Non hai nulla da farti perdonare,
ma ti perdono lo stesso:
era le volte che mi cercavi,
e sbagliavi lo spazio, non il tempo;
era le volte che mi volevi,
e volevi toccarmi soltanto;
era le volte che mi parlavi,
e parlavi alle nuvole;
era le volte che mi pensavi,
e pensavi di notte;
era le volte che mi sognavi,
e sognavi di giorno.
E per scale antiche o nuove di zecca,
dai gradini di vetro o di fili di biada,
dalle rughe di gesso o delle tue mani,
sui gradini della notte o dei tuoi seni di mandorla,
ti bacerò sugli occhi e sul ciglio del cuore.
A Silvia, una qualunque, ma questa è vera
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Una lettera d’amore
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Mio caro,
la verità è che ti amo. Adesso che siamo distanti e ciascuno di noi è preso dalle reciproche realtà, oltre la speranza più o meno possibile di ritrovarci, protetti dalle insidie che hanno obliquato, rimpicciolito e dilatato l’interpretazione di un pur identico codice, questa è l’unica certezza. Un’ansia strana mi consuma, mi induce a scriverti, nonostante riesca ad apparire serena fra i miei libri, i miei impegni, la mia ordinarietà scarnificata, fatta di ideali spesso messi in fuga da un tempo di profonda tristezza, d’insincera illusione, di lunga inquietudine, di polvere di strada. Vedo il mare da qui. Sembra rilassato, anche se il profilo acuminato di una palma scura evoca schegge conficcate nel costato. Me la caverò? Sfuggendo ai miei tumulti per cercare riparo negli attimi strappati al sogno, forse, però ogni sogno è prigioniero del destino. O su una soglia, a guardia dell’antico inganno, nell’attesa di una promessa autentica. O nelle stanze dell’infanzia, nei fantasmi buoni di cui aspetto il ritorno, al buio, per condividere con loro un altro istante nei luoghi che, come loro, ho amato e amo, o in questa lettera che non spedirò, di cui tu solo potresti davvero leggere le orme, o in tutte le tue forme a cui la mia immaginazione ti adatta, e mi adatta. La preferita è di considerarti semplicemente un uomo, che ha infuocato i miei tormenti, che spartisce il desco, il calore che mi pervade, che riempie con me una scatola vuota di ricordi con la fascinazione di ciò che sarà, in un irraggiungibile luogo segreto, domani. – Ma quand’è che viene questo domani, dov’è? E a qual prezzo si vende se è già sera, l’oggi. – È strano come due persone, incontrandosi, s’intersechino l’una nell’altra. Il caso? Affinità elettive? Mi piace pensare che sia pure una questione di pelle. Sei troppo affascinante, troppo seducente, troppo tutto e continui a crescermi nell’anima e nella carne, accarezzato progetto, redatto con parole intinte d’emozione. Vorrei averti qui, ora. Stringerti. Fondermi in te. Tu strazi la mia vita con la tua presenza-assenza, la memoria dei tuoi segni, potenti, mi accende di desideri impazienti, mentre rovisto instancabilmente fra i tuoi silenzi nell’aspirazione di ascoltarti. Dobbiamo ancora capirci, cogliere il soffio del vento che ci afferra e ci culla, e ci lenisce ferite aperte dalla nostra precarietà, e poi…vorrei vivere, anche poco, ma vivere…mi dicesti. E, come allora, ti rispondo…anch’io, con te. Io, passionale, possessiva, irruenta che, come le donne di arcaica radice della mia terra madre, la tua lontananza ha fatalmente di cordoglio velato, con quell’amore che non ho perduto nel pianto e nella gioia di un’intera esistenza, ti porto attaccato al petto, incastonato nell’inseparabile gioiello più prezioso, bruciante stimmata dentro il cuore, sempre.
Da “Schegge d’amore” di Daniela Quieti
Mi manchi
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Caro, qui dove
il sogno s’incaglia
in un giorno d’autunno
e profumo in frana
è petalo d’amore
su prato falciato
da pugnale
epitaffio a graffiare
terra esiliata
il ritmo è instabile.
Ma è ancora vero
sai, mi manchi.
Quando il cuore
smette di soffiare
e la mia abrasione
si obliqua su te
il tuo cielo percorro
diventa arsenico
il tempo
e tace nel brivido
il grido invocato
d’una riconsacrazione.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
La mia isola
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Refrattaria a questo mondo di alienanti discorsi, di menti ristrette, di corse inutili, di convenzioni e pregiudizi, di squallide maschere, vado a rifugiarmi nell’incantata isola che porta il nome del mio animo, lì dove pochi riescono ad approdare. Oggi il mare è calmo, l’acqua cristallina riflette le assenze di quel mondo, butto l’ancora, mi cingo con tintinnii di monili, mi svesto dei rimasugli di squallide impronte, mentre la mia pelle si fa accarezzare da rivoli di vento intrisi di magici suoni e inizio la mia danza sulle note di arcani ricordi, quando bimba disegnavo castelli fatati, e quando il solitario passo della mia malinconia, mi trascinava negli anfratti di quella grotta, costruita con quei massi di vibranti emozioni, che la pioggia incontrata non è riuscita mai a scalfire. La musica antica si unisce alle nuove melodie, composte con l’estro degli insegnamenti della vita, felice oggi di avere intorno solo il rumore della risacca, il lieve sibilo del vento, me stessa con i tesori del mio animo, e qualche naufrago, dallo sguardo profondo, attratto nelle reti della magia del mio mondo, a scrutare attraverso i cristalli che recingono la mia dimora. Non saremo molti qui, solo chi è giunto al disincanto di quel mondo effimero, chi ha corso tanto per fermarsi poi a traguardi di carta, chi ha confuso l’Amore con l’innamoramento, chi ha il cuore affaticato per aver camminato sempre in salita, chi sa guardare nel silenzio di quest’isola per ascoltare e capire l’invisibile e oltrepassare i confini dell’orizzonte.
Cogli sulle mie labbra
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Cogli sulle mie labbra
un bacio
e che esso ti bruci
e annienti l’agonia
del tuo sorriso tenue
che di lucenti stille
invade il cuore.
Esulta il mio pensiero
alla sovranità
d’impronte amate
e ti avvolge
e ti segue
come farfalla
dalle ali d’oro.
Ho conquistato per te
un regno
dove tu solo imperi
dove sei storia
strazio che si sperde
voce incolume
di stanco viandante
acqua mormorante
nel deserto
indaco che mi vela
di tutti i cieli
di tutti i mari
dove mio destino tu sei.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
Non ti seppellirò
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Non ti seppellirò
mio sogno
nel fango
delle ipotesi
concrete
combatterò
per liberarti
nella città
di luci
ti porterò
in un ristorante
dove il pane
è morbido
e il colore
della speranza
è servito
su un piatto
di fagioli novelli
all’olio
e cipolla
con l’argenteria
del cuore
e ostriche
d’amore.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
(Translated from Italian by Daniela Quieti)
I WILL NOT BURY YOU
I will not bury you
dear dream
in the mud
of the actual
conjectures
I will fight
to free you
in the city
of lights
I will take you
to a restaurant
where the bread
is warm
and the colour
of hope
is served
on a plate
together with
young beans
mixed with
olive oil
and onions
on silverware
of hearts
and oysters
of love.
From the collection “Oblique scratches” Scriveredonna Prize 2009
La mia declinazione
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La mia
declinazione
sei
tu
di te
a te
te
sempre
tu
e io
con te.
Dalla silloge “Graffi obliqui” di Daniela Quieti – Premio Scriveredonna 2009
Solo un momento
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Solo un momento
deponi i dubbi
ignora il grido
muto del cuore
guardami
nel modo in cui
sai fare tu
fammi sognare
il paradiso come
non lo vedrò mai
l’inferno senza
perdizione
e quando sarà
tempo di andare
non paventeremo
lo spettro svelato.
Dovunque conduca
il suo sentiero buio
se resteremo vicini
saremo imbattibili.
Dalla silloge ”Uno squarcio di sogno“ di Daniela Quieti – Ed. Tracce 2010
A story of hope
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I hear calls from the distant wood
in a silence which is almost scaring me
in this night full of fire-flies and stars.
The wolf howls he went to the white spring
he ran along the paths of the saint hermits
he knows all the colours of the park
he will not attack, tomorrow.
The sharp fox runs free
she will not make mischief, tomorrow.
And the magpie already has her teasure
of diamonds
she will not steal, tomorrow.
The trees will not call for help.
Where the hill becomes mountain
the deer will jump safe
among rocks and precipices
and where the mountain looks at the sea
it tells a story of hope.
Da ” The colours of the park ” di Daniela Quieti – Inedito
(Traduzione)
Una speranza
Nel silenzio che fa quasi paura di questa notte di lucciole e stelle sento voci dal bosco lontano. È passato alla fonte bianca racconta il lupo ha percorso i sentieri dei santi eremiti lui conosce tutti i colori del parco domani non aggredirà. Corre libera dagli inseguitori la furba volpe domani non imbroglierà. E la gazza ha già il suo tesoro di diamanti domani non ruberà. Non grideranno gli alberi in cerca di aiuto. Dove la collina diventa montagna salterà sicuro il cervo tra rupi e precipizi e la montagna, dove guarda il mare racconta una speranza.Linea di confine – La Fuga
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Fu quando mi lasciai alle spalle Notre-Dame, per accingermi a passare il ponte che mi avrebbe portato poco più avanti di Place Saint Michel, che avvertii nell’aria la sua presenza. Percorsi metà del ponte, poi spostai lateralmente lo sguardo, dal fiume al di là della strada, dove alcune insegne luminose indicavano la presenza di un bistrot o di un bar. Ella era là, seduta fuori di questo locale che capii essere un bar. Era sola, ma sembrava che aspettasse qualcuno. Aveva una fare nervoso, forse dettato dalla impazienza dell’attesa. Oppure forse aveva solo qualche questione personale da risolvere. Rallentai il passo perché non sapevo cosa fare. Avrei sì voluto precipitarmi verso di lei, ma mi sembrava un gesto troppo invadente. Avrei potuto infastidirla o semplicemente contrariarla. Attraversai lentamente la strada dirigendomi verso il bar. Giunto a pochi metri la fissai negli occhi e dopo qualche secondo la salutai.
«Bonsoir» dissi. «Bonsoir» mi rispose. Non credevo fossi capace di avere una tale decisione e determinazione. «Non crede che mi debba un minimo di spiegazione?», le dissi con voce dolce ma ferma.
Lei fu altrettanto ferma e decisa. «No» mi rispose. «Lei, delle domande che vorrebbe pormi, conosce già le risposte».
Ero interdetto. Ancora una volta mi aveva colto di sorpresa. «Aspetta qualcuno? Posso sedermi un attimo?» le chiesi con gentilezza.
«Certo che può. Prego, si accomodi», disse mentre con un gesto della mano accompagnava le parole.
Io continuai: «Che significa che conosco già le risposte? Lei, non più di due settimane fa, mi ha lasciato con un oscuro disegno su un cartoncino ed è letteralmente scomparsa. Non capisco il significato, il senso di tutto ciò». Ero stupito per quanto avessi osato essere così esplicito e diretto.
«Davvero, così crede?». Aveva un sorriso enigmatico, un po’ sornione e un po’ sorpreso. «Non sa che i significati e il senso delle cose deve cercarli solo dentro di lei? Nessuno potrà mai indicarglieli. Perché ciò che per alcuni è vero, per altri potrebbe esser falso, e viceversa. E a lei le cose false non piacciono. Lei cerca solo cose vere, le cose reali. O almeno … che appaiano tali, che si presentino con la loro veste di veridicità, salvo verificarle in seguito. Sbaglio?».
No che non sbagliava. Era proprio così. Ero sempre alla ricerca della verità, della comprensione della realtà, del senso da attribuire al reale. Ma … lei mi sembrava irreale. Come se appartenesse ad un’altra dimensione. Come se per caso avesse incrociato la mia “linea di universo” e proprio lì mi stesse facendo perdere, su quella linea che tracciava il mio percorso nello spazio e nel tempo di quest’universo, di questa dimensione.
«No, lei non sbaglia», risposi, «ma, vede, il punto è proprio questo. Tutto ciò che lei dice è sempre giusto. Così dannatamente giusto che sembra irreale. E io ho bisogno di capire quanto tutto ciò sia reale, e quanto no».
Mi resi conto solo allora che in realtà non volevo una risposta esplicita. Temevo la risposta esplicita, chiara in tutta la sua crudezza. Temevo che una risposta alla mia domanda ponesse fine a questi incontri. Anzi, ne ero certo. In realtà, forse, aveva ragione lei, io già conoscevo le risposte.
Mi resi conto, in quel preciso momento, mentre pensavo tutto ciò e parlavo, … che sapevo chi lei fosse. No! Assolutamente non volevo che fosse lei a dirmelo esplicitamente. Così aggiunsi: «No, non mi dica nulla. La realtà è quanto riusciamo a costruire interagendo con quanto ci è intorno. È quanto riusciamo a vedere e conoscere, e ad agire col frutto di questa conoscenza. La realtà è il patrimonio di esperienze che ci permettono di operare sul contesto che viviamo. Così, anche il sogno è realtà, perché ci permette di vivere e di agire, di mettere a frutto esperienze e idee, ci permette di passare dalle parole ai fatti. Se per poter sognare occorre affrontare la realtà, per governare la realtà bisogna poter sognare. Ora so chi è Lei. Ma, proprio per questo non ho intenzione di perderla. Ho bisogno di incontrarla altre volte, e, lei … lei me lo permetterà?». [Continua...]





























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