonato Salvatore dell’umanità. Essi consegnano regali, regali materiali. Ma, in questi giorni dell’apparizione di Gesù, quanto di più può essere regalato ai tanti bisognosi della terra, specie ai bambini malati, a quelli poveri, a quelli senza genitori o senza patria, senza casa, senza ospedali, senza medicine. Se solo l’Epifania servirà a diminuire, non certo a sconfiggere – sarebbe un’utopia – le tante piaghe del mondo, avremo celebrato nel modo più giusto e generoso lo spirito dell’evento natalizio, quello di tendere una mano a chi soffre. E, come non ricordare i versi di Giovanni Pascoli che, nella sua poesia “La Befana”, rivolge un pensiero alle diversità sociali e alle miserie umane, attenuate solo dalla fede e dalla speranza: ”…La Befana vede e sente;/ fugge al monte, ch’è l’aurora./ Quella mamma piange ancora/ su quei bimbi senza niente./ La Befana vede e sente./ La Befana sta sul monte./ Ciò che vede è ciò che vide:/ c’è chi piange, c’è chi ride:/ essa ha nuvoli alla fronte,/ mentre sta sul bianco monte.”

Il Natale è la speranza

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Arriva il Natale, la ricorrenza più importante dell’anno. Sono, per milioni di persone, giorni di semplice festa, di doni e di consumi, di musica e di viaggi. Tutto ciò generalizzando, ovviamente. Il che è sbagliato perché, a mio parere, esistono tanti natali, ognuno diverso per quanti sono  gli esseri del mondo che credono nel mistero della Natività. Quello più appariscente è fatto di vetrine addobbate, di shopping, di luci e di colori, di regali, di pranzi e cene al limite della congestione. La stragrande maggioranza della gente è per strada o, ancor più, nei centri commerciali a riempire carrelli di roba da mangiare o cianfrusaglie inutili. E la spiritualità del Natale? Relegata nelle chiese, nelle omelie dei parroci, nella suggestione dei cori e delle carole! Mi trovavo a Roma, anni fa, in questi giorni di vigilia e camminavo a zig - zag in mezzo a signore e signori eleganti carichi di pacchi, fra luminarie e tappeti rossi davanti ai negozi. Quasi tutti i locali esibivano alberi di Natale dalle decorazioni più improbabili. Pochi presepi, quasi tutti “moderni”, eccentrici. Mi ritrovai, quasi per caso, in piazza della Minerva e, passando davanti alla chiesa, udii un suono angelico provenire dall’interno. Entrai. Mi avviai verso l’altare. C’erano circa cinquanta fedeli, perlopiù anziani che ascoltavano Gazzelloni che suonava il suo flauto d’oro. Era una musica struggente, erano note che ti riscaldavano l’animo, che ti liberavano la mente dai pensieri. Era musica…divina. Era lo spirito natalizio che si faceva armonia. C’erano, in quei suoni, i rosari recitati la sera nelle case di paese intorno al camino. C’erano le messe di mezzanotte nelle piccole chiese dei borghi montani, le mense dei poveri, le corsie degli ammalati, la solitudine delle prigioni, la lontananza delle persone care, le perdite irreparabili. Eppure c’era anche la speranza, la fine delle guerre, delle malattie, delle persecuzioni, della fame, degli sfollati, della povertà assoluta. Nei quadri che intravedevo nella penombra della cattedrale c’erano immagini della vita di Gesù, della Madonna, dei Santi, della fuga in Egitto. Tenue, poco illuminato, discreto, c’era un presepe tradizionale, con tutte le figurine, la cometa, i re magi, le pecore. Quel presepe esprimeva semplicità, onestà, valori, sofferenza, purezza. Quella notte magica della Natività era un sogno fatto da svegli, un rifiuto alla rassegnazione, un richiamo alle coscienze, un invito a non avere paura. Quando sono uscita dalla chiesa mi sono sentita, per un po’, più sollevata, più libera. Forse ho dormito anche meglio, quella notte, non lo ricordo. Una cosa è certa, non volevo lasciarmi coinvolgere nella sarabanda del Natale commerciale, volevo, invece, pensare di più al messaggio evangelico. Avevo bisogno di profumo d’incenso e non di aromi griffati. Comunque…auguri a tutti!

Solo un momento

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Solo un momento
deponi i dubbi
ignora il grido
muto del cuore
guardami
nel modo in cui
sai fare tu
fammi sognare
il paradiso come
non lo vedrò mai
l’inferno senza
perdizione
e quando sarà
tempo di andare
non paventeremo
lo spettro svelato.
Dovunque conduca
il suo sentiero buio
se resteremo vicini
saremo imbattibili.

Dalla silloge  ”Uno squarcio di sogno“  di Daniela Quieti – Ed. Tracce 2010

A story of hope

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I hear calls from the distant wood
in a silence which is almost scaring me
in this night full of fire-flies and stars.
The wolf howls he went to the white spring
he ran along the paths of the saint hermits
he knows all the colours of the park
he will not attack, tomorrow.
The sharp fox runs free
she will not make mischief, tomorrow.
And the magpie already has her teasure
of diamonds
she will not steal, tomorrow.
The trees will not call for help.
Where the hill becomes mountain
the deer will jump safe
among rocks and precipices
and where the mountain looks at the sea
it tells a story of hope.

Da ” The colours of the park ” di Daniela Quieti – Inedito

(Traduzione)

Una speranza

Nel silenzio che fa quasi paura
di questa notte di lucciole e stelle
sento voci dal bosco lontano.
È passato alla fonte bianca
racconta il lupo
ha percorso i sentieri dei santi eremiti
lui conosce tutti i colori del parco
domani non aggredirà.
Corre libera dagli inseguitori la furba volpe
domani non imbroglierà.
E la gazza ha già il suo tesoro di diamanti
domani non ruberà.
Non grideranno gli alberi in cerca di aiuto.
Dove la collina diventa montagna
salterà sicuro il cervo tra rupi e precipizi
e la montagna, dove guarda il mare
racconta una speranza.

Il valore nelle orme del cuore di Maria Lampa

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Sono al cinquantatreesimo piano della mia esistenza e non so quanti altri piani potrò ancora salire del grattacielo, ma so per certo quelli che ho superato, anno dopo anno.
Io paragono la vita ad un grattacielo: si inizia dal piano terra e si sale con l’aumentare degli anni.
Quando sono nata ero al pian terreno, incapace di vedere fuori dalla finestra e accudita totalmente dai genitori, dalla famiglia.
Man mano che sono cresciuta, mi sono resa più autonoma e con il tempo ho imparato a gestire le stanze, ad osservare il fuori che mi appartiene.
Quando ero ai primi piani, durante l’adolescenza, l’orizzonte era limitato da alberi esterni, che mi coprivano parte della visuale, restringendo anche il campo delle possibilità, poi cresciuta sono arrivata alla “maturità” e da quel momento ho potuto scegliere con consapevolezza e responsabilità.
Tutto il processo di salire di un piano, ogni anno, è stato naturale e molto intenso.
Io credo di aver fatto tante cose, ogni anno ho modificato, arricchito il traguardo, l’appartamento interno, usando al massimo lo spazio a mia disposizione e facendo tesoro dell’esperienza del piano inferiore, sono salita a quello superiore, migliorandolo, arricchendolo di “cimeli” avuti per i successi raggiunti, gli obbiettivi realizzati.
Qualcuno pensa che aumentando con l’età, si perda qualcosa, magari si vergogna della propria e non la dichiara; per me invece si acquista ogni anno qualcosa in più, tanta saggezza, esperienza, abilità e orizzonti più ampi.
Io vedo la vita come un bicchiere che si riempie con l’avanzare del tempo.
La cosa che mi affascina è la possibilità che ho, nel proseguire il mio percorso, verso la cima, di allargare la visuale e conquistare uno sfondo sempre più ampio.
Io so che posso interagire fin dove arriva il mio sguardo, perché l’ occhio vede solo ciò che può contenere e gestire, nulla di più e niente di meno.
Salire di un piano significa avere più opportunità, il campo di azione si allarga, vuol dire poter osare e arrivare un po’ più in là…. dell’anno precedente, spingersi oltre…
Io non parlo di possibilità fisiche, il corpo non può seguire i sogni, i pensieri, i desideri, perché si deteriora nel tempo, ma parlo proprio dei pensieri, degli ideali, dei sogni che non possono essere bloccati oggettivamente.
A volte mi è successo di restare in finestra ad osservare, senza agire, piatta, sfiduciata, confusa, inattiva e niente mi ispirava, da qualsiasi lato del piano mi affacciassi.
Non mi diceva nulla il mare del lato est, la collina del lato ovest, la montagna del nord e la vallata a sud e ho colpevolizzato tutto questo perché non mi mandavano stimoli.
Poi ho capito che toccava a me, immergermi in questo spazio, andare incontro al mare, la montagna, alla campagna e automaticamente, come per incanto, ho avuto risposte, stimoli, segnali chiari, suggerimenti grandiosi.
C’è stato lo scambio tra il mio dentro e il mio fuori e nell’interagire ho scoperto l’arricchimento, l’imparare continuo, la saggezza, la scoperta senza fine….
Ho imparato ad essere attenta, più osservatrice, a desiderare di crescere per avere maggiori possibilità di modificare il contesto esterno a me.
Nel rapporto con l’esterno (uomini, cose, natura) ho scoperto che sono come un sasso gettato nell’acqua: se un sasso è piccolo e spigoloso, i cerchi creati non sono perfetti e sono talmente piccoli che non arrivano lontano; al contrario, un bel sasso levigato, arrotondato, modellato, gettato nell’acqua crea cerchi regolari, grandi, di qualità che arrivano molto lontano.
E’ mio costante desiderio rendere la mia esistenza levigata, pesante, intensa, piena di sostanza, in modo che io possa emanare cerchi di qualità, percepibili un po’ più in là del mio naso….
Quando faccio qualcosa di positivo e di valido, di fatto creo un cerchio di qualità considerevole che contagia altri, che tocca e porta benessere a chi ne viene anche solo sfiorato.
Il mio impegno consiste proprio nel produrre più occasioni possibili di benessere per me per gli altri.
Sono anche responsabile di ciò che propongo, di come mi muovo e di come mi pongo nei confronti del mondo, cominciando da chi mi sta accanto.
Salire di un piano equivale anche ad aumentate responsabilità, perché sono maggiormente consapevole, perché l’orizzonte è più grande e dentro c’entrano più persone, più cose, più natura.
Il percorso della vita è affascinante perché lo vedo con questa ottica.
Ci sono stati momenti in cui sono stata vittima della miopia più o meno intensa, che non mi ha fatto vedere gli obbiettivi lontani, i traguardi che avrei potuto desiderare e quindi operare per raggiungerli.
Ci sono stati anche momenti in cui la “cataratta psicologica” mi ha impedito di vedere chiaro e allora sono andata avanti a tentoni, insicura, con il rischio di inciampare e magari cadere.
Altre volte non mi sono accontentata di ciò che ho visto al naturale, e avendo la sensazione che dove finiva l’orizzonte ci poteva essere qualcosa di molto interessante e allettante, mi sono procurata un binocolo per cercare di capire cose fosse quello che, ad occhio nudo, era solo un puntino informe.
Questa è la vita, il mio vivere, è il mio stile di viverla che varia nel tempo.
Ci sono stati periodi in cui mi sono curata solo di me, del mio appartamento e neanche ho guardato fuori, mi sono sfuggite perfino le stagioni e i colori che cambiavano con il tempo.
Ho avuto alcuni momenti difficili, in cui per malattia non ho potuto nemmeno affacciarmi a vedere, ma in fondo al cuore sapevo che il fuori c’era e mi apparteneva e non ho potuto interagire fisicamente con l’esterno, ma mentalmente si.
E’ vero che i pensieri sono impalpabili, non si toccano, non hanno una forma fisica, ma una cosa è certa: creano energia, si propagano e producono gli effetti sperati, a volte molto di più di ciò che ho desiderato e immaginato, e poiché non ci sono barriere per inviarli all’esterno, io posso scegliere di far volare quelli positivi, lontano, lontano fin dove io desidero.
Mi conviene aprire la finestra del mio attuale appartamento, aprire la porta agli amici, far cambiare aria alla casa intera, facendo entrare la brezza del mattino, l’aria tersa, il calore del sole, l’umidità della pioggia, il rumore del tuono e lo sfavillio del fulmine.
E’ in questo inter-scambio continuo che mi arricchisco, maturo, divento più abile e capace di donare quanto di meglio ho a disposizione nella totalità del mio essere psicofisico.
Sono convinta che l’aria di appartamento miscelata con l’aria esterna è di gran lunga migliore delle sola aria esterna, o della sola aria di casa mia.

***

Goccia I – Il grattacielo. Brano tratto dal libro “Il valore nelle orme del cuore” di Maria Lampa, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Dove ho imparato ad amare

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 Da giorni con la stessa tuta, quella usata in casa, con la scritta smile. Ma come si fa a sorridere, proprio qui, sotto questa piccola tenda, senza niente, con una sensazione di instabilità, di galleggiamento su un pavimento incerto, insicuro. Con un’angoscia di morte imminente in un campo di battaglia, tra autoambulanze, soccorritori, sfollati, maltempo, di fronte alla perdita di familiari, della casa, di punti di riferimento. Di fronte a un futuro che si preannuncia comunque difficile. Invece Maria vuole vivere. Lottando con la terra che trema ancora, crudele, come se volesse dire a tutti di non permettersi nemmeno di pensarlo, di continuare a vivere. Comunque non si può rinunciare a sperare. Perché suona ancora la campana di Onna, il paese simbolo della devastazione del terremoto, la drammatica premessa alle lacrime e ai morti allineati sul bordo della strada. La campana suona a distesa, nella vallata, sui prati, tra i sopravvissuti, con tutti i suoni più familiari perduti tra le macerie, con il dolore atroce per la scomparsa dei bambini e dei giovani del piccolo paese, perché a morire sono stati soprattutto loro. Suona su squarci di case che mostrano l’intimità di un letto intatto, un armadio aperto, immagini di santi, fotografie di famiglie che condividono ora lutti tra remote storie di parentele, su antiche pietre crollate di case, cantine, ovili. Sono viva – dice Maria – sono più forte del terremoto che ha distrutto la mia terra. Non ho ancora pianto, non è il tempo. Ora è il tempo di ricominciare, soprattutto per chi non c’è più. Rivoglio il mio posto com’era. Non posso immaginare di volgere lo sguardo e non vedere l’incanto delle mie chiese, delle mie case, delle mie strade. Non c’è altra immagine nella mia mente che quella del luogo dove sono nata, dove ho imparato ad amare. Giovanni la incoraggia: – Andremo avanti – le dice.

L’orizzonte di Carla

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Se avessi voglia di raccontare una storia, racconterei quella di Carla, profondamente radicata nella mia memoria per i significati che, pur nella banalità dello svolgersi dei fatti, ho sempre considerato un esempio di come si possa inseguire, all’orizzonte, la propria infelicità. O forse il contrario. Chi può dirlo?
Conobbi Carla al Lido di Camaiore molti, molti anni fa. Allora ero un giovane sottotenente in servizio al 1°/8° di Lucca. Nelle sere d’estate, liberi dal servizio, amavamo compiere, noi giovani ufficiali, qualche escursione in Versilia. Passeggiando per via del Fortino avevo conosciuto, per caso, quella splendida signora. Molto, molto più anziana di me, aveva raggiunto una maturità rigogliosa. Bruna, truccatissima, usava un profumo che stordiva. Rideva in modo contagioso e per passatempo, più che altro, visto che il padre era un alto funzionario ministeriale, aveva aperto una boutique nella via principale del Lido. Lei dipingeva, scriveva favole per bambini e per me, poeta non solo nell’anima, non fu difficile (forse giocò a mio favore il fascino della divisa) invitarla a cena malgrado – e si vedeva assai bene – fossimo una coppia tutt’altro che ben assortita. Ero, allora, un “garibaldino” verace, capace – cioè – di andare, all’arma bianca, all’assalto di qualunque fortezza. Ma lei mi frenò subito. Il marito, mi raccontò, l’aveva abbandonata per una giovanissima donna delle pulizie. Una mortificazione ancor più grave, questa, visto quanto Carla teneva al suo rango in società. Se n’era andato all’improvviso, lasciandola con le sue due figlie adolescenti, procurandole una lacerazione profonda. Non cercava storie, mi disse. Perché sapeva, “sentiva” che la vita l’avrebbe ripagata con un incontro che avrebbe esorcizzato i suoi fantasmi. Così avrebbe fatto conoscere il suo nuovo uomo alla sua famiglia. Si sarebbe sposata ancora, con tutti i crismi della legalità e, forse, con l’abito bianco, con una grande festa e tutti gli amici che avevano pettegolato di lei e dell’abbandono. Sarebbe stata felice, allora, e le sue figlie avrebbero avuto finalmente un padre che si occupasse di loro. [Continua...]

Sotto il cielo di dicembre

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Sotto il cielo di dicembre
fra illuminate strade
e addobbi colorati
gente distratta e indaffarata
volti che si sfiorano muti
senza vedersi
Traffico impazzito
in mezzo alla città 
che frettolosa incede
su marciapiedi festosi
fra vetrine scintillanti
A passi lenti cammino
avvolta in un dolore
pungente più del gelo
cercando di te un’impronta
una traccia da seguire
per afferrarla a mani tese
prima che sfumi nella nebbia

Dove sarai
in questa notte d’inverno
acceso da quali abbracci
accarezzato da quali sguardi
che non siano i miei…
 
-Maya-

Argento (Arguron)

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Quest’uomo
ha occhi d’ambra liquida
e un sorriso da satiro
che viene dal Tempo,
e da quella terra
ove Marsia rideva
e gli dei consumarono
le loro battaglie.
Sulla sua pelle
un dio fra i tanti
stampò un arcipelago
di piccole isole,
di giorni e di nomi
che egli già conosce,
e ha attraversato
prima di approdare
sul margine inesplorato
del mio abisso.

Quest’uomo
si aggira cauto
come forestiero
tra dedali ombrosi
che passi di donna soltanto
nell’alba ospitarono,
tra le macerie di qualche amore
e una galleria di stinti ritratti
requiem per sogni
appena sfiorati.

Quest’uomo,
che crede nel destino
tra le sue mani stasera
culla la mia vita
ed i frammenti aguzzi
ad uno ad uno compone,
su trame di cristallo levigate
da una beffa di venti
e da quell’onda,
che dono imperscrutabile
e insidiosa compagna
fu al mio andare.
Inatteso il suo nome tintinna
- moneta d’argento -
sul duro selciato dei miei giorni.

Ad A.

Sofferenza d’amore

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Sofferenza d’amore
mi fa sprofondare
nell’abisso più oscuro.
Lacrime calde
scendono
sul mio volto niveo,
lasciando un arrossamento
che brucia.
Grido all’amore
oggi il mio dolore,
quello che mi ha fatto
assaporare
le gioie della vita.
Chinata sul pavimento
volgo lo sguardo
nel vuoto della stanza.
Pensieri confusi
e pieni d’amarezza
lacerano l’anima mia.
Scendono le lacrime
ininterrottamente,
lasciandomi senza respiro,
tra un singhiozzo e l’altro.
Il corpo oramai sfinito
si adagia per terra,
dove mi addormento
sognando
le meraviglie
di un nuovo
grande amore.

© – “Nicoletta Perrone” 

Haiga

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Colli innevati.

Come fiorenti spose

 bianco vestite.

 

Ho cercato immagini

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Ho cercato immagini
per trattenere un sogno
come una rete gettata in mare aperto
volevo ancora capelli impigliati tra le dita
ed occhi dolci a narrarmi favole di vita
Tra fresca spuma
ti ho trovato

Ho cercato immagini
per assopire il dolore
come uno scialle
avrei voluto mi scaldassero le spalle
avrei voluto un ricordo a tenermi compagnia
Riflesso perduto tra onde sognate
avrei voluto trovarti ancora

No, non si cattura un’emozione…
perché mai tanto stupore?
Guardati attorno…
un fiore sboccia a ringraziare carezze di sole
ed un bimbo sorride curioso
inseguendo colorati voli di farfalle
zampettando caparbio la vita in festa.

piccole grandi cose…

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piccole cose nascoste e silenti
racchiuse nel cuore di semplici fiori
raccolgon rugiada sui campi del mondo
raccolgon sorrisi tra applausi e silenzi ..

e tornano a sera in quel cielo di stelle
e come miraggio diventan più belle ..

vocedelsilenzio

(immagine tratta da inkycircus.com)

Amore Mai smarrito

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Tenere e soffici le ombre della notte
scivolano piano tra le pieghe del pianto
Verso di te incerta incedo
alba mai sognata
E dentro di me tutto tace
mentre l’urlo e i graffi si sono smarriti
lungo i percorsi che conducevano a te
Abbandonata alla soave pace
lascio andare i ricordi
e un calore nuovo semina tepore
nell’acerbo animo mio
Ritorno a te
abbraccio caldo di vita
Amore mai smarrito
riposerò nella tua morsa sicura

(T.G.)

Sono qui…

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Guardami     sono qui

Voglio  che tu mi veda     per quella che sono

Tante le ferite     qualcuna ancora sanguina

Però sono qui

In questo angolo di strada

Ancora sconnesso

Anche tu incespichi     hai le spalle curve

Ancora  pesa il tuo fardello

Ma posalo     e guardami

Guarda  queste mani     ancora sono calde

Ancora desiderano

Ancora stringono     e accarezzano 

Potrei cancellare quel solco     che ti segna fra gli occhi

     E rende cupo il tuo sguardo

Potrei ritrovare il tuo sorriso     se mi lasci cercare

Guardami     sono qui

Fuggita dalla gabbia dei  ricordi

È ancora buio     ma l’alba non è lontana

Lascia che ci colga      insieme

 

Mara

L’elaborazione grafica è di AlfiereRosso

Assolo

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autumn whispers

Sono solo lacrime da dimenticare
bambina d’ottobre.
Quando l’estate chiuderà gli occhi
sull’ultimo anemone
nato in riva al fiume
l’autunno ti avrà
già invaso il cuore
Dimentica in fretta
mia dolce bambina.
E’ questo il tuo tempo
vestilo a festa
prima che si frantumi
dietro i vetri di un malinconico novembre.
Ogni fatica è speranza duratura
ché il gesto facile
la fine rapida d’ogni cosa ottenuta
in sé contempla.

Echi di luce

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La città si sveglia avvolta in una nebbia torbida e polverosa.

Davanti agli scheletri di quelli che fino a poco tempo fa erano case, palazzi,  ospedali ed antiche vestigia di tempi antichi, solo macerie e cocci di vita.

Folla di uomini e donne  che accarezzano il volto dei loro figli, come a volere togliere dai loro visi le immagini che i loro occhi fissano increduli e che hanno spazzato  via sogni e scampoli di vita futura.

Fruscio di abiti lunghi che avvolgono l’anima e il corpo, portati da madri dal volto segnato da troppo dolore.

Voglia di una vita normale che la storia ha negato solo perché sei nato dalla parte sbagliata del mondo.

Donne e uomini che stancamente trascinano le loro storie e bambini che allungano le mani segnate anzitempo, in cerca di  caramelle e di  qualche spicciolo di vita.

L’inferno ha trovato il suo palcoscenico sulla terra, trionfando col suo nero abisso e sostituendosi là dove un tempo si narravano fiabe millenarie e dal sapore antico.

Nella città perduta la morte trionfa sulla vita e ne diventa padrona, mentre essa diventa sempre più simile ad un dipinto che sbiadisce sotto la luce dei secoli e delle bombe.

Il  passato rivive solo nei racconti dei vecchi che, seduti nei vicoli delle strade fumando narghilet,  frugano  nella loro memoria cercando  frammenti di quel che resta della loro misera esistenza e ricordi di echi di luce al tramonto, che si perdono nel cielo e nei giorni che restano…

 

In questo racconto breve  non si parla di una città particolare, ma di tutte le città del mondo che sono devastate dalle guerre.

Mentre scrivo ascolto “Wuthering Heights” indimenticabile brano di Kate Bush.