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L’Albero della Vita

In un luogo molto lontano, al di fuori di tutte mappe conosciute, vi era un parco vastissimo e meraviglioso dove il piccolo Peter andava ogni giorno a trascorrere qualche ora con il nonno. L’erba era verde e si estendeva fino all’orizzonte, fra pianure e dolci colline dalla cui sommità Peter amava correre con tutto il fiato che aveva. E vi erano, qua e là, aiuole con fiori stranissimi e straordinari, dai mille petali di tutti i colori dell’arcobaleno.
Il bambino adorava quel parco ed il nonno era felice di accompagnarlo. Camminavano per un po’, mano nella mano, poi il nonno si sedeva su una panchina di legno, mentre Peter scorrazzava felice dalla sua collinetta.
Non c’era mai nessuno, tranne loro. E null’altro che erba, un’erba verde tenerissima, e fiori dai mille petali colorati. E quell’unica panchina.
Un giorno, appena Peter ed il nonno entrarono nel parco videro in lontananza qualcosa che fino al giorno prima non c’era. Era un maestoso albero, che sembrava avvicinarsi a loro e farsi sempre più grandioso man mano che procedevano. Peter era spaventato, cominciò a tremare, e strinse più forte la mano del nonno. “Cos’è, nonno, questo gigantesco albero? Chi l’ha piantato? Ieri non c’era, vero nonno? Ho paura!”
“Quante domande – lo rassicurò il nonno – andiamo avanti e cerchiamo di capire”.
 Arrivarono vicinissimi all’albero e ne furono sbalorditi. L’albero era grandioso ed impressionante. Il tronco poteva essere abbracciato solo da una moltitudine di bambini in girotondo, tanto era ampia la sua circonferenza. La corteccia era rugosa e disegnata di strane linee. La chioma invece svettava verso il cielo con una miriade di rami, ramoscelli e fronde enormi. E fra quei rami vi era di tutto. Vi erano case di tutte le dimensioni, vi erano chiese e campanili, e tavole apparecchiate, e cibo e frutta di ogni varietà e bevande d’ogni tipo.
Dall’albero proveniva una melodia di mille suoni diversi tra loro eppure in perfetta sintonia. Era un canto, un cinguettio, una musica soave.  
“Nonno – ripeté Peter sempre più spaventato – cos’è, dimmelo!” Il nonno gli sorrise dolcemente e mentre sorrideva una Grande Aquila dalle ali d’oro comparve improvvisamente dalla chioma dell’albero, scendendo dal ramo più in alto e mostrandosi a Peter in tutta la sua regalità.
“Non aver paura, bambino mio – disse la Grande Aquila. Questo è l’albero della Vita e non può intimorirti. E’ sempre stato qui, anche se tu non lo avevi mai visto prima d’ora. Era qui da sempre. E’ un albero maestoso, che si erge verso il cielo e possiede una quantità mai vista di rami che permettono a migliaia uccelli di ripararsi e di riposarsi dopo i loro lunghi voli da un Continente all’altro, da un Oceano all’altro. Sarebbe impossibile contare tutti i rami. E vedi le radici imponenti che s’intuiscono sotto il terreno?” “Si”- rispose Peter asciugandosi i lacrimoni che gli scorrevano lungo le gote lentigginose.
“Deve possedere per forza delle radici che arrivano molto, ma molto in profondità per sostenere una così immensa chioma. Come farebbe altrimenti?
Sai, Peter, l’albero accarezza il cielo con i rami ed ha radici che sfiorano il cuore della terra. Per arrivare in alto, più in alto possibile, vicino alle nuvole, nell’azzurro infinito, occorre scendere bene in profondità, scavando nella terra, fino ad raggiungere il fondo. Solo così l’Albero della Vita sarà solido e stabile. E vivrà per sempre, fra le intemperie ed i venti gelidi del Nord. Non dimenticarlo mai, Peter. Mai. Tu lo vedi solo oggi, l’albero, perché solo oggi sei pronto per vedere. L’Amore di tuo nonno ti ha guidato fin qui, sostenendoti ogni giorno nel cammino, mano nella mano, stringendoti forte e donandoti una consapevolezza nuova. Finalmente i tuoi occhi puri riescono a scorgere ciò che c’è sempre stato. E’ il tuo cuore a vedere attraverso i tuoi occhi, ora. Hai notato quegli strani disegni sul tronco? Sono le cicatrici dell’albero, i grandi dolori che esso vede passare sulla terra e che lo segnano per sempre. E le piccole gocce di linfa? Quelle sono le sue lacrime. Piange per le brutture che circondano questo meraviglioso ed incantato parco". "Eppure lassù – continuò la Grande Aquila dalle ali d’oro – lassù, tra il fogliame, è il Paradiso dove dimorano Vita ed Amore, lo stesso che ora è in te. Lì c’è l’oasi che tutti gli uccelli in volo cercano, lì c’è una luce avvolgente e calda che filtra tra le fronde riscaldando ed abbracciando le anime stanche".
Peter non aveva più paura, la voce suadente dell’Aquila lo aveva tranquillizzato e rassicurato. Lasciò la mano del nonno e chiese ancora “E tu abiti lassù, fra le foglie?” “No – rispose l’Aquila accarezzando dolcemente con la sua ala il volto di Peter ancora bagnato di lacrime – io sono un’Aquila senza nido, non ho dimora. Volo nei cieli infiniti, senza mai fermarmi. E dall’alto osservo il mondo”.
“E com’è il mondo, visto dal cielo?” – chiese ancora il bambino? “Deve essere bellissimo!”
“Oh, sapessi quant’è piccolo! Eppure, Peter, potrai capire presto quante cose si riescano a vedere dall’alto del mio cielo. Cose che da vicino sfuggono, cose davanti alle quali si passa ogni giorno senza accorgersi che ci sono. Come quest’albero. C’è sempre stato, ma tu non lo scorgevi, mentre gli uccelli  potevano vederlo e raggiungerlo per ristorarsi all’ombra delle sue foglie. Ora puoi vederlo anche tu, adesso che il nonno non stringe più la tua mano sei libero di volare ad ali spiegate con me, al mio fianco. Non tremare più, piccolo uomo”.
E così il piccolo Peter e la Grande Aquila dalle ali d’oro si alzarono in volo, insieme, uno accanto all’altra, mentre il nonno rimase a guardarli a testa in su, sorridendo. Nello stesso istante dalle foglie rigogliose dell’albero si levò un canto celestiale, una festa di note per le anime pure. Fu melodia di pianoforte e di violini, mentre due puntini sempre più piccoli s’allontanavano nell’azzurro abbagliante del cielo.   

 - Maya -

Inferno

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Racconto horror-soft

Il cielo è un letto di nembi, questa sera. Fiocchi di cotone impolverati.
Pian piano si confondono con il blu della notte che avanza e solo per alcuni minuti hanno vestito il rosso-arancio del crepuscolo.
È stato un bel funerale, amore mio. Triste e composto.
Familiari ed amici ti hanno accompagnata in silenzio fino a questa nicchia in cima alla collina, scavata nella terra odorosa di umido e foglie, mentre il tuo ricordo aleggiava nei nostri cuori insieme al vento d’autunno.
Li vedi, amore mio?
Ora il corteo sta scendendo la china, un piccolo drappello che scioglie le fila.
Ognuno di loro tornerà alle loro case, nelle loro stanze calde e accoglienti. Alcuni ti ricorderanno e ti piangeranno per molto tempo ancora. Magari emergerà il tuo viso all’improvviso, facendo capolino nell’istante di tregua del dolore. Altri ti metteranno da parte, il tempo di chiudere la porta e tornare al tran tran di tutti i giorni.
Essere dimenticati è peggio che morire.
Essere dimenticati è la vera morte.
Ma vedrai, non sarà così.
Per il mondo che ti lasci alle spalle hai vissuto una buona vita, mia cara, tanto da meritarti lacrime e fiori. Il profumo acre delle ghirlande che iniziano ad appassire ti faranno compagnia per qualche giorno, per ricordarti che nel mondo qualcuno ti ha ricordato, almeno durante i minuti che hanno preceduto l’addio.
Ma non temere, resterò io qui a tenerti compagnia. Io e questi fiori in agonia.
Resterò con te come è stato da quando ci siamo conosciuti, quel piovoso pomeriggio d’inizio inverno tanto simile al giorno in cui il tuo corpo si è spento.
Sono trascorsi 30 anni da quel giorno, ti ricordi?
Tu lavoravi in quel bar di uno squallore greve ed appariscente che solo la tua bellezza riusciva a riscattare. Quel pomeriggio il mio noioso lavoro da praticante di uno studio legale assunse il colore dei tuoi occhi verdi e dei tuoi capelli bruni come le castagne lucide d’autunno.
Ti pensai per tutta la sera e la notte e il giorno seguente. Vivevo solo per poter ritrovare i tuoi colori in quel minuscolo e dimenticato bar di Soho.
Non è stata una storia travagliata, la nostra. Tutto si è svolto con semplicità, secondo un rituale antico e predefinito.
Dopo una settimana che mi inebriavo di te mentre sorseggiavo il consueto gin tonic, ti chiesi di uscire con me. Ti proposi una semplice passeggiata in Hyde Park per la domenica seguente.
Tutto accadde all’improvviso, con quella casualità che il destino predispone quando oramai hai smesso di sognare. A 37 anni e senza la stabilità economica preposta dalle ambizioni giovanili, sei arrivata come un raggio di sole nella notte polare. Non era stata una vita facile la mia, non fino a quel momento. Lavorare e studiare insieme, per mantenere una famiglia senza più un padre, possono essere azioni incompatibili per spiriti pacati come il mio.
Ma ora c’eri tu. Finalmente c’eri tu.
Ci siamo fidanzati una sera di gennaio, ricordi cara?
Il luccichio dell’anello sulla tua mano delicata, lievemente arrossata dal freddo, si confondeva con lo sfavillio dei fiocchi di neve.
Quella notte ci portò fortuna. Da lì per noi due il percorso fu tutto in discesa.
Quattro mesi dopo ero stato assunto stabilmente dal prestigioso ufficio legale dove avevo lavorato per anni appagato dalle sole briciole. Tu avevi su di me un forte ascendente. Avevi molte ambizioni tu e, non possedendo i titoli per realizzarle, delegavi a me il compito di farlo anche per te.
Io ubbidivo volentieri, confondendo le tue aspirazioni con le mie.
Poi quelle parole che unirono le nostre vite dopo sei mesi dalla prima passeggiata: «Vuoi tu Benjamin Conrad prendere Coleen Jones come legittima sposa…?».
Tutto da allora divenne perfetto.
O almeno, così sembrava a me.
Il lussuoso appartamento in Bayswater Road, i riconoscimenti crescenti sul lavoro, l’acquisizione di un tenore di vita sconosciuto per entrambi fino ad allora.
Sì, era tutto perfetto.
Fatta eccezione, forse, per i massacranti orari di lavoro cui ero costretto a sottostare, sempre più di frequente.
Fatta eccezione, forse, per l’assenza di un figlio a coronare quella felicità.
E fatta eccezione, ancora, per la distanza che a volte si veniva a creare tra noi. Quando tornato a casa trovavo un letto freddo e vuoto ad aspettarmi, mentre tu rientravi la mattina con il corpo caldo e appagato dall’odore di un altro uomo.
Quando è successo la prima volta?
Probabilmente non lo saprò mai, ma quando me ne accorsi eravamo sposati da più di tre anni.
Tu facevi poco o nulla per nasconderlo. Io facevo finta di non vedere.
I primi dieci anni di matrimonio non accadeva di frequente, a dire il vero. Ed io non volevo accettarlo. Dovetti farlo, quando, messa alle strette, dovesti confessare di avere una relazione con il mio vecchio amico John. Eh sì, John l’avventuriero, John il carismatico e ricco vedovo, l’azionista più in gamba di fine secolo con un patrimonio tale da poter risanare il debito pubblico di tre stati.
Cosa ti piaceva di più in lui, Coleen, l’intelligenza o il denaro? Certo non la bellezza, quella non era tra le sue prerogative.
E a lui quanto ne sono seguiti, eh, Coleen?
Mi hai fatto male, e tu lo sai, ma senza di te ero stato un debole e non volevo più esserlo.
Il mio animo era diventato furbo, spietato, senza scrupoli. E ricco.
In fondo, il dolore che dovevo sopportare per i tuoi tradimenti era solo il microscopico prezzo da lasciare in pegno in cambio di un prestigio che non avrei mai osato immaginare senza la tua crudele presenza al mio fianco.
Non ho mai smesso di amarti, lo sai? Nonostante tutto. Nonostante le braccia delle donne che mi hai costretto a cercare per compensare il vuoto che accompagnava la mia ricchezza e la tua assenza.
Ma poi ti sei ammalata. Un cancro limpido ed indolore che ti ha sottratta a me con benevola celerità.
E ora sei qui, fredda nelle zolle irrigate da queste lacrime mute.
Solo ora mi accorgo di quanto in fondo tu sia stata sola. Perdonami, ti prego.
Ma sono qui per te, adesso, pronto a colmare quella solitudine.
E tu, riuscirai mai a perdonarmi? Dimmi, amore mio.
Parlami ancora con quella tua voce cristallina, dimmi che mi perdoni.
Perché non mi parli? Eppure io ti ho perdonata.
Perché non torni da me?
Eppure sono disposto a cambiare, ora.
Sono pronto a rimediare ai miei errori, credimi.
Oh, Coleen, torna da me, avanti. Cosa aspetti?
Va bene, sì, forse ti chiedo troppo. Sono forse troppo frettoloso?
Allora aspetto. Ti aspetterò per sempre, non temere, non vado via.

È scesa la notte.
Le tombe adombrate dai cipressi sembrano relitti che affiorano dal mare di nebbia.
Seduto sulla lapide candida sotto cui giacciono le spoglie di quella che era stata sua moglie, Benjamin Conrad è un’ombra confusa con le altre.
Attende e attende ancora, in silenzio, senza piangere.
Trascorrono lente le ore della notte, finché il rosa dell’alba non fa capolino tra la coltre di piombo.
L’uomo cerca con gli occhi l’orizzonte come riscuotendosi da un lungo sonno, poi lacrime amare gli solcano il viso.
Esausto, solleva le membra e si allontana.
Si ferma davanti ad una tomba: l’immagine ritrae il suo viso un po’ più giovane ed un po’ meno sofferente.
Si volta un’ultima volta sospirando verso il tumulo di terra smosso da poco e, mentre il suo corpo si fa incorporeo e sempre più evanescente, mormora: “Ognuno sceglie il proprio personale inferno… Io avevo scelto te, chissà tu cosa hai scelto?!”.


Etain

La sua Poesia

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photo «***»

Le stagioni si erano rincorse, così come la vita stessa. Lui nel tempo trascorso aveva coltivato l’idea di lei, come si coltivano i fiori più rari; un sogno che aveva vissuto e che aveva adornato della poesia che lei gli aveva lasciato. Quel sogno era diventato il suo ricordo migliore che, in certe sere, sapeva riempire i vuoti improvvisi della sua anima. Altre volte era come una dolce melodia dal nome "nostalgia". E c’erano sere che il suo cuore aveva un pianto lento e silente come quando fuori piovigginava. E quando quella nostalgia si faceva più acuta, allora gli si velavano gli occhi.
Un giorno si incontrarono per caso. Quando la vide, il cuore scartò un battito. Dissimulò il suo tumulto con l’affabilità di sempre e con un sorriso sincero. Trascorsero alcune ore a parlare di tutto. In ogni parola che usciva dalla bocca di lei, lui cercava il profumo della poesia che aveva coltivato. Ma le ore trascorsero, invano: in quella donna che aveva di fronte, della loro poesia, non era rimasta traccia.
La salutò poi, dicendole che era contento d’averla rivista, le augurò ogni bene e felicità, le porse un bacio lieve.
S’incamminò per la sua strada. Sulle labbra il sapore amaro di un sogno che l’aveva tradito.
E non avrebbe più avuto, d’ora in poi, neppure il suo sogno da coltivare o su cui cullarsi o piangere, in certe sere…

Creativa_mente 5

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Veronica si voltò sussultando. La sua voce la faceva sempre balzare, saltare dagli inferi della sua miseria, e volare in una nuvola di felicita’ e allegria. La sua voce dolce e calda allo stesso tempo. Veronica era giovane, aveva solo 22 anni, e lui quell’uomo quarantenne gia’ un po’ brizzolato, lo aveva conosciuto a una festa a cui era andata con sua sorella. La sua voce, la voce di Andrea, la avvolgeva di calore e la scuoteva dentro.
“Ciao Veronica cosa fai qui sul molo?” Veronica, era come iptonizzata, non riusciva a rispondere in maniera coerente. “Vieni, che andiamo al bar e ci sediamo a prendere qualcosa, sto aspettando la barca per tornare a casa. La mia pausa estiva è finita, devo tornare a lavorare.” Veronica, era al settimo cielo, tutto si sarebbe  aspettata fuori che lui la invitasse a prendere qualcosa. “Va bene Andrea, andiamo.” Si misero a un tavolino fuori che guardava il mare e ordinarono un caffe’. Veronica avrebbe preso volentieri anche un cornetto, ma non voleva farsi vedere mangiare. Già era un miracolo che lui la a vesse invitata. “Andrea, cosa vai a fare a casa, hai un concerto?” Andrea, era un cantante lirico, e la sua voce era la voce calda di un tenore. Andrea era alto e un pò robusto come tutti i cantanti lirici, era bello ai suoi occhi. Andrea usciva da una brutta separazione, quella sera alla festa si erano messi a parlare, dopo che qualcuno li aveva presentati, e chissa` perche’  lui si era confidato proprio con lei. Le aveva raccontato, dei suoi due bambini che ora stavano con la madre, dei litigi, della difficoltà di trovare una soluzione che fosse soddisfacente per tutti. Lei era rimasta ad ascoltarlo silente, interessata e colpita. I suoi piccoli problemi quotidiani, i suoi genitori, la sorella ingombrante, la solitudine e i musi lunghi, erano problemi che evaporavano, che si scioglievano al sole come una medusa sulla battigia, al confronto dei suoi racconti. Veronica era una amante dell’opera, era strano per una ragazza della sua età, lei non cantava, ma era sempre stata appassionata di quel mondo. Allora, gli aveva chiesto di parlarne, di raccontarle cosa si prova su un palcoscenico. E lui aveva parlato senza più smettere. Quella mattina però davanti al caffe’  erano tutti e due muti. A un certo punto, entrambi alzarono lo sguardo, e i loro occhi si persero. Si guardavano forse per la prima volta, un’unica volta in cui ti specchi nell’altro e sei l’altro, e lui e’ dentro di te e insieme ballate il ballo delle api innamorate. Lei si stava perdendo in quel mare azzurro che erano i suoi occhi, si era tuffata e aveva nuotato per l’attimo che è per sempre.

Gia e Ma

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Un schiaffo lo colpì in piena guancia sinistra… “Ma sei scema?” “No, tu sei scemo, caro mio, e non ti permettere….” Le prese con forza il braccio, glielo portò dietro la schiena e nel contempo si trovò col viso spiaccicato al suo…
No, non ti bacio…ho detto di…no, smettila!” ma la stretta era forte e la voglia grande quanto quella di metterlo KO con un calcio in mezzo alle gambe. Prevalse la prima tentazione…
Si sedettero sul prato, l’una di fianco all’altro: imbarazzati, non si guardavano. Il sole era forte, sole di agosto, ma su quella collina appena accennata era il paradiso. La brezza le faceva volteggiare i lunghi capelli castani, la frangetta si spettinava e giocava con quelle ciglia lunghe…sembravano infinite!
Si girarono contemporaneamente e si baciarono di nuovo, gli occhi prima chiusi, poi aperti…ridevano. Poi Gia si staccò abbandonandosi distesa per terra con un sospiro…
A Ma…ma io fra due giorni parto, torno a casa…i miei devono tornare a lavorare…
La guardò dritta negli occhi, occhi verde scuro che desideravano smarrirsi nel verde mare dei suoi. “No, per favore Gia, stai qui…forse la Giuli ti può tenere da lei…almeno ancora una settimana…poi ti verranno a prendere…non andare, Gia, ti prego, io cosa faccio?
Gia si tirò su e si accoccolò abbracciata a lui con la testa sul suo petto… “Non posso…devo aiutarli a casa, devo tornare, non mi lascerebbero mai qui…
Lui aveva sedici anni, quella piccola dea di quattordici gli sembrava tutta la sua vita, in quel momento. Lontano da lei, al di fuori di lei, oltre a lei…il buio.Gia e Ma
Si alzarono di malavoglia, lei era già in ritardo. Si baciarono di nuovo e il sapore delle loro bocche, questa volta, era talmente dolce che non avrebbero voluto più separarsi…
A Ma, io torno per Natale, tu ci sarai?
La guardò trattenendo a fatica un lacrima…
Sì, io sono sempre qui, tutti i fine settimana…ma non sarà la stessa cosa…come sei bella Gia!
Lei rise, e disse quello che gli diceva sempre, anche prima di quel magico pomeriggio, anche prima, quando giocavano ad essere solo amici: “Non è vero, tu di più… lo sai!
Lentamente scesero la collina, mano nella mano: Gia ogni tanto si girava, lo guardava e rideva, poi gli appoggiava la testa sulla spalla. Lui era serio, accostava il viso al suo e le stringeva la mano.
Il sole li accompagnava, mentre una nube aveva amorevolmente coperto d’ombra quella collina, come a volerla difendere dal tempo.
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Preghiera tratta dal mio primo libro "Tra mistero e realtà…"

"La tua parola, Signore, è luce nel mio cammino e lampada ai miei passi".

Regina del Cielo, divina Maestà,

Madre di tutte le popolazioni.

Per quelle grazie che buttaste a mare.

Per la salvezza dei tuoi marinai.

Buttatene una anche per me.

Che presto con la tua misericordia

esaudita sarò.

Fammi Celeste Maria, questa grazia mia.

Che con il tuo amore, esaudita sarò.

Ricorda nel tuo cuore, le nostre afflizioni.

Miracolati di pace e di serenità.

Cancella con un tuo gesto,

le guerre e le tribolazioni,

facendo rispecchiare la tua grande bontà.

Abbracciaci nel tuo amore,

creando un mondo nuovo,

che possa esaltare speranze e umanità.

Concedi ai tuoi figli le grazie necessarie.

Aiuta i sofferenti. Guarisci i loro mali.

Infiamma i loro corpi donando tranquillità.

Tu che sei glorificata,

da te aspettiamo la consolazione.

Conservaci sempre nel tuo amore

e proteggi la nostra felicità.

© – "Nicoletta Perrone"

Creativa_mente

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Disegno di Cabram

ESPERIMENTO DI SCRITTURA CREATIVA
 
Abbiamo pensato, visto il successo dell’iniziativa Poetica_mente, lanciata da Psiche in questo stesso Blog, di proporne un’altra che possa riunirci tutti nel segno della “scrittura”.

Seguendo il filo di Psiche, l’abbiamo chiamata

Creativa_mente

L’idea parte da una collaborazione avviata tra Cabram e l’artista Franco Gobbetti, in cui i due autori già hanno provato a seguirsi l’una con l’altro scrivendo una storia a quattro mani.
 
Adesso estendiamo l’esperimento a tutti i partecipanti al Blog degli Autori di Manuale di Mari, regalandoci l’opportunità di dare spazio e sfogo alla creatività.
 
Il percorso è semplice.
Cabram avvierà il prossimo 29 giugno Creativa_mente, pubblicando il primo brano avente come tema “l’ossessione”.
A seguire, gli altri autori proporranno la continuazione, creando una catena di scrittori che darà vita ad un lungo racconto a più voci.
 
Gli organizzatori si riservano di scegliere ogni giorno il brano più adatto a proseguire il racconto che diventerà, quindi, il punto di partenza per il giorno successivo.
 
Non ci sono altre regole particolari da seguire se non quella di ricordare che il Blog degli Autori è nato per parlare d’amore, in ogni sua forma, che sia espresso o sottointeso, evidente o tra le righe, amor proprio o amore per un altro essere, che sia universale o materno e paterno non conta, purchè ci sia.
Purché ci sia amore.

Gli interessati a partecipare possono lasciare un commento a questo post.

Parole, baci, amore

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Il bacio, G. Klimt, particolare

Promisero che non si sarebbero mai incontrati ma fantasticarono a lungo su come sarebbe stato il loro primo incontro e, poi, furono le loro voci, prima che i sogni, a congiurare per loro. S’incontrarono così una sera trascinati da una corrente irresistibile verso il solito gorgo.
Le chiese: “Mi ami?”. Lei non rispose, ma i baci sono le parole più chiare dell’amore e così si tradì.

(continua… Clicca qui per leggere tutto il racconto e lasciare commenti)

Petali rossi

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Amore e poesia. Non credo che esista altro binomio perfetto come questo.

Mi fa piacere, allora, segnalare all’attenzione dei lettori e degli amici di questo blog anche un nuovo sito creato per raccogliere poesie e brani d’autore.

Petali Rossi
http://www.manualedimari.it/petalirossi

 

E’ un luogo che ho creato con il solo scopo di condividere con voi opere della letteratura mondiale, versi ed autori a cui mi ispiro.

Un giardino in cui potete annusare il profumo dei fiori che amo.

Si chiama petali rossi perché sono solo poesie e storie d’amore.

Come ben sapete sono fieramente monografico.

;) Buona domenica a tutti.

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Salotto Culturale Calliope

Domani 18 giugno 2006, ore 18,30, alla Sala Consiliare del Comune di Torregrotta, provincia di Messina, il Salotto culturale Calliope presenta il secondo incontro con gli artisti del territorio.
E’ una mia idea, in quanto scrittrice ho deciso di dare un’opportunità a tutti gli artisti di far conoscere con questa iniziativa la loro arte.
In Calliope si parla di…Narrativa, Poesia, Musica, Pittura, Scultura, Fotografia e altro ancora.
L’obiettivo è quello di improntare una linea indelebile nella storia della cultura.
Calliope è l’anticipazione del prossimo Premio Letterario Internazionale attualmente in fase di progettazione.
E’ un momento d’incontro con tutto ciò che è arte, a cadenza mensile; per l’estate sosterà, ma a settembre riaprirà i suoi battenti con grandi sorprese.
Quest’idea è nata da una mia poesia scritta qualche tempo fa…

"Imprimo su carta…"
Il tempo scorre e con lui,
la quotidianità dell’essere umano.
Scrittori passati hanno lasciato
tracce indelebili.
Carta, quanta emozione contieni.
Libro, amico di momenti sereni.
Dipinti, armonia di colori.
Oggi, rifletto e conosco
l’istante oramai consumato.
Affermo a grande voce
frasi vibranti,
concetti sublimi,
quelli rimasti ed eterni,
i quali sussisteranno
nell’infinito tempo
di un scrittura
mai dimenticata.

Il programma del 18 giugno 2006, prevede

Nicoletta Perrone

Introduce

Calliope

 

Per la Narrativa…

Pasqualino Timpone e Enza Crisà

Presentano

Santi Scibilia – scrittore

- Marco il nano

- Echi lontani (Avanzi – Vulcano)

- Sfera di ghiaccio (Angeli senz’ali)

 

Per la Musica…

Stefano Sgrò - pianista

Epifanio Casella - sassofonista

eseguiranno

- Summertime (from "Porgy and Bess") di G. Gershwin

- Misty di E. Garner

- Take five di P. Desmond

- Les feuilles mortes di J. Kosma

- Night and day di C. Porter

- In the mood di J. Garland

 

Per la Pittura…

Retrospetiva di Pippo Bottari ( 1953-2001) – pittore

Ricordato da

Nicoletta Perrone

L’ingresso è libero.

Colgo l’occasione per ringraziare affettuosamente chi mi ha supportato in rete…

Manuale di Mari

Blog degli autori del Concorso di Emozioni


I miei ringraziamenti si estendono ai giornali
Gazzetta del Sud
Giornale di Sicilia
Centonove
L’ideale
Un ringraziamento di cuore all’artista Zolà che ha creato il logo che contraddistingue Calliope.
Vi aspetto!!!

© – Nicoletta Perrone