Non hai nulla da farti perdonare,
ma ti perdono lo stesso:
era le volte che mi cercavi,
e sbagliavi lo spazio, non il tempo;
era le volte che mi volevi,
e volevi toccarmi soltanto;
era le volte che mi parlavi,
e parlavi alle nuvole;
era le volte che mi pensavi,
e pensavi di notte;
era le volte che mi sognavi,
e sognavi di giorno.
E per scale antiche o nuove di zecca,
dai gradini di vetro o di fili di biada,
dalle rughe di gesso o delle tue mani,
sui gradini della notte o dei tuoi seni di mandorla,
ti bacerò sugli occhi e sul ciglio del cuore.
A Silvia, una qualunque, ma questa è vera
Una lettera d’amore
Mio caro,
la verità è che ti amo. Adesso che siamo distanti e ciascuno di noi è preso dalle reciproche realtà, oltre la speranza più o meno possibile di ritrovarci, protetti dalle insidie che hanno obliquato, rimpicciolito e dilatato l’interpretazione di un pur identico codice, questa è l’unica certezza. Un’ansia strana mi consuma, mi induce a scriverti, nonostante riesca ad apparire serena fra i miei libri, i miei impegni, la mia ordinarietà scarnificata, fatta di ideali spesso messi in fuga da un tempo di profonda tristezza, d’insincera illusione, di lunga inquietudine, di polvere di strada. Vedo il mare da qui. Sembra rilassato, anche se il profilo acuminato di una palma scura evoca schegge conficcate nel costato. Me la caverò? Sfuggendo ai miei tumulti per cercare riparo negli attimi strappati al sogno, forse, però ogni sogno è prigioniero del destino. O su una soglia, a guardia dell’antico inganno, nell’attesa di una promessa autentica. O nelle stanze dell’infanzia, nei fantasmi buoni di cui aspetto il ritorno, al buio, per condividere con loro un altro istante nei luoghi che, come loro, ho amato e amo, o in questa lettera che non spedirò, di cui tu solo potresti davvero leggere le orme, o in tutte le tue forme a cui la mia immaginazione ti adatta, e mi adatta. La preferita è di considerarti semplicemente un uomo, che ha infuocato i miei tormenti, che spartisce il desco, il calore che mi pervade, che riempie con me una scatola vuota di ricordi con la fascinazione di ciò che sarà, in un irraggiungibile luogo segreto, domani. – Ma quand’è che viene questo domani, dov’è? E a qual prezzo si vende se è già sera, l’oggi. – È strano come due persone, incontrandosi, s’intersechino l’una nell’altra. Il caso? Affinità elettive? Mi piace pensare che sia pure una questione di pelle. Sei troppo affascinante, troppo seducente, troppo tutto e continui a crescermi nell’anima e nella carne, accarezzato progetto, redatto con parole intinte d’emozione. Vorrei averti qui, ora. Stringerti. Fondermi in te. Tu strazi la mia vita con la tua presenza-assenza, la memoria dei tuoi segni, potenti, mi accende di desideri impazienti, mentre rovisto instancabilmente fra i tuoi silenzi nell’aspirazione di ascoltarti. Dobbiamo ancora capirci, cogliere il soffio del vento che ci afferra e ci culla, e ci lenisce ferite aperte dalla nostra precarietà, e poi…vorrei vivere, anche poco, ma vivere…mi dicesti. E, come allora, ti rispondo…anch’io, con te. Io, passionale, possessiva, irruenta che, come le donne di arcaica radice della mia terra madre, la tua lontananza ha fatalmente di cordoglio velato, con quell’amore che non ho perduto nel pianto e nella gioia di un’intera esistenza, ti porto attaccato al petto, incastonato nell’inseparabile gioiello più prezioso, bruciante stimmata dentro il cuore, sempre.
Da “Schegge d’amore” di Daniela Quieti
Mi manchi
Caro, qui dove
il sogno s’incaglia
in un giorno d’autunno
e profumo in frana
è petalo d’amore
su prato falciato
da pugnale
epitaffio a graffiare
terra esiliata
il ritmo è instabile.
Ma è ancora vero
sai, mi manchi.
Quando il cuore
smette di soffiare
e la mia abrasione
si obliqua su te
il tuo cielo percorro
diventa arsenico
il tempo
e tace nel brivido
il grido invocato
d’una riconsacrazione.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
La mia isola
Refrattaria a questo mondo di alienanti discorsi, di menti ristrette, di corse inutili, di convenzioni e pregiudizi, di squallide maschere, vado a rifugiarmi nell’incantata isola che porta il nome del mio animo, lì dove pochi riescono ad approdare. Oggi il mare è calmo, l’acqua cristallina riflette le assenze di quel mondo, butto l’ancora, mi cingo con tintinnii di monili, mi svesto dei rimasugli di squallide impronte, mentre la mia pelle si fa accarezzare da rivoli di vento intrisi di magici suoni e inizio la mia danza sulle note di arcani ricordi, quando bimba disegnavo castelli fatati, e quando il solitario passo della mia malinconia, mi trascinava negli anfratti di quella grotta, costruita con quei massi di vibranti emozioni, che la pioggia incontrata non è riuscita mai a scalfire. La musica antica si unisce alle nuove melodie, composte con l’estro degli insegnamenti della vita, felice oggi di avere intorno solo il rumore della risacca, il lieve sibilo del vento, me stessa con i tesori del mio animo, e qualche naufrago, dallo sguardo profondo, attratto nelle reti della magia del mio mondo, a scrutare attraverso i cristalli che recingono la mia dimora. Non saremo molti qui, solo chi è giunto al disincanto di quel mondo effimero, chi ha corso tanto per fermarsi poi a traguardi di carta, chi ha confuso l’Amore con l’innamoramento, chi ha il cuore affaticato per aver camminato sempre in salita, chi sa guardare nel silenzio di quest’isola per ascoltare e capire l’invisibile e oltrepassare i confini dell’orizzonte.
Cogli sulle mie labbra
Cogli sulle mie labbra
un bacio
e che esso ti bruci
e annienti l’agonia
del tuo sorriso tenue
che di lucenti stille
invade il cuore.
Esulta il mio pensiero
alla sovranità
d’impronte amate
e ti avvolge
e ti segue
come farfalla
dalle ali d’oro.
Ho conquistato per te
un regno
dove tu solo imperi
dove sei storia
strazio che si sperde
voce incolume
di stanco viandante
acqua mormorante
nel deserto
indaco che mi vela
di tutti i cieli
di tutti i mari
dove mio destino tu sei.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
Non ti seppellirò
Non ti seppellirò
mio sogno
nel fango
delle ipotesi
concrete
combatterò
per liberarti
nella città
di luci
ti porterò
in un ristorante
dove il pane
è morbido
e il colore
della speranza
è servito
su un piatto
di fagioli novelli
all’olio
e cipolla
con l’argenteria
del cuore
e ostriche
d’amore.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
(Translated from Italian by Daniela Quieti)
I WILL NOT BURY YOU
I will not bury you
dear dream
in the mud
of the actual
conjectures
I will fight
to free you
in the city
of lights
I will take you
to a restaurant
where the bread
is warm
and the colour
of hope
is served
on a plate
together with
young beans
mixed with
olive oil
and onions
on silverware
of hearts
and oysters
of love.
From the collection “Oblique scratches” Scriveredonna Prize 2009
La mia declinazione
La mia
declinazione
sei
tu
di te
a te
te
sempre
tu
e io
con te.
Dalla silloge “Graffi obliqui” di Daniela Quieti – Premio Scriveredonna 2009
Solo un momento
Solo un momento
deponi i dubbi
ignora il grido
muto del cuore
guardami
nel modo in cui
sai fare tu
fammi sognare
il paradiso come
non lo vedrò mai
l’inferno senza
perdizione
e quando sarà
tempo di andare
non paventeremo
lo spettro svelato.
Dovunque conduca
il suo sentiero buio
se resteremo vicini
saremo imbattibili.
Dalla silloge ”Uno squarcio di sogno“ di Daniela Quieti – Ed. Tracce 2010
A story of hope
I hear calls from the distant wood
in a silence which is almost scaring me
in this night full of fire-flies and stars.
The wolf howls he went to the white spring
he ran along the paths of the saint hermits
he knows all the colours of the park
he will not attack, tomorrow.
The sharp fox runs free
she will not make mischief, tomorrow.
And the magpie already has her teasure
of diamonds
she will not steal, tomorrow.
The trees will not call for help.
Where the hill becomes mountain
the deer will jump safe
among rocks and precipices
and where the mountain looks at the sea
it tells a story of hope.
Da ” The colours of the park ” di Daniela Quieti – Inedito
(Traduzione)
Una speranza
Nel silenzio che fa quasi paura di questa notte di lucciole e stelle sento voci dal bosco lontano. È passato alla fonte bianca racconta il lupo ha percorso i sentieri dei santi eremiti lui conosce tutti i colori del parco domani non aggredirà. Corre libera dagli inseguitori la furba volpe domani non imbroglierà. E la gazza ha già il suo tesoro di diamanti domani non ruberà. Non grideranno gli alberi in cerca di aiuto. Dove la collina diventa montagna salterà sicuro il cervo tra rupi e precipizi e la montagna, dove guarda il mare racconta una speranza.Linea di confine – La Fuga

Fu quando mi lasciai alle spalle Notre-Dame, per accingermi a passare il ponte che mi avrebbe portato poco più avanti di Place Saint Michel, che avvertii nell’aria la sua presenza. Percorsi metà del ponte, poi spostai lateralmente lo sguardo, dal fiume al di là della strada, dove alcune insegne luminose indicavano la presenza di un bistrot o di un bar. Ella era là, seduta fuori di questo locale che capii essere un bar. Era sola, ma sembrava che aspettasse qualcuno. Aveva una fare nervoso, forse dettato dalla impazienza dell’attesa. Oppure forse aveva solo qualche questione personale da risolvere. Rallentai il passo perché non sapevo cosa fare. Avrei sì voluto precipitarmi verso di lei, ma mi sembrava un gesto troppo invadente. Avrei potuto infastidirla o semplicemente contrariarla. Attraversai lentamente la strada dirigendomi verso il bar. Giunto a pochi metri la fissai negli occhi e dopo qualche secondo la salutai.
«Bonsoir» dissi. «Bonsoir» mi rispose. Non credevo fossi capace di avere una tale decisione e determinazione. «Non crede che mi debba un minimo di spiegazione?», le dissi con voce dolce ma ferma.
Lei fu altrettanto ferma e decisa. «No» mi rispose. «Lei, delle domande che vorrebbe pormi, conosce già le risposte».
Ero interdetto. Ancora una volta mi aveva colto di sorpresa. «Aspetta qualcuno? Posso sedermi un attimo?» le chiesi con gentilezza.
«Certo che può. Prego, si accomodi», disse mentre con un gesto della mano accompagnava le parole.
Io continuai: «Che significa che conosco già le risposte? Lei, non più di due settimane fa, mi ha lasciato con un oscuro disegno su un cartoncino ed è letteralmente scomparsa. Non capisco il significato, il senso di tutto ciò». Ero stupito per quanto avessi osato essere così esplicito e diretto.
«Davvero, così crede?». Aveva un sorriso enigmatico, un po’ sornione e un po’ sorpreso. «Non sa che i significati e il senso delle cose deve cercarli solo dentro di lei? Nessuno potrà mai indicarglieli. Perché ciò che per alcuni è vero, per altri potrebbe esser falso, e viceversa. E a lei le cose false non piacciono. Lei cerca solo cose vere, le cose reali. O almeno … che appaiano tali, che si presentino con la loro veste di veridicità, salvo verificarle in seguito. Sbaglio?».
No che non sbagliava. Era proprio così. Ero sempre alla ricerca della verità, della comprensione della realtà, del senso da attribuire al reale. Ma … lei mi sembrava irreale. Come se appartenesse ad un’altra dimensione. Come se per caso avesse incrociato la mia “linea di universo” e proprio lì mi stesse facendo perdere, su quella linea che tracciava il mio percorso nello spazio e nel tempo di quest’universo, di questa dimensione.
«No, lei non sbaglia», risposi, «ma, vede, il punto è proprio questo. Tutto ciò che lei dice è sempre giusto. Così dannatamente giusto che sembra irreale. E io ho bisogno di capire quanto tutto ciò sia reale, e quanto no».
Mi resi conto solo allora che in realtà non volevo una risposta esplicita. Temevo la risposta esplicita, chiara in tutta la sua crudezza. Temevo che una risposta alla mia domanda ponesse fine a questi incontri. Anzi, ne ero certo. In realtà, forse, aveva ragione lei, io già conoscevo le risposte.
Mi resi conto, in quel preciso momento, mentre pensavo tutto ciò e parlavo, … che sapevo chi lei fosse. No! Assolutamente non volevo che fosse lei a dirmelo esplicitamente. Così aggiunsi: «No, non mi dica nulla. La realtà è quanto riusciamo a costruire interagendo con quanto ci è intorno. È quanto riusciamo a vedere e conoscere, e ad agire col frutto di questa conoscenza. La realtà è il patrimonio di esperienze che ci permettono di operare sul contesto che viviamo. Così, anche il sogno è realtà, perché ci permette di vivere e di agire, di mettere a frutto esperienze e idee, ci permette di passare dalle parole ai fatti. Se per poter sognare occorre affrontare la realtà, per governare la realtà bisogna poter sognare. Ora so chi è Lei. Ma, proprio per questo non ho intenzione di perderla. Ho bisogno di incontrarla altre volte, e, lei … lei me lo permetterà?». [Continua...]
Figli di un sogno
Ed è il tuo buongiorno la prima emozione del mattino.
Come a continuare i sogni della notte e i mille pensieri del giorno. Tu e sempre tu.
Nelle fantasie e nei progetti. Nei momenti incantati e magici che il quotidiano regala e nei sogni ad occhi aperti. Tu e solo tu.
Era stato il buongiorno del mattino. La luce della messaggeria che lampeggiava, il suo sms, il suo raggio di sole.
Ed era così che si erano innamorati, solo è soltanto attraverso la scrittura.
Dopo tanto scriversi, avevano deciso di scambiarsi le foto. Dio che emozione!
Lo ricordava ancora. Ad aprire la mail ci mise un tempo incalcolato, il cuore in gola e le mani che le tremavano sulla tastiera.
Poi il suo sms l’aveva lasciata senza parole: “Mi guardi dritto negli occhi, bella ed affascinante. Mi sento il cuore in gola, eppure è solo la tua foto. Certo! Bisogna non avere fretta e seguire la danza delle emozioni. Non so tu, ma per me è già una danza frenetica del cuore. Ogni giorno di questa storia porta tanta emozione quanta tutta una vita….
Per Marica era iniziata la danza della primavera, tanto sole, mille colori, mille profumi, e il tutto portava un solo nome: Andrea.
Le foto avevano acceso in loro il desiderio di incontrarsi.
Lo avevano deciso insieme e stabilirono una data.
Iniziò un conto alla rovescia, ogni giorno Andrea gli mandava un sms e lo concludeva con un “meno uno”.
Più passavano i giorni e più si rendeva conto di essersi innamorata. Un amore virtuale!
Non si pose mai domande. Né se, né ma, né forse. Voleva incontralo. Voleva viversi la sua favola. Non sapeva dove l’avesse portata, ma, sapeva da dove partiva. Per una volta, una volta soltanto,seguì la voce del cuore.
Arrivò a Firenze al tramonto, quando tutto tende a colorarsi di arancio e oro. L’aria mite d’Aprile l’avvolse come una carezza.
Aveva chiesto ad Andrea di non andarla a prendere alla stazione. Era un momento unico, da fotografare nella sua mente e non voleva testimoni che potessero togliere la magia a quel loro tanto atteso incontro. “ Io e te soltanto” gli aveva detto.
Una volta scesa dal treno, non attese alla lunga coda dei taxi ma, ne prese un privato che le costò il doppio. Non le importò. Voleva arrivare in hotel il più presto possibile per farsi bella per lui.
Appena arrivata si fece una doccia, si cambiò i vestiti e si rifece il trucco.
Nell’attesa andava avanti e indietro, fumando un numero imprecisato di sigarette. Si guardava allo specchio mille volte, accendeva la tv, poi usciva a guardare fuori del balcone, poi in bagno,ancora un’altra sigaretta, ancora uno sguardo allo specchio e poi sentì bussare.
Il cuore cento cavalli in corsa. Si guardarono un solo istante e si abbracciarono forte come due amanti restati lontani per troppo tempo, ma loro erano due perfetti estranei.
Le loro bocche si unirono in un bacio senza fine, mille baci e poi ancora mille, avidi, di un amore da tanto tempo atteso. Uscirono dai vestiti senza rendersene conto. I loro corpi si unirono in una danza morbida, sensuale, a segnare il ritmo solo i battiti dei loro cuori. Prolungarono quella danza per un tempo indefinito, al limite del tempo stesso, fino a quando i loro corpi non li tradirono. Poi il silenzio dei sospiri stanchi e le dolci parole sussurrate guardandosi negli occhi protetti l’uno nelle braccia dell’altro.
Tutto era immerso nel silenzio, come se l’universo e la vita avessero cessato di esistere e si fossero trasformati in qualcosa di sacro, senza nome, senza tempo.
Una sensazione di pienezza permeava su Marica, sembrava che lui conoscesse da sempre la sua esistenza, il suo corpo,la sua anima, il suo cuore Chiuse gli occhi e si addormentò.
Il sole li trovò abbracciati, figli di un amore già nato.
Il tuo sogno

Quando voli con la fantasia,
quando ti sembra di librarti nell’aria
lasciandoti trasportare da una gioia inspiegabile,
quando automaticamente sul tuo viso
appare un sorriso costante,
soave, dolce e naturale,
quando i tuoi occhi sono spalancati,
ricolmi di brio,
quando il tuo sguardo
accarezza quello di un altro,
quando cerchi negli occhi altrui
un contatto sincero e divertito,
quando i tuoi occhi entrano
negli occhi di un’altra persona
e le dici “ti amo”,
quando i tuoi occhi
guardano il mondo come se fosse la prima e l’ultima volta
e riescono a stupirsi per ogni minima cosa,
quando ti senti grato al mondo
per la tua vita,
quando saresti pronto a tutte le battaglie,
quando ti senti coraggioso,
quando non ti importa nient’altro
che diventare quello per cui sei nato…
allora stai inseguendo il tuo sogno…
Immagine: Donna con tulipani di Rachel Deacon
Sogni infiniti

Esistono sogni infiniti.
Passano per notti inquietanti,
restano.
E parlano all’Io più nascosto,
sussurrano parole di vita.
Restano sospesi
in un circolo vizioso
di arrivi e partenze,
di segni da fermare.
Li contempliamo
distratti e assorti
di giorno.
Li viviamo
amanti e folli
di notte.
E ci sono.
Ci fanno vivi nel mondo
con storie da narrare.
Notte amica
Tu sei la notte amica
e stelle i tuoi pensieri
punteggiano i sogni
splendenti baci veri.
Quello che dice il vento
di te, creatura generosa
io ascolto e ti scopro
come il mare maestosa
Mi dondolo all’infinito
piccola onda spumosa
nell’immenso oceano
che ti fa pensosa
A te sempre approdo
segreta cala del cuore
in ogni luogo del mondo
tu sei riva d’amore
Haiga
Colli innevati.
Come fiorenti spose
bianco vestite.
Selavern e la sfera misteriosa
C’era una volta un giovane principe, che viveva in un lontano mondo incantato del cui nome si è persa memoria.
Il suo nome era Selavern ed era il primogenito del Re Supremo di quei misteriosi luoghi. Il periodo in cui si svolsero i fatti che sto per narrarvi, non erano tempi facili per il giovane Selavern. Aveva da poco compiuti 4 lustri ed era per lui giunto il momento di prender moglie.
Il nostro era stato promesso fin da bambino ad una fanciulla di nome Maela, figlia del Re di un paese limitrofo, ma questa era stata rapita quando era ancora una bambina e nessuno, in quei 10 anni, era riuscito a trovarla.
Selavern ricordava con affetto il periodo in cui giocavano insieme ed aveva giurato a se stesso di sposarla e renderla felice. Ma adesso tutto era cambiato: al posto della dolce Maela, avrebbe dovuto sposare per ragioni di stato un’altra ragazza, che, oltre ad avere un pessimo carattere, non possedeva neanche la metà delle virtù della sua Maela.
Il principe se ne stava appoggiato al balcone della sua stanza con aria affranta, quando un valletto interruppe le sue riflessioni, recapitandogli un pacchetto.
Sarà un altro ridicolo regalo di nozze, pensò strappando l’incarto colorato. Ma, – sorpresa!- dentro c’era una lettera con un sigillo rosso e un altro minuscolo pacchetto.
La villetta sul mare
La mia stanza da letto ha una parete a forma d’onda e mi addormento e sogno solo da quel lato forse perché l’azzurro di cui è rivestita è l’unico colore che riesce a donarmi serenità. Confesso che la strana forma che ogni notte sembra cullarmi dolcemente insieme al fatto di non dover più dividere la stanza con il disordine di mia sorella, sono state per me due belle sorprese di queste vacanze estive. E’ da circa due settimane che ci siamo trasferiti in questa villetta a dir poco incantevole, situata a due passi dal mare: affacciandoti da qualunque apertura della costruzione puoi vederlo ed ascoltarne il rumore, sentirne l’odore… Grazie davvero Giulio del bel regalo: ospitarci per le ferie estive in questo piccolo paradiso! Papà ha proprio ragione nel dire che sei un grande amico! Questa notte però non riesco ad addormentarmi, tutta colpa di questa febbre…
Continua QUI
Arturo
Arturo, l’uomo dei sogni, vive all’Isola, un quartiere milanese diviso dal resto del mondo per via dei binari della Stazione Garibaldi. A questo status di separatezza dell’Isola contribuisce non poco piazza Freud. Luogo metafisico e vagamente onirico quest’ultimo, come le atmosfere da lettino sul quale giacciono incontaminate tutte le nevrosi del novecento evocate dal nome dell’inventore di quella religione laica che chiamano psicoanalisi.
Una piazza, dicevamo, ma sarebbe meglio dire un non luogo a procedere con sapori di fantasmi e macerie di dopoguerra e di ricostruzione infinita, eternamente in attesa di essere portata a termine. Eppure la ricostruzione c’è stata e si vede. Basta guardarsi intorno.
Se ne sta, così, ad almanaccare immerso nei suoi pensieri, Arturo, mentre cammina nell’aria fresca di un mattino di primavera guardando oltre il fascio di treni sottostante il cavalcavia Bussa. Da lassù il paesaggio urbano gli appare come un quadro stonato di De Chirico. Pieno di bitorzoli e di linee incongruenti e fin troppo razionali tanto da sembrare inutili nella loro banale e ovvia quotidianità. Osserva l’improbabile salmone accostato all’ocra scialbo e in falsetto di quelle due torri ubriache di luce e inebetite dal sole di marzo oltre che dallo sferragliare dei treni che attraversano le loro pance e ne fanno gruviera per riaffiorare oltre via Restelli e proseguire verso la Bicocca, la stazione di Greco e ancora, dopo Sesto, nel verde acquoso della valle del Lambro e della Brianza monzese.
Le guarda stupito, Arturo, quelle torri. E al volgere dello sguardo si trova a riflettere sul senso della vita e sulla strana mistica che deve avere ispirato architetti, geometri, ingegneri e urbanisti artefici di quell’ecomostro nel quale hanno sede l’Ata Hotel e le Assicurazioni Alleanza.
Guarda e sogna, Arturo. Quand’ecco un bouquet di capelli dal colore rosso fiero gli appare a incorniciare un volto di donna dalla bellezza ancora indomita e solare. Una visione, quasi una musica. Un piano e forte di Schubert e Chopin, o forse no, musica barocca, Henry Purcell e le Fairy Queen risuonano nell’aria.
E intanto dalla Comasina, lasciandosi Niguarda sulla sinistra, il traffico di auto, fatto di uomini e di cose scorre e s’inoltra come sempre dal ponte di via Farini verso i Bastioni, Porta Volta, Porta Garibaldi e il Centro Direzionale.
È il giovedì prima della Pasqua e Arturo, senza alcuna pretesa di sapere che cosa sta facendo, allunga il passo come per raggiungere quella che visione non è più, bensì donna lesta di gambe e carica d’incognite, di presagi e di promesse ancora oscure. Di stare sognando non è poi così certo, questa volta, Arturo. Così insegue la donna che ormai gli appare essere senz’altro la sua, là dove sogno e vita s’intrecciano, si spiegano, s’incontrano, si conoscono e sfumano l’uno nell’altra in una aurora prolifica d’immagini. La insegue e quasi le parla tanto è vicina. E sono entrambi già nei pressi del metrò di via Moscova.
Dalla stazione emerge la solita calca e viene loro incontro in modo sciatto. Sul marciapiede l’impagliatore di seggiole, il mendicante, varie ed eventuali.
Do maggiore! Squilla la suoneria di un cellulare: trombe e trombette polifoniche variamente accordate.
Si sveglia, Arturo: “Assicurazioni San Martino. Sono Arturo, buon giorno!”
“Buon giorno, Arturo, sono Amalia. Se scendi a trovarmi ho pronto il tuo stipendio.”
“Grazie, Amalia. Saluto un’amica e sono da te. Aspettami.”
“Fa’ presto, ti offro il caffè.”
Riattacca Arturo, si rituffa nel sogno, ma non trova la donna.
Dove l’ho persa? Moscova… San Marco o in via Brera?
Aspettando
disegno l’ acqua
con un dito.
Ti aspetto.
Scompiglierà
i capelli
il vento
sussurrando il nome
che non capirò.
Solleverò la testa
e nessuno.
Ancora nessuno.
Attraverseranno i piedi
l’ erba secca
puntigliosa
accompagnando
sconclusionati
pensieri
di una visionaria.
Eppure
avevo
sentito.
Bussando
impaurita
di porta in porta
il cuore
al primo calore
s’ appiglierà.
Aiutatemi.
Mi volterò
solo
quando qualcuno
avrà chiamato.
Amore!
E accecheranno gli occhi
i raggi
di un cielo acceso
prima che io
possa riconoscerti
all’ ombra
di una sensazione.
Eccomi.

Buone vacanze
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Sogni?=…Castelli di sabbia Sogni, son come castelli i di sabbia Castelli di sabbia, del vento in balìa Del vento in balìa, i frullanti pensieri I frullanti pensieri in castelli alla fonda I castelli alla fonda ancorati poi lasci Edo e le Storie appese |
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