Lettera a Bianca di Gabriella Tabbò

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E’ una singolare giornata, quella di oggi, prosieguo e forse conclusione di un periodo di piogge miti ma costanti, primizie di primavera. A metà mattina, poi, si è diffusa un’insolita nebbiolina, nascente direttamente dal mare. Il suo umore vischioso si è posato a terra e ha reso in breve tempo viscidi e scivolosi i gradini dell’ammattonato che scende dal Capo di Santa Chiara verso la strada.
Eppure Giovanni, che aveva deciso fino da ieri di uscire, ha mantenuto il suo programma e sta chiudendo il portone dietro di sé. Sottobraccio ha una busta di medie dimensioni e di forma rettangolare. Esaltato dall’umidità dell’aria, un intenso profumo di glicine, che esala dagli azzurrati, lussureggianti grappoli a cascata sopra il muro di cinta, giunge alle narici con forza dirompente. Ma Giovanni ha un volto chiuso, dove il reticolo delle rughe appare come una siepe di protezione del suo giardino interiore. Sembra avere una lunga dimestichezza col silenzio, quello verso il modo, però, perché nel suo sguardo passa come in uno specchio tutta la folla dei pensieri incessanti, che da giorni gridano dentro di lui e non lo abbandonano un attimo.
Le sue gambe lunghe e ossute di vecchio, sulle quali i pantaloni oscillano come una bandiera, lo stanno conducendo in modo del tutto autonomo e abitudinario. I piedi, malgrado l’età, battono rapidi l’ammattonato in discesa. Ma oggi c’è stata quella nebbia infida e lui non ne ha tenuto conto, anzi non se ne è neppure accorto. Allora diventa quasi fatale che le suole scivolino sul fondo vischioso. Un attimo, e il piede destro perde il contatto col terreno mentre il sinistro non è abbastanza rapido a supportarlo, sorretto come non è dall’attenzione della mente. Così Giovanni cade. Lentamente, gli pare, ma cade, cade inesorabilmente. Il tempo, mentre scivola verso terra, sembra di colpo fermarsi, in modo che l’uomo ha ( questa è la sua sensazione) una quantità enorme di attimi per pensare. [Continua...]

Ada e la scrittrice di Angela Andreini

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Ada aprì a fatica gli occhi e spense la vecchia sveglia tenuta insieme dallo scotch.
Il suo trillo squillante l’aveva strappata violentemente dal mondo dei sogni facendola riemergere nella triste realtà della sua piccola camera.
All’epoca aveva tredici anni, capelli castani, lisci, e un paio di grandi occhi marroni. Guardandola chiunque avrebbe pensato a lei come a una qualsiasi ragazzina di quell’età con la testa piena di sciocchezze sui complessi musicali del periodo, sulle riviste di moda oppure sugli attori, i veri idoli delle giovani. Lei, invece, era diversa. Non che le mancassero dei miti o non ci fossero cose che la interessassero, solo non erano troppo normali per la sua età. A lei era sempre piaciuto leggere, fin da piccola e, crescendo, a quella passione si era aggiunta quella dello scrivere e il suo sogno era quello di diventare una scrittrice. Il suo mito, invece di un cantante o un divo di Hollywood, era Nives Nicolai, una delle scrittrici più lette del periodo. Avrebbe voluto tanto diventare come lei, peccato però che i suoi genitori non erano d’accordo.
Il suo interessamento per quella scrittrice era avvenuto per puro caso una mattina dell’anno precedente, sull’autobus che la portava a scuola. Una volta salita, aveva preso posto sulla fila di sedili di sinistra e subito i suoi occhi si erano posati sul libro aperto che la donna seduta davanti a lei stava leggendo in silenzio. Di solito Ada non era una che si faceva gli affari degli altri e, anche quando era in mezzo a molta gente cercava sempre di non guardare troppo ciò che gli altri facevano. Quella volta invece il suo sguardo era stato attratto subito da quel libro. Tra i sobbalzi dell’autobus aveva allungato la testa e sbirciato in quelle pagine scritte. Non sapeva che libro fosse, dal momento che la copertina non era visibile e non sapeva neppure di cosa parlasse poiché era aperto oltre la metà. Incuriosita aveva iniziato a leggere e subito si era persa in quelle parole scritte in nero. Presto capì che si trattava di una storia d’amore ma, dopo poche righe, la donna, che teneva in mano il libro, voltò pagina e lei perse il filo.
Tuttavia continuò a leggere cercando di fare in fretta altrimenti la donna avrebbe di nuovo voltato pagina. Anche se la posizione era scomoda, china in avanti e con le ginocchia premute contro il sedile di fronte, rimase così, immersa a tal punto in quelle frasi da non accorgersi più di ciò che avveniva intorno a lei.
Riuscì a leggere due pagine, prima che la donna, ormai arrivata a destinazione, chiudesse il libro e si alzasse per scendere. Fu allora che Ada lesse il nome dell’autrice di quel libro: Nives Nicolai. Non riuscì a vedere il titolo ma fu comunque contenta di sapere chi l’aveva scritto. Da quel giorno quel nome non era più uscito dalla sua mente. Si era addirittura promessa di racimolare un po’ di soldi poiché, prima o poi, avrebbe comprato uno dei libri di quell’autrice. [Continua...]

L’Oasi di Mauro Montacchiesi

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Marcantonio Bellomo -

Salve, mi chiamo Marcantonio Bellomo e non è uno pseudonimo! Mi chiamo proprio così, ironia della sorte! Gli Antichi Romani dicevano: “nomen atque omen”, ovvero “il nome stesso è un presagio”! Ora voglio dire, gli Antichi Romani hanno fatto e detto cose strabilianti, ma, almeno nel mio caso, hanno detto delle corbellerie incredibili! Perché? Beh, sono alto m. 1,60, sono calvo ed ho la pancetta. Sono nato il 14-01-1946 alle ore 07,00! Sono un Capricorno, ahimè, ascendente Capricorno! Ma ora entriamo in medias res, ovvero nel cuore delle cose.
Lo scorso sabato 18-11-2006, in occasione di una delle sontuose cene organizzate da Luigi e Maria, presso l’eccellente Single Sporting Club, l’amico Osvaldo mi ha consegnato, ci ha consegnato, un mini questionario relativo alla partecipazione a queste serate organizzate, al fine, verosimilmente, di comprenderne le motivazioni psicologiche, sociali o quant’altro, ovvero, al fine di comprendere cosa ci spinge a frequentarle.
Prima domanda: “Attendi il fine settimana per ballare oppure è una dilettevole alternativa?” Relativamente a questa domanda, la mia attenzione si è soffermata sul termine “alternativa”! Colto da un raptus di curiosità e per constatarne il significato, sono andato a consultare un dizionario il cui lemma recita così: “Avvicendamento di cose fra loro diverse o opposte o, più comunemente, facoltà o necessità di scelta fra due cose o decisioni, senza via d’uscita!”
Avvicendamento di cose fra loro diverse e opposte? Se così fosse, il tutto starebbe a significare che potrei spaziare da un ambiente all’altro, diversi sia nelle persone sia negli interessi! Ahimè, non è così. Ed ancora: “Facoltà o necessità di scelta fra due cose o decisioni, senza via d’uscita.” Magari avessi questo nodo gordiano da sciogliere, questo dubbio amletico, vorace come un tarlo, a corrodermi la mente o a popolare le mie notti già biancamente insonni.
Sabato mattina ho portato, come al solito, il mio cocker a spasso sull’ Appia Antica, nei paraggi di casa nostra. Ad un certo punto, mentre un’avvenente signora sulla cinquantina si avvicinava, lui si è seduto e, con la lingua di fuori, ha guardato prima la signora e poi me, poi di nuovo la signora e di nuovo me. Ho avuto l’impressione che volesse dirmi: ”Allora, idiota, ti muovi o no? Fai qualcosa. Cerca di attaccare bottone, nooo!?”
Stimolato dallo sguardo accusatore e di condanna del mio cocker, dai miei condomini chiamato Casanova, ho tentato un approccio verbale con la signora in questione, pronunciando la più banale e stereotipata delle frasi: “Buon giorno. Ma non ci siamo già visti?” [Continua...]

Domina

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Domina di Dorella Dignola Mascherpa

Già nell’adolescenza Domina era stata una fanciulla che portava nell’anima un peso esagerato, sproporzionato. Un segreto che custodiva in silenzio, in parte per l’inconsapevolezza della sua immaturità ed anche  per la determinazione che andava formandosi in lei con l’uso di ragione precocemente raggiunto. Nessuno tra i suoi compagni avrebbe potuto comprenderla ed ancor meno avrebbe potuto aiutarla perché se ne liberasse.

Si conosceva invece molto bene interiormente e la sua sensibilità la rendeva capace  di capire l’animo altrui con grande immediatezza;  ciò era molto insolito in una fanciulla di così giovane età.

Tra i coetanei si sentiva spesso a disagio sebbene le piacesse stare in loro compagnia, ma finché non ebbe raggiunto una sufficiente energia e padronanza di sé, il mondo intorno le era faticoso e a volte anche tanto doloroso da farla piangere all’improvviso e nessuno sapeva spiegarsene la ragione. Viveva in uno stato di sofferenza pressoché costante, sempre  combattuta tra la sua voglia fresca di giovane desiderosa di vivere spensierata e felice ed il peso del suo segreto. Soffriva Domina, Gli adulti  della sua famiglia non avevano qualità personali né possibilità concrete per far intervenire qualcuno che fosse in grado di accompagnare la ragazza nella fase della crescita  già di per sé critica , gravata dall’oppressione di quel turbamento.

Cresceva in altezza a vista d’occhio e ciò la faceva sentire, tra gli altri, acerba ed insicura. Il suo aspetto esteriore le era tuttavia ignoto; non si conosceva, non avrebbe saputo dire di sé se fosse bella o brutta; lo specchio era usato semplicemente per controllare se i capelli fossero in ordine o se l’abito che indossava le stesse giusto . Di sè sapeva soltanto quello che le dicevano gli altri, in casa e a scuola.  Ed era ben poco;  attenzioni particlari non non ne aveva da nessuno; tutto le ruotava attorno con indifferenza perchè ognuno badava alle proprie cose, ai propri impegni.
Cresceva senza indicazioni e pur essendo una bimba vivace ed esuberante per natura, cresceva  con carattere schivo, timoroso.  Aveva una corporatura esile ed alta con il volto appuntito dalla magrezza,  tutto occupato dagli occhi che aveva smisuratamente grandi e spandevano sul colorito roseo, una luce scura molto contrastante; aveva capelli bruni e lisci, fini come seta; la bocca piccola ma con labbra tumide che  si chiudevano a cuore sulla dentatura bianca perlacea. [Continua...]

I giorni della rosa di Nicla Morletti

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Quella che sto per narrare è la storia di un vecchio manoscritto, ritrovato per caso nella casa degli avi di mio nonno. Un antico castello in collina immerso nel verde della campagna toscana, che era sopravvissuto ai secoli  e aveva sfidato il tempo. Si stendevano ai suoi piedi selve di mirti e  campi di girasole. Pareva sospeso tra il cielo e la terra quando mio nonno ed io giungemmo al suo portone. Sul muro, tra rose rampicanti, era ancora intatto lo stemma gentilizio di famiglia, troncato di azzurro e di oro, con la fascia trasversale rossa, le due stelle ad otto punte.
Era una sera d’estate, nell’aria un presagio di pioggia. E petali di fiori portati dal vento.
Ci aprirono il portone il nuovo proprietario Daniel Craig, agente letterario inglese, e sua moglie Margaret Rose. Dolcissima. Biondissima.
La donna, dal delizioso accento straniero, ci consegnò la chiave di un vecchio baule con lo stemma di famiglia, ritrovato per caso nei sotterranei del castello durante i lavori di restauro.
– Questo appartiene a voi – disse.
Un rapido sguardo d’intesa tra me e il nonno, e poche ore più tardi il baule era nel bagagliaio dell’auto che, sballottando qua e là, percorreva la tortuosa strada di campagna che ci avrebbe ricondotto a casa.
E fu lì dentro che, tra pizzi e collane, spade e ombrelli d’organza, trovai un vecchio manoscritto rilegato in cuoio. Nell’ultima pagina c’erano una firma e una data: Cav. Guelfo Donato, Pisa 24 giugno 1650.
Una storia sepolta nella polvere degli anni, riportata per sempre alla luce del tempo.
Una storia che inizia così. [Continua...]

Il Decisionista di Vincenzo Monfrecola

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La nostra storia comincia con un funerale triste, una fredda giornata di sole e la notizia che a Londra, nei grandi magazzini Harrods, è possibile andare su e giù senza fatica utilizzando un ingranaggio metallico chiamato scala mobile.
Era il 20 giugno del 1898 e in tutta l’Inghilterra la primavera era arrivata in ritardo, manifestandosi come un cucciolo timido che cerca di farsi degli amici: un passettino impaurito in avanti e una fuga terrorizzata all’indietro. Non arrivò in ritardo, invece, l’estrazione della lotteria, che assegnò al fortunato vincitore la ragguardevole cifra di 10 mila sterline.
Così, tra gioie e dolori, la vita andava avanti con quel ritmo solenne scandito da migliaia di anni di storia, e anche la morte aveva un suo ruolo di tutto rispetto e, ogni giorno, cambiando solo i protagonisti, veniva celebrata nel solito, identico modo.
La scena, quindi, non cambiò neanche quel mattino del 20 giugno del 1898, quando nel piccolo e ordinato cimitero di Streatham, tra gli alberi centenari, simili a giganti con le braccia aperte, il piccolo corteo funebre, guidato da un parroco infreddolito e desideroso solo di rinchiudersi in parrocchia, si mosse tra le secolari tombe di pietra per trovare degna sepoltura al suo defunto protagonista.
Il corteo poteva contare a malapena quattro persone. C’era il parroco, lo seguiva il becchino, dietro di lui c’era un uomo elegante che poteva essere un parente del defunto o il suo medico di fiducia, chiudeva la fila un altro uomo dall’aspetto tarchiato e trasandato che, molto probabilmente, era l’aiutante becchino.
Dopo pochi passi il corteo si fermò e tutti si avvicinarono all’aiutante becchino, dissero qualche parola in fretta e furia, una stretta di mano e si dileguarono velocemente come scarafaggi.
Ognuno per la sua strada. [Continua...]