“Adesso manca veramente poco a Natale” pensò la piccola bambina mentre camminava spedita. ”
L’avvicinarsi delle feste rendeva ancor più caotica la grande metropoli in giorni di frenesia generale e un gran via vai di macchine impazzite correvano accompagnando la loro scia con i suoni coloratissimi dei claxon.Come un’ enorme ragnatela si stendevano le vie della città dove la neve alta si mescolava con l’ indifferenza sullo sfondo gioioso di tante luci che spuntavano dalle finestre, balconi e alberi.
Aveva un paio di stivaletti con le suola bucate di due misure più grandi e per proteggersi dall’acqua si era infilata sacchetti di plastica e qualche paia di calze bucherellate in più.Teneva per la manina ghiacciata la sua sorellina mentre andavano a trovare la mamma all’ospedale quando si rese conto che dovevano sveltire il passo. Era quasi il tempo dell’ora delle visite. Aveva tanta paura del buio e voleva riuscire a ritornare a casa prima ancora che il buio fitto avesse ricoperto l’ultimo pezzettino di cielo. Faceva molto freddo ed il vento tagliente le mordicchiava le guancia rosso-viola ma lei non si lamentava e camminava svelta, anche se il peso delle pentoline con la roba da mangiare le faceva quasi venire il formicolio al braccio. Non aveva tempo di pensare a questo anche perché era presa dalla magia di tutte quelle luci colorate che lampeggiavano soltanto ai balconi dei più benestanti della zona. Da una finestra aperta si sentivano le canzoni di Natale e nell’ aria c’era l’odore di buon cibo.
Ha quasi fame ma…le torna in mente che dopo quelle due cosine preparate per la sua mamma, in frigo non è rimasto che un solo uovo e dovrà cucinarlo alla sorellina il giorno dopo, a Natale… [Continua...]
Angelo
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Il viaggio
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Osservava il paesaggio, osservava gli alberi, la campagna, che velocemente sfuggiva via al suo sguardo, poi il suo volto riflesso nel vetro, su quel treno affollato era solo, nessuna donna a fargli compagnia, nessun amico per condividerlo. Era fuggito dal suo passato, dal suo presente e dal suo futuro, non era riuscito ad adeguarsi agli standard di quella vita, non era riuscito a metterla a posto, debiti da saldare, donne sbagliate, sofferenza, aveva scelto questa vita o più semplicemente il suo essere era così, si faceva forza pensando che tutti gli artisti vivono così, allo sbando, alla giornata, senza programmi ne proclami, senza avvenire, ma i suoi quadri erano ancora nella cantina, aveva provato con mostre, concorsi, tanti elogi ma niente soldi. Qualche tempo prima aveva pensato di trovarsi un lavoro comune, un lavoro da automa, era entrato in una ditta produttrice di piastrelle, non aveva retto, quindici giorni e si era licenziato, non sopportava tutto quel tempo isolato dal mondo, credeva di diventare pazzo, per questo si sentiva diverso, un buono a nulla, ma proprio non sopportava la catena di montaggio. Con gli ultimi soldi rimasti prese quel treno, deciso a provare nuove emozioni, magari avrebbe trovato nuovi spunti, energia fresca per le sue creazioni, non gli restava altro, solo questo, altrimenti la catena di montaggio, il logoro passare delle giornate che si susseguono uguali senza sorprese, senza brio. Guardava la gente intorno a lui, tutta quella gente che riempiva quel vagone, quel treno, due braccia, due gambe, due piedi, due mani, una testa, pensò: “all’apparenza sembriamo tutti uguali, tutti simili, stampati e buttati in pasto alla vita”. Si sentiva estraneo, diverso, un uomo colorato nel grigiore che lo circondava, gli venne in mente Van Gogh, quel quadro con l’iride bianca, si sentiva così, ma non era Van Gogh, quel pittore era un genio, un vero artista, ma lo rassicurava pensare che non tutti hanno una vita “normale”. [Continua...]
L’armonia di Letizia di Franca Fasolato
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La notte ha calato la sua guancia nera sulla terra, la luna illuminata rischiara i bianchi mandorli in fiore, i ciliegi fioriti, le rondini assonnate, le gemme dischiuse e i giardini profumati. Le stelle più giovani danzano nel cielo attorno alla polare, mentre le altre rigorose disegnano l’orsa maggiore e minore.
La collina verde e lussureggiante tace, dorme. Le ore scandiscono il tempo da milioni d’anni senza stancarsi.
I pianeti sorridono all’universo, mentre gli uomini vivono e combattono ogni giorno le loro scoperte, fatiche, angosce, contraddizioni, felicità e infelicità, tematiche irrisolte, ambizioni, verità e menzogna d’ogni tempo.
Il Potere Creatore, forza potente unificatrice d’ogni forma di vita, che in ogni religione e cultura cambia nome e volto ha prestabilito così, sottomettendo l’uomo sin dalla notte dei tempi e la sua vita ai Poteri Regolatori Cosmici garantendo così l’unità dell’universo stesso per non ritornare nel caos originale.
Solo Lui, unico impenetrabile mistero da miliardi di anni, rimane lo stesso codice segreto cercato e temuto, perché niente può contrapporsi a Lui.
Ad un tratto il firmamento s’illumina, i pianeti si spostano, le stelle non danzano, ma cantano nel rumore dei tuoni dei fulmini, la luna arrossisce le guance, il sole da ovest si dirige di corsa ad est per sorgere. Questa infinità di mini esplosioni sconvolge fortunatamente per poco tempo l’ordine perfetto cosmico. Inspiegabilmente, dopo poco, tutto come una magia, si riordina nel suo insieme, per competenze e divisione.
Dentro al buio della notte è ancora silenzio, ma il grido di dolore e gioia di una madre partoriente squarcia le finestre e le porte, il tetto di una semplice dimora per abbracciare e ringraziare il sole, la luna, le stelle e i pianeti.
E’ nata Letizia una bimba dolce, bella, bruna, che dopo il pauroso pianto dona già il suo sorriso alla vita, al Creatore a Colui che l’ha rivoluta nel mondo. [Continua...]
La vita dei pesci
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-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Siamo sempre allo stesso posto, al punto di partenza.
-Ruggiero si incuriosì nel sentire tali affermazioni e si avvicinò all’uomo che le aveva pronunciate-Cosa avete detto?-
-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Voi non ve ne accorgete, ma siamo sempre al punto di partenza. Non siamo in una vita reale.- Nel ripetere il concetto quell’uomo si era avvicinato a Ruggero, che d’istinto si trasse indietro. Ora che lo osservava meglio si rendeva conto che doveva trattarsi di un povero pazzo, un barbone o forse un drogato. Le vesti lacere, la barba incolta e gli occhi scavati. Chissà perchè non se ne era accorto subito. Chissà perchè era rimasto tanto incuriosito da quell’affermazione da avvicinarsi a quell’uomo pericoloso.
Era tardi ormai: le nove meno un quarto e quel giorno aveva tante cose da fare in ufficio. Si trattava di una normalissima giornata di lavoro; una come tante. Si accende il computer, si apre la mail, si cerca di capire quale sarà la criticità da gestire e se, soprattutto, quanto gestito ieri ha soddisfatto il proprio capo. Nulla di nuovo: espletamento del dovere e attesa del risultato e dita incrociate affinchè variabili ingovernabili non vanifichino il tutto.
-Stiamo girando in tondo!-
-Eh?-rispose Ruggero
-Stiamo girando in tondo a quella storia di ieri. Non raggiungiamo alcun risultato, senti l’ufficio legale e chiedigli se possiamo procedere come abbiamo convenuto in serata-Trasalì nel sentirisi ripetere la frase dal proprio coordinatore e per un attimo ebbe la sensazione del deja vù. Pochi secondi dopo si riprese: era chiaro a cosa si riferisse il suo interlocutore, non come il matto di pochi minuti prima che esprimeva deliri senza senso. Iniziò a lavorare con la solita frenesia e la medesima motivazione, venne poi l’ora del pranzo. Anche quel giorno avrebbe mangiato da solo. Scese in strada e si diresse verso il solito bar. I suoi pensieri si perdevano tra le pratiche lasciate in sospeso al quarto piano di quell’ufficio alle sue spalle. Non si accorse dell’uomo che gli si fece contro. [Continua...]
Le api di Paulette di Sandro Orlandi
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Il vestito rosso -
Avevo sedici anni e mezzo.
I miei capelli erano rossi, ondulati e lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi scuro e la pelle bianchissima, di quelle che si ustionano al primo raggio di sole estivo. Il mio corpo era esploso in una pubertà fuori dalle regole, attirando l’attenzione di ragazzi e uomini adulti che, con sguardi divenuti improvvisamente diversi da prima, mi mettevano profondamente a disagio. Da un anno all’altro giocare era diventato più difficile e meno divertente perché si doveva far attenzione a certe pose, o a quando si indossava la gonna.
Mi chiamavo Alice, avevo sedici anni e mezzo e solo da sette mesi sapevo come nascevano i bambini.
Me l’aveva spiegato Monica, la sorella maggiore di una mia amica.
Faceva il terzo anno di medicina e mi dette tutte le spiegazioni necessarie, debitamente arricchite da illustrazioni e tabelle. Riuscii finalmente a capire cosa volesse dire partorire e il significato di termini come “cicli ovulatori”, “contraccezione”, “concepimento” e “mestruazioni”.
Capii pure perché io non le avevo più da circa due mesi: ero incinta.
Non ricordo neanche bene come avvenne. Si chiamava Luca e con i suoi occhi e il suo modo di fare mi ricordava tantissimo Robert Redford, che all’epoca mi faceva impazzire. Aggiungerò soltanto che fu la prima volta che alzai un po’ il gomito con la birra e lui, evidentemente, ne approfittò subito. Sia chiaro che non mi violentò e non mi sedusse; semplicemente non avevo freni inibitori quella sera e quando lui allungò la mano io non lo fermai. Come ho già detto fu la prima volta che mi lasciai andare così e fu la prima volta anche per il resto.
Qualcuno dice che il sesso adolescenziale non è mai vero sesso, specialmente se lo si fa per la prima volta. Dicono che c’è il timore di mettersi alla prova, di non essere all’altezza e che soprattutto c’è curiosità perché si vuole verificare se sono vere tutte le cose costruite sopra il sesso e di cui sentiamo parlare tutti fin da quando siamo nati. Credo che sia giusto, ma per quanto mi riguarda, io ricordo solo una gran fiammata dentro di me, una forza smisurata che mi spingeva a unire in qualche modo il mio corpo a quello di Luca. Il resto non lo rammento; ma può anche essere che non ci fosse nient’altro. Certo non mi sono preoccupata di prendere le cosiddette precauzioni: figuriamoci! In quel momento i miei sensi vibravano come una corda di chitarra pizzicata con impeto e quella furia interiore non ammetteva tentennamenti.
Così, ero incinta! [Continua...]
Il professore di Latino
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Iniziare il primo anno di Liceo Classico la consideravo un’avventura molto stimolante e, tuttavia, circondata da un alone di mistero e molte curiosità, alcune delle quali sarebbero state poi delle sorprese.
L’avere già frequentato i primi due anni di Ginnasio mi aveva abituato ad una forma di studio nuova e, per certi versi, piacevole. D’ora in poi, però, si cominciava a fare sul serio, era come se si ricominciasse tutto dall’inizio: nuove materie, nuovo sistema di studio e nuovi insegnanti.
Il primo di questi che ci diede il benvenuto, all’inizio del nuovo anno scolastico, fu il professore di Latino e Greco. La prima impressione non fu delle più felici, di età indefinibile sembrava un manichino robotizzato, tanto si muoveva a scatti e talmente era metodico nel sistemare le sue cose prendendo possesso della sua cattedra, da farlo sembrare un automa.
Di statura media aveva un fisico asciutto e molto efficiente, di carnagione molto chiara, i capelli rossi tagliati cortissimi incorniciavano un viso tirato ma, ben curato. Portava gli occhiali con una montatura di celluloide arancione, dietro i quali facevano capolino due piccoli occhi da miope che non incontravano mai, direttamente, lo sguardo altrui.
Vestito in modo convenzionale e, tuttavia, accurato nei particolari dava l’impressione di una persona che accordava molta importanza alla pulizia, all’igiene ed alla salute. Appena entrava in classe, prima ancora di sedersi in cattedra, esigeva che si aprisse la finestra, poco importava se fosse inverno o estate e qualunque fosse la temperatura ambientale, lui voleva respirare aria pulita. [Continua...]
Confini
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“Eppure non ho ancora visto i ciliegi in fiore quest’anno.”
Così pensava Mara mentre gli ultimi granellini di sabbia scivolavano fra le dita dei piedi indolenziti da quanto aveva camminato.
Voleva essere l’ultima a salutare il sole in quel giorno dei primi di Maggio, mentre la luce lentamente scivolava nel buio. Respirava a stento e la paura riempiva le sue narici fino ai polmoni mentre i pensieri risalivano come vampate di calore che a valanghe le crollavano addosso. Trascinava le gambe mentre la sua forte volontà la spingeva in fretta verso l’argine. Sentiva il frastuono dei suoi battiti che aumentavano man mano che si avvicinava, e allo stesso tempo faceva fatica, colpa di tutta quella nebbia che le riempiva le puppile. Guardò verso il ponte che distava sempre troppo lontano e non era per niente decisa dove fermare la sua corsa ormai diventata camminata a bocconi.
Sentì tremare la terra sotto i piedi!
“Sarà la stanchezza..” pensò.
Voleva arrivare al fiume, scambiare due chiacchiere e fare pace con lui per l’ultima volta. Sapeva che in cambio della sua fedeltà, l’avrebbe colpito alle spalle. Per questa volta, solo per questa…
Sulle sue sponde aveva incontrato il suo amore, l’aveva amato alla follia, e ogni domenica tornavano lì tutti insieme. Facevano le scampagnate a suon di “sfrigolio” sulla barbeque mentre i pargoletti rotolavano spensierati nell’erba.
“Non avvicinatevi troppo all’acqua che vi fate la bua gridava se i piccoli sconfinavano di poco.
Gli occhi inumiditi da deboli lacrime la meravigliarono. Credeva che il suo essere impietrito aveva impedito il loro corso da quell’ultima volta che le portò in dono a Lui.
Adesso ricordava bene tutto: il loro primo incontro casuale, la fuitina, e poi… quell’ultimo bacio sulle labbra viola prima che se andasse via di fretta agghindato in gran pompa.
-Amore ti sei vestito troppo per una giornata primaverile. Ti fa freddo?
-No amore mio, mai di quanto farà ora a te.
-Mi raccomando ai bimbi, amore.
-Si, si…i bimbi. Certo, lo farò…disse lei.
-Chiedi loro di perdonare la mia lunga assenza.
-Il tempo insegnerà loro più di quanto io possa farlo, disse lei baciandogli la fronte pallida.
I bimbi… e ricordò senza volerlo i sedici piccoli fratellini che la sua mamma a suo tempo confidò a lei in quella vecchia casa che sapeva di latte e di menta.
La memoria di quell’odore le fecce scappare un sorriso amaro.
[Continua...]
Era mio padre
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Accompagno con lo sguardo il paesaggio e per quanto semplice, ai miei occhi appare bellissimo.
Chiazze di sole filtrano tra i rami degli alberi,il cielo mi regala i suoi frammenti.
Ogni suono sembra fondersi con il canto intenso delle cicale.
La campagna mi porta le sue fragranze e i suoi colori.
Il vecchio pozzo davanti casa è coperto per metà d’erbacce, un gatto sonnecchia alla sua ombra, ai miei passi solleva un po’ la testa e mi guarda,poi ritorna a sonnecchiare.
Da quando tempo non venivo qua!
Per chi, come me, affonda le sue radici in un tempo dal passato felice ne ha una continua nostalgia come un bisogno mai completamente appagato,se non quando ci sei vicino,ci sei dentro e lo respiri.
Fa caldo e devo decidermi ad entrare, aprire quella porta che divide passato e presente, realtà e ricordi e immergermi dentro.
Cosa mi aspetto di trovare? O cosa non mi aspetto di trovare?
La chiave nella toppa fa rumore quando la giro, la casa è al buio, nessuna luce filtra se non quella della porta lasciata aperta alle mie spalle, a tentoni mi avvicino alla prima finestra che trovo e lascio entrare la sua luce.
La tua immagine appesa alla parete mi sorride, sopra un vecchio mobile c’è un piccolo vaso con dei fiori, messi lì da Nicola, così come pure la tua foto.
Non so per quanto tempo sono rimasta a fissarti, un po’ come quando entri in una chiesa per la prima volta e ti soffermi davanti un’immagine sacra e ne resti rapita,senza nulla chiedere,senza nulla pensare,e il tuo essere viene attraversato da lunghi brividi sulla pelle come invisibili carezze.
Con le mani sfioravo il profilo dei mobili pieni di polvere,sopra una sedia i tuoi abiti da lavoro piegati,i tuoi pantaloni,la tua camicia, in un angolo vicino alla sedia gli stivali di gomma che usavi per andare nei campi.
[Continua...]
Una storia reale… correva l’anno 1943
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Scrivere questa storia è come riviverla, è un ricordo che è scivolato fuori dalla scatola magica che, virtualmente,tengo sotto il cuscino. In questa scatola c’è tutta la mia vita, divisa in piccoli cassetti della memoria: c’è il passato, il presente, le gioie e i dolori.
Non ho messo la parola futuro… ormai, è solo e sempre il passato che riaffiora.
Ho sofferto e ho gioito secondo il mio modo di affrontare la vita, con le sue asprezze e le sue durezze, le strade lisce, le curve, i sassi fra le ruote. Ho cercato di non avere rimpianti, ora i miei capelli sono grigi e le mie rughe sembrano graffi, però la mente è ancora viva… Correva l’anno 1943…
Molte volte mi sono chiesta: – Come faccio a ricordare un avvenimento così lontano? l’ho custodito gelosamente nel mio cuore? -
Questo ricordo è tornato vivo nella mia mente dopo aver ritrovato una vecchia foto che mi ritrae piccola in un paese del Casentino.
Tutto è iniziato così. Questa è una pagina di storia vera vista con gli occhi di una bambina di 4 anni, era il 1943 e quelli erano gli anni della guerra…
Alcune cose le ricordo sfuocate, ma alcune, se mi concentro e guardo con la mente, sono lì davanti a me: è come sfogliare un vecchio libro farcito di parole e immagini, dolorose e gioiose.
Rivedo, sui volti delle persone, sguardi increduli e terrorizzati, le lacrime negli occhi delle donne, la rabbia e la rassegnazione nei volti degli anziani; sento i pianti dei bambini per la fame; rivedo gli sguardi fieri dei giovani combattenti che solo negli sguardi dolci e teneri delle loro donne vedono la speranza della vita.
Con la mamma, il babbo e mio fratello neonato (perché, è nato nel 1943) eravamo a casa dei miei nonni in Casentino. Tutta la famiglia era riunita di fronte al camino dove, sul focolare, attaccato a un gancio, pendeva un grande paiolo nero che, borbottando, cuoceva le patate. Le scintille del fuoco sembravano tante stelline che si perdevano lungo la cappa del camino e io mi chiedevo sempre dove andassero a finire tutte quelle piccole luci…
Fra una patata lessa e un pizzico di sale gli adulti parlavano e si raccontavano tante cose, ma io non ne capivo completamente il significato, però un giorno, che all’apparenza sembrava come gli altri… accadde qualcosa… nella piazza del paese legarono agli alberi alcuni uomini, io ero seminascosta dietro i vetri di una finestra, mia madre non voleva che guardassi le brutture della guerra, ma io ero curiosa e con un occhio riuscii a vedere una scena raccapricciante che non ho mai dimenticato.
[Continua...]
La foto al capolinea
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Chissà perché questa sera sembra tutto diverso.
Eppure la scena è la stessa di ieri, di una settimana fa, di un anno fa, di tanti anni fa.
Siamo a tavola, mentre mangi osservo la tua mano tremare ed i tuoi occhi guardare distrattamente le immagini di una televisione quasi annoiata.
Papà, l’altro ieri siamo andati insieme in centro per la prima volta, non so nemmeno se tu a piedi lo avevi mai percorso.
Eravamo a pochi metri dal capolinea degli autobus, uno stava quasi per partire. Al suono inconfondibile del motore che si stava riscaldando, ti ho visto correre nella sua direzione con il passo incerto, guardare fulmineo l’orologio e salutare il giovane autista che spiccava in un pullman rivestito di una pellicola su cui erano riprodotte delle nuvole.
Tu avevi iniziato a fare questo lavoro in un “postale” grigio, di quelli con il motore nascosto sotto il “cofano”, come lo chiamavate voi “ragazzi del ‘30”. Allora non c’erano le cinture di sicurezza ed io e Monica stavamo accucciate lì sopra, in quella specie di piccola montagna a destra del volante. Oppure sprofondavamo nel sedile dietro a te, mentre chi saliva e chi scendeva ti esaltava per le tue bambine così buone e vestite sempre uguali con abiti ricamati dalla mamma.
Hai sorriso all’autista come se il tempo non fosse passato, hai avuto un attimo di incertezza, poi ti sei fermato, quasi a non saper come fare.
Sembravi pensare…
Chissà quante scene ti sono tornate in mente, quante persone hai rivisto nelle tue fermate immaginarie.
Anni nella stessa linea, nello stesso tragitto. Conducevi i ragazzi dai paesi alla città per tutto il tempo delle superiori, così trasportavi la loro felicità, i loro affanni, i loro amori che avrai visto nascere. E poi tutti gli altri passeggeri, che tu raccoglievi come quando suonava la campanella in classe ed iniziava l’appello.
Quel giorno, al capolinea, ti ho scattato una foto di nascosto.
Oggi la giro e rigiro tra le mani.
Sembri quasi somigliare all’autista che ti saluta con la mano decisa, mentre la tua, aperta, sembra chiedergli di aspettare, come se tu volessi risalire in quell’autobus e prendere il suo posto.
Ma i suoi capelli sono nerissimi ed i tuoi lo erano così tanti anni fa, il suo orologio riflette di una luce che il tuo non ha, la sua camicia è quella di una divisa che tu tieni appesa nell’armadio.
A Natale ti avevo regalato il libro diffuso per il centenario di APM, tu non ne avei mai letto uno, ma ti sei messo a sfogliarlo con le lacrime agli occhi.
Sarà che oggi è una giornata piovosa, forse per questo continuo a rigirare tra le mani questa foto rubata.
Dietro al tuo saluto leggo nostalgia per un tempo che non c’è più, per un libro a cui sfogli le immagini di nascosto, per una vita salita in un vecchio “postale” e mai scesa.
Seguita a piovere, tu esci da casa senza ombrello, non ci sono fermate all’orizzonte e ti allontani lentamente…
Mi ricordo di due giorni fa, di un pullman che partiva in orario, senza aspettarti.
E tu, con le spalle basse, che lo hai seguito con lo sguardo fino alla fine.
***
Immagine: La foto al capolinea di Cinzia Corneli






























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