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	<title>Blog degli Autori<title> &#187; Racconti</title>
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		<title>Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 23:13:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Calavalle</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/finestre-sulla-citta.jpg" alt="" height="150" />Il deserto del Sinai mi passa accanto con le sue montagne striate di rosso, le sue valli levigate dal tempo, le rare dune di sabbia portate qui dal vento del deserto d’ Arabia. Il resto è polvere e sassi bruciati dai quaranta gradi di un sole implacabile. Ma tutto resta fuori di me. E’ come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle" link="http://www.blogdegliautori.it/albertocalavalle/finestre-sulla-citta-e-dintorni-di-alberto-calavalle/"><p><a rel="attachment wp-att-5116" href="http://www.blogdegliautori.it/albertocalavalle/finestre-sulla-citta-e-dintorni-di-alberto-calavalle/finestre-sulla-citta/"><img class="alignnone size-full wp-image-5116" style="border: 1px solid black;" title="Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/finestre-sulla-citta.jpg" alt="" width="268" height="380" /></a></p>
<p>Il deserto del Sinai mi passa accanto con le sue montagne striate di rosso, le sue valli levigate dal tempo, le rare dune di sabbia portate qui dal vento del deserto d’ Arabia. Il resto è polvere e sassi bruciati dai quaranta gradi di un sole implacabile.<br />
Ma tutto resta fuori di me.<br />
E’ come se il condizionatore dell’aria, i vetri, il tetto dell’autobus, proteggendomi dall’esterno mi permettessero di proiettare il paesaggio lontano nello spazio o addirittura sul nastro di una pellicola cinematografica. Anche lo squallido edificio di cemento di una scuola rimasta desolatamente vuota, mi lascia indifferente, come resta indifferente alla natura primitiva di questo luogo.<br />
Solo quando scendo sulla polvere e i sassi tra i beduini che mi invitano a salire sui loro cammelli, provo emozioni inesplorate. L’aria è limpida, come di vetro, il sole è sospeso sopra di me, ma l’altitudine lo rende sopportabile. Rinuncio con un sorriso ai servizi di questa gente libera e fiera, e mi avvio a piedi in direzione del monastero di S. Caterina. Il sentiero sale nella gola stretta da montagne granitiche e brulle.<br />
I miei sandali di cuoio foderati di neoprene, comodi a camminare in città, qui ad ogni passo diventano una tortura con la polvere e i sassi che mi entrano in ogni fessura. Ma l’emozione di avvicinarmi al luogo di Mosé è più forte di questo tormento e avanzo verso l’alta muraglia che protegge il monastero.<span id="more-5117"></span><br />
Entro da una fessura che si apre tra grandi blocchi di granito e dopo un oscuro passaggio mi ritrovo nella luce di fronte al roveto ardente.<br />
Vorrei togliermi i sandali, ricordando le parole di Dio a Mosé, mentre rimango assorto in ammirazione, ma qualcosa mi preme alle spalle: è una folla di turisti sbarcati qui da ogni dove e mi trovo nella chiesa di fronte allo splendido mosaico della Trasfigurazione. Vorrei fermarmi a lungo davanti a questo capolavoro che stupisce e che invita alla preghiera per il suo farsi sublimazione, ma è impossibile porsi pellegrino in questa nostra epoca che trasforma in bene di consumo anche un luogo nato per lo spirito.<br />
Recupero il mio spazio al tramonto del sole, quando insieme ad una guida inizio la scalata del Monte Sinai. Riprovo allora quel senso di libertà e di distacco da tutto ciò che sulla terra ci assilla e ci ossessiona e che ho provato ieri scendendo nelle acque del golfo di Aqaba. Là erano quel mare così unico e le sue creature coloratissime e miti a portarmi in una dimensione nuova. Qui sono la purezza fresca e limpida dell’aria, la sensazione dell’immenso che provo di fronte alla vastità del cielo limpido dove le stelle palpitano, la gioia di avere raggiunto la cima della montagna.<br />
Ma poi ti accorgi che qui c’è qualcosa di più, come la voce del silenzio che ti entra dentro e ti rasserena l’animo, la veglia che precede l’alba, la sensazione forte che in quell’attesa io e la guida musulmana che mi siede accanto siamo fratelli in attesa dello stesso Dio. Il cielo che, come per un miracolo della creazione si tinge pian piano di un rosa che ti astrae dal tutto.<br />
Solo il lampo di una macchina fotografica che cerca di fissare quell’attimo sfuggente, mi distrae da quel distacco, mentre preannuncia un paesaggio di rocce rossastre e figure e che si muovono e si alzano dai loro sacchi a pelo.<br />
In breve siamo tutti in piedi, tutti rivolti a quel punto, in riverente silenzio, fissi come davanti a un grande mistero, tutti a cogliere quella luce intensa, folgorante, simile a quella che ha illuminato Mosé quel lontanissimo giorno che ha ricevuto da Dio le Tavole della Legge.</p>
<p>Aprile 2004</p>
<p><strong>Sulle soglie dell’infinito &#8211; Nel deserto del Sinai &#8211; </strong>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/autori-italiani/finestre-sulla-citta-e-dintorni-di-alberto-calavalle" target="_blank"><em><strong>Finestre sulla città e dintorni</strong></em></a> di <strong>Alberto Calavalle</strong> presentato nel <a href="http://www.manualedimari.it" target="_blank"><strong>Portale Manuale di Mari</strong></a>.</p>
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		<title>La fidanzata di Joe</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 10:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Sallustio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />(&#8230;) Joe non amava molto parlare di donne e di sesso. Era sposato. A lui bastava sua moglie, se solo l’avesse avuta al suo fianco. La sera tirava fuori dal taschino la foto di Teresa e la baciava di nascosto, per paura di essere deriso dai compagni per quell’atto da femminuccia. Dalla foto gli occhi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="La fidanzata di Joe" link="http://www.blogdegliautori.it/luciana/la-fidanzata-di-joe/"><p>(&#8230;) Joe non amava molto parlare di donne e di sesso. Era sposato. A lui  bastava sua moglie, se solo l’avesse avuta al suo fianco. La sera tirava  fuori dal taschino la foto di Teresa e la baciava di nascosto, per  paura di essere deriso dai compagni per quell’atto da femminuccia. Dalla  foto gli occhi sottili e allungati di sua moglie sorridevano timidi.  Era una bella ragazza di campagna di quelle solide, con i fianchi  generosi che rassicurano gli uomini. E, infatti, non ci avevano messo  molto ad allargare la famiglia. Dopo il matrimonio aveva avuto due sole  settimane insieme a lei. Ancora aveva il gusto in bocca di quelle notti  timide in cui, tutti e due, restavano nel silenzio, al buio, sotto la<br />
trapunta rosso vermiglio. Erano due giovani timorati di Dio che si  vergognavano ad abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altra. Ma si erano  scambiati sguardi di tenerezza e si erano tenuti per mano, quel poco  tempo che se n’erano stati da soli, nella casa sovraffollata dei  suoceri.<br />
Prima di partire si era voluto imprimere bene nella mente il colore dei  suoi occhi, della sua pelle, dei capelli neri e setosi che le aveva  baciato e accarezzato, man mano con più spudoratezza, quando i giorni  che restavano prima della partenza avevano incominciato a scorrere come i  grani del rosario tra le mani. A sera Teresa pregava in cucina con le  altre donne e dalla camera da letto dove lui la aspettava impaziente  giungevano voci sonnecchianti e lamentose che quasi non credevano più in  quelle implorazioni consunte come stracci e non sempre produttive di  felicità. Peppino, steso nel letto con le braccia sotto il capo, come se  stesse prendendo il sole nei campi, lo sguardo al soffitto, aspettava e  trepidava e s’infiammava di desiderio. Poi arrivava lei, richiudeva la  porta con delicatezza, gli si stendeva al fianco e lui si vergognava di  quel suo desiderio, per paura che dopo le preghiere le sembrasse impuro.  Se l’era portato dentro con sé in America. Lo aveva perseguitato sul  bastimento, nei giorni di depressione dell’arrivo, nelle notti rumorose  della baracca con Tony, quando uscivano ed entravano lavoratori sudici  di miniera, fetidi di mare e di grasso dei motori, sguaiati e volgari.  Un desiderio che gli opprimeva il petto, che gli dava scontento e che  riusciva a placare solo nelle uscite a mare, che nella quiete lanciava  bagliori argentei e nella burrasca appariva grandioso come un Dio…</p>
<p>da “La Fidanzata di Joe” romanzo breve di Lucia Sallustio</p>
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		<title>L&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 10:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio Sartarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Si era quasi alla metà dell’estate, quando, un giorno Marco si accorse casualmente che in spiaggia, a distanza di alcune cabine dalla sua, c’era una ragazza che lo fissava intensamente e con insistenza. All’inizio non lo notò più di tanto, era consapevole d’essere un bel ragazzo e non era la prima volta che era stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="L'amore" link="http://www.blogdegliautori.it/vittorio-sartarelli/lamore-2/"><p>Si era quasi alla metà dell’estate, quando, un giorno Marco si accorse  casualmente che in spiaggia, a distanza di alcune cabine dalla sua,  c’era una ragazza che lo fissava intensamente e con insistenza.  All’inizio non lo notò più di tanto, era consapevole d’essere un bel  ragazzo e non era la prima volta che era stato fatto segno  dell’attenzione da parte delle ragazze, pensò che la cosa sarebbe finita  lì.<br />
Constatato, invece, che anche nei giorni seguenti quella ragazza  continuava a fissarlo, il fatto l’incuriosì alquanto. Era una ragazza  bruna, piccolina, piuttosto rotondetta, perfettamente formata e  proporzionata, con un corpo da donna adulta. Quella cosa in sè così  strana, era anche intrigante e avvincente perchè, a quell’epoca, stiamo  parlando dei primi anni ‘50, non accadeva tutti i giorni che una ragazza  prendesse l’iniziativa, cercando di provocare in ogni caso una reazione  da parte sua. Marco decise che doveva trovare il modo di conoscerla….<br />
Tenuto nel giusto conto le consuetudini e i pregiudizi ambientali  dell’epoca, non era facile iniziare un rapporto di conoscenza con una  persona dell’altro sesso, bisognava trovare il modo. A questo punto,  bisogna fare un inciso di carattere sociologico che sia utile a chiarire  qual’era, in Sicilia, la così detta “morale dominante” che regolava,  senza possibilità di trasgressioni, i rapporti tra due persone di sesso  diverso. In ogni caso,il rapporto di conoscenza e di frequentazione  doveva avere la sua ragion d’essere che di solito era identificata nella  finalità del matrimonio. Alla luce di queste considerazioni tutto  sembrava molto complicato e quasi impossibile da realizzare, tenuto  conto che Marco e quella ragazza avevano appena quindici anno  ciascuno.Quel codice tribale di comportamenti che regolava l’instaurarsi  di un rapporto fra due persone di sesso diverso, si riconosceva in  un’epoca e costituiva la “summa” di tradizioni, usi e costumi d’intere  generazioni passate e costituiva il retaggio, atavico, nella formazione  della cultura e della morale delle popolazioni d’intere regioni….<br />
E venne il giorno della dichiarazione d’intenti, accadde tutto com’era  cominciato, fu lei Sara, che disse a Marco d’essere certa di amarlo  perdutamente e che, se lui voleva, il suo amore sarebbe durato per  sempre. Marco rimase in silenzio, affermare che non se l’aspettava  sarebbe stato un mentire a sè stesso, forse avrebbe voluto prendere lui  l’iniziativa ma, non si sentiva sicuro forse, aveva paura d’impegnarsi  per il futuro. Non si sentì di dire niente, erano entrambi molto giovani,  prendere un impegno del genere per tutta la vita a quindici anni gli  sembrava un’enormità. Si sentiva confuso, aveva bisogno di riflettere,  la cosa lo faceva diventare, per il ruolo che doveva assumere, più  grande di quello che era in realtà. Quella notte Marco non potè chiudere  occhio, mille pensieri affollavano la sua mente; per la prima volta,  nella sua vita si ritrovò a farsi un profondo e sincero esame  introspettivo. Si trovava di fronte ad un evento  nuovo come non mai,  qualcosa che lo aveva aggredito improvvisamente e lo teneva stretto,  prigioniero di sè stesso. L’estate stava finendo, forse la stagione più  bella che egli avesse mai trascorso e non solo per quell’ultima cosa che  gli era capitata. Stranamente, non si rendeva ancora conto che proprio  quest’ultima cosa, era la più importante e la più bella che gli potesse  capitare: si era innamorato! (…)</p>
<p><em>Tratto da “Viaggio nella memoria” di Vittorio Sartarelli, pubblicato nel  2005.  – L’AMORE -</em></p>
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		<title>Quando finisce un amore</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 09:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Si racconta che l’anima di una persona amata vive dentro di noi e quando esce dal nostro essere muta profondamente, diviene una diversa entità. Che è come dire che non esiste più. Non muore certo, ma è come se fosse un’altra persona. Ma questa verità, purtroppo, vale anche per noi. Per questo devo averti amata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Quando finisce un amore" link="http://www.blogdegliautori.it/robert/quando-finisce-un-amore/"><p>Si racconta che l’anima di una persona amata vive dentro di noi e  quando esce dal nostro essere muta profondamente, diviene una diversa  entità. Che è come dire che non esiste più. Non muore certo, ma è come  se fosse un’altra persona. Ma questa verità, purtroppo, vale anche per  noi.<br />
Per questo devo averti amata oltre ogni limite. Per me e per te. Quanto  nemmeno riesci ad immaginare.<br />
Per questo ti sei sentita diversa, quando ho smesso di amarti. E quella  sera, tornando nello stesso posto, ricordavi una notte completamente  diversa. Come un altro mondo, un’altra vita. Pensando a come eravamo  cambiati. Sentendoti come quando ci si sveglia da un dolce sogno, ti sei  chiesta perché era così immensa quella notte. E la piazza e il cielo  erano come un disegno pieno di dolci ghirigori, i più dolci che hai mai  tracciato. E i suoni della strada, le voci della gente non un  intollerabile frastuono ma una meravigliosa sinfonia.<br />
Eravamo innamorati. Perdutamente innamorati. Ora, quasi non lo ricordi  più. Ora sei un’altra persona. Forse più bella e più brava dell’altra  che non c’è più. Hai successo. Tutti pendono dalle tue labbra e dai tuoi  sguardi. E pronunci parole preziose. Però non ricordi più l’origine di  quei ghirigori, potresti tracciarli ancora, sempre più complessi e  perfetti ma scopriresti che non si raggomitolano piu verso l’infinito,  girano su se stessi e finiscono in un angolo. Un lato qualsiasi di una  piazza. Anonima piazza. Un triste luogo finito.<br />
Ed io che ho conservato quel tuo disegno quasi non lo vedo più, i suoi  contorni sono confini di un universo che non esiste più. Anche per me.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il vecchio diario</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 09:36:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luna70</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Trovai il mio vecchio diario nella vecchia soffitta di mia nonna, quando mi ci recai per mettere in ordine le sue cose, prima di vendere la casa. Nonna Agata era mancata da qualche mese ed essendo l’unico suo parente rimasto in vita toccava a me occuparmi delle formalità. Sorrisi cominciando a sfogliare quelle vecchie pagine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il vecchio diario" link="http://www.blogdegliautori.it/laura/il-vecchio-diario/"><p>Trovai il mio vecchio diario nella vecchia soffitta di mia nonna, quando  mi ci recai per mettere in ordine le sue cose, prima di vendere la  casa. Nonna Agata era mancata da qualche mese ed essendo l’unico suo  parente rimasto in vita toccava a me occuparmi delle formalità.<br />
Sorrisi cominciando a sfogliare quelle vecchie pagine ingiallite e d’un  tratto i ricordi di quell’estate della mia gioventù, ormai trascorsa, mi  assalirono portandomi un dolce vento di malinconia.<br />
Era l’estate dei miei sedici anni ed io ero stato mandato dai miei a  trascorrere le vacanze dalla nonna, nella sua casetta al mare.<br />
Quello fu il periodo del mio primo amore. Mentre rileggevo, la mente  riandò a quella mattina in spiaggia, quando incontrai per la prima volta  i dolci occhi celesti di Margherita ed il mio cuore perse un battito  mentre recuperavo il pallone da calcio che avevo inavvertitamente  lanciato nella sua direzione, durante una partita con gli amici.<br />
Margherita aveva la mia stessa età ed era una ragazza timida con lunghi  capelli biondi e buffe efelidi sul nasino all’insù. Ero convinto di non  aver mai visto nulla di più bello in vita mia.<br />
Accorgendosi della mia confusione gli amici cominciarono subito a  prendermi in giro ma a me non importava, giacché lei aveva risposto al  mio sguardo con un sorriso talmente luminoso da abbagliarmi.<br />
Da quel giorno io e Margherita passammo insieme ogni giorno. Facevamo  lunghe passeggiate sulla spiaggia e la sera ci sedevamo sulla riva ad  osservare il tramonto, bisbigliandoci frasi d’amore e fantasticando  sulla nostra vita futura, un po’ come fanno tutti gli innamorati.<br />
Era l’età dell’innocenza, quel periodo della vita in cui tutto sembra  possibile e si è convinti che l’amore duri tutta la vita.<br />
Cosa sia successe in seguito quasi non saprei dirlo. Dopo le vacanze io  tornai nella mia Torino e lei si trasferì a Napoli con la sua famiglia. I  primi tempi ci scrivemmo qualche lettera nostalgica ma poi le nostre  vite presero strade diverse.<br />
Di quell’amore romantico ora sono rimaste solo queste pagine di diario a  cui raccontavo ogni mio pensiero. Una lacrima mi solcò il viso. Forse  la mia vita sarebbe stata diversa se avessi avuto il coraggio di  ritrovare Margherita. Forse sarebbe stata più felice.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il bacio sbagliato</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 18:57:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Masotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Vacanze al mare a undici anni. E’ sempre difficile farsi accettare in una compagnia, soprattutto se gli altri si conoscono già da tempo. Non ricordo il nome dell’Albergo, uno dei tanti palazzoni, oggi démodé, che costeggiano la riviera. In spiaggia, ero appena arrivato dalla città e nei mesi precedenti ero stato quasi sempre ammalato, ero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il bacio sbagliato" link="http://www.blogdegliautori.it/andrea-masotti/il-bacio-sbagliato/"><p>Vacanze al mare a undici anni. E’ sempre difficile farsi accettare in  una compagnia, soprattutto se gli altri si conoscono già da tempo. Non  ricordo il nome dell’Albergo, uno dei tanti palazzoni, oggi démodé, che  costeggiano la riviera. In spiaggia, ero appena  arrivato dalla città e  nei mesi precedenti ero stato quasi sempre ammalato, ero bianchissimo.  Il mio nome per tutti era “il cadavere”. Per un po’ me ne stetti in  disparte, sempre attento a cogliere l’occasione buona. L’occasione  capitò. Nell’Hotel arrivarono gli inglesi, che, oltre ad essere bianchi  come me, erano ricchi e incuriosivano. Un “nascondino” con le loro  ragazzine non poteva mancare. E non poteva mancare la più graziosa nella  mia squadra. Sì, perché si vinceva a squadre, e io, benché pallido e  abulico-apatico-astenico, ero velocissimo. Lei, dei meravigliosi capelli  castani e sottili lunghi fino alle anche, fu scoperta subito. Forse le  videro proprio i capelli che quando correva rimanevano indietro.  Bisognava liberarla: toccare il muro sorprendendo la guardia con uno  scatto… essere più svelti di tutti.<br />
Quando l’ho liberata ho scorto uno sguardo di ammirazione che mi ha  fatto crescere di dieci centimetri. Ma non è finita così. Non subito.  Chi vince suscita anche invidia. I più grandicelli ne hanno approfittato  per farmi pagare pegno alla prima occasione. La regola era scegliere  tra le cinque dita della mano: dire, fare, baciare, lettera, testamento.<br />
Ho scelto l’anulare: baciare. Non potevo saperlo. E chi dovevo baciare  lo decidevano loro: una signora inglese, sempre accompagnata dal marito  che, a sua volta, pareva un alto ufficiale della Compagnia delle Indie.  Mi sono avvicinato, alzato sulla punta dei piedi e –Sorry, Lady. I must  kiss you-  le ho schioccato un bacio sulla guancia. Era esterrefatta.  Però si è abbassata a riceverlo. L’alto ufficiale sulle prime si  inalberò avvicinandosi con atteggiamento minaccioso: Questi latini! Poi  una risata generale scosse la sala dell’Hotel. Milady era molto  divertita. Proprio a lei avevo dovuto dare il bacio!  Dov’era finita  invece la bambina del nascondino? Trovai il mio posto nella compagnia,  anche se era l’ultimo giorno. Portai il ricordo dell’inglesina al  ritorno a scuola. Per pochi giorni. Presto cominciarono le  interrogazioni.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Racconti. Ricordi, Esperienze, Sentimenti di Vittorio Sartarelli</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 18:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio Sartarelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/racconti.jpg" alt="" height="150" />Si vedeva, bambino, quando scorrazzava per i prati e le strade di campagna di un piccolo paese pedemontano dell’interland cittadino, dove era sfollato con la famiglia, perché c’era la guerra, la II Guerra Mondiale, un ricordo questo, nonostante il numero d’anni trascorsi, che era rimasto impresso nella sua mente in modo indelebile, per la serie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Racconti. Ricordi, Esperienze, Sentimenti di Vittorio Sartarelli" link="http://www.blogdegliautori.it/vittorio-sartarelli/racconti-ricordi-esperienze-sentimenti-di-vittorio-sartarelli/"><p><a rel="attachment wp-att-5011" href="http://www.blogdegliautori.it/vittorio-sartarelli/racconti-ricordi-esperienze-sentimenti-di-vittorio-sartarelli/racconti/"><img class="alignnone size-full wp-image-5011" style="border: 1px solid #cc0000;" title="Racconti. Ricordi, Esperienze, Sentimenti di Vittorio Sartarelli" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/racconti.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a></p>
<p>Si vedeva, bambino, quando scorrazzava per i prati e le strade di campagna di un piccolo paese pedemontano dell’interland cittadino, dove era sfollato con la famiglia, perché c’era la guerra, la II Guerra Mondiale, un ricordo questo, nonostante il numero d’anni trascorsi, che era rimasto impresso nella sua mente in modo indelebile, per la serie di circostanze, alcune drammatiche, alle quali aveva dovuto assistere, suo malgrado. Poi c’era stato il ritorno in città, la scuola elementare, la media, infine il Ginnasio ed il Liceo, dolci anni quelli, che ricordava con nostalgia ed una punta di triste rimpianto, erano stati, forse, i migliori anni della sua vita.<br />
Ora, era quasi, al quarto anno di corso nella facoltà di Giurisprudenza, si trovava in ritardo con il piano di studi, tuttavia, una giustificazione valida a questo ritardo egli l’aveva. Da un paio d’anni, suo padre, valente artigiano meccanico, titolare di un’officina molto bene avviata e con una numerosa clientela, si era ammalato di depressione, facendo precipitare nel baratro della miseria e della disperazione tutta la famiglia, perché oltre tutto, l’unica fonte di guadagno e di sussistenza era il lavoro di suo padre.<br />
Marco si era dovuto occupare dell’attività del padre, per un certo periodo di tempo, egli conosceva anche il lavoro svolto dal suo genitore, era sempre stato vicino a lui, mentre lavorava, sin dalla tenera età e fino al conseguimento della maturità classica. Inoltre si era dovuto occupare della  salute e delle cure mediche da offrire a suo padre che, nonostante tutto, non era guarito dalla depressione, che anzi si era quasi cronicizzata rendendolo invalido al lavoro.<br />
Tutta una serie di guai, difficoltà economiche e gestionali, sofferenze psicologiche, lo avevano segnato profondamente, sentiva la responsabilità della famiglia, lui era il più grande, d’una decina d’anni, di quattro fratelli, tutti ancora in età scolare. Aveva dovuto dismettere l’attività paterna e trovarsi un lavoro; era stato assunto presso un giornale locale, con una paga piuttosto misera e nessuna garanzia previdenziale, tuttavia, faceva il corrispondente di un quotidiano nazionale, con una retribuzione che gli permetteva, integrando la paga del settimanale, di condurre una vita dignitosa, aiutando la sua famiglia.<span id="more-5012"></span><br />
All’Università, la mattina dopo, si era presentato per l’esame, doveva sostenere la prova sul Diritto del Lavoro, una materia del II anno di Corso che aveva tralasciato, quella era la sessione di Febbraio che di solito serviva per recuperare le materie non date nelle sessioni di Giugno e Ottobre. Dopo un’attesa snervante di alcune ore, era stato chiamato dal professore. Si sentiva nervoso, irritato, non era sereno e la preparazione della materia, per la verità, piuttosto sommaria ed affrettata, fecero il resto. La prova d’esame non fu superata e anzi, il professore, piuttosto che farlo ritirare, lo aveva bocciato, evidenziando l’insuccesso nel suo curriculum di studi.<br />
L’esito negativo di quell’esame, inopinato, lo aveva reso furioso, si sentiva contro tutto il mondo, le cose non andavano bene e poi, c’erano tutti i problemi d’ogni giorno, doveva rientrare in sede, riprendere servizio al giornale, nella cui sede passava quasi l’intera giornata, quindi a casa sua con il padre che aveva costante bisogno di cure ed attenzioni che, a volte, imponevano una vigilanza continua. Non ne poteva più, aveva ventidue anni e gli sembrava di essere già vecchio, senza essere riuscito a realizzare i suoi sogni di giovane, pieno d’entusiasmo e con brillanti prospettive future.<br />
Aveva voglia di dare una scossa alla sua vita, quale che fosse, anche inutile e trasgressiva, era un desiderio di libertà o meglio, di liberazione da preoccupazioni, afflizioni psicologiche e sofferenze dell’anima, forse, anche per questo, aveva deciso di andare da quella prostituta. Avrebbe sfogato là tutti i suoi crucci e le amarezze, lasciandoli in quel luogo di perdizione, dove tutto si dimentica, lasciando che il corpo abbia il sopravvento sulle sofferenze dell’anima e, come in una fumeria d’oppio cinese, tutto finisca in un oblio il più lungo possibile e riparatore.<br />
Egli, non era mai stato in un postribolo, né in uno vecchio, stantio e convenzionale dei tempi andati, né in uno moderno senza garanzie, regole o vincoli. Non conosceva l’atmosfera di quel luogo di piacere. Per una volta, si era detto, avrebbe fatto anche quell’esperienza, che fra l’altro, uniformandosi alla concezione dei più di quel tempo, non poteva e non doveva mancare nell’esperienza del vissuto di un giovane.<br />
Così ora, era dietro quella porta, questa volta non sarebbe fuggito, voleva affrontare quella prova, come una liberazione, non pensava nemmeno agli eventuali rischi che correva, tuttavia, mentre aspettava, cosciente di volere fare quella cosa, si sentiva come un condannato a morte che ormai non poteva sfuggire alla sua sorte. Evidentemente, era anche destino che accadesse, infatti, nella vita di ciascuno di noi, almeno una volta, ci sono delle cose che, inspiegabilmente, accadono, senza che sia possibile evitarlo. Per verificarlo, basta fare attenzione o ricordare, provare per credere!</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/racconti/racconti-ricordi-esperienze-sentimenti-di-vittorio-sartarelli" target="_blank"><em><strong>Racconti. Ricordi, Esperienze, Sentimenti</strong></em></a> di <strong>Vittorio Sartarelli</strong></p>
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		<title>Concorso di Emozioni, si è conclusa la sesta edizione</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 16:45:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuale di Mari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/cde-2010-588.jpg" alt="" height="150" />Con una bellissima immagine, tratta da “Una storia italiana”, lo spot televisivo della Banca Monte dei Paschi di Siena e dolcissimi versi d’amore, il Blog Manuale di Mari annuncia la sesta edizione del popolare Concorso di Emozioni. “Un amore sognato, un amore vissuto, un amore nuovo. Condividi belle emozioni d&#8217;amore nel Blog Manuale di Mari!”. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Concorso di Emozioni, si è conclusa la sesta edizione" link="http://www.blogdegliautori.it/redazione/concorso-di-emozioni-2010/"><p><a rel="attachment wp-att-4983" href="http://www.blogdegliautori.it/redazione/concorso-di-emozioni-2010/cde-2010-588/"><img class="alignnone size-full wp-image-4983" title="Concorso di Emozioni 2010" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/cde-2010-588.jpg" alt="" width="588" height="315" /></a></p>
<p>Con una bellissima immagine, tratta da <a href="http://www.youtube.it/bancamps" target="_blank"><strong>“Una storia italiana”</strong></a>, lo spot televisivo della <strong>Banca Monte dei Paschi di Siena </strong>e dolcissimi versi d’amore, il <a href="http://www.manualedimari.it/blog" target="_blank"><strong>Blog Manuale di Mari</strong></a> annuncia la sesta edizione del popolare <strong>Concorso di Emozioni</strong>.</p>
<p><em><strong>“Un amore sognato, un amore vissuto, un amore nuovo. Condividi belle emozioni d&#8217;amore nel Blog Manuale di Mari!”</strong></em>. Questo è l’invito che si legge nell’annuncio pubblicato nel Blog ideatore dell’Iniziativa dove s’incontrano dal 2005, all’inizio di primavera, moltissimi poeti, scrittori, blogger e amanti della scrittura per pubblicare le loro opere e commentare quelle di altri autori.</p>
<p>Quest&#8217;anno grandi novità! Con la sezione <strong>&#8220;Poesia e Musica&#8221;</strong> i versi di una poesia potrebbero diventare le parole di una canzone d&#8217;autore!</p>
<p>Gli autori di <strong>opere edite</strong> potranno partecipare anche con poesie e brani estratti dai loro libri.</p>
<p>Tutte le informazioni per partecipare e le novità di questa nuova edizione nel post di presentazione dell&#8217;Iniziativa nel Blog Manuale di Mari:<br />
<a href="http://www.manualedimari.it/blog/2010/03/01/concorso-di-emozioni" target="_blank">http://www.manualedimari.it/blog/2010/03/01/concorso-di-emozioni</a></p>
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		<title>L&#8217;incontro di Paola Pica</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 20:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Pica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anteprima inediti]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/02/incontro.jpg" alt="" height="150" />E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa.  E solitudine.  Paura, anche. Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="L'incontro di Paola Pica" link="http://www.blogdegliautori.it/paola-pica/lincontro-di-paola-pica/"><p><a rel="attachment wp-att-4970" href="http://www.blogdegliautori.it/paola-pica/lincontro-di-paola-pica/incontro/"><img class="alignnone size-full wp-image-4970" style="border: 1px solid black;" title="incontro" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/02/incontro.jpg" alt="" width="253" height="380" /></a></p>
<p>E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa.  E solitudine.  Paura, anche.<br />
Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma mai e poi mai aveva provato paura.<br />
…Incontri terribili dovuti ad una gomma bucata, oppure abbordaggi da parte di giovinastri e maniaci.  Se ne raccontavano, o forse semplicemente se ne temevano, pensava lei, di tutti i colori.  Ma niente le aveva mai infuso il senso di paura che aveva provato nell’incontrare se stessa quella sera.  L’aveva vista lì, sul ciglio erboso della curva, con l’andatura altera e trasognata, ma con lo sguardo vigile senza più rimpianti. Vigile, s’era detta nel guardarla, ma poi aveva deciso che era semplicemente acceso da qualche pena recente.  L’aveva guardata ancora e aveva scorto le belle gambe, i tacchi alti, il corpo ben fatto che aveva fatto sognare molti…poi, d’un tratto, il tonfo al cuore e la paura…Era buio pesto, come poteva aver notato tutti quei particolari?  Lo sguardo, perfino.<br />
Eppure l’aveva vista bene e sapeva che quello sguardo teso, inosservato da chi s’era sempre fermato alle fattezze fisiche, era lo specchio sempre più cupo eppure vivo della sua anima che continuava a ribellarsi. Solo allora, d’un tratto, le era venuta la certezza che la donna era la sua immagine speculare: stesso abito aderente, stessi capelli ondulati e rossi nel collo rialzato dell’ampia giacca nera.  Rossi!&#8230;Come poteva aver notato il colore, in quel buio pesto in cui neppure un faro aveva illuminato la corsia opposta?  Aveva guardato nello specchietto retrovisore e lei era là, non solo una sagoma che spariva nella notte, ma nettamente delineata nei particolari di forma e di colore.<span id="more-4971"></span></p>
<p>***</p>
<p>Brano tratto dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/anteprima/lincontro-di-paola-pica" target="_blank"><strong>“L&#8217;incontro”</strong></a> di <strong>Paola  Pica</strong>,  recensito da <strong>Nicla Morletti</strong> nel <a href="http://www.manualedimari.it"><strong>Portale Manuale di Mari</strong></a>.</p>
<p><strong>Vuoi sfogliare e leggere alcune pagine di questo libro?  Clicca  sull’immagine dell’ebook qui sotto.</strong><strong> Se ti  colleghi con un  terminale mobile <a href="httP://www.blogdegliautori.it/ebook/Incontro.pdf">CLICCA   QUI</a>.</strong><br />
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<p>Per prenotare la produzione e pubblicazione dell’ebook relativo al   tuo libro nel Portale Manuale di Mari e nel Blog degli Autori <a href="http://www.manualedimari.it/portal/contatti/redazione/" target="_blank"><strong>contatta la Redazione</strong></a>.</p>
<p><object style="width:490px;height:347px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=100220152316-715203fbf9c947b093057014b345d41f&amp;docName=incontro&amp;username=manualedimari&amp;loadingInfoText=L'incontro%20di%20Paola%20Pica&amp;showFlipBtn=true&amp;backgroundColor=A4112B&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:490px;height:347px" flashvars="mode=embed&amp;documentId=100220152316-715203fbf9c947b093057014b345d41f&amp;docName=incontro&amp;username=manualedimari&amp;loadingInfoText=L'incontro%20di%20Paola%20Pica&amp;showFlipBtn=true&amp;backgroundColor=A4112B&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml" allowfullscreen="true" menu="false" /></object></p>
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		<title>La Giornata della Memoria</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 18:10:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Doretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata della Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />La dichiarazione di guerra Il clima idilliaco della campagna, purtroppo, ebbe fine. Come un ciclone annunciato, venne la guerra. La Germania invase la Polonia nel settembre 1939. L&#8217;Italia, invece, dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna il 10 giugno 1940, con il discorso di Mussolini da Palazzo Venezia a Roma. All&#8217;epoca avevo già quattordici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="La Giornata della Memoria" link="http://www.blogdegliautori.it/sergio-doretti/la-giornata-della-memoria/"><p><strong>La dichiarazione di guerra</strong></p>
<p>Il clima idilliaco della campagna, purtroppo, ebbe fine.<br />
Come un ciclone annunciato, venne la guerra. La Germania invase la Polonia nel settembre 1939.<br />
L&#8217;Italia, invece, dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna il 10 giugno 1940, con il discorso di Mussolini da Palazzo Venezia a Roma.<br />
All&#8217;epoca avevo già quattordici anni e quindi ascoltavo anche le notizie dalla radio e sapevo che la Germania nazista era già in guerra contro la Francia e la Gran Bretagna.<br />
Subito all&#8217;inizio della guerra, nel giugno 1940, vi fu un primo bombardamento su Livorno. Gli aerei erano francesi, ma più che di bombe &#8211; che andarono tutte a vuoto nello stabilimento petrolifero della Stanic &#8211; vi fu un lancio consistente di manifestini sulla città: secondo questi manifesti vi era un invito a riprendere &#8220;dalla base&#8221; quell&#8217;amicizia fra i due popoli, italiano e francese che purtroppo era stata tradita da una dichiarazione di guerra che non aveva senso alcuno&#8230;<br />
Dopo il bombardamento una grande quantità di abitanti della città di Livorno, a piedi o in bicicletta, arrivò nelle nostre campagne; mi ricordo che la “via degli archi&#8221;, la strada provinciale che da Livorno va verso le colline, era completamente invasa da persone che formavano una fila lunghissima. Queste persone, di ogni età e ceto, si recavano in campagna per sfuggire ai successivi e inevitabili altri bombardamenti aerei, che infatti, non tardarono ad arrivare.<br />
Noi ragazzi  facemmo subito amicizia coi coetanei &#8220;cittadini&#8221; e ci fu anche l&#8217;occasione per scambiarci varie esperienze particolarmente di scuola o di ricreazione,  confrontando i nostri  due cicli di studio.<br />
Dopo oltre quattro anni di disagi, speranze e lutti, si arrivò al 25 luglio 1943. Mussolini fu messo in minoranza da parte del Gran Consiglio del Fascismo.<span id="more-4945"></span>Si sa che il Re Vittorio Emanuele III chiamò a formare il nuovo governo (quello che ora chiamiamo un governo tecnico) il Maresciallo Pietro Badoglio che aveva già la carica di Maresciallo d&#8217;Italia.<br />
Mussolini fu arrestato, subito dopo l’otto settembre 1943, per ordine del Re e fu portato alla fortezza del Gran Sasso. Queste notizie ce le forniva la radio con tutti i relativi particolari.<br />
Questo fu un periodo molto fertile per la rinascita di tanti ideali che si erano assopiti durante il ventennio fascista e tante iniziative di democrazia furono riscoperte; nacquero comitati antifascisti, promossi da intellettuali, convegni di carattere politico, in particolare nella città di Livorno. Questi convegni a cui qualche volta abbiamo assistito anche noi ragazzi ci portavano la visione di quella che sarebbe poi stata la futura &#8220;democrazia&#8221;.<br />
Questi insegnamenti, assieme ai discorsi che sentivamo in casa, sono serviti successivamente per le nostre decisioni di carattere non solo politico.<br />
Però, nonostante la guerra continuasse ancora sotto il governo di Badoglio, noi ragazzi e ragazze la sera ci riunivamo in qualche casa colonica per ballare, al suono di una fisarmonica. Allora vi erano i grammofoni con i loro dischi grandissimi che diffondevano canzoni dell&#8217;epoca, come &#8220;Vento&#8221; , &#8220;La strada nel bosco &#8220;,  &#8220;Come pioveva&#8221;, &#8220;Mamma&#8221; e tante canzoni napoletane.<br />
Le sere d&#8217;estate si passavano sempre fuori, all&#8217;aperto tutti insieme, noi ragazzi e ragazze.<br />
Si parlava di tante cose e non per ultimo della guerra.<br />
In particolare la sera dopo cena si parlava molto fra noi ragazzi e ragazze, avevamo instaurato una bella amicizia, ci si voleva bene , però – purtroppo – questa amicizia era dovuta alla guerra. Erano già tre anni che ci conoscevamo ed in questi anni ci siamo spostati continuamente per la scuola a Livorno, ma la sera ci ritrovavamo sempre. Infatti la paura dei bombardamenti non era cessata, in quanto questi si erano intensificati.<br />
Era dolce e romantico stare insieme. Era una dolcezza per lo spirito, ma purtroppo la guerra, anche nella gioia e nell’amore, faceva sempre capolino nell’anticamera della nostra mente.<br />
Personalmente, in questo periodo, avevo stretto amicizia con una mia coetanea. Abitava a Livorno ed aveva circa un anno meno di me. Anche nel gruppo noi due si parlava molto e ci si voleva bene. Si parlava di scuola e di tante altre cose. Mi disse che era ebrea. Mi chiese: &#8220;Tu cosa ne pensi?&#8221;.  Io risposi: &#8220;Niente. Io guardo la persona e non la religione o la razza.&#8221;<br />
<strong></p>
<p>Otto Settembre 1945 – Armistizio</strong></p>
<p>La storia è nota. Purtroppo non ci fu la pace agognata da tutti ma l&#8217;inizio di altri e più terribili disastri. La radio spense ogni entusiasmo: la dichiarazione di Badoglio confemava l’armistizio, però finiva con una frase terribile: “la guerra continua”.<br />
Questa richiesta di armistizio, da parte di Badoglio, scatenò la reazione della Germania. Le truppe tedesche, composte da diversi battaglioni, scesero dal Brennero ed occuparono tutte le caserme dell&#8217;Esercito Italiano.<br />
Nella nostra campagna iniziarono a circolare gruppi di fascisti per cercare persone di opposizione ed anche ebrei da deportare.<br />
In questi giorni terribili mi misi in contatto con Mietta, la mia amica ebrea. Mi disse che con la famiglia si sarebbe trasferita all’interno nella zona di Fauglia, che pensavano più tranquilla.<br />
Ci abbracciammo e ci fu un pianto comune. Comunque ci si promise che dopo la fine del terrore ci saremmo incontrati.<br />
Purtroppo fra i provvedimenti di questo governo fascista vi fu anche il richiamo alle armi delle nuove leve rivolte a noi ragazzi della classe 1925&#8230; Vi fu anche l’emanazione di una legge che prevedeva la condanna a morte per i renitenti alla leva.<br />
Noi ci si dovette presentare per fare uscire di prigione i nostri genitori che erano stati arrestati perché eravamo di minore età e quindi sotto tutela dei genitori (allora la maggiore età era 21 anni).<br />
Poi, una volta presentatici e con i genitori in libertà, dopo alcuni mesi nel Genio militare, fuggimmo e ritornammo alla macchia per collaborare con la resistenza.<br />
Quando la guerra finì, io iniziai a cercare Mietta a Livorno, all’indirizzo che mi aveva lasciato. Ho cercato anche in altre zone compreso la zona di Fauglia e zone limitrofe. Purtroppo senza risultati.<br />
Dopo circa 10 anni dalla fine della guerra mi sono innamorato di nuovo con Annalia e ci siamo sposati. Anche questo è stato un amore grande (dico è stato perché purtroppo Annalia ora non c’è più). Però il nostro pensiero: mio e allora anche di mia moglie, era sempre per Mietta, purtroppo a quel punto, senza speranze.</p>
<p><strong>GIORNATA DELLA MEMORIA</strong></p>
<p>Ora, nel dubbio e con la speranza che Mietta sia sempre viva, magari in America, in questa giornata della memoria. Mietta rappresenta per me tutte le persone che sono state sacrificate nei campi di sterminio nazisti.<br />
Attraverso questa giornata della memoria voglio ricordare, insieme a lei, tutti i caduti nella guerra e nella Resistenza.﻿</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Era il giorno di Pasqua</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 02:32:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dorella Dignola M.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata della Memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Era il giorno di Pasqua, la nonna mi teneva per mano ed insieme andavamo alla Santa Messa. Era un giorno di sole e l&#8217;aria profumava di fiori. Uscimmo dalla cancellata che circondava la nostra casa e ci inoltrammo verso la Chiesa. “Nonna, guarda, lo vedi quel soldato che è uscito dal ponte  con il grosso zaino sulle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Era il giorno di Pasqua" link="http://www.blogdegliautori.it/dorelladignola/era-il-giorno-di-pasqua/"><p>Era il giorno di Pasqua, la nonna mi teneva per mano ed insieme andavamo alla Santa Messa.<br />
Era un giorno di sole e l&#8217;aria profumava di fiori.<br />
Uscimmo dalla cancellata che circondava la nostra casa e ci inoltrammo verso la Chiesa.<br />
“Nonna, guarda, lo vedi quel soldato che è uscito dal ponte  con il grosso zaino sulle spalle? Lo conosci?”<br />
“No, sono molti i soldati che circolano per la città.”<br />
La voce della nonna era incrinata, sentii la sua mano stringere forte la mia e dai suoi occhi celesti e dolci, vidi cadere lacrime che sapevo cocenti: aveva cinque figli al fronte. Furono citati sul giornale della città come esempio glorioso.<br />
Sapevamo che uno di essi, lo zio Giacomo, era stato fatto prigioniero e deportato in Germania. Lo avevano prelevato  mentre stava facendo il servizio di Leva Militare, senza un perché.<br />
Non sapevamo dove lo avessero portato e per quanto tempo.<br />
Fummo rassicurati perché lo zio non era ebreo; tutta la nostra famiglia non lo era.<br />
“Vedrà Signora che suo figlio tornerà, non pianga, lui non è ebreo!”<br />
Il cuore mi si strinse di vergogna e ad un tempo si dilatò per il sollievo che provavo . Poteva esserci una differenza tra un ragazzo ebreo ed uno che non lo era? Capii che era così!</p>
<p>Non vedi che ha la testa abbassata? Porta l&#8217;elmetto  il volto non si vede. Lo zaino deve essere pesante.<br />
Nonna, guarda, ha alzato la testa, nonna a me pare, sì nonna, è lo zio Giacomo!<br />
&#8220;E&#8217;proprio lui! vero nonna?&#8221;<br />
La nonna ebbe un fremito; socchiuse gli occhi e ficcò lo sguardo presbite sulla faccia del giovane che si stava avvicinando col volto sorridente.<br />
“Giacomo!”<br />
Gridò: “E&#8217; lui, è proprio lui!!!</p>
<p><span id="more-4942"></span>“Signore, grazie per questa Pasqua, perdonami se non veniamo alla Messa; mio figlio, uno dei miei figli è tornato!<br />
“Giacomo, sei tu, sei davvero mio figlio che torna? “ E guardando me: “Sì, sì, sì!”<br />
Lo zaino fu lasciato cadere a terra lentamente senza che lo zio cessasse di sorridere. Strinse la sua mamma forte, talmente forte che pareva volesse strizzarle l&#8217;anima tanto da provocarle una esplosione di gioia gridata, fragorosa , mescolata al singhiozzo del pianto, mentre a me nel petto il cuore  faceva capriole.<br />
Ero molto agitata. Li lasciai e corsi a ritroso verso casa per dare a tutti la grande notizia.<br />
Rimanemmo seduti intorno alla tavola per alcune ore, in silenzio assoluto, ad ascoltare la voce stanca di quel giovane zio di vent&#8217;anni che era ritornato a piedi dal campo di concentramento di Mathausen.<br />
Come era stato possibile varcare le Alpi, a piedi?<br />
Gli guardammo le scarpe. Portava degli scarponi molto grossi che non erano particolarmente consumati. I piedi invece erano sì consumati, erano piagati.</p>
<p>La nonna gli porse una catinella con dell&#8217;acqua tiepida per dargli un po&#8217; di ristoro. Senza interrompersi si asciugò, spalmò sopra e sotto i piedi l&#8217;unguento balsamico che gli avevano dato i signori della montagna.<br />
I superiori avevano deciso di trasferire un numeroso gruppo di prigionieri da un campo all&#8217;altro. Lo zio era fra questi.<br />
Alcuni soldati delle SS controllavano la fila, distribuiti da cima a fondo: uno ogni 20 ragazzi circa.<br />
Ein, zwei, drei&#8230; Ein, zwei, drei&#8230; Ein zwei drei!<br />
Non erano ammesse esitazioni, le baionette erano costantemente puntate su di loro.<br />
Mentre cercava di allacciare lo scarpone, una baionetta infilzò la spalla dello zio.<br />
Non fece in tempo ad accasciarsi a terra, venne subito strattonato e rimesso in piedi.<br />
Molti di loro erano italiani e due di essi, lo zio Giacomo ed un compagno,approfittando di attimi in cui gli occhi degli accompagnatori guardavano altrove, si portarono poco alla volta in fondo alla fila.<br />
Camminarono sulla strada sterrata nei solchi di terra dura lasciati dai carri, fiancheggiata da un fossato.<br />
Il passaggio di un camion li aiutò. La fila si dispose sul ciglio della strada e subito, appena passato il veicolo, con azione fulminea, i due si gettarono nel fosso, dietro la siepe erbosa abbastanza alta da poterli nascondere. Il  motore coprì il rumore dei loro passi e il fruscio della loro scivolata nell&#8217;erba.<br />
Stettero col fiato sospeso a lungo, non osarono guardare la riga scura della fila che si allontanava. Con le mani sul capo rimasero immobili, tutto taceva, nessuno si era accorto di nulla.<br />
Ripresero il cammino andando in diagonale in tutt&#8217;atra direzione, attraverso boschi e campi. Nei paesi incontrarono pochissime persone che non fecero loro domande. Portavano la divisa militare ed essi non seppero distinguerla da quella di Germania, non suscitarono sospetto e essi non ebbero paura.<br />
Riuscirono a farsi trasportare da un camion fino quasi al confine. Proseguirono dormendo qualche ora sotto le stelle, mangiando frutti selvatici  e bevendo ad un abbeveratoio di cavalli nei pressi di un casolare.<br />
Un altro tratto di strada lo percorsero in treno utilizzando qualche marco che era rimasto custodito in una delle loro tasche.<br />
Varcarono il confino a notte fonda, lontani da  luoghi abitati.<br />
Avevano freddo, tanto freddo, perché sulle Alpi, ad Aprile, anche a bassa quota, c&#8217;è la neve.<br />
In un paese italiano furono ospitati, sfamati e dissetati. Il pane, la pastasciutta, la mela, parvero loro nettare degli dei. Per mesi si erano nutriti di  patate, bucce di patate e una brodaglia nerastra che avevano sentito dire contenesse dei vermi per rifornirli di proteine.<br />
Allo zio lavarono e medicarono la ferita alla spalla con un unguento che,  dissero, l&#8217;avrebbe subito cicatrizzata.<br />
Non si fidarono di prendere altri mezzi per il proseguimento del loro viaggio perché in Italia, i soldati erano subito riconosciuti e controllati dalle pattuglie sparse su tutto il territorio.<br />
Diversamente da come si sarebbe potuto  pensare, avrebbero corso un pericolo maggiore.<br />
Camminarono per quattro giorni, dormendo pochissismo, sedendo per terra di tanto in tanto per lo sfinimento e raggiungendo la nostra città in bicicletta; due biciclette incustodite che avevano prontamente rubato e che avevano poi abbandonato  nella campagna quando videro in lontananza le sagome alte e grigie dei palazzi cittadini.<br />
Il Signore Risorto, quella Pasqua, avrebbe perdonato anche questo . Ne erano certi!﻿</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Un vagito ci chiamò</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 16:32:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Visconti Cicchino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Iniziative letterarie]]></category>
		<category><![CDATA[Natale 2009]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Come avvolti da un alito magico, avevamo invitato la vigilia di Natale i parenti più stretti per festeggiare la nascita di Emanuele. Il ruolo di neo – genitori ci riempiva di gioia, anche se non mancava in alcuni momenti un fondo d’ansia per la responsabilità cui temevamo di non essere all’altezza, soprattutto quando il piccolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Un vagito ci chiamò" link="http://www.blogdegliautori.it/lucia-visconti-cicchino/un-vagito-ci-chiamo/"><p>Come avvolti da un alito magico, avevamo invitato la vigilia di Natale i parenti più stretti per festeggiare la nascita di Emanuele.<br />
Il ruolo di neo – genitori ci riempiva di gioia, anche se non mancava in alcuni momenti un fondo d’ansia per la responsabilità cui temevamo di non essere all’altezza, soprattutto quando il piccolo piangeva e non capivano il perché.<br />
La gestazione era stata difficile: vomito e minacce d’aborto per sette mesi. Avevo dovuto ‘covare’ il mio ‘pulcino’ immobile a letto, aiutata in tutto dai genitori e da mio marito.<br />
Dopo la nascita,il 12 Dicembre, però, ogni sacrificio era stato dimenticato.<br />
Lele era piccolino: navigava nelle tutine ed era così buffo con i capelli foltissimi, tipo ‘spazzola militare’! Solo durante il bagnetto la testa si ornava di riccioli a serpentino ed il viso sembrava più tondo.<br />
Trattenuti in clinica per qualche giorno in più del previsto, – l’ittero che aveva infierito sul piccino,- eravamo tornati a casa in prossimità del Natale.<br />
Oltre al grande fiocco blu di raso e tulle guarnito da campanelline d’oro, avevano trovato nell’ingresso luci colorate, nastri di filo argentato, coccarde, nenie natalizie. Emy aveva aperto gli occhi ben bene: ascoltava i suoni e metteva a fuoco le luci, rendendoci euforici: non ci aspettavamo attenzione così ‘lunga’ verso l’ambiente.<span id="more-4923"></span><br />
Avevo una voglia incontenibile di comunicare la gioia della maternità; anche il neo – papà gustava il Natale con meraviglia nuova, riempito di tenerezza da quell’esserino: da poco apparso nella sua vita, l’aveva totalmente conquistato.<br />
Che 2000 anni prima fosse nato un Bambino a Betlemme, destinato a morire in croce per poi risorgere il terzo giorno, e dare eternità oltre la morte agli uomini di ogni generazione, ci aveva da sempre aiutati a riflettere sul valore della vita, redenta a caro prezzo, inclusa quella del Buon Ladrone, ma trovarsi in qualche modo protagonisti del presepe nelle figure di Giuseppe e Maria, rendeva la Festa del tutto speciale.<br />
Come gli angeli, volevamo gridare al mondo l’esperienza più esaltante della nostra vita . Così, mentre il piccolo tra una poppata e l’altra se la dormiva nel silenzio colmo di tenerezza e protezione, avevamo preparato con cura la tavola del salotto, tirando fuori piatti di porcellana, bicchieri di cristallo, coppette di limoge, oliera, formaggera e posate d’argento: insomma i regali più preziosi ricevuti per le nozze.<br />
Sulla tovaglia bianca ricamata con stelle di natale, tutto era lucente e dalla cucina si diffondeva profumo di pasta al forno e scaloppine ai funghi.<br />
Tutto era pronto. Ci guardammo. Tenerissimo l’abbraccio.<br />
- Ricordi le altre Vigilie trascorse in montagna? Era bello passeggiare tra le fiaccole del borgo tra canti e dolci caserecci. Chi avrebbe detto che quest’anno avremmo cambiato le nostre abitudini per Emanuele? – gli sussurrai.<br />
- Per la prima volta sento nella carne il Natale – rifletté lui ad alta voce – La nascita di un figlio incorpora in modo viscerale nella magia della festa della vita!-<br />
Un vagito ci chiamò: il “bambinello” chiedeva coccole.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Natale coi pomodori</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 12:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio De Santanna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Me lo ricordo quel Natale coi pomodori sott’olio sulla tavola in bella vista tra gli sguardi compiaciuti dei parenti . Un giorno d’estate eravamo andati al fiume a fare il bagno, in un posto appena fuori dal paese, dove non ci andava quasi mai nessuno, così, tanto per cambiare. Eravamo arrivati sudati dopo una lunga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Natale coi pomodori" link="http://www.blogdegliautori.it/antonio-de-santanna/natale-coi-pomodori/"><p>Me lo ricordo quel Natale coi pomodori sott’olio sulla tavola in bella vista tra gli sguardi compiaciuti dei parenti .<br />
Un giorno d’estate eravamo andati al fiume a fare il bagno, in un posto appena fuori dal paese, dove non ci andava quasi mai nessuno, così, tanto per cambiare.<br />
Eravamo arrivati sudati dopo una lunga camminata sotto il sole. Mia madre con la cesta del bucato sottobraccio, mio fratello ed io con la voglia matta di entrare in acqua e giocare, ma restammo a bocca aperta davanti a uno spettacolo inaspettato.<br />
Una piena aveva portato via le sementi dagli orti vicini e aveva trasformato la riva in uno splendido tappeto di pomodori rossi.<br />
A quel tempo lavorava solo mio padre e pagavamo le rate di mutuo della casa. Era duro arrivare a fine mese coi pochi soldi che restavano nel cassetto e quella manna a mia madre doveva sembrare la ricompensa del Cielo ai nostri sacrifici.<br />
Aveva vuotato la cesta dei panni da lavare e ci aveva invitato a lasciar perdere per una volta il bagno per aiutarla a raccogliere i pomodori.<br />
Stavamo attaccati per la paura che ci vedessero e poi sparlassero di noi in paese. Mia madre se ne stava china, raccolta in un pugno, eppure la paura non riusciva a cancellarle il suo bel sorriso, mentre mormorava: “E’ un miracolo! Qui siamo a posto per un mese e ce n’è anche per Natale, grazie al fiume e al buon Dio che l’ha creato!”</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>A Natale tutto può succedere</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 12:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luna70</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Era la vigilia di Natale ed io me ne stavo sdraiata sul divano, avvolta in una pesante coperta di lana, sgranocchiando patatine. Fuori nevicava e si udivano le urla gioiose dei bambini che si rincorrevano, tirandosi palle di neve. Un tempo anch’io mi divertivo in quel modo. Un tempo anch’io amavo il Natale. Ora non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="A Natale tutto può succedere" link="http://www.blogdegliautori.it/laura/a-natale-tutto-puo-succedere/"><p>Era la vigilia di Natale ed io me ne stavo sdraiata sul divano, avvolta in una pesante coperta di lana, sgranocchiando patatine. Fuori nevicava e si udivano le urla gioiose dei bambini che si rincorrevano, tirandosi palle di neve.<br />
Un tempo anch’io mi divertivo in quel modo. Un tempo anch’io amavo il Natale.<br />
Ora non più. Provavo un’indicibile amarezza mentre scorgevo le coppiette camminare mano nella mano, con buste di plastica piene di regali. O scambiarsi baci sotto il vischio.<br />
Mi sentivo disperatamente sola, in questo periodo dell’anno, e tutto ciò che desideravo era chiudermi in casa, aspettando che le feste finissero e la vita riprendesse il suo tran tran quotidiano.<br />
La mattina precedente, in ufficio, le mie colleghe si erano scambiate pacchettini colorati, augurandosi un Natale pieno di gioia e serenità.<br />
Come da routine, si erano scordate di me. Sul posto di lavoro io sembravo invisibile e nessuno si preoccupava di rivolgermi una parola gentile. Semplicemente ero trasparente.<br />
E, a dire il vero, non è che fuori dall’ambiente lavorativo le cose fossero diverse.<br />
Da quanto tempo non festeggiavo con un gruppo di amici? Da quanto non ricevevo un invito a uscire? Non lo ricordavo più…<br />
Ingoiando un’altra patatina, sospirai odiandomi per la piega che avevano preso i miei pensieri.<br />
Se Babbo Natale fosse esistito, gli avrei chiesto in regalo una vita diversa. E magari anche un corpo diverso. Io mi giudicavo troppo grassa per poter piacere a qualcuno. Del resto, passare le sere sdraiata su un divano a sgranocchiare schifezze di certo non aiutava a possedere una linea invidiabile.<span id="more-4918"></span><br />
Accesi la tv e fui investita dalle voci flautate di un coro che eseguiva canti natalizi. Disgustata, cambiai canale e mi trovai immersa nell’atmosfera natalizia di New York, dove alcune persone raccontavano come avrebbero trascorso le feste.<br />
Spensi la televisione e mi sentii ancora più depressa.<br />
Mentre consideravo l’idea di guardarmi il dvd di un film horror che mi tenesse sveglia fino alla mezzanotte, senza tuttavia ricordarmi il Natale, suonò il campanello, facendomi trasalire. Non aspettavo visite.<br />
A dire il vero, non ricevevo MAI visite serali. E neanche diurne, a essere sinceri.<br />
Chi mai poteva essere? Forse un venditore ambulante che avrebbe cercato di impietosirmi con la stupida storia che a Natale si è tutti più buoni e mi avrebbe convinta a comprare le cose più assurde e inutili, solo per tacitare i miei sensi di colpa.<br />
Oppure la vicina di casa che si era accorta all’ultimo momento di essere senza zucchero e pensava di fare la scorta nella mia cucina.<br />
O più probabilmente, qualcuno che aveva sbagliato indirizzo.<br />
Il campanello suonò di nuovo, più a lungo questa volta, ed io, imprecando fra i denti, scesi dal divano per andare ad aprire la porta.<br />
Mi ritrovai davanti un ragazzo che pareva un attore del cinema, da quanto era bello. Aveva le spalle larghe e gambe muscolose che trasparivano dai jeans stretti. Sul viso un sorriso sbarazzino e due occhi azzurri che si intonavano perfettamente con il maglione che indossava, dello stesso colore.<br />
Ecco, per lo meno ora sapevo che si trattava di qualcuno che aveva sbagliato indirizzo.<br />
“Ehm, credo che ci sia un errore”, borbottai mortificata.<br />
Lui mi rivolse un sorriso ancora più smagliante, rivelando i suoi denti bianchissimi.<br />
“Nessun errore. Sono il suo vicino di casa.”<br />
Ah, ecco. Allora probabilmente avrà bisogno dello zucchero!<br />
“Mi dispiace ma la mia dispensa è completamente vuota. Ho scordato di fare la spesa. Per questo per cena mi sto facendo fuori quel sacchetto di patatine.”<br />
Indicai il sacchetto ormai quasi vuoto, depositato sul tavolino davanti al divano.<br />
Lui aggrottò la fronte, incerto.<br />
“Come, scusi?”<br />
“Non ha suonato alla mia porta perché è rimasto senza zucchero? O senza sale o…”<br />
Il ragazzo scosse il capo, ridendo. Sembrava decisamente divertito.<br />
Oddio, non riesco a credere che in realtà il mio vicino di casa sia un venditore ambulante che mi vuole affibbiare un intero corredo per quando mi sposerò e che io non userò mai!<br />
La sua voce calda e profonda tuttavia, mi distolse dalle mie meditazioni.<br />
“No, no. Non è per questo che sono qui. Volevo semplicemente invitarla da me a mangiare una fetta di panettone. Sa, mi sono trasferito da poco qui a Milano e ancora non ho amici con cui festeggiare la vigilia di Natale. Ho notato che anche lei è sempre sola e mi sono detto: perché non festeggiare insieme?”<br />
Io restai per un attimo senza parole. A parte il fatto che non è per niente carino farmi notare che si vede a occhio nudo che non ho lo straccio di un amico con cui passare il Natale, davvero si crede che beva questa storia? Chi sarebbe tentato di invitare una come me?<br />
Lasciai scorrere lo sguardo sul mio ridicolo abbigliamento: pigiama di lana di una taglia più grossa della mia, con disegnati degli orsetti, calzettoni a righe colorate e pantofole pelose che mi fanno sembrare un clown.<br />
No, decisamente deve essere uno scherzo di cattivo gusto.<br />
“Ehm, come avrà notato sono già in pigiama.” Dissi in tono perentorio, per scoraggiarlo.<br />
Non sia mai che mi faccia prendere in giro dal primo che capita!<br />
Ok, è anche l’unico che sia passato di qui, ma non ha importanza.<br />
Lui sorrise di nuovo coi suoi denti talmente bianchi da sembrare lo sponsor di un dentifricio.<br />
“Non ha importanza”, disse fissandomi dritto negli occhi, “Dopotutto, si tratta di una cosa informale, fra vicini di casa. Quale migliore occasione per conoscerci meglio?”<br />
Aaah, capito. Avevo scordato la quarta opzione: il maniaco sessuale che ci prova con la prima fessa che incontra. Ma se pensa che io sia così stupida…<br />
“Mi spiace, ma non è mia intenzione socializzare con nessuno e non sono quel tipo di ragazza che cade fra le braccia del primo che capita, solo perché è da sola la vigilia di Natale.”<br />
A questo punto, lui parve a disagio.<br />
“Mi ha di nuovo frainteso”, fece con una nota di irritazione nella voce, “Si può sapere perché è così diffidente? Pensavo che il mio fosse un gesto carino e invece mi accusa di avere chissà quali intenzioni. Non pensavo affatto di sedurla, se è questo che ha pensato.”<br />
“Già”, sbottai allora io, prima di riflettere, “In fondo sono troppo poco attraente per uno come lei, no? Forse si aspettava una vicina di casa più carina ed è rimasto deluso.”<br />
Lui fu scosso da un’improvvisa risatina e distolse lo sguardo.<br />
Ecco, ci mancava che mi ridesse in faccia!<br />
Poi, posò di nuovo lo sguardo su di me e lo lasciò vagare lungo tutta la mia figura.<br />
“Veramente, la trovo molto più attraente di tante altre ragazze che ho conosciuto. E quegli orsetti le donano in modo particolare.”<br />
Dapprima, pensai che mi stesse prendendo in giro, ma subito dopo notai la sua espressione seria. Sembrava sincero.<br />
Arrossii all’istante e rimasi a bocca aperta per tre secondi.<br />
“Ehm, mi lascia solo un attimo per indossare un paio di jeans e un maglione?” Chiesi titubante.<br />
Lui annuì con decisione.<br />
Perché a volte, alla vigilia di Natale, possono accadere anche i miracoli!</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il presepe splendeva</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 12:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Sodi</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.blogdegliautori.it/mariosodi/il-presepe-splendeva/</guid>
		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Era la settimana di Natale. C’era da fare l’albero e il presepe. Sarebbe toccato a me anche questa volta. Quando c’era in casa mia figlia, all’albero ci pensava lei: riusciva a fare un albero di Natale che sembrava una ceramica di Capodimonte; senza luci, ma con squisiti ornamenti, e così originale che chi veniva a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il presepe splendeva" link="http://www.blogdegliautori.it/mariosodi/il-presepe-splendeva/"><p>Era la settimana di Natale. C’era da fare l’albero e il presepe. Sarebbe toccato a me anche questa volta. Quando c’era in casa mia figlia, all’albero ci pensava lei: riusciva a fare un albero di Natale che sembrava una ceramica di Capodimonte; senza luci, ma con squisiti ornamenti, e così originale che chi veniva a trovarci ne restava ammirato. I più, tuttavia, lamentavano la mancanza di lampadine intermittenti, perché – se non c’è la luce – che albero è. Come se gli alberi fossero senza luce, gli diceva. Siete mai stati in una foresta di notte, con appena un filo di luna? Gli alberi la luna ce l’hanno tutta addosso, e dentro. Come noi respiriamo l’aria e cerchiamo la luce, gli alberi vivono del firmamento. Laura l’aveva capito e il suo albero di Natale risplendeva da solo, per chi lo sapeva guardare. Del resto – diceva – era una prova per vedere se uno conosceva ed amava gli alberi: e se non li amava, a cosa serviva ricoprirli di tutti quei lustrini incandescenti se non per far mostra di se stessi? L’albero non è mai nudo: perché lo volete rivestire, e da clown?<br />
Da quando se n’era andata, avevo proseguito io, cercando di fare tutto quello che aveva fatto lei: ma si capiva che mancava qualcosa. L’albero mi veniva ricco (anche sontuoso) ma non era «bello». Cercavo invano di imitare la sua segreta grazia di mostrare e insieme nascondere quei deliziosi bijoux: ma a me non riusciva. O erano troppo nascosti o troppo in vista. Pareva che l’albero ritraesse le sue fronde, si irrigidisse alla mia volontà. E io ne avrei fatto volentieri a meno; anzi, se era per me, l’avrei preso, prima che morisse del tutto e l’avrei piantato giù nel campo vicino agli altri abeti, dov’era il suo posto.<br />
Ma se non avessi “fatto l’albero” mi avrebbero detto che nemmeno a quella minuzia avevo pensato (perché si sa, l’albero di Natale ce l’hanno tutti, fa ornamento, e forse porta bene).<br />
Insomma era un vero impiccio: perciò cercavo di farlo più alla svelta possibile, tanto eravamo estranei io e lui; e poi lo sentivo bene che mi considerava un intruso, quando gli mettevo le mani dentro per tutti quegli ammennicoli. Cosicché quand’era finito tiravo un sospiro di sollievo.<span id="more-4914"></span></p>
<p>Il presepe invece era un’altra cosa. Pareva mi chiamasse. Quando si avvicinava il Natale, quello spazio dove l’avrei sistemato mi si dilatava dentro e ogni giorno di più reclamava la mia presenza. Naturalmente a nessuno in casa mia interessava il presepe, anzi capivo di essere considerato un rimbambito che si rimette a giocare con le statuine. Ma non ci potevo rinunciare: anche se avessi dovuto lasciare tutto nello scatolone in cantina, la sera prima avrei preso un bel foglio e ci avrei disegnato tutto quanto, e ci avrei scritto anche le parole dei Figli della Luce, come feci quell’anno quando lo fissai con quattro puntine sulla libreria. E venne così bene che lo fotografai, per rivivere con quelle figurine un po’ sghembe ma vere, e mie, la solitudine di quel Natale.</p>
<p>Dunque, finito l’albero, una sera dopo cena, quando ero rimasto solo in casa, cominciai a fare il presepe.<br />
Avevo un piccolo vano nel mobile del salotto che serviva a tenere in mostra due o tre chicchere con una gran conchiglia che faceva tristezza a guardarla fra quelle lustre cianfrusaglie; lei così opaca e lontana dal suo abisso d’ombra. Questo vano era quasi all’altezza degli occhi. Per prima cosa posi nell’angolo di destra una piccola luce che avrebbe dovuto illuminare l’interno della grotta; poi il cielo stellato che avvolgeva tutto da oriente a occidente; le montagne con alcune casette bianche e, scendendo, umili personaggi che non c’erano allora ma c’erano nel Natale della mia infanzia.<br />
Il venditore di bruciate, la nonna col grembiulone che alimentava il fuoco col ventaglio di penne, il contadino col fascio di vitalbe sulla spalla; e poi pecore e agnelli, ed i pastori. Anche le palme, forse l’unica memoria dell’oriente; e sotto una palma la donna che attingeva al pozzo.<br />
La grotta occupava tutto l’angolo a destra: per questa ho sempre avuto delle statue grandi e di pregio, venute chi sa da dove. Gesubambino in un bel giaciglio, la Madre dal volto sereno, Giuseppe bello e pensoso, e non mesto come spesso vien fatto. Dietro, un bue panciuto e un asino snello, accovacciati, che prendevan gran posto ma giustamente, perché eran di casa. La borraccina, quella colta sulle prode di San Martino, la fissavo dappertutto: vi sentivo il fresco vivo della primavera, quel suo verde squillante era già un’allegria. La neve stentavo a metterla, perché per me il solstizio d’inverno segnava l’inizio della nuova luce: era finito l’autunno, il «tempo della notte» era finito.</p>
<p>Quando fu tutto a posto, spensi la luce nella stanza e il mio presepe cominciò a vivere.<br />
Dovevo abituarmi a quella luce fioca, ma poi pian piano fu come camminare in campagna di notte con la luna. Le case lontane mandavano riflessi azzurri e in certi fiochi riverberi si indovinavano i fuochi nascosti dei pastori mentre le pecore bianchissime facevano da contrappunto alle stelle, lassù. Mi avvicinai con gli occhi alla grotta scendendo dai palmeti (immaginavo una musica, quelle nenie ritmate d’oriente che non hanno mai fine ma sono come l’aria, ti entrano dentro, le respiri).<br />
Sulla soglia un pastore inginocchiato, grande – in primo piano – con l’agnello sulle spalle: la sua sagoma disegnava la grotta luminosa, e la grotta era la fonte della luce che proseguiva alta nella cometa d’argento (o era la cometa che l’illuminava). Una sorta d’incantato mistero circolava dentro quel nido, come una mano socchiusa, che se ti avvicinavi pareva una conchiglia dal brusio incessante.<br />
Quello era il mio presepe, eppure non ero sicuro di averlo fatto io, c’era qualcosa di non mio che mi dava ogni sera un’emozione. Qualcosa di sacro aleggiava fra i personaggi: era come contemplare un’icona, dove c’è qualcosa di più del pittore, di più del colore, di più della materia, e il legno non è legno, e l’oro non è il tuo oro: Qualcuno si è servito di te.<br />
Quand’era tardi, me ne stavo lì in preghiera e non so che preghiere dicevo, strani balbettìi, confusioni di parole dette e ridette e silenzi che m’inondavano il cuore e ricordi che mi muovevano dentro non so quale allegria, una voglia di ridere e di parlare. Di stare insieme. A chi? Ero solo, è vero. Mi staccavo con difficoltà da quella luce, quasi arretrando, silenziosamente, strusciando le mani sul grande mobile mentre me ne andavo, come a voler portare con me quella vita.<br />
Ogni sera. Il mattino no. Era come se tutto sparisse e il sole pareva troppo piccolo per entrare in quella grande notte; ma la sera ritrovavo la mia preghiera interrotta. Fino all’ultimo giorno dell’anno e poi oltre, nell’anno nuovo, fino a quella notte che non dimenticherò: la notte dell’Epifania, il compimento dell’Annunzio.<br />
Perché ogni presepe – ed anche il mio presepe – fino a quella notte è incompleto: dovevano arrivare tre personaggi, importanti e misteriosi come tutti coloro che giungono dall’Oriente.<br />
Noi ragazzi li abbiamo sempre chiamati i Re Magi, anche se re non erano, ma uomini di scienza a cui la scienza non bastava dal momento che si erano fidati di una stella annunciata da antiche leggende.<br />
Gli uomini che vengono a occidente vogliono vedere dove va a finire il sole. Anch’io da bambino pensavo: chi sa dove dorme il sole, avrà anche lui un letto; dove passerà la notte e come sarà bella – mi dicevo, sarà una notte senza notte…<br />
I Magi speravano di trovare qualcosa che non conoscevano, da sempre invisibile che ora si era fatto visibile; lo trovarono in una forma piccola preziosissima che si muoveva appena, come sembra fare il sole – e prima non c’era – nel paese più nascosto del mondo; una terra di eterni schiavi, tutta pietre e lamenti e tuttavia piena di segni; un popolo che diceva di avere visto Dio scrivere la Verità sulla pietra e lo pregava ogni giorno cantandogli le sue poesie.<br />
I Magi erano tre, anche per questo erano importanti. Ho sempre pensato che tutto ciò che non è trinitario è effimero, destinato ad appiattirsi e scomparire. Nel loro caso il numero si legava strettamente ai doni che portavano: oro incenso e mirra. Ricchezza, potere e morte. Qui forse era la mirra a far convivere le altre due realtà: solo l’oro che si dona (si separa dal possesso) fa diventare potenti; e solo se l’incenso brucia interamente se stesso (si consuma, non è più) rende veramente regale colui al quale è offerto. L’apparente morte assume la realtà positiva dell’amore e la sua presenza esalta e rende credibili e «positive» due realtà potenzialmente negative.<br />
Mario, dove ti perdi…: giri intorno a quel momento, perché non ti va di riviverlo. Lo temi.<br />
Ma come poter vivere quello che è oltre la vita? Avverti un rapprendersi della carne che vuol catturare in sé la perla inestimabile, quasi a proteggerla da una sicura offesa esterna.<br />
Nella borsa dei vecchi giornali che le nascondevano, presi una statua, quella di Melchiorre e la posi a sinistra della grotta, poi la seconda, quella di Baldassarre, a destra. Provai di nuovo un antico cruccio – e sono ormai tanti anni – da quel giorno che non trovai più il terzo personaggio.<br />
Ma ora, non capivo perché quell’assenza mi facesse tanto male; mi sembrava che mancasse troppo, quasi tutto, e non potevo lasciare quei due davanti a Gesù, soli.<br />
Perché non era pensabile che fossero soltanto due: c’era qualcosa di grande che «non tornava». E non per quel bel sofisma del «tre», ma per qualcos’altro che non riuscivo a intuire.</p>
<p>Finché non guardai attentamente i miei due «amici». Quello a sinistra teneva in mano un cofanetto con l’oro; l’altro a destra aveva un recipiente con l’incenso.<br />
Ecco, nel mezzo, proprio al centro della luce, lì davanti al Bambino mancava l’uomo con l’essenza amara, la mirra.<br />
Mancava il profumo amaro, il balsamo per il sepolcro, il dono che ogni figlio d’uomo riceve non appena emette il primo vagìto. Ma se quel balsamo fosse invece il segno dell’avvento di una «necessaria» ferita per la quale passa inevitabilmente il Regno-senza-fine? La medicina per sanare la nostra malattia più letale, quella della nostra inseguita eterna umanità?<br />
Forse tutto questo è vero. Ma mi fiorì quella notte un altro pensiero, e lo sentii così mio che le labbra si mossero in preghiera. Quella mirra era l’amaro della mia vita, tutto il dolore che portavo nella carne, tutto l’assenzio con cui avevo cosparso il volto – occhi e labbra – di chi mi aveva amato; la mirra il mio peccato posato lì sulle mie mani protese in offerta; perché altro non avevo da donare al figlio della Luce se non il mio peccato.</p>
<p>Così, ad un tratto, io non so come – e il cuore ancora ne trema -, quel presepe che mi stava davanti agli occhi si mosse nelle quattro dimensioni dello spazio e divenne la terra dove posavano i miei piedi; la grande luce m’inondava tutto; a sinistra era Melchiorre e a destra Baldassarre, veri, con le loro mani vere che portavano doni. Ed io con loro, col mio corpo proteso a offrire l’essenza amara del mio peccato. Eppure nessun dono mi parve più grande, più mio; non avevo mai posseduto un tal tesoro da offrire, ed ecco che lo donavo tutto, senza timore.<br />
Credo che anche le mie vesti fossero splendenti, perché così dev’essere per un Re. E anche me avvolgeva la cometa che ci aveva guidato alle soglie della vita.<br />
C’era un silenzio che traboccava di voci – di memorie – che rifiorivano. Un soffio che si avvertiva, vivente.<br />
Non so quanto ci trattenemmo e cosa dicevamo fra noi.<br />
Era stato lungo il viaggio, lo so io quanta fatica per arrivare fin lì, che pazzia credere di poter aprire quelle dita rattrappite. Ma avevo ritrovato le mie mani, e com’erano belle.<br />
Ero in quel nido, come stordito, e non ricordavo nulla. Fu come rinascere. Ricordo che mi veniva voglia di ridere, e ballare, e cantare; esitai solo un po’: ma i miei due amici mi guardavano fisso negli occhi, con dolcezza. E allora risi e sorrisi, a tutti: al cielo stellato e alle case lontane, all’uomo delle bruciate, alla donna al pozzo (s’era appoggiata al secchio, pieno), al pastore che mi mise il suo agnello sulle spalle e io lo reggevo, tanto ormai le mani le avevo tutte e due libere, forti.<br />
Sorrisi anche a Marta, voltandomi al suo richiamo: – Ricordati di spengere la luce, sennò brucia tutto -<br />
- La luce? Ma se è tutto spento!<br />
- Già, si vede che c’è cascata dentro la cometa!<br />
Infatti.<br />
Il presepe splendeva.</p>
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		<title>Il tatami di Max</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 12:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Sallustio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Forse era stato il fascino del tatami o la magia delle notti madrilene che avviluppavano sotto un cielo scuro a mantello, o ancora la tristezza delle cançoas do fado a cui Max l’aveva pian piano introdotta. Oppure era stato tutto questo. C’era, di fatto, che Rossella era restata a Madrid. Non ci restò per soli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il tatami di Max" link="http://www.blogdegliautori.it/luciana/il-tatami-di-max/"><p>Forse era stato il fascino del tatami o la magia delle notti madrilene che avviluppavano sotto un cielo scuro a mantello, o ancora la tristezza delle cançoas do fado a cui Max l’aveva pian piano introdotta. Oppure era stato tutto questo. C’era, di fatto, che Rossella era restata a Madrid. Non ci restò per soli tre o sei mesi, questa volta. Il signor Déseado le aveva fatto firmare un regolare contratto di assunzione a tempo indeterminato mentre suo figlio, senza farle firmare nulla, l’aveva incatenata ad un amore che rispondeva pienamente a tutti i clichè dell’amore romantico, con le piccole follie reciproche che ne intensificavano l’unicità.<br />
Si erano ripromessi di non vincolarsi con stupide catene amorose, si erano dichiarati moderni e ribelli, si erano giurati che nulla sarebbe cambiato nelle loro vite libere di un tempo, nulla che potesse ledere le loro ambizioni.<br />
Poi si erano cercati sempre più spesso, l’ossessione l’uno dell’altra nella mente e, ogni volta, finivano su quel tatami che aveva sconvolto le loro vite come uno tsunami.<span id="more-4913"></span><br />
“Rimani qui con me, stanotte. Non ho voglia di restare solo” le aveva chiesto, infine, una sera di dicembre. Natale era alle porte, le illuminazioni della grande festa guadagnavano giorno dopo giorno nuovi quartieri, giravano i primi zampognari dei Pirenei a diffondere canti d’avventi e di pastori, e il freddo era giunto tagliente una mattina più grigia delle altre. Era il primo inverno a Madrid per Rossella, e un dolce sentimento nostalgico s’era insinuato nel suo cuore. Non ebbe alcuna esitazione. Non voleva restare nemmeno lei da sola nella stanza fredda e troppo squadrata della pensione dove soggiornava. Un lungo bacio, un preambolo a una notte d’amore dolce e appassionata, sostituì quel sì, quella sillaba che non fece in tempo a pronunciare. Era troppo felice. Era l’eroina dei suoi romanzi rosa e Max non era il pilota di quelle storie, ma era bello e sensuale e innamorato e imprevedibile proprio come uno di loro.<br />
“Te quiero” le disse.<br />
Lo guardò negli occhi, fisso, non ridevano, non beffavano. Occhi sinceri come quelli di un bimbo, anzi del bimbo del video che avevano visto il giorno prima seduti sul tatami. Lì un bimbo si aggrappava alla madre per dissetarsi al suo amore, il bimbo era Max. Ora i suoi occhi imploravano lei.<br />
Quanti ti amo si dissero quella notte, da non contarli, una litania che preludeva a sensazioni, emozioni, progetti sempre diversi. Dov’era andato a finire il suo frasario ricco e ricercato, come avrebbe potuto rendere a parole le sfumature di un sentimento che la derubava del razionale, del programmabile, del conforto della routinarietà della vita.<br />
Ola, mi amor. Vamonos a bailar esta noche. Aquì, allì, arriba, abajo. Imprevedibile, Max. E lei non riusciva più a resistergli, a dirgli di no, non ce la faceva a sopportare quel muso imbronciato di quando gli rispondeva che no, che non poteva uscire, che aveva un mucchio di cose da fare, di traduzioni, di documenti da leggersi per il lavoro d’ufficio.<br />
E la domanda di rito “resta con me anche stanotte, non andare via. Ho bisogno di te. Mi sento solo” si faceva via via più incalzante.<br />
“Perché non vieni a vivere da me?” le chiese infine una sera, la voce querula della preghiera, calda come una promessa. Era il giorno di Santo Stefano. Carmen li aveva invitati a casa. C’era anche Jorge Déseado, naturalmente. L’appartamento di Carmen era terribilmente chic come la padrona di casa. Rigorosamente bianco, con sedute in velluto morbide e avvolgenti e sapienti pennellate d’oro e d’argento negli elementi d’arredo. Una grande tela a soggetto mitologico, probabilmente del settecento, mostrava figure femminili morbide e sinuose. Avevano una sensualità severa, lungi dall’essere laida o peccaminosa. Una seduzione sottile che sottaceva una femminilità archetipa.<br />
“Lei non lo dice, ma sono le antenate di zia Carmen. Le streghe di Salem” le soffiò Max in un orecchio, mimandone il ghigno.<br />
Rossella trattenne a stento una risata che soffocò in una specie di grugnito. Finse di tossire. La permalosità di Carmen era proverbiale quanto la sua perfezione. Perfezione assoluta in qualsiasi cosa facesse. Segretaria, padrona di casa, cuoca, donna perfetta. Chissà se era perfetta anche come amante. Invidiò la perfezione delle donne della sua età, della generazione di sua madre. Non avrebbe mai saputo interpretare quel ruolo, lei che avrebbe voluto recidere gran parte di quel passato e che andava incontro al futuro con idee ancora confuse.<br />
Nell’appartamento di Carmen avevano brindato tutti insieme al nuovo anno, alla salute di Carmen, alle ambizioni dei giovani, ad un anno più prospero ma meno movimentato per Jorge che era stato assorbito da troppi viaggi e preoccupazioni durante quello che stava per chiudersi.<br />
A sera, sull’ampia terrazza rivolta al Prado, lontano dall’ascolto di Carmen e suo padre che conversavano allegri in salotto al luccichio delle lucine del grande albero di Natale, Max le chiese di spostarsi a vivere da lui e lei, senza pensarci due volte, il giorno dopo impacchettò quel poco che si era portata dietro e si trasferì in quell’appartamento minuscolo dove si sfioravano mille volte al giorno, dove gli spazi sovraffollati aumentavano la loro vicinanza. In quel piccolo paradiso, a raso di terra, il cielo sembrava più distante e per questo più magico. Lo guardavano da laggiù, abbracciati sul tatami, dopo l’amore, prima dell’amore, attraverso i vetri senza scuri e senza tende.</p>
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		<title>Hadhihi al-layla – Questa notte</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 11:52:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Masotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />- A chi tocca ? Non c’ero io ? – quasi me ne torno a casa. Sono due ore che aspetto in piedi ! Quando si arriva in tanti c’è troppo cicaleccio, gli astri si dovrebbero ammirare nel silenzio. Un’altra serata persa con il circolo culturale, era meglio seguire la partita a casa, credo che… [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Hadhihi al-layla – Questa notte" link="http://www.blogdegliautori.it/andrea-masotti/hadhihi-al-layla-%e2%80%93-questa-notte/"><p>- A chi tocca ? Non c’ero io ? – quasi me ne torno a casa. Sono due ore che aspetto in piedi ! Quando si arriva in tanti c’è troppo cicaleccio, gli astri si dovrebbero ammirare nel silenzio. Un’altra serata persa con il circolo culturale, era meglio seguire la partita a casa, credo che… non so. Ho parcheggiato a mezzo chilometro, forse è meglio insistere e non farmi prendere dall’impazienza. – Allora ? Vengo, arrivo.. tanto sono l’ultimo –<br />
Difficile avvicinarsi all’oculare del telescopio; gli occhiali vanno a urtare contro il bordo dell’obiettivo. La prossima visita guidata è in settembre, potrei provare con delle lenti a contatto – aspetti, mi faccia guardare ! Bellissima: Vega, nella costellazione della Lira, bianca e luminosa.<br />
Posso rimanere un po’ da solo, dopo di me non c’è nessuno in fila. Cosa significa Vega ? Non lo so. Ah: l’aquila che attacca ! Preferisce stare con me ? Non scalfisco nulla, ero un pittore. E vicino allora quel gigante rosso è Arturo che le fa da guardia. Mi piace il suono del nome arabo, me lo ripeta: al-Simàk al-ràmih che significa: il torace del lanciere. Stasera c’è una guida speciale. Vega e Arturo, la stella bianca che mi cercava e il lanciere gigantesco. Mi torna in mente un’altra coppia: lei era Giulia, la prima che ho conosciuto. Pensi: aveva dodici anni, passava da casa mia tornando da scuola e scampanellava per salutarmi al citofono. Una ragazzina con i capelli lunghi, biondi. Poi quando le ho chiesto di uscire insieme è scesa fuori dal portone accompagnata da suo padre.<span id="more-4912"></span><br />
Un omaccione, anche se rideva. Due o tre volte siamo andati a mangiare il gelato e c’era sempre lui, prendeva il gelato con noi. Imbarazzante. Così l’ho persa di vista. Giriamo il telescopio, me lo mette a fuoco meglio che gli occhiali non sono più sufficienti per il mio difetto di vista ?<br />
Quella vivida e penetrante.. rimanga fermo: Adhara che vuol dire Le vergini, a volte appare, stella dagli occhi celesti. Come Francesca, stesso liceo, ma non era in classe con me, usciva con la compagnia dei miei amici.. era la ragazza con gli occhi più belli della scuola, lucevano come zaffiri. Come si dice in arabo ? Safìr, assomiglia all’italiano. Le devo confessare che quando mi siedo in autobus vicino a uno straniero ho una sorta di timore, alcuni mi guardano storto, altri mi pare che nascondano un coltello. O forse sono io che li guardo male, non saprei. Ma lei mi sembra diverso, da dove viene ? Dall’Algeria. Fa molto caldo immagino. E’ singolare trovare un astronomo del suo paese qui all’osservatorio, e una fortuna per me approfondire il significato dei nomi. Si vede che ha studiato, così garbato. Francesca, la ragazzina del liceo, si è innamorata di un mio compagno di classe e dopo tanti anni sarà già nonna, almeno credo. Vuole farmi vedere qualcosa ? Due stelle in coppia ? Minqār al-Dajāja, il becco della gallina, che sarebbe Albireo, e vicino a lei Cygni. Una giallo oro, l’altra verde azzurro, resa quasi invisibile dal prevalere della prima. Proprio così, anche se mi ci è voluto qualche secondo per individuarle. Adesso lei vuol sapere chi sono: Tiziana e Arianna, li conosce questi nomi in italiano? Sono un po’ rari oggi. Sempre vestite con colori sgargianti, Tiziana più appariscente, si pavoneggiava, gli abiti da sera, non stava mai zitta, appena parlavo con Arianna si faceva avanti lei, così quella che mi interessava, fine ed aggraziata come un cigno, è sempre sfuggita. Non so che fine abbiano fatto dopo l’università, spero che Arianna sia riuscita a liberarsi della sua amica invadente.<br />
Continuiamo Abdel Fattah, che fortuna conoscerti, ecco Antares, maestosa stella scarlatta: la prima volta che ho offerto le rose, si usava così, forse lo fate anche voi in Algeria, il nome era Anna, e Betalgeuse, sempre rossa, nella costellazione di Orione: direi Carmen, qualche anno passato insieme, io non volevo sposarmi e lei non mi ha atteso. E poi Mira, variabile, alone a volte bianco e a volte rosso, rivedo Claudia di umore volubile.. quella volta ho aspettato io, ma lei si barcamenava tra me e un altro. Gena che sarebbe: Janah-al-ghurab, com’è difficile da pronunciare, “l’ala del corvo”, fa pensare a Jenny, anche per assonanza, capelli scuri, peperina, non sapevo mai come trattarla, mi ha mollato con due schiaffi.<br />
Alnilàm, supergigante blu, ancora in Orione: an-niżām : il filo di perle. Non può essere che Stefania, alta ed elegante. Con Stefania ho passato troppo tempo. D’improvviso è finita. Ero in carriera, mi avevano proposto un assessorato in comune, mi cercavano tutte le sere e poi… Ma non ho voglia Abdel di rivangare questa storia, purtroppo non siamo sempre artefici del nostro destino, non so come la pensi tu. Stefania forse ha vissuto meglio senza di me. E’ tardi, fammi vedere l’ultima che brilla in quell’angolo remoto di cielo: Spica, per noi la spiga del grano , nuova, azzurra, ventimila volte più luminosa del sole, al Simak al A’zal che significa l’inerme.. Allora ho capito chi è. Adesso ha vent’anni. Non l’ho voluta, è rimasta con la mamma. Non posso neanche dirti come si chiama, mi addolora pronunciare il nome vero, ora che sono solo posso venire a guardarla qui, immaginarla, come la immagini tu, nel fiore dell’età. Abdel, ti ringrazio per avermi istruito, per avermi fatto capire che nel vostro paese amate la bellezza, io ti ho raccontato quello che so. Torno a casa. Ho pure saltato la cena, c’erano gnocchi di semolino. E poi, anche se non la conosco, anche se vorrei almeno vederla, so che l’ultima stella sta bene, è una bella ragazza e dicono che assomigli un po’ a me. Stefania, la madre, tu hai fatto capire traducendo, è una fila di perle, e sicuramente in questa collana c’è lei, Spica, che ha trovato una donna capace di sostituire anche il padre assente. Una spiga di grano darà altre vite, mentre gli astri mi guardano indifferenti. Ciao Abdel Fattah, stanotte ho sognato più che in tutti i miei ultimi anni.<br />
- non hai sognato, amico Giuseppe, vedi: non c’è un filo di nuvole nel cielo. Così hanno voluto le stelle per essere più brillanti. Sanno che tu le ammiri e ti aspettavano. E’ diversa dalle altre, questa notte –</p>
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		<title>L’Albero delle idee</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 11:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alba Venditti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Dice Giada di povera famiglia ai genitori: “Peccato, non abbiamo i soldi per fare un albero di Natale bello e brillante come gli altri vicini”. I genitori rispondono a Giada che si può creare l’albero delle idee. Giada non crede però che si possa inventare un albero dal nulla. Dice la mamma: “Stai a vedere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="L’Albero delle idee" link="http://www.blogdegliautori.it/albavenditti/l%e2%80%99albero-delle-idee/"><p>Dice Giada di povera famiglia ai genitori: “Peccato, non abbiamo i soldi per fare un albero di Natale bello e brillante come gli altri vicini”. I genitori rispondono a Giada che si può creare l’albero delle idee. Giada non crede però che si possa inventare un albero dal nulla. Dice la mamma: “Stai a vedere figliola”. Infatti prese parecchio fil di ferro per modellare con le mani un grande albero di<br />
Natale; prese poi anche dello spago per legare all’albero di ferro molte lampadine a sfera da mettere come palline dell’albero decorate con brillantina argentata o dorata attaccata con la colla. Ma non finisce qui, la mamma fece prendere a Giada delle scatole piccole vuote e le fece incartare di vari colori per metterle come decorazioni dell’albero delle idee. Giada decise di aggiungere dei fantasmini che le avevano regalato i vicini che avevano la particolarità di essere fosforescenti al buio così la notte illuminavano l’albero delle idee. Perchè non aggiungere anche dei calzini pensò Giada? Aprì allora, il cassetto del papà e tolse calzini di colore bianco e colore rosso bordeaux, verde bottiglia ecc. e li unì all’albero delle idee con delle mollette del bucato. Inoltre, la mamma di Giada prese degli spaghetti, li mise a cuocere e poi essiccare. Successivamente, gli spaghetti li fece pennellare d’oro e d’argento e servivano a coprire come capelli d’angelo la struttura in ferro dell’albero. I genitori di Giada pensarono di decorare il contorno dell’albero oltre che con i capelli d’angelo anche con del rotolo d’alluminio da cucina. Inoltre, ritagliarono del cartone a forma di stella cometa poi lo ricoprirono di brillantina dorata e lo misero come puntale dell’albero delle idee. Finalmente anche Giada riuscì ad avere come gli altri bambini il suo albero di Natale.</p>
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		<title>Angelo</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 17:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Pana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />&#8220;Adesso manca veramente poco a Natale&#8221; pensò la piccola bambina mentre camminava spedita. &#8221; L&#8217;avvicinarsi delle feste rendeva ancor più caotica la grande metropoli in giorni di frenesia generale e un gran  via vai di macchine impazzite correvano accompagnando la loro scia con i suoni coloratissimi dei claxon.Come un&#8217; enorme ragnatela si stendevano le vie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Angelo" link="http://www.blogdegliautori.it/manuela-pana/angelo/"><p>&#8220;Adesso manca veramente poco a Natale&#8221; pensò la piccola bambina mentre camminava spedita. &#8221;<br />
L&#8217;avvicinarsi delle feste rendeva ancor più caotica la grande metropoli in giorni di frenesia generale e un gran  via vai di macchine impazzite correvano accompagnando la loro scia con i suoni coloratissimi dei claxon.Come un&#8217; enorme ragnatela si stendevano le vie della città  dove la neve alta si mescolava con l&#8217; indifferenza  sullo sfondo gioioso di tante luci che spuntavano dalle finestre, balconi e alberi.<br />
Aveva un paio di stivaletti con le suola bucate di due misure più grandi e per  proteggersi dall&#8217;acqua si era  infilata sacchetti di plastica e qualche paia di calze bucherellate in più.Teneva  per la manina ghiacciata la sua sorellina mentre andavano a trovare la mamma all&#8217;ospedale quando si rese conto che dovevano sveltire il passo. Era quasi il tempo dell&#8217;ora delle visite. Aveva tanta paura del buio e voleva riuscire  a ritornare a casa prima ancora che il buio fitto avesse ricoperto l&#8217;ultimo pezzettino di cielo. Faceva molto freddo ed  il vento tagliente le  mordicchiava le guancia rosso-viola ma lei non si lamentava e camminava svelta, anche se il peso delle pentoline con la roba da mangiare le faceva  quasi venire il formicolio al braccio. Non aveva tempo di pensare a questo anche perché  era  presa  dalla magia di tutte quelle luci colorate che lampeggiavano soltanto ai balconi dei più  benestanti della zona. Da una finestra aperta si sentivano le canzoni di Natale e nell&#8217; aria c&#8217;era l&#8217;odore di buon cibo.<br />
Ha quasi fame ma&#8230;le  torna in mente che dopo quelle due cosine preparate per la sua mamma, in frigo non è rimasto che un solo uovo e dovrà  cucinarlo  alla sorellina il giorno dopo, a Natale&#8230;<span id="more-4889"></span><br />
Tornò a casa infreddolita, stanca e preoccupata per la mamma che non poteva allattare il piccolo appena nato perché  la febbre il dottore non era riuscito a fargliela scendere in nessun modo. Quella sera non chiuse nemmeno le persiane, così  poteva far entrare la luce dell&#8217; unico lampione della strada e magari se la luna e le stelle avessero brillato di più, il buio le avrebbe fatto  meno paura. Si sentivano le voci alte dei vicini che festeggiavano e brindavano felicemente sulle note di vecchie canzoni che ancora Ceausescu non aveva censurato del tutto. Per l&#8217;ultima volta provò ad accendere la luce ma niente da fare. Toccò  il termosifone ghiacciato e andò a letto  addormentandosi  fra singhiozzi  chiedendo al Bambin Gesù di starle vicino e proteggere la sua piccola famiglia così provata.<br />
E&#8217; il giorno della Vigilia&#8230;stesso giorno , stesse strade , stessa bambina di venticinque anni fa&#8217;.<br />
Mi sveglio e dopo che mi vesto frettolosamente esco a fare un giro. Non so  più se è la mia o la vostra città, non so neanche se queste strade che spesso ho calcato mi riconoscevano ancora,   ma so  che mi sono mancate tanto dalla mia partenza.<br />
Mi guardo intorno e vedo che tutto va a cento all&#8217;ora anche se i semafori sono rossi e anche se per le strisce attraversa piano una ragazza col bastone bianco mentre qualcuno in fila suona disperatamente un maledetto claxon.<br />
Continuo a girare lo sguardo che lentamente si posa e&#8230;<br />
&#8230;vedo una mamma che sta piangendo sulla bara minuscola,<br />
&#8230;un bambino quasi calvo con la flebo nel braccino  destro mentre nella sinistra tiene stretto un pupazzetto,<br />
&#8230;un padre lavapiatti molto triste perché non abbraccia la moglie e i suoi piccoli da più di due anni e chissà  se questo mese lo pagheranno  per poter  mandare un bel pacchetto con del cibo e giocattoli a casa all&#8217;ultimo momento,<br />
&#8230;vedo un gruppetto di bambini vestiti da angeli che danzano spensierati nel parco giochi mentre due vecchietti mano nella mano li guardano felici,<br />
&#8230;vedo della gente intorno al fuoco perché il terremoto  ha regalato loro una scatola di cemento armato ,<br />
&#8230;vedo un bimbo molto sporco e affamato che dondola su se stesso piangendo per il dolore delle piaghe aperte che nessuno cura,<br />
&#8230;vedo un cane picchiato e abbandonato in mezzo alla strada.<br />
Poi mi giro e guardo l&#8217;altra faccia della città che pullula di piccoli esserini che stanno nei tombini drogandosi sniffando una schifezza da quelle buste sporchissime per poi andare a dormire su qualche tubo caldo per non crepare di freddo all&#8217;aria aperta sulle panchine del parco.<br />
Vedo anche delle bellissime case molto chic  con della gente ben vestita che siede attorno a tavole imbandite , piene di varie pietanze  fumanti e vini pregiati, ma con gli occhi spenti e infelici. Li guardo insistentemente mentre si muovono come dei pupazzi di cera e questo mi mette ancor più  tristezza perché così facendo, loro ci levano anche il senso del dolore vero e autentico.<br />
Mi guardo intorno, penso, e mi viene da piangere.<br />
Mi accorgo che le lacrime che vanno giù a fiumi piano, piano   prendono contorno, si trasformano e assisto alla nascita di un angelo.<br />
Ma, forse non vedo bene, forse ho gli&#8217;occhi appannati e ancora pieni di lacrimoni!<br />
Invece no! è proprio vero! È proprio un angelo! Il mio angelo!<br />
Mi guarda e mi accarezza dolcemente i cappelli mentre mi bacia la fronte con tanta premura. Mi abbraccia e mi racconta all&#8217;orecchio quello che intende fare questa sera nella mia grande città.<br />
Lo lascerò libero, così potrà  dare anche ad altri quello che sta dando a me.<br />
Come un soffio volò  via dalla finestra volteggiando nell&#8217;aria  freddissima di una serata di dicembre.<br />
Per un po&#8217; sono riuscita a seguirlo  con lo sguardo, ma  poi sono rientrata dentro chiudendo la finestra addobbata con fiori di ghiaccio vero.<br />
In tarda notte è ritornato stanco e davanti al camino mi raccontò quello che era riuscito a fare.<br />
Aveva fatto un giro nella suburbia e lì  si era dato da fare&#8230;mamma mia quanto ci sarebbe da lavorare lì !<br />
È andato in molte case portando un po&#8217; di serenità  su quei visi stanchi e tristi distendendo molte rughe.<br />
Quella coppia di sposini con un bebè  in arrivo che non aveva  i soldi della rata per il mutuo della casa, per una sera si sono dimenticati di contare i pochi spiccioli rimasti, hanno cenato allegri e poi hanno rifatto all&#8217;amore come per la prima volta.<br />
E quella bambina che si è fatta male lavorando nel cantiere insieme al nonno che la sta crescendo?<br />
L&#8217;ho aiutata ad alzarsi, le ho richiuso le ferite dei ginocchi e dell&#8217; anima e l&#8217; ho fatta ridere con le mie acrobazie maldestre.<br />
Man mano che mi raccontava guardavo i suoi occhi che brillavano di felicità .<br />
&#8220;Sai&#8221; mi disse l&#8217;angelo,quando tornerò  lassù, dopo aver portato il taccuino al Padre con tutte le vostre richieste, chiederò di poter ritornare  perché  ho provato emozioni indimenticabili fra voi mortali!<br />
Ho sentito il calore che t&#8217;inebria la mente quando due s&#8217; innamorano ed il dolore  altrettanto disperato e profondo quando l&#8217;amore muore. Ho provato una gioia immensa quando è nata quella bambina e una tristezza infinita per il suo padre che non l&#8217; ha voluta riconoscere. Ho mandato a casa tutte le ragazze che vendevano la loro carne per le strade, le ho rivestite e ho trovato  uomini semplici che sapranno amarle e onorarle portando a casa il loro piccolo stipendio che insieme divideranno per farlo bastare fino alla fine del mese. Ho  insegnato loro di cucinare e di tenere bene la casa.<br />
Poi sono andato da quella nonnina sola, dimenticata dal mondo e dai suoi figli. Per qualche minuto ho fermato il suo tremore così che lei ha potuto sorseggiare tranquillamente la tazza di tè  caldo che le avevo preparato.<br />
Un attimo mi sono fermato per sedermi accanto ad un altro vecchio mendicante che non sapeva che il freddo di questa notte non l&#8217;avrebbe fatto arrivare a vedere l&#8217;alba del Natale.<br />
Anche per te ho pianto da lassù quando i tuoi genitori per un verso o per un altro ti hanno abbandonata. Ricordo ancora il tuo papà  che disperatamente ho provato a rianimare dopo avergli sciolto il nodo stretto intorno al collo. Puzzava di alcool ed era molto trasandato. Ricordo anche tua mamma che furibonda ti menava per poi ricacciarti fuori con l&#8217;augurio di non tornare più a casa perché  nel piatto non poteva metterti più nulla, e se volevi vivere ti saresti dovuta rimboccare le maniche.<br />
Ti ho vista sai, quando col nodo in gola sei salita su quel pullman che ti avrebbe portata via per sempre molto lontana da quella realtà .Ma io vegliavo su di te anche se non mi vedevi, e tantissime volte  ho accompagnato le tue lunghe notti bianche tessute di mille lacrime. Tutte le volte che  sentivi freddo dentro perché  eri sola come questo Natale, e nessuno dei tuoi umani non ti ricopriva d&#8217;amore , io mi spogliavo dalle piume delle mie ali e ti ricoprivo con cura . Te non lo sai ma io sono sempre con te e spesso ti accarezzo le mani stanche, la testa pesa da troppi pensieri ed il cuore insanabilmente  ferito da tutte le cicatrici che si riaprono non appena l&#8217;ultima è riuscita a malapena a richiudersi. Per me sarai la solita bambina di una volta che gelosamente custodisci nel più  profondo senza farti intaccare da niente di impuro.<br />
Mi commuovo insieme a te sulle note di un notturno di Chopin o quando leggi a voce alta &#8220;Se tu mi dimentichi&#8221; di  Neruda. Vorrei dedicarti la canzone di Battiato &#8220;La cura&#8221; e fartela  ascoltare tutte le volte che sarai giù.<br />
Oh Signore mio quanto amo voi umani! non hai minimamente idea! Ho pianto anche  per tutte quelle volte che non sono potuto entrare nelle  case dove esseri soli sui loro letti di tanta sofferenza  si spengevano in silenzio, e  non c&#8217;era nessuno ad aprirmi la loro porta.<br />
Ogni  volta che  mi porto via da qui i vostri problemi o sogni infranti o pensieri bui non riesco a volare per un po&#8217;.<br />
Questa sera mi sono addormentata tardissimo dopo aver parlato a lungo col mio angelo e, dopo tanto tempo che non risuccedeva, ho sognato ancora&#8230;﻿</p>
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		<title>Il viaggio</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 19:31:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Frau</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Annientamento]]></category>
		<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Osservava il paesaggio, osservava gli alberi, la campagna, che velocemente sfuggiva via al suo sguardo, poi il suo volto riflesso nel vetro, su quel treno affollato era solo, nessuna donna a fargli compagnia, nessun amico per condividerlo. Era fuggito dal suo passato, dal suo presente e dal suo futuro, non era riuscito ad adeguarsi agli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il viaggio" link="http://www.blogdegliautori.it/simone-frau/il-viaggio-2/"><p>Osservava il paesaggio, osservava gli alberi, la campagna, che velocemente sfuggiva via al suo sguardo, poi il suo volto riflesso nel vetro, su quel treno affollato era solo, nessuna donna a fargli compagnia, nessun amico per condividerlo. Era fuggito dal suo passato, dal suo presente e dal suo futuro, non era riuscito ad adeguarsi agli standard di quella vita, non era riuscito a metterla a posto, debiti da saldare, donne sbagliate, sofferenza, aveva scelto questa vita o più semplicemente il suo essere era così, si faceva forza pensando che tutti gli artisti vivono così, allo sbando, alla giornata, senza programmi ne proclami, senza avvenire, ma i suoi quadri erano ancora nella cantina, aveva provato con mostre, concorsi, tanti elogi ma niente soldi. Qualche tempo prima aveva pensato di trovarsi un lavoro comune, un lavoro da automa, era entrato in una ditta produttrice di piastrelle, non aveva retto, quindici giorni e si era licenziato, non sopportava tutto quel tempo isolato dal mondo, credeva di diventare pazzo, per questo si sentiva diverso, un buono a nulla, ma proprio non sopportava la catena di montaggio. Con gli ultimi soldi rimasti prese quel treno, deciso a provare nuove emozioni, magari avrebbe trovato nuovi spunti, energia fresca per le sue creazioni, non gli restava altro, solo questo, altrimenti la catena di montaggio, il logoro passare delle giornate che si susseguono uguali senza sorprese, senza brio. Guardava la gente intorno a lui, tutta quella gente che riempiva quel vagone, quel treno, due braccia, due gambe, due piedi, due mani, una testa, pensò: “all’apparenza sembriamo tutti uguali, tutti simili, stampati e buttati in pasto alla vita”. Si sentiva estraneo, diverso, un uomo colorato nel grigiore che lo circondava, gli venne in mente Van Gogh, quel quadro con l’iride bianca, si sentiva così, ma non era Van Gogh, quel pittore era un genio, un  vero artista, ma lo rassicurava pensare che non tutti hanno una vita “normale”.<span id="more-4867"></span><br />
Continuava a stare fermo, in quel posto, avrebbe voluto ascoltare un po’ di musica, ma l’unico suono che riceveva era quello delle rotaie.<br />
Prese un libro dalla borsa, iniziò a leggerlo, Bukowski, penso: “che uomo, non si è mai arreso davanti alle sconfitte, ha continuato testardo per la propria strada, adesso il suo talento era tra le fauci della storia”, era un altro dalla vita dura, difficile, rileggeva nel retro della copertina quelle dichiarazioni su di lui, “forse un genio, forse un barbone”, avrebbe voluto essere considerato così un genio barbone, pensava al giorno in cui tutto sarebbe stato più facile, più semplice, quante donne avrebbe avuto? Quanti soldi? Se solo i suoi quadri fossero stati riconosciuti come opere d’arte, come capolavori. Adesso non era così, niente era così, di artistico forse c’era solo la sua follia, la follia di un uomo fuggito per depressione, appiattimento, da una vita che non sentiva più sua. Avrebbe voluto amalgamarsi, unirsi ai propri simili, ma non ci era riuscito, non era stato capace, era diverso, era la sua condanna.<br />
Suonò il telefono, frugò nelle tasche, lo trovò, lo prese e guardò chi era, un groppo gli chiuse la gola, era lei, lei che tanto aveva amato e per lei tanto aveva sofferto. Resto fermo ad osservare il display, non rispose, preferì non farlo, in un momento di razionalità decise che era meglio così, in fondo anche lei era un motivo della sua fuga. Lei lo aveva ucciso, gli aveva fatto perdere la fiducia in se stesso nei confronti delle donne, non riusciva più a vederle nella stessa maniera, credeva di essere diventato un misogino, sapeva di non esserlo, non era mai stato realmente bruciato da quella ragazza, ma provava nei suoi confronti repulsione che si rifletteva su di sé. Il telefono smise di suonare, si sentì di colpo fiero, fiero di se stesso, era riuscito a combattere ed uccidere la tentazione. Continuava ad osservare il paesaggio di quella campagna che velocemente gli passava davanti agli occhi e restava sempre così uguale, intatta, come in un quadro. Ripensava a quella telefonata, a lei e a tutte le donne, pensò che c’era un fattore comune a tutte, una cosa che rendeva le donne uguali tra loro ed era il loro “senso di prostituzione”, non voleva offenderle, forse rendeva omaggio alla loro capacità di sapersi dare un prezzo sin dalla nascita, secoli di storia, secoli di sottomissione, avevano istruito le donne, a differenza dell’uomo che cambia il proprio prezzo a seconda delle circostanza, la donna conosce realmente il suo valore, può fare sconti ma il prezzo torna inalterato quello di prima, poi iniziò a ridere, ridere di gusto, se gli avessero chiesto come vedeva le donne in quel momento, non avrebbe dato loro una sembianza umana, due gambe, due braccia, un busto ed una testa, ma bensì un enorme vagina parlante, forse la sua repulsione per quel sesso era reale e molto più forte di quanto credeva.<br />
Si sentiva stanco assonnato, la notte precedente non aveva chiuso occhio, non era riuscito a dormire, tutti quei pensieri, tutta quell’ansia lo avevano accompagnato nel buio, aveva osservato la sua stanza, le pareti, i libri e i dischi, poi la borsa nell’angolo. Aveva osservato quella borsa a lungo, come un cane che ti aspetta, che aspetta l’ora della passeggiata e ti osserva dai piedi del letto.<br />
Riprese in mano il libro, provava a leggere ma non ci riusciva, gli occhi ad ogni rigo si facevano più pesanti, sempre più piccoli, più chiusi, lo richiuse, lo posò sulle gambe tenendolo stretto con le mani. L’immagine di quell’uomo, di quello scrittore, tornò ai suoi occhi, avrebbe voluto chiacchierare con lui, chiederli come aveva potuto reggere tutto questo fino a cinquant’anni, come poteva aver sopportato il non riconoscimento del suo talento, come aveva potuto restare in piedi, non affogare contro le correnti ostili, essere consapevoli del proprio talento e non essere riconosciuti per questo. Aveva continuato ad essere se stesso consapevole che tutto ciò sarebbe finito, consapevole di poter sbattere la porta in faccia a chi lo aveva considerato solo un ubriacone, un fallito, forse il suo atteggiamento era solo figlio del suo destino. Qualcuno gli aveva donato un talento, uno spirito, una mentalità che si sposava con le proprie doti, o forse più semplicemente era stato solo  caparbio, disegnandosi una fine migliore di tanti altri come lui, aveva sgomitato credendo che quello fosse il suo destino. No, il destino quello non può essere, se esistesse un destino potremmo stare tranquillamente seduti ai nostri posti, in quelli che ci sono stati assegnati, aspettando passivi, remissivi, che si presenti a noi, no, il destino è solo una grossa stronzata per non farci credere che abbiamo fregato la vita, che siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa. Il destino è il giusto compagno della speranza, due cose utili a non pagare lo psicanalista, ma realmente senza senso. Pensava anche a tutti quei cantanti, attori, artisti dalla vita stravagante, fuori da ogni schema, e si chiedeva se si sarebbero comportati alla stessa maniera se non avessero avuto quel dono, quella dote. Kurt Cobain, Jim Morrison, Andy Warhol, sarebbero stati gli stessi da impiegati di banca, ragionieri o cassieri? Non sapeva darsi una risposta precisa, chiara, ma forse era stata proprio la loro diversità, il loro essere geni a renderli così, in fondo si può essere creativi anche facendo un lavoro comune, un impiego seriale, la loro vita sarebbe stata sregolata ugualmente e Bukowski ne è l’esempio, potremmo essere circondati da geni e solo il fatto che non trovino un modo per esprimerlo, non significa che siano dei falliti.<br />
Il sole era sparito, tutto il paesaggio era sparito, era stato inghiottito dal buio, le luci artificiali illuminavano quella carrozza, un enorme serpente scintillante che buca la notte. Amava quella sensazione, tutto era nero attorno a lui, le forme erano sparite, tutto era diventato piatto la fuori, amava la sensazione di viaggiare nell’oscurità, la sensazione di vita trasmessa dallo sfrecciare dello scintillio nelle tenebre. Si sentiva al sicuro, immerso nel calore del grembo materno.<br />
Sentì dei rumori, un vociare in fondo alla carrozza, due bambini giocavano osservati dalla madre, pensò “i bambini, nascono e crescono inconsapevoli di tutto, inconsapevoli del fatto che un futuro già li aspetta, che li inghiottirà nella morsa delle responsabilità e dei doveri, credono ancora alla farsa del sole lucente e delle colline verdi, ma tutto sommato nelle loro menti vive ancora la gioia”.<br />
Aveva voglia di fumare, di inebriare la sua mente con la nicotina, si alzò camminando fino al bagno. Chiuse la porta e accese una sigaretta, la prima boccata fu profondissima, piacevolmente delicata, sentiva il fumo percorrere la sua bocca, la sua gola fino a raggiungere i polmoni, continuò a fumare guardandosi nel piccolo specchio appeso sopra il lavandino. Avrebbe voluto accompagnarla con una birra, una birra gelata, “in certe occasioni così appiccicose non c’è niente di meglio di una birra”. Pensava e ripensava al suo gesto, non riusciva più a capire se fosse stata la miglior cosa, si sentiva un vigliacco, forse lo era, non era riuscito ad affrontare i suoi fantasmi, forse non aveva avuto il coraggio di farlo, ma ormai tutto si era dissolto, tutto era sparito dietro di lui e si era cancellato con il buio. Un giorno sarebbe dovuto tornare, avrebbe dovuto guardare in faccia quella realtà, affrontarla e sconfiggerla. Questo pensiero lo rafforzò, un fuoco gli salì dallo stomaco inebriandogli la mente, credeva di poter tornare da vincente.<br />
Continuava a fissare l’invisibile paesaggio che divorava quel mezzo, “potremmo sfiorare incredibili valli abitati da esseri fantastici o trovarci in una galleria e non farebbe alcuna differenza per gli occhi, il buio cancella tutto, rende tutto così uguale e sopportabile”.<br />
Non sapeva cosa sarebbe stato di lui, non sapeva cosa o chi lo avrebbe aspettato, ma si sentiva pronto, deciso almeno per questa volta a non mollare, in fondo poteva essere la sua ultima opportunità, sapeva di no, ma voleva immaginare che fosse così, “in fondo se qualcuno pensa che non hai niente da offrire, anche niente puoi offrire”.<br />
Il buio andò gradualmente a sparire, le luci della città lo dilaniavano, il treno iniziò a rallentare metro dopo metro, i freni fischiarono ed i suoi occhi videro il cemento dei palazzi, videro asfalto ed auto, poi la stazione, i colori e le luci.<br />
Il serpentone meccanico si fermò, le porte si aprirono, entrò un tiepido leggero venticello, si alzò e scese.</p>
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		<title>L&#8217;armonia di Letizia di Franca Fasolato</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 19:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franca Fasolato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anteprima inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Ebook]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/11/armonia-di-letizia.jpg" alt="" height="150" />La notte ha calato la sua guancia nera sulla terra, la luna illuminata rischiara i bianchi mandorli in fiore, i ciliegi fioriti, le rondini assonnate, le gemme dischiuse e i giardini profumati. Le stelle più giovani danzano nel cielo attorno alla polare, mentre le altre rigorose disegnano l&#8217;orsa maggiore e minore. La collina verde e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="L'armonia di Letizia di Franca Fasolato" link="http://www.blogdegliautori.it/francafasolato/larmonia-di-letizia/"><p><img class="alignnone size-full wp-image-4865" title="armonia-di-letizia" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/11/armonia-di-letizia.jpg" alt="armonia-di-letizia" width="266" height="380" /></p>
<p>La notte ha calato la sua guancia nera sulla terra, la luna illuminata rischiara i bianchi mandorli in fiore, i ciliegi fioriti, le rondini assonnate, le gemme dischiuse e i giardini profumati. Le stelle più giovani danzano nel cielo attorno alla polare, mentre le altre rigorose disegnano l&#8217;orsa maggiore e minore.<br />
La collina verde e lussureggiante tace, dorme. Le ore scandiscono il tempo da milioni d&#8217;anni senza stancarsi.<br />
I pianeti sorridono all&#8217;universo, mentre gli uomini vivono e combattono ogni giorno le loro scoperte, fatiche, angosce, contraddizioni, felicità e infelicità, tematiche irrisolte, ambizioni, verità e menzogna d&#8217;ogni tempo.<br />
Il Potere Creatore, forza potente unificatrice d&#8217;ogni forma di vita, che in ogni religione e cultura cambia nome e volto ha prestabilito così, sottomettendo l&#8217;uomo sin dalla notte dei tempi e la sua vita ai Poteri Regolatori Cosmici garantendo così l&#8217;unità dell&#8217;universo stesso per non ritornare nel caos originale.<br />
Solo Lui, unico impenetrabile mistero da miliardi di anni, rimane lo stesso codice segreto cercato e temuto, perché niente può contrapporsi a Lui.<br />
Ad un tratto il firmamento s&#8217;illumina, i pianeti si spostano, le stelle non danzano, ma cantano nel rumore dei tuoni dei fulmini, la luna arrossisce le guance, il sole da ovest si dirige di corsa ad est per sorgere. Questa infinità di mini esplosioni sconvolge fortunatamente per poco tempo l&#8217;ordine perfetto cosmico. Inspiegabilmente, dopo poco, tutto come una magia, si riordina nel suo insieme, per competenze e divisione.<br />
Dentro al buio della notte è ancora silenzio, ma il grido di dolore e gioia di una madre partoriente squarcia le finestre e le porte, il tetto di una semplice dimora per abbracciare e ringraziare il sole, la luna, le stelle e i pianeti.<br />
E&#8217; nata Letizia una bimba dolce, bella, bruna, che dopo il pauroso pianto dona già il suo sorriso alla vita, al Creatore a Colui che l&#8217;ha rivoluta nel mondo.<span id="more-4866"></span></p>
<p>***</p>
<p>Dal racconto inedito <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/anteprima/larmonia-di-letizia-di-franca-fasolato" target="_blank"><em><strong>L&#8217;armonia di Letizia</strong></em></a> di <strong>Franca Fasolato</strong>, recensito da <strong>Nicla Morletti</strong> nel <a href="http://www.manunaledimari.it/"><strong>Portale Manuale di Mari</strong></a>.</p>
<p><strong>Per leggere l&#8217;intero racconto clicca sull’immagine dell’ebook</strong> <strong>qui sotto. </strong><strong>Se ti colleghi con un terminale mobile <a href="http://www.blogdegliautori.it/ebook/Armonia-di-letizia.pdf">CLICCA QUI</a>.</strong><a href="../autori/paola-pica"><br />
</a></p>
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		<title>La vita dei pesci</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 16:20:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bertinetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Siamo sempre allo stesso posto, al punto di partenza. -Ruggiero si incuriosì  nel sentire tali affermazioni e si avvicinò all’uomo che le aveva pronunciate-Cosa avete detto?- -Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Voi non ve ne accorgete, ma siamo sempre al punto di partenza. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="La vita dei pesci" link="http://www.blogdegliautori.it/fabio-bertinetti/la-vita-dei-pesci/"><p>-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Siamo sempre allo stesso posto, al punto di partenza.<br />
-Ruggiero si incuriosì  nel sentire tali affermazioni e si avvicinò all’uomo che le aveva pronunciate-Cosa avete detto?-<br />
-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Voi non ve ne accorgete, ma siamo sempre al punto di partenza. Non siamo in una vita reale.- Nel ripetere il concetto quell’uomo si era avvicinato a Ruggero, che d’istinto si trasse indietro. Ora che lo osservava meglio si rendeva conto che doveva trattarsi di un povero pazzo, un barbone o forse un drogato.  Le vesti lacere, la barba incolta e gli occhi scavati. Chissà perchè non se ne era accorto subito. Chissà perchè era rimasto tanto incuriosito da quell’affermazione da avvicinarsi a quell’uomo pericoloso.<br />
Era tardi ormai:  le nove meno un quarto e quel giorno aveva tante cose da fare in ufficio.  Si trattava di una normalissima giornata di lavoro; una come tante. Si accende il computer, si apre la mail, si cerca di capire quale sarà la criticità da gestire e se, soprattutto, quanto gestito ieri ha soddisfatto il proprio capo.  Nulla di nuovo: espletamento del dovere e attesa del risultato e  dita incrociate affinchè variabili ingovernabili non vanifichino il tutto.<br />
-Stiamo girando in tondo!-<br />
-Eh?-rispose Ruggero<br />
-Stiamo girando in tondo a quella storia di ieri. Non raggiungiamo alcun risultato, senti l’ufficio legale e chiedigli se possiamo procedere come abbiamo convenuto in serata-Trasalì nel sentirisi ripetere la frase dal proprio coordinatore e  per un attimo ebbe la sensazione del deja vù. Pochi secondi dopo si riprese: era chiaro a cosa si riferisse il suo interlocutore, non come il matto di pochi minuti prima che esprimeva deliri senza senso. Iniziò a lavorare con la solita frenesia e la medesima motivazione, venne poi l’ora del pranzo.   Anche quel giorno avrebbe mangiato da solo. Scese in strada e si diresse verso il solito bar. I suoi pensieri si perdevano tra le pratiche lasciate in sospeso al quarto piano di quell’ufficio alle sue spalle. Non si accorse dell’uomo che gli si fece contro.<span id="more-4850"></span><br />
-Stiamo girando in  tondo!  Stiamo girando in tondo-<br />
-Di nuovo? Basta! Hai rotto le palle levati!- gli rispose Ruggero spintonando il suo interlocutore. Questi cadde in terra, dando così modo all’altro di sottrarsi al supplizio.<br />
Pranzò rapidamente guardandosi intorno continuamente. Una volta che ebbe finito uscì in strada per tornare al lavoro.  Ancora una volta incontrò l’uomo, ma stavolta aveva un’aria diversa.  La barba era fatta e vestiva un abito di un grigio impeccabile. La cravatta di colore scuro lo irreggimentava in una disarmante normalità lavorativa. A Ruggero parve di vivere un sogno: Nulla di ciò che gli era successo in mattinata era sembrato normale e ancor meno pareva esserlo questo.<br />
-Piacere! Sono la tua coscienza!- fece l’uomo una volta avvicinatosi a lui.  In quel momento a Ruggero non parve più di vivere un’esperienza onirica, ne fu certo! Quindi rispose:<br />
-E prima cosa eri?-<br />
-Anche prima lo ero, ma non mi hai dato il tempo per dirtelo.-<br />
-Mi hai spaventato, cosa credevi?-<br />
-Mi dispiace averti spaventato. Ora spero che così tu mi accetterai e, soprattutto, mi ascolterai-<br />
-Perchè dovrei ascoltarti?-<br />
-Ti ho gia detto chi sono vero?-<br />
-Si! Si! La mia coscienza!-<br />
-Bene! E tu chi sei?  Un uomo? Un comodino? Un insetto?-<br />
-Sono un uomo, lo sai benissimo-<br />
-Bene! Allora se sei un uomo sei tenuto ad ascoltare la tua coscienza, altrimenti tra te ed una medusa in mezzo al mare non ci sarebbe differenza:  vivreste entrambi per sopravvivere ed entrambi potreste fare del male a causa della vostra mancanza di coscienza. La differenza sostanziale è data dal livello di evoluzione che hanno avuto creature come le meduse e creature come gli uomini.-<br />
-So perchè sei qui!-<br />
-Bene! Allora c’è qualcosa in quella testa.  Sai anche cosa ti devo dire?-<br />
-E&#8217; per la discussione che ho avuto l’altra sera con Ilaria vero?-<br />
-Tu hai risposto senza pensare! Te ne rendi conto?-<br />
-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Siamo sempre allo stesso posto, al punto di partenza!-<br />
Ruggiero si incuriosì nel sentire tali affermazioni e si avvicinò all’uomo che le aveva pronunciate<br />
-Cosa avete detto?- gli chiese<br />
-Stiamo girando in tondo! Stiamo girando in tondo! Voi non ve ne accorgete, ma siamo sempre al punto di partenza. Non siamo in una vita reale.- Nel ripetere il concetto quell’uomo si era avvicinato a Ruggero che ,d’istinto, si trasse indietro. Ora che lo osservava meglio si rendeva conto che doveva trattarsi di un povero pazzo, un barbone o forse un drogato.  Le vesti lacere, la barba incolta e gli occhi scavati. Chissà perché non se ne era accorto subito. Chissà perché era rimasto tanto incuriosito da quell’affermazione, al punto avvicinarsi a quell’uomo pericoloso.<br />
Era tardi ormai:  le nove meno un quarto del mattino e ,come ogni giorno, Ruggiero aveva tante cose da fare in ufficio.  Una normalissima giornata di lavoro, si accende il computer, si apre la mail, si cerca di capire quale sarà la criticità da gestire e se, soprattutto, quanto gestito ieri ha soddisfatto il proprio capo.  Nulla di nuovo: espletamento del dovere e attesa del risultato. Dita incrociate affinché variabili ingovernabili non vanifichino il tutto.<br />
-Stiamo girando in tondo!-<br />
-Eh?-rispose Ruggero<br />
-Stiamo girando in tondo a quella storia di ieri. Non raggiungiamo alcun risultato, chiama l’ufficio legale e chiedigli se possiamo procedere come abbiamo convenuto in serata.-<br />
Disse il coordinatore entrando trafelato nella stanza di Ruggero. Questi trasalì nel sentir ripetere la frase e  per un attimo ebbe la sensazione del deja vù. Pochi secondi dopo si riprese: era chiaro a cosa si riferisse il suo interlocutore, non come il matto di pochi minuti prima che esprimeva deliri senza senso. Iniziò a lavorare con la solita frenesia e la medesima motivazione, venne poi l’ora del pranzo.   Anche quel giorno avrebbe mangiato da solo. Scese in strada e si diresse verso il solito bar. I suoi pensieri si perdevano tra le pratiche lasciate in sospeso al quarto piano di quell’ufficio alle sue spalle. Non si accorse dell’uomo che gli si fece incontro.<br />
-Stiamo girando in  tondo!  Stiamo girando in tondo-<br />
-Di nuovo? Basta! Hai rotto le palle levati!- gli rispose Ruggiero spintonando il suo interlocutore. Questi cadde in terra, dando così modo all’altro di sottrarsi al supplizio.<br />
Pranzò rapidamente guardandosi intorno continuamente. Una volta che ebbe finito uscì in strada per tornare al lavoro.  Nuovamente  incontrò l’uomo, ma stavolta aveva un’aria diversa.  La barba era fatta e vestiva un abito di un grigio impeccabile. La cravatta di colore scuro lo irreggimentava in una disarmante normalità lavorativa. A Ruggero parve di vivere un sogno: Nulla di ciò che gli successe in mattinata gli sembrò  e ancor meno pareva esserlo questo.<br />
-Piacere! Sono la tua coscienza!- fece l’uomo una volta avvicinatosi a lui.  In quel momento a Ruggiero sembrò di vivere un esperienza onirica. Attese alcuno attimi, quindi rispose:<br />
-E prima? Che cosa eri?-<br />
-Anche prima lo ero, ma non mi hai dato il tempo per dirtelo.-<br />
-Mi hai spaventato, cosa credevi?-<br />
-Mi dispiace di averti spaventato. Ora spero che così tu mi accetterai e, soprattutto, mi ascolterai-<br />
-Perché dovrei ascoltarti?-<br />
-Ti ho gia detto chi sono vero?-<br />
-Si! Si! La mia coscienza!-<br />
-Bene! E tu chi sei?  Un uomo? Un comodino? Un insetto?-<br />
-Sono un uomo, lo sai benissimo-<br />
-Bene! Allora se sei un uomo sei tenuto ad ascoltare la tua coscienza, altrimenti tra te ed una medusa in mezzo al mare non ci sarebbe differenza:  vivreste entrambi per sopravvivere ed entrambi potreste fare del male a causa della vostra mancanza di coscienza. La differenza sostanziale è data dal livello di evoluzione che hanno avuto creature come le meduse e creature come gli uomini.-<br />
-So perché sei qui!-<br />
-Bene! Allora c’è qualcosa in quella testa! Sai anche cosa ti devo dire?-<br />
-è per la discussione che ho avuto l’altra sera con Ilaria vero?-<br />
-Tu hai risposto senza pensare! Te ne rendi conto?-<br />
-Ho risposto quello che pensavo!-<br />
-E ritieni di potertela cavare in  questo modo?-<br />
-Ma che vuoi da me? Anche tu con  queste storie della responsabilità, dell’importanza della politica! Ma sai a me quanto me ne può fregare della politica?-<br />
-Lo sai quale può essere la risposta vero?-<br />
-Che sono un qualunquista? è lo stesso che mi ha detto ieri Ilaria. E allora va bene sono uno sporco qualunquista di merda va bene?-<br />
-No! Non va bene affatto!-<br />
-E chi lo dice?-<br />
-Lo dici tu! Io sono la TUA coscienza, non quella di qualcun altro e se sono qui è perché intimamente sei convinto che non va bene affatto, quindi impegnati e dammi qualche risposta che possa soddisfarti. Se tu sarai intimamente convinto io sparirò.-<br />
-E mi lascerai in pace?-<br />
-Diciamo che sarai abituato a convivere con me, quindi non mi noterai nemmeno.-<br />
-E allora va bene! Diciamo che ho avuto torto a pensarla così-<br />
-Così come?-<br />
-Così come ho fatto fino ad ora.  Avrei dovuto pensare con più coscienza nella cabina elettorale. Ora  i telegiornali sono omologati, l’opinione pubblica condizionata, il dissenso civico stigmatizzato e ridicolizzato. Ognuno che la pensa diversamente dall’ordine costituito è diverso, pericoloso, sovversivo, rivoluzionario, comunista.-<br />
-E tu?-<br />
-E io ho votato per simpatia, quasi per gioco. Ho scelto in base a quello che dicevano gli altri, senza informarmi, senza approfondire. Forse dovrei leggere il giornale, forse dovrei spegnere il televisore.-<br />
-Bene, lo vedi che stai prendendo coscienza?-<br />
-Si, è vero ora capisco. Ma tu perché non sei ancora sparito?-<br />
-Perché manca ancora una cosa. Pensaci bene. Ti alzi la mattina, vai a lavorare, torni a casa e ti metti davanti alla TV. Ogni tanto esci e magari vai anche a ballare, ma che sensazione hai realmente? Ti senti soddisfatto? Oppure ti manca qualcosa?-<br />
-Sono un consumatore ed ho tutto quello che mi serve. Posso scegliere cosa comprare, dove andare a divertirmi e se mangiare cinese, giapponese o indiano, ma….-<br />
-Continua!-<br />
-Mi sfugge qualcosa. Al lavoro va tutto bene, ma ancora non sono convinto che tutto sia così limpido.-<br />
-Dai! Ancora uno sforzo!-<br />
-Posso essere promosso. Se lavorerò bene sarò promosso e potrò guadagnare parecchio.-<br />
-E quindi?-<br />
-Sarò un consumatore più importante degli altri, avrò un potere di acquisto superiore. Eppure potrebbe non bastare.-<br />
-Perché?-<br />
-Perché non sempre riusciamo a decidere quello che dovremmo.  Abbiamo libero arbitrio nel nostro piccolo mondo di consumatori, ma oltre non possiamo molto.  Gli interessi economici dei colossi industriali, delle multinazionali, dei produttori di petrolio ci tengono ancorati a questo modo di vivere che potrebbe anche non piacerci.-<br />
-Allora?-<br />
-Non c’è alternativa. Non si può prescindere da ciò senza annullarsi, senza venir discriminato. Siamo come in  una vasca per i pesci…..giriamo sempre in tondo!-<br />
La coscienza scomparve, improvvisamente, e altrettanto in fretta si accese una luce nella mente di Ruggiero. Ora capiva molte cose e vedeva il mondo con occhi diversi.  Non era felice, non come poche ore prima quando si era svegliato. Improvvisamente un tuono lo destò dai propri pensieri ed iniziò a piovere.  Ruggiero alzò gli occhi al cielo come per controllare qualcosa, poi si incamminò al coperto. Chissà se quel tuono era stato veramente prodotto da un fulmine o si trattava del dito di un bimbo che bussava sulla vasca dei pesci.</p>
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		<title>Le api di Paulette di Sandro Orlandi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 20:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandro Orlandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.manualedimari.it/portal/images/stories/cover10/le-api-di-paulette.jpg" alt="" height="150" />Il vestito rosso - Avevo sedici anni e mezzo. I miei capelli erano rossi, ondulati e lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi scuro e la pelle bianchissima, di quelle che si ustionano al primo raggio di sole estivo. Il mio corpo era esploso in una pubertà fuori dalle regole, attirando l&#8217;attenzione di ragazzi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Le api di Paulette di Sandro Orlandi" link="http://www.blogdegliautori.it/sandro-orlandi/le-api-di-paulette/"><p><strong><img class="alignnone" title="Le api di Paulette di Sandro Orlandi" src="http://www.manualedimari.it/portal/images/stories/cover10/le-api-di-paulette.jpg" alt="" width="247" height="380" /></strong></p>
<p><strong>Il vestito rosso</strong> -</p>
<p>Avevo sedici anni e mezzo.<br />
I miei capelli erano rossi, ondulati e lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi scuro e la pelle bianchissima, di quelle che si ustionano al primo raggio di sole estivo. Il mio corpo era esploso in una pubertà fuori dalle regole, attirando l&#8217;attenzione di ragazzi e uomini adulti che, con sguardi divenuti improvvisamente diversi da prima, mi mettevano profondamente a disagio. Da un anno all&#8217;altro giocare era diventato più difficile e meno divertente perché si doveva far attenzione a certe pose, o a quando si indossava la gonna.<br />
Mi chiamavo Alice, avevo sedici anni e mezzo e solo da sette mesi sapevo come nascevano i bambini.<br />
Me l&#8217;aveva spiegato Monica, la sorella maggiore di una mia amica.<br />
Faceva il terzo anno di medicina e mi dette tutte le spiegazioni necessarie, debitamente arricchite da illustrazioni e tabelle. Riuscii finalmente a capire cosa volesse dire partorire e il significato di termini come &#8220;cicli ovulatori&#8221;, &#8220;contraccezione&#8221;, &#8220;concepimento&#8221; e &#8220;mestruazioni&#8221;.<br />
Capii pure perché io non le avevo più da circa due mesi: ero incinta.<br />
Non ricordo neanche bene come avvenne. Si chiamava Luca e con i suoi occhi e il suo modo di fare mi ricordava tantissimo Robert Redford, che all&#8217;epoca mi faceva impazzire. Aggiungerò soltanto che fu la prima volta che alzai un po&#8217; il gomito con la birra e lui, evidentemente, ne approfittò subito. Sia chiaro che non mi violentò e non mi sedusse; semplicemente non avevo freni inibitori quella sera e quando lui allungò la mano io non lo fermai. Come ho già detto fu la prima volta che mi lasciai andare così e fu la prima volta anche per il resto.<br />
Qualcuno dice che il sesso adolescenziale non è mai vero sesso, specialmente se lo si fa per la prima volta. Dicono che c&#8217;è il timore di mettersi alla prova, di non essere all&#8217;altezza e che soprattutto c&#8217;è curiosità perché si vuole verificare se sono vere tutte le cose costruite sopra il sesso e di cui sentiamo parlare tutti fin da quando siamo nati. Credo che sia giusto, ma per quanto mi riguarda, io ricordo solo una gran fiammata dentro di me, una forza smisurata che mi spingeva a unire in qualche modo il mio corpo a quello di Luca. Il resto non lo rammento; ma può anche essere che non ci fosse nient&#8217;altro. Certo non mi sono preoccupata di prendere le cosiddette precauzioni: figuriamoci! In quel momento i miei sensi vibravano come una corda di chitarra pizzicata con impeto e quella furia interiore non ammetteva tentennamenti.<br />
Così, ero incinta!<span id="more-4846"></span><br />
Naturalmente non lo dissi a Monica; anzi, non lo dissi a nessuno.<br />
Tornata a casa mi infilai subito in bagno e chiusi a chiave. Ero sconvolta! Scrutai lo specchio con attenzione dopo essermi liberata dei vestiti, alla ricerca di qualcosa di diverso: una piccola prova che confermasse il test di gravidanza che avevo appena utilizzato. Niente. Non avevo niente di diverso. Ma guardando di nuovo la barretta di plastica vidi di nuovo la piccola striscia viola della positività. In effetti qualcosa di cambiato c&#8217;era; dentro!<br />
Ero disperata e avrei voluto confidare il mio tremendo segreto a qualcuno, ma escludendo subito mio padre e mia nonna, che rappresentavano tutta la mia famiglia, non mi rimaneva che Carlotta, la mia unica vera amica.<br />
Mentre mi rivestivo, piangevo. Poi mi sedetti raggomitolata sul water con le ginocchia al petto e tra le lacrime chiamai piano la mamma, che da un pezzo ormai non mi rispondeva più.<br />
Non avrei mai dimenticato quel momento.<br />
Furono i minuti più tragici della mia vita. Lì da sola, chiusa nel bagno a piangere la mia paura e la mia solitudine. Ma per quanto possa sembrare strano, ora che ci ripenso provo anche un forte senso di pietà e di tenerezza per me stessa, per quella ragazzina cresciuta troppo in fretta fuori, e troppo lentamente dentro.<br />
Quando feci vedere alla mia amica la barretta di plastica ebbe una reazione inattesa, che in qualche modo mi fece pensare a mia nonna. Cominciò a inveire contro gli uomini, perché, come diceva sempre sua madre, &#8220;erano tutti dei porci, con l&#8217;uccello al posto del cuore e la fica negli occhi!&#8221;.<br />
Poi si calmò e mi chiese se avessi deciso cosa fare, (al contrario di me, Carlotta aveva un gran senso pratico). Per tutta risposta ricominciai a piangere. Mi vedevo già rifiutata da tutti, espulsa dalla mia famiglia, che mio padre aveva voluto di stampo conservatore e di sani principi morali. Mi sentivo perduta e non riuscivo ad arrivare con la mente a dopo il parto. l&#8217;ira come se ci fosse una tenda chiusa, un sipario abbassato, tutto si fermava lì: al giorno del parto!<br />
Fu Carlotta a parlare dell&#8217;aborto, non io. Anche questo è strano e non me ne sono mai spiegata i motivi; non ho mai capito perché ad abortire non avessi ancora mai pensato.<br />
Mi disse che una sua cugina, Ornella, aveva avuto lo stesso problema e che si era rivolta a una donna, un&#8217;infermiera le sembrava, che aveva pensato a tutto.<br />
In ospedale non volevo andare. Da troppo poco tempo era in vigore la legge sull&#8217;aborto e Carlotta diceva che era pericoloso: qualcuno avrebbe potuto riconoscermi e poi ero minorenne! Chissà quanti problemi avrebbero fatto!<br />
Stavo male. Vomitavo continuamente e non riuscivo più a mangiare. Per non far insospettire mia nonna le avevo raccontato di aver mangiato troppe &#8220;schifezze&#8221; (come diceva sempre lei) alla festa di Susanna.<br />
Ricordo che era il ventuno marzo e pioveva a dirotto il giorno in cui andammo dalla signora Floriana, l&#8217;infermiera. Faceva anche piuttosto freddo ancora, ma non era per questo che tremavo quando Carlotta suonò quel campanello.<br />
Quando aprì la porta mi colpì la sua statura. Io sono sempre stata alta e slanciata, (così diceva sempre lo zio Dino), ma costei mi arrivava sì e no al seno! Era quasi nana e portava una parrucca di capelli castani cotonati che mi ricordarono subito la povera zia Adelina, sorella di nonna, morta negli anni cinquanta.<br />
Mi fece un gran sorriso mentre con gli occhi mi analizzava minuziosamente. Date le circostanze e la mia innata timidezza all&#8217;inizio non riuscii a dire una parola.<br />
«Entrate, entrate!» disse lei cercando di rassicurarmi con voce suadente.<br />
«Accidenti se sei una bella ragazza, bambina mia!» e contemporaneamente mi accarezzava il capo con dita leggere.<br />
Di quel primo incontro ricordo solamente la voce della mia amica che spiegava alla donna il mio problema, aggiungendo che io ero troppo sconvolta per farlo. No! A ripensarci ricordo pure gli occhi della signora Floriana, piccoli e penetranti, come il suo profumo, che mi stordiva e acuiva il mio senso di nausea. Ricordo anche la profonda angoscia che mi portavo dentro.<br />
Fu soltanto in seguito che mi venne fatta la proposta che avrebbe cambiato per sempre la mia vita.<br />
C&#8217;erano due coniugi, disse la signora Floriana, non più giovani, che da tempo desideravano un figlio che non potevano avere. Due persone rispettabilissime e abbienti, che avrebbero potuto prendersi cura del bambino una volta nato. Disse che, se avessi accettato, non avrei dovuto preoccuparmi di nulla, perché avrebbe pensato lei a tutto. In tono materno mi spiegò che lei era esperta in ostetricia, perché aveva aiutato un vecchio medico condotto per anni e che ormai ne sapeva più di lui. Nessuno ne avrebbe mai saputo niente e alla fine sarei stata ricompensata con una bella somma.<br />
La mia amica Carlotta insistette a lungo per convincermi ad abortire, ma io non ne volli sapere. Era il mio istinto che mi diceva di non farlo, forse perché avevo sentito tante volte mio padre dire che l&#8217;aborto era qualcosa di vergognoso che segnava per sempre l&#8217;anima di chi lo praticava e delle donne che vi si sottoponevano. &#8220;L&#8217;inferno avrebbe inghiottito per sempre quelle povere femmine stolte, che aggiungevano la colpa dell&#8217;omicidio a quella della lussuria!&#8221;.<br />
Così accettai la proposta della signora Floriana, senza pensare minimamente in realtà alle conseguenze future della mia decisione.<br />
Su suo consiglio cominciai a indossare abiti sempre più ampi, ormai si andava verso l&#8217;estate e, dal momento che la nausea era finita, nessuno si accorse del mio stato. Ricordo che un giorno a scuola il ragazzo che mi veniva dietro mi chiese se non stessi mangiando troppi cioccolatini, perché ero ingrassata un bel po&#8217; ultimamente. Ricordo pure che una volta mia nonna, nel vedermi uscire con un larghissimo scamiciato lungo fino alle ginocchia, ormai si era in luglio, tutta sorridente disse: «Vai a capire i giovani. Prima solo jeans, ora solo palandrane. Però stai meglio così: sei più femminile, brava!». Il sei ottobre partorii.<br />
Il dolore che provai fu tale che rimasi stordita a lungo. Ricordo che mi sentii letteralmente spaccare in due quando uscì la testa del bambino e urlai disperata tutta la mia paura. Non ci furono complicazioni. La signora Floriana si dette un gran da fare e Carlotta fu l&#8217;unica che mi stette vicino. Rimasi due giorni a casa della signora che mi curò meglio di un dottore. Al terzo giorno la mia amica mi accompagnò a casa sua, dove non c&#8217;era nessuno, perché la sua famiglia era in vacanza sulle Dolomiti. Barcollavo vistosamente e mi sentivo molto strana. Non era tanto la debolezza, che pure avevo, quanto un gran senso di vuoto, misto però a qualcosa di simile a quel che si prova quando si riesce a guadagnare la riva dopo una lunga e pericolosa nuotata nel mare mosso.<br />
Carlotta e io, rischiando enormemente, avevamo raccontato a tutti che avremmo passato qualche giorno l&#8217;una a casa dell&#8217;altra e, dal momento che eravamo sempre state molto unite, ci credettero e tutto filò liscio.<br />
Insomma mi andò bene e dopo circa una settimana mi arrivò un grosso pacco, recapitato da un ragazzo che non conoscevamo, dove trovammo mille euro in banconote, una cassa con alcune prelibatezze da mangiare e, incartato con molta cura, un vestitino rosso, di quelli coi fiorellini come andavano a quei tempi.<br />
Riconosco che ancora oggi, ripensando a quel pacco e in particolar modo a quel vestitino così semplice ma grazioso, provo qualcosa di strano dentro che non so descrivere. Forse vergogna, forse anche indulgenza verso di me. O forse è solo pietà, quella pietà che per anni non sono stata capace di provare.<br />
Non vidi mai il bambino.<br />
Quando mi venne preso, appena partorito, voltai il capo per non vederlo, ma il suo vagito mi rimase per sempre nelle orecchie e nel cuore.<br />
Soltanto undici anni dopo, quando la signora Floriana venne arrestata per procurato aborto ai danni di qualche altra sventurata, venni a sapere per vie traverse che lei, per il mio bambino, aveva intascato diecimila euro!<br />
Non seppi mai chi furono quelli che &#8220;acquistarono&#8221; mio figlio, né che nome gli avessero dato, neanche se fosse maschio o femmina. Io stessa avevo rifiutato di sapere. Inconsciamente, così facendo, desideravo cancellare completamente il rimorso e gettarmi dietro le spalle quella tremenda esperienza. Ma nelle notti insonni che mi hanno accompagnato per tanti anni, il volto di mio figlio si stagliava nel buio, un volto dolcissimo di neonato, che con uno sguardo triste mi fissava intensamente. E io piangevo, ma il mio pianto sembrava provenire da chilometri di distanza.<br />
Poi, due braccia lo prendevano e lo portavano via.</p>
<p>***<br />
Dal libro <em><strong><a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/nuovi-autori/le-api-di-paulette-di-sandro-orlandi" target="_blank">Le api di Paulette</a> </strong></em>di <strong>Sandro Orlandi</strong>, recensito da <strong>Nicla Morletti</strong> nel <a href="http://www.manualedimari.it" target="_blank"><strong>Portale Manuale di Mari</strong></a></p>
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		<title>Il professore di Latino</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 21:51:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio Sartarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/11/Coastal-Ride-Brent-Lynch.jpg" alt="" height="150" />Iniziare il primo anno di Liceo Classico la consideravo un’avventura molto stimolante e, tuttavia, circondata da un alone di mistero e molte curiosità, alcune delle quali sarebbero state poi delle sorprese. L’avere già frequentato i primi due anni di Ginnasio mi aveva abituato ad una forma di studio nuova e, per certi versi, piacevole. D’ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il professore di Latino" link="http://www.blogdegliautori.it/vittorio-sartarelli/il-professore-di-latino/"><p><img class="alignnone size-full wp-image-4833" title="Coastal Ride di Brent Lynch, particolare" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/11/Coastal-Ride-Brent-Lynch.jpg" alt="Coastal Ride di Brent Lynch, particolare" width="320" height="300" /></p>
<p>Iniziare il primo anno di Liceo Classico la consideravo un’avventura molto stimolante e, tuttavia, circondata da un alone di mistero e molte curiosità, alcune delle quali sarebbero state poi delle sorprese.<br />
L’avere già frequentato i primi due anni di Ginnasio mi aveva abituato ad una forma di studio nuova e, per certi versi, piacevole. D’ora in poi, però, si cominciava a fare sul serio, era come se si ricominciasse tutto dall’inizio: nuove materie, nuovo sistema di studio e nuovi insegnanti.<br />
Il primo di questi che ci diede il benvenuto, all’inizio del nuovo anno scolastico, fu il professore di Latino e Greco. La prima impressione non fu delle più felici, di età indefinibile sembrava un manichino robotizzato, tanto si muoveva a scatti e talmente era metodico nel sistemare le sue cose prendendo possesso della sua cattedra, da farlo sembrare un automa.<br />
Di statura media aveva un fisico asciutto e molto efficiente, di carnagione molto chiara, i capelli rossi tagliati cortissimi incorniciavano un viso tirato ma, ben curato. Portava gli occhiali con una montatura di celluloide arancione, dietro i quali facevano capolino due piccoli occhi da miope che non incontravano mai, direttamente, lo sguardo altrui.<br />
Vestito in modo convenzionale e, tuttavia, accurato nei particolari dava l’impressione di una persona che accordava molta importanza alla pulizia, all’igiene ed alla salute. Appena entrava in classe, prima ancora di sedersi in cattedra, esigeva che si aprisse la finestra, poco importava se fosse inverno o estate e qualunque fosse la temperatura ambientale, lui voleva respirare aria pulita.<span id="more-4834"></span><br />
Non era siciliano e il suo parlare, schietto e stringato, aveva un accento che lo collocava come origine geografica nel Nord d’Italia. Di abitudini spartane, quasi militaresche, sapevamo che si alzava molto presto la mattina, faceva una colazione molto abbondante ed era sempre un esempio di efficienza e puntualità. Della sua metodicità faceva parte, durante l’ora di lezione, un’abitudine ormai consolidata nel tempo, di dividerla in due parti: si toglieva l’orologio da polso e lo sistemava di fronte a lui sulla cattedra, mezz’ora era dedicata alla spiegazione e mezz’ora alle interrogazioni. Prima di cominciare la lezione chiamava sempre l’appello al quale seguiva, sistematicamente, la conta degli studenti in classe.<br />
Da questo tipo di comportamenti non si discostò mai una volta durante tutti e tre gli anni di Liceo. Estremamente serio e riservato, era l’unico docente che dava del lei ai suoi studenti, di poche parole ma, essenziali, difficilmente rideva durante le lezioni e, a volte, se proprio era costretto, per non uscire fuori dal coro, accennava ad un sorriso di compiacenza.<br />
Una sola volta, durante gli anni del Liceo, si lasciò andare ad una risata di cuore; accadde durante le feste di carnevale, il solito “monellaccio” della classe architettò uno scherzo che era tutto un programma e che si poneva in polemica antitesi all’abitudine della conta degli alunni che puntualmente avveniva ogni volta dopo l’appello.<br />
Con i cappotti, i berretti e le sciarpe che erano depositati negli attacca panni della classe, fu confezionato un fantoccio, tenuto assieme dagli elastici che servivano per tenere assieme i libri, al quale fu anche appiccicato un paio di occhiali su quella che doveva sembrare una faccia. Per rendere la cosa più credibile e tenendo conto della vista corta che aveva l’insegnante, il fantoccio fu posto a sedere all’ultimo banco, in fondo all’aula, dove appariva solo parzialmente in quanto coperto, a bella posta, dai ragazzi che occupavano i banchi davanti.<br />
L’epilogo, esilarante, dello scherzo si ebbe quando, chiamato l’appello ed effettuata la conta degli alunni, all’insegnante ne avanzava uno. Piuttosto perplesso, l’appello fu ripetuto e, con esso, il successivo conteggio, non c’era verso, esisteva un’unità in più. Quando l’Insegnante guardando attentamente tra i banchi, scorse in fondo una sagoma indistinta, si alzò e, sceso dalla cattedra, andò a sincerarsi di persona per rendersi conto di chi fosse l’intruso.<br />
Giunto all’ultimo banco, prima ancora che si accorgesse dello scherzo, ci fu un’irrefrenabile risata collettiva di tutti noi che non eravamo riusciti a trattenere le risa. Constatato che l’unità in più era un fantoccio, anch’egli, abbandonando per un attimo il suo “a plomb”, si sciolse in una risata, sempre misurata ma, autentica e di cuore.<br />
Sembrava una persona tutta d’un pezzo, dura ed intransigente, burbera ed insensibile ma, così poteva sembrare ad una prima e superficiale osservazione, a chi come me, invece, che ebbe l’opportunità di conoscerlo e stargli vicino, quasi quotidianamente, per tre anni, si rivelò una persona timida, sensibile e gentile, molto preparata professionalmente, di sani e giusti principi ed un esempio costante di attenzione, puntualità, rispetto e educazione per gli altri.<br />
Gli altri, appunto, alcuni dei quali erano miei compagni di classe, spesso lo prendevano in giro per il suo modo di fare da robot e per quella sua metodicità quasi maniacale: “Il tedesco” – lo chiamavano &#8211; e qualcuno, che purtroppo ora non c’è più, approfittando del fatto di essere figlio del vice prefetto della città, si burlava di lui mettendolo in difficoltà con alcuni scherzi goliardici che travalicavano il comportamento ed il rispetto dovuti al proprio insegnante. Personalmente, ho conservato di lui un gradito ricordo, alla fine del Liceo, lo stimavo molto e mi sentivo legato a lui da una sorta di affettuosa amicizia, mi faceva tenerezza, quando era vittima degli scherzi e del dileggio di qualche alunno “furfante” e poiché, per timidezza e educazione, non sapeva reagire alle provocazioni, mi appariva una creatura debole e indifesa, desiderosa di aiuto e protezione.<br />
Credo che egli, quasi sommessamente con molta umiltà, mi abbia insegnato molte cose che, sicuramente, andavano oltre l’impegno professionale pedagogico, come la rettitudine, il rispetto per gli altri e la puntualità, la cura dei dettagli e l’onestà di comportamento, la disciplina interiore e l’educazione mentale, tutte cose queste che ho sempre considerato essenziali nella vita.<br />
Lo accreditavano di cinismo, indifferenza e insensibilità, quando affrontammo l’Esame di Stato (ora chiamato di maturità), lui fu scelto tra tutti i docenti dell’Istituto per fare il membro interno in seno alla Commissione esterna di Esame. Durante lo svolgimento delle prove scritte, il Presidente della Commissione gli assegnò il compito di passeggiare tra i banchi per sorvegliare le eventuali “manovre” da parte dei soliti “somari” di turno. Ebbene, “il tedesco” invece di mostrare la sua teutonica freddezza, non si comportò da “giannizzero lanzichenecco” ma, da quella brava persona quale, in effetti, era, non accusò nessuno di quelli che armeggiavano nel tentativo di scopiazzare e anzi, aiutò paternamente, tutti coloro che non sapevano che “pesci prendere” o da dove cominciare il compito che era stato loro assegnato di svolgere.<br />
Il ricordo visivo che conservo di lui, paradossalmente, non è quello stereotipo del docente, nell’esercizio delle sue funzioni, bensì quello che mi capitò di osservare qualche tempo dopo aver superato gli Esami di Stato. Seppi, allora, che il professore coltivava una sua passione sportiva, al di fuori di quella per lo studio e il perfezionamento della sua cultura: il motociclismo da diporto.<br />
Lo scorsi un giorno, infatti, su una fiammante moto Guzzi 500 con sidecar nel quale era alloggiata la sua compagna della vita, sorprendentemente, il professore indossava un completo tweed, giacca sportiva e pantaloni alla zuava, con una “Coppola” da motociclista anni ’20, un vistoso paio di occhialoni da pilota e una sciarpa marrone che si agitava al vento. Sembrava un perfetto “Gentleman” del primo ‘900.<br />
Mi piace sempre ricordarlo così, come si fa per un vecchio amico di gioventù cui si deve molto e al quale si è voluto bene.</p>
<p>***<br />
<em>Immagine: Coastal Ride di Brent Lynch, particolare<br />
</em></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Confini</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 19:10:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Pana</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La tua storia italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />“Eppure non ho ancora visto i ciliegi in fiore quest’anno.” Così pensava Mara mentre gli ultimi granellini di sabbia scivolavano fra le dita dei piedi indolenziti  da quanto aveva camminato. Voleva essere l’ultima a salutare il sole in quel  giorno dei primi di Maggio, mentre la luce lentamente scivolava nel buio. Respirava a stento e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Confini" link="http://www.blogdegliautori.it/manuela-pana/confini/"><p>“Eppure non ho ancora visto i ciliegi in fiore quest’anno.”<br />
Così pensava Mara mentre gli ultimi granellini di sabbia scivolavano fra le dita dei piedi indolenziti  da quanto aveva camminato.<br />
Voleva essere l’ultima a salutare il sole in quel  giorno dei primi di Maggio, mentre la luce lentamente scivolava nel buio. Respirava a stento e la paura riempiva le sue narici fino ai polmoni mentre i pensieri risalivano come vampate di calore che a valanghe le crollavano addosso. Trascinava le gambe mentre la sua forte volontà la spingeva in fretta verso l’argine. Sentiva il frastuono dei suoi  battiti che aumentavano man mano che si avvicinava, e allo stesso tempo faceva fatica, colpa di tutta quella nebbia che le riempiva le puppile. Guardò  verso il ponte che distava sempre troppo lontano e non era  per niente decisa dove fermare la sua  corsa ormai diventata camminata a bocconi.<br />
Sentì tremare la terra sotto i piedi!<br />
“Sarà la stanchezza..” pensò.<br />
Voleva arrivare al fiume, scambiare due chiacchiere e  fare pace con lui per l’ultima volta. Sapeva che in cambio della sua  fedeltà, l’avrebbe colpito alle spalle. Per questa volta, solo per questa…<br />
Sulle sue sponde aveva incontrato il suo amore, l’aveva amato alla follia, e ogni domenica tornavano lì tutti insieme. Facevano le scampagnate  a suon di “sfrigolio” sulla barbeque mentre i pargoletti rotolavano spensierati nell’erba.<br />
“Non avvicinatevi troppo all’acqua che vi fate la bua gridava se i  piccoli sconfinavano di poco.<br />
Gli occhi inumiditi da deboli lacrime la  meravigliarono. Credeva  che il suo essere impietrito aveva impedito il loro corso da quell’ultima  volta che le portò in dono a Lui.<br />
Adesso ricordava bene tutto: il loro primo incontro casuale, la fuitina, e poi&#8230; quell’ultimo bacio sulle labbra viola prima che se andasse via di fretta agghindato  in gran pompa.<br />
-Amore ti sei vestito troppo per una giornata primaverile. Ti fa freddo?<br />
-No amore mio, mai di quanto farà ora a te.<br />
-Mi raccomando ai bimbi, amore.<br />
-Si, si&#8230;i bimbi. Certo, lo farò…disse lei.<br />
-Chiedi loro di perdonare la mia lunga assenza.<br />
-Il tempo insegnerà loro più di quanto io possa farlo, disse lei baciandogli la fronte pallida.<br />
I bimbi&#8230; e ricordò senza volerlo  i  sedici piccoli fratellini che la sua mamma a suo tempo confidò a lei in quella vecchia casa che sapeva di latte e di menta.<br />
La memoria di quell’odore  le  fecce scappare un sorriso amaro.<br />
<span id="more-4748"></span>Con una mano si toccò il seno.<br />
I capezzoli rigidi sembravano voler rompere l’involcro color cioccolato e liberare il getto che stava lì lì per esplodere.<br />
-Cosa dirò ai bimbi?<br />
Mara pensò a lungo.<br />
Dirò che lui è fuggito “di la”, come si osava dire a quei tempi. E&#8217; scappato dalla dittatura in cerca di una vita migliore.<br />
Dirò che lui è andato lontano per cercare lavoro.<br />
-Vedrete quante cose belle ci manderà papà!<br />
E mentre  pensava tutto questo, se lo diceva e ridiceva a se stessa per convincersi che così lo fosse veramente.<br />
Tracce di vissuto si mescolavano nella memoria di quel vivere così intenso che a 33 anni non avrebbe dovuto pesare così.<br />
In quella notte di fine aprile lottò a lungo con se stessa fino a che l’alba gli portò via tutte le lacrime spingendola  a riprendere il cammino.<br />
Era una giornata freddolosa anche se i primi raggi del sole promettevano tanto. Un bel giovane la superò a corsa lungo il viale che costeggiava il fiume.<br />
Per un attimo lo seguì con lo sguardo.<br />
Per poco però.<br />
Il bagliore lucicante  delle onde diventava sempre più invitante richiamando il suo sguardo.  Tornò ad osservare il fiume .<br />
Il rumore del vento, il battito del suo cuore giovane o il respiro forte e cadenzato che fuoriusciva dal tubicino che aveva in bocca l’avevano risvegliata?<br />
Spalancò glì occhi incuriositi. Il suo viso aveva perso l’espressione quotidiana. Sembrava un fermo immagine  all’incontrario. Tutto sembrava che volesse andare in giù . Gli zigomi, gli angoli della bocca, persino le sue guancia sempre rosse adesso parevano flacide e cadaveriche.<br />
Ai piedi del letto intravedeva il viso di una ragazzina.<br />
Nella stanza faceva molto caldo e qualcuno decise di accendere dei piccoli ventilatori da comodino.<br />
Il vestito bianco della bimba svolazzava morbido sulle correnti d’aria che si muovevano fra i letti.<br />
Mara chiamò sua figlia e gli disse:<br />
-Fra poco porteranno qui tuo fratello per fartelo conoscere.<br />
Mentre diceva questo pensava dove fosse arrivato il ragazzo che l’aveva superata sul viale.<br />
“Sicuramente sarà dall’altra parte del parco” pensò.<br />
Cercava  di riprendere al volo i  ricordi ma anche questa volta si rese conto che la stanchezza le faceva brutti scherzi. I suoi occhi tristi si riempirono di lacrime ed era come se le lacrime si mescolasero al sangue e all’odore di latte e menta.<br />
Il funerale del marito e la nascita del maschietto tanto desiderato davano a lei tanto dolore e altre tanta felicità. Erano sentimenti che regalavano la stessa intensità, la stessa sensazione posata sui bordi marroni della bara e sui vetri ingialliti e graffiati dell’incubatrice.<br />
Fiori.. tanti fiori dappertutto, troppi fiori ovunque…<br />
Nauseante odore della morte e dei fiori freschi.<br />
Voleva abbracciare i suoi figli ma le tremavano forte le mani e ogni volta, ogni tentativo diventava una guerra persa.<br />
Il profumo dell’abbraccio sapeva troppo di latte e di morte e per questo piano, piano le  braccia si atrofizzarono.<br />
Accanto al suo letto bianco, altra gente partecipava all’accaduto. Situazioni più o meno simili, più o meno reversibili.<br />
A destra un giovane gareggiava per la vita. Corsa contro cronometro.  A sinistra le macchine accompagnavano il ticchettio lento del ritornello che il nonno canticchiava nel suo delirio.<br />
L’unica differenza fra di loro era soltanto la distanza che li separava dalla morte.<br />
“Sarebbe meglio scendere nel parco a prendere una boccata d’aria fresca”, pensò Mara.<br />
Il viale pareva finire dall’altra parte dell’orizzonte.<br />
La pressione cresceva e al quel punto non potete più controllare i  pensieri. Immagini e sensazioni si amalgamavano dietro la retina. Mentre il viale tremava sotto i suoi piedi, sentiva come si alleggeriva passo dopo passo alzandosi in volo.<br />
Sentì in lontananza la voce del dottore:<br />
- Intubiamolo!<br />
- Sono rimasti solo i machinari adesso!<br />
- Trattiene l’acqua, blocco renale!<br />
- Defribillatore!<br />
Un gran silenzio.<br />
A destra il giovane fissava il soffito.<br />
Mara  riprese la sua camminata a passo svelto mentre in lontananza intravedeva  una grande ragnatela, come una tenda grigia. Cominciò a correre. Un bel giovane la raggiunse dopo poco, la salutò con un leggero chino della testa e riprese più forte la corsa andando oltre la ragnatela  che si vedeva al confine dell’orizzonte, strappandola.<br />
“Mi sembra di averlo già visto da qualche parte ma  non ricordo perchè non gli ho risposto al saluto.”<br />
Nella stanza l’infermiera spense i monitor, chiuse tutti gl ‘interruttori e tirò sù il lenzuolo coprendo la testa  dai riccioli ribelli.<br />
Una mano la picchietò sulla spalla facendola trasalire.<br />
-Vieni Mara, si è fatto tardi ed è meglio se ti accompagno a casa. Tornerai un altra volta a passeggiare qui al fiume. I bimbi ti stanno aspettando per cena.<br />
Tony aveva oltrepassato anche lui da tanto il confine. Non c’era nessuno in dogana per fermarlo.<br />
- Come farò a dire ai bimbi che volevo scappare anch’io? &#8211; Pensò Mara.<br />
E l’aria macchiata di ombre e di buio colava lentamente sul fiume che anche da lontano sapeva di latte e menta piperita, mentre il viale si perdeva all’orizzonte sotto i piedi scalzi e molto stanchi.<br />
“Eppure i ciliegi devono ancora fiorire” pensava Mara guardando le onde dell’Arno&#8230;<br />
Un canto dolce amaro si sentiva piano da una finestrina Bianca:<br />
Ancora ritorno<br />
Nel mio giardino<br />
E sento il silenzio vibrare<br />
Contemplo il tramonto<br />
Di giovani rose<br />
Rivolte ancora sul mare&#8230;<br />
Ma l’ombra s’abbiocca<br />
Su lucide onde<br />
E luna nasconde annoiata<br />
Un altro miraggio<br />
Di un nuovo giardino<br />
Un volto di sposa mancata.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Era mio padre</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 14:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annaluna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La tua storia italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Accompagno con lo sguardo il paesaggio e per quanto semplice, ai miei occhi appare bellissimo. Chiazze di sole filtrano tra i rami degli alberi,il cielo mi regala i suoi frammenti. Ogni suono sembra fondersi con il canto intenso delle cicale. La campagna mi porta le sue fragranze e i suoi colori. Il vecchio pozzo davanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Era mio padre" link="http://www.blogdegliautori.it/annaluna/era-mio-padre/"><p>Accompagno con lo sguardo il paesaggio e per quanto semplice, ai miei occhi appare bellissimo.<br />
Chiazze di sole filtrano tra i rami degli alberi,il cielo mi regala i suoi frammenti.<br />
Ogni suono sembra fondersi con il canto intenso delle cicale.<br />
La campagna mi porta le sue fragranze e i suoi colori.<br />
Il vecchio pozzo davanti casa è coperto per metà d&#8217;erbacce, un gatto sonnecchia alla sua ombra, ai miei passi solleva un po’ la testa e mi guarda,poi ritorna a sonnecchiare.<br />
Da quando tempo non venivo qua!<br />
Per chi, come me, affonda le sue radici in un tempo dal passato felice ne ha una continua nostalgia come un bisogno mai completamente appagato,se non quando ci sei vicino,ci sei dentro e lo respiri.<br />
Fa caldo e devo decidermi ad entrare, aprire quella porta che divide passato e presente, realtà  e ricordi e immergermi dentro.<br />
Cosa mi aspetto di trovare? O cosa non mi aspetto di trovare?<br />
La chiave nella toppa fa rumore quando la giro, la casa è al buio, nessuna luce  filtra se non quella della porta lasciata aperta alle mie spalle, a tentoni mi avvicino alla prima finestra che trovo  e lascio entrare la sua luce.<br />
La tua immagine appesa alla parete mi sorride, sopra un vecchio mobile c’è un piccolo vaso con dei fiori, messi lì da Nicola, così come pure la tua foto.<br />
Non so per quanto tempo sono rimasta a fissarti, un po’ come quando entri in una chiesa per la prima volta e ti soffermi davanti un&#8217;immagine sacra e ne resti rapita,senza nulla chiedere,senza nulla pensare,e il tuo essere viene attraversato da lunghi brividi sulla pelle come invisibili carezze.<br />
Con le mani sfioravo il profilo dei mobili pieni di polvere,sopra una sedia i tuoi  abiti da lavoro piegati,i tuoi pantaloni,la tua camicia, in un angolo vicino alla sedia gli stivali di gomma che usavi per andare nei campi.<br />
<span id="more-4747"></span>Tutto immobile, tutto immutato, come sei il tempo non fosse passato e tu dovessi ritornare da un momento all’altro.<br />
Il grande tavolo al centro della stanza,i pentoloni neri appesi alla pareti,sulle travi i segni delle canne dei tanti salami appesi.<br />
-“Non uscire fuori Anna”, mi diceva la nonna, “che fa freddo e se scappa il maiale che stanno ammazzando viene a mangiare te.”<br />
Io, insieme agli altri bambini, con un pizzico di terrore rimanevo a metà tra l’uscio della porta e fuori, a guardarti mentre tu con i tuoi fratelli lo ammazzavi.<br />
A quei tempi ammazzare il maiale era una gran festa, la festa dell’abbondanza, la festa del ritrovarsi tutti insieme,nel puzzo delle stalle,al chiuso delle proprie case,accanto ad un camino mai spento.<br />
La mamma con le zie metteva subito a fare il sugo con la carne in un grande pentolone e l’aria in pochi minuti era piena di quell’odore che sapeva di buono ,di gioia,di solidarietà,perché accorrevano tutti a dare una mano, per sedersi poi tutti insieme a mangiare.<br />
Ammazzare il maiale significava certezza, la certezza delle provviste, la certezza della carne che si conservava sotto sale per tutto l’anno,del grasso che finalmente non sarebbe mai mancato,delle salsicce che avrebbero riempito tante giornate di fredda solitudine.<br />
Ammazzare il maiale era un rito, rappresentava uno dei momenti più importanti della nostra famiglia.<br />
A miei occhi da bambina le immagini del maiale ucciso erano cruente , ma allo stesso tempo assumevano un significato misto ad orgoglio e a trionfo.<br />
Mio padre un eroe, mio padre che prevale sull’animale e vince.<br />
Non ero mai riuscita a capire perché, ogni volta che ammazzavi un maiale, chiedevi un’arancia da mettere al maiale una volta ucciso.<br />
Col tempo ho appreso che l’arancia era il simbolo dell’uomo capace di ingoiare il mondo.<br />
All’epoca non lo sapevo eppure per me eri già un eroe.<br />
Mi sono chiesta più volte chi sono gli eroi, poi ho capito che gli eroi sono quelli come te che ogni mattino trovavano la forza di alzarsi e andare a lavorare senza aspettarsi nulla dalla vita,perché il sudore e la fatica gli avevano spento anche i sogni.  Eroi sono quelli come te che a questa vita chiedevano soltanto un po’ di salute,quel poco che basta per continuare a lavorare.<br />
Ci fu una sera che capii  che eri un eroe dal cuore buono.<br />
-Era la vigilia di Natale, tornasti a casa dal lavoro che era quasi ora di cena.<br />
Proprio quella sera ti avevano pagato il salario, ti sentivo discutere con la mamma, parlavi della poca correttezza dei tuoi datori di lavoro :”Come si fa a pagare gli operai la sera della vigilia , per fortuna noi avevamo qualcosa da parte ed hai potuto fare la spesa per questa sera, ma pensa a chi invece non ha una lira e non ha potuto comprare niente,cosa mangeranno?”.<br />
Poi ti ho visto uscire per vederti tornare poco dopo, sul tuo viso era dipinta l’amarezza,eri tristissimo.<br />
Eri andato a casa di un tuo amico e collega che abitava a pochi passi da noi, eri andato a portargli il salario che avevano dato a te per lui,li avevi già trovati a tavola che mangiavano,scuotevi la testa e dicevi :”Stavano mangiando solo delle patate al sugo e nient’altro. Ha lavorato un mese intero senza fermarsi un attimo, non si è preso neanche un caffè per avere qualche soldo in più per Natale e questi lo pagano la sera della vigilia e non ha potuto comprare neanche un chilo di pasta ai suoi figli.”<br />
Hai chiesto alla mamma di mettere in un piatto un po’ delle cose che aveva cucinato per noi, avevi preso anche delle arance e dei mandarini e sei andato a portargliele.<br />
Non fu una bella vigilia neanche per te quella, c’era troppa amarezza, troppa delusione e anche tanta ma tanta rabbia verso chi non aveva rispetto per le persone che lavoravano duramente.<br />
Era il Natale del millenovecentosettantaquattro.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Una storia reale&#8230; correva l&#8217;anno 1943</title>
		<link>http://www.blogdegliautori.it/maria-luisa-seghi/una-storia-reale-correva-lanno-1943/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 14:27:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Seghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[La tua storia italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="" alt="" height="150" />Scrivere questa storia è come riviverla, è un ricordo che è scivolato fuori dalla scatola magica che, virtualmente,tengo sotto il cuscino. In questa scatola c&#8217;è tutta la mia vita, divisa in piccoli cassetti della memoria: c&#8217;è il passato, il presente, le gioie e i dolori. Non ho messo la parola futuro&#8230; ormai, è solo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Una storia reale... correva l'anno 1943" link="http://www.blogdegliautori.it/maria-luisa-seghi/una-storia-reale-correva-lanno-1943/"><p>Scrivere questa storia è come riviverla, è un ricordo che è scivolato fuori dalla scatola magica che, virtualmente,tengo sotto il cuscino. In questa scatola c&#8217;è tutta la mia vita, divisa in piccoli cassetti della memoria: c&#8217;è il passato, il presente, le gioie e i dolori.<br />
Non ho messo la parola futuro&#8230; ormai, è solo e sempre il passato che riaffiora.<br />
Ho sofferto e ho gioito secondo il mio modo di affrontare la vita, con le sue asprezze e le sue durezze, le strade lisce, le curve, i sassi fra le ruote. Ho cercato di non avere rimpianti, ora i miei capelli sono grigi e le mie rughe sembrano graffi, però la mente è ancora viva&#8230; Correva l&#8217;anno 1943&#8230;<br />
Molte volte mi sono chiesta: &#8211; Come faccio a ricordare un avvenimento così lontano? l&#8217;ho custodito gelosamente nel mio cuore? -<br />
Questo ricordo è tornato vivo nella mia mente dopo aver ritrovato una vecchia foto che mi ritrae piccola in un paese del Casentino.<br />
Tutto è iniziato così. Questa è una pagina di storia vera vista con gli occhi di una bambina di 4 anni, era il 1943 e quelli erano gli anni della guerra&#8230;<br />
Alcune cose le ricordo sfuocate, ma alcune, se mi concentro e guardo con la mente, sono lì davanti a me: è come sfogliare un vecchio libro farcito di parole e immagini, dolorose e gioiose.<br />
Rivedo, sui volti delle persone, sguardi increduli e terrorizzati, le lacrime negli occhi delle donne, la rabbia e la rassegnazione nei volti degli anziani; sento i pianti dei bambini per la fame; rivedo gli sguardi fieri dei giovani combattenti che solo negli sguardi dolci e teneri delle loro donne vedono la speranza della vita.<br />
Con la mamma, il babbo e mio fratello neonato (perché, è nato nel 1943) eravamo a casa dei miei nonni in Casentino. Tutta la famiglia era riunita di fronte al camino dove, sul focolare, attaccato a un gancio, pendeva un grande paiolo nero che, borbottando, cuoceva le patate. Le scintille del fuoco sembravano tante stelline che si perdevano lungo la cappa del camino e io mi chiedevo sempre dove andassero a finire tutte quelle piccole luci&#8230;<br />
Fra una patata lessa e un pizzico di sale gli adulti parlavano e si raccontavano tante cose, ma io non ne capivo completamente il significato, però un giorno, che all’apparenza sembrava come gli altri&#8230; accadde qualcosa&#8230; nella piazza del paese legarono agli alberi alcuni uomini, io ero seminascosta dietro i vetri di una finestra, mia madre non voleva che guardassi le brutture della guerra, ma io ero curiosa e con un occhio riuscii a vedere una scena raccapricciante che non ho mai dimenticato.<br />
<span id="more-4746"></span>Quella mattina il sole filtrava fra i rami dei grandi alberi di quella piccola piazza, formando dei riflessi colorati; un silenzio irreale nell&#8217;aria, che venne squarciato dai colpi secchi di proiettili che uscivano dai fucili, sembrava un film&#8230; invece erano scene reali.<br />
Un plotone di soldati tedeschi sparava: nei volti di quegli uomini legati agli alberi si leggeva il terrore e la paura della morte, ma nessuno fiatò, nessun lamento. Era il coraggio degli eroi. Era stato ucciso un tedesco e loro, per questo, prendevano gli uomini che si trovavano ancora nelle case e li uccidevano, 15 italiani dovevano morire&#8230; la testa reclinata&#8230; ormai erano andati&#8230; La guerra, nella sua atrocità, ci aveva mostrato il suo volto.<br />
Nel paese silenzio. Nemmeno le mosche facevano il solito ronzio, tende, finestre e porte chiuse, nessuno per le strade, un paese di fantasmi, i soli rumori che si sentivano erano i miagolii dei gatti e un leggero abbaiare dei cani che, impauriti, andavano a nascondersi. Anche il rumore dell&#8217;acqua della fontana era cambiato, sembrava arrochito davanti a tanto orrore.<br />
Si percepiva anche un altro rumore, silenzioso e astratto, ne era piena l &#8216;aria. Era il rumore del dolore&#8230;<br />
Poi, i soldati tedeschi risalirono sulle loro camionette appagati per aver compiuto il loro dovere e se andarono, così com&#8217; erano arrivati, tra nuvole di polvere e di terrore.<br />
Solo allora, le porte e le finestre si riaprirono, le strade si riempirono di nuovo, i fantasmi erano spariti, nell&#8217;aria risuonavano il pianto e la disperazione delle mamme, delle mogli, dei figli nel vedere i loro cari ormai cadaveri inermi. Li accarezzavano come per rendere loro la vita. Questa tragedia era una grande ferita nei loro vecchi e giovani cuori, li avrebbe segnati per sempre e solo il passare inesorabile del tempo avrebbe lenito un po&#8217; il loro dolore.<br />
Oggi, nel luogo di quell&#8217;orrore c&#8217;è una stele con i nomi degli uomini fucilati e nella piazza del paese c&#8217;è un monumento dedicato Ai Caduti è circondato da grandi scalini, ai lati, 4 leoni in pietra con la loro fierezza sono lì a fare la guardia a queste tavole di marmo dove sono incisi tutti i nomi, come a proteggerli. Nessuno dovrà mai cancellare e dimenticare quei nomi che rappresentano delle persone che con il loro sacrificio hanno difeso la vita di tutti noi.<br />
Quando torno in questo paese del Casentino per mettere i fiori sulle tombe dei miei cari, mi soffermo a guardare le case, le strade, gli alberi, le tante cose che sono cambiate: ora è tutto più moderno, mi fermo con tristezza di fronte alla stele con i nomi ormai quasi cancellati dall&#8217;usura del tempo e non manco mai di fermarmi anche davanti al monumento Ai Caduti, poco distante dalla stele, sulla cui cima un &#8216; aquila di bronzo sembra spiccare il volo da un momento all&#8217;altro.<br />
Con raccoglimento, leggo i nomi, prego e guardo questo monumento, non come gli altri passanti ma con gli occhi della mente e rivedo la scena&#8230; esseri umani legati agli alberi con la testa reclinata, sento ancora fischiare nelle orecchie i colpi di fucile che echeggiano nell&#8217;aria e le urla di dolore dei familiari, mi vedo bambina, piccola e impaurita&#8230; Ricordo bene, dopo questo episodio mi dicevano: &#8211; Sei piccola&#8230; dimenticherai&#8230; questa è la guerra -. Per tanti giorni non sono riuscita né a mangiare né a dormire, solo ora ne capisco il motivo: mi avevano rubato un pezzetto della mia infanzia mettendo nei miei occhi di bimba un&#8217; immagine che mi è rimasta incastrata nella mente per il ricordo, nel cuore per la ferita, nell&#8217;anima per il dolore.</p>
<p>Un altro ricordo mi viene incontro. Chiudo gli occhi e ascolto&#8230; la voce roca e profonda di mio nonno, urlava perché, non voleva lasciare la sua casa.<br />
- Io resto qui &#8211; diceva &#8211; nessuno mi deve dire che devo andare via, è casa mia, solo così posso evitare che la brucino, c&#8217;è tutta la mia vita e tutti i miei sacrifici fra queste quattro mura&#8230; -<br />
Aveva ragione, ma tutti noi dovevamo lasciare la casa e nasconderci nei boschi e nei campi per rimanere vivi: non si rischiava solo di perdere la casa perché, i soldati bruciavano tutto , ma molto di più, la vita.<br />
Ricordo con chiarezza la corsa tra i balzi di quelle vigne, camminavamo in silenzio rasentando il muretto per non essere visti, eravamo una quindicina di persone fra adulti e bambini, mia madre teneva attaccato al seno il mio fratellino per evitare che piangesse; noi potevamo capirlo di stare zitti, ma un neonato&#8230; forse, anche il suo silenzio ci ha salvato.<br />
Dio vedeva la grande disperazione nei nostri volti e ci ha porto la Sua mano&#8230; Sentivamo i colpi di fucile rimbombare da un monte a un altro, forse proprio Quella mano ha deviato qualche proiettile. E&#8217; stato un vero miracolo che non ci abbiano trovato! Quanta paura, quanti sospiri ho sentito nell&#8217;aria!<br />
Ammutoliti stavamo lì, silenziosi come l&#8217;erba che calpestavamo con passi felpati, l&#8217;erba e i fiori non capivano le atrocità della guerra, loro crescono ugualmente, incuranti di quello che può succedere. Alcune lucertole scivolavano silenziose fra i cespugli, qualcuna ci guardava incuriosita poi guizzava veloce sparendo tra i sassi dei balzi, loro potevano sparire, noi no&#8230;<br />
I minuti sembravano ore, gli adulti si guardavano con aria angosciata, si sfioravano le mani, si asciugavano le lacrime che cadevano silenziose. Che cosa sarebbe successo nel prossimo minuto della nostra vita?<br />
Poi&#8230; i passi iniziarono ad allontanarsi, le voci dei soldati e i colpi di fucile erano sempre più lontani, forse eravamo salvi&#8230; piangendo ci siamo abbracciati tutti per lo scampato pericolo.<br />
Ricordo con grande amore e nostalgia l&#8217;abbraccio dei miei genitori, un gesto tenerissimo che racchiudeva tutto l&#8217;amore del mondo.<br />
Solo allora mi sono accorta della bellezza dei fiori che ornavano i balzi e i campi di quelle vigne. Erano stati calpestati ma erano rimasti vivi, le nostre lacrime, prima di dolore poi di gioia, li avevano annaffiati facendoli rifiorire con colori ancora più belli.<br />
Tutti si asciugavano gli occhi, non aveva importanza se i fazzoletti stropicciati erano vecchi e sporchi, l&#8217;importante era essere salvi!<br />
Io, con l&#8217;innocenza dei bambini, ho fatto un mazzolino di fiori e quando, camminando per risalire le vigne, siamo passati davanti ad una cappella in cui era posto un dipinto della Madonna, la mamma mi ha detto : &#8211; Offri i fiori alla Madonna e ringraziala! -<br />
Ero piccola, li ho appoggiati sull&#8217;altare alzandomi sulle punte dei piedi, piano, piano Le ho sussurrato : &#8211; Tieni, sono per Te, lo sai che siamo tutti vivi? -<br />
Ecco, è stato in quel momento che ho avuto la sensazione di aver ricevuto una carezza sull&#8217;anima!<br />
Ho parlato di Fede, speranza, di dolore, di gioia, di amicizia e di amore, sono cose che non si vedono ma sono ovunque, basta guardare nei cuori giusti&#8230;<br />
La mia storia è finita, non ho mai dimenticato ma ho sanato la mia ferita, ho trovato la serenità nello sguardo innocente dei bambini, nella speranza della giustizia e della pace nel mondo, nella saggezza dei popoli, nella forza e nella determinazione delle donne, perché, riescono a fare nello stesso tempo le lavoratrici, le mogli e le madri.<br />
Lottiamo per la vita, per l&#8217;abolizione delle armi, per la famiglia, per i figli, per il lavoro, per i nostri diritti.<br />
Facciamolo con serenità e gioia, e la gioia sarà più grande se saremo in grado di trasmettere questo messaggio alle generazioni future.</p>
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		<title>La foto al capolinea</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 18:18:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cinzia Corneli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La tua storia italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/10/foto-capolinea.jpg" alt="" height="150" />Chissà perché questa sera sembra tutto diverso. Eppure la scena è la stessa di ieri, di una settimana fa, di un anno fa, di tanti anni fa. Siamo a tavola, mentre mangi osservo la tua mano tremare ed i tuoi occhi guardare distrattamente le immagini di una televisione quasi annoiata. Papà, l’altro ieri siamo andati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="La foto al capolinea" link="http://www.blogdegliautori.it/cinzia-corneli/la-foto-al-capolinea/"><p><img class="alignleft size-full wp-image-4742" style="margin: 5px 10px;" title="La foto al capolinea" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/10/foto-capolinea.jpg" alt="La foto al capolinea" width="276" height="414" />Chissà perché questa sera sembra tutto diverso.<br />
Eppure la scena è la stessa di ieri, di una settimana fa, di un anno fa, di tanti anni fa.<br />
Siamo a tavola, mentre mangi osservo la tua mano tremare ed i tuoi occhi guardare distrattamente le immagini di una televisione quasi annoiata.<br />
Papà, l’altro ieri siamo andati insieme in centro per la prima volta, non so nemmeno se tu a piedi lo avevi mai percorso.<br />
Eravamo a pochi metri dal capolinea degli autobus, uno stava quasi per partire. Al suono inconfondibile del motore che si stava riscaldando, ti ho visto correre nella sua direzione con il passo incerto, guardare fulmineo l’orologio e salutare il giovane autista che spiccava in un pullman rivestito di una pellicola su cui erano riprodotte delle nuvole.<br />
Tu avevi iniziato a fare questo lavoro in un “postale” grigio, di quelli con il motore nascosto sotto il “cofano”, come lo chiamavate voi “ragazzi del ‘30”. Allora non c’erano le cinture di sicurezza ed io e Monica stavamo accucciate lì sopra, in quella specie di piccola montagna a destra del volante. Oppure sprofondavamo  nel sedile dietro a te, mentre chi saliva e chi scendeva ti esaltava per le tue bambine così buone e vestite sempre uguali con abiti ricamati dalla mamma.<br />
Hai sorriso all’autista come se il tempo non fosse passato, hai avuto un attimo di incertezza, poi ti sei fermato, quasi a non saper come fare.<br />
Sembravi pensare…<br />
Chissà quante scene ti sono tornate in mente, quante persone hai rivisto nelle tue fermate immaginarie.<br />
Anni nella stessa linea, nello stesso tragitto. Conducevi i ragazzi dai paesi alla città per tutto il tempo delle superiori, così trasportavi la loro felicità, i loro affanni, i loro amori che avrai visto nascere. E poi tutti gli altri passeggeri, che tu raccoglievi come quando suonava la campanella in classe ed iniziava l’appello.<br />
Quel giorno, al capolinea, ti ho scattato una foto di nascosto.<br />
Oggi la giro e rigiro tra le mani.<br />
Sembri quasi somigliare all’autista che ti saluta con la mano decisa, mentre la tua, aperta, sembra chiedergli di aspettare, come se tu volessi risalire in quell’autobus e prendere il suo posto.<br />
Ma i suoi capelli sono nerissimi ed i tuoi lo erano così tanti anni fa, il suo orologio riflette di una luce che il tuo non ha, la sua camicia è quella di una divisa che tu tieni appesa nell’armadio.<br />
A Natale ti avevo regalato il libro diffuso per il centenario di APM, tu non ne avei mai letto uno, ma ti sei messo a sfogliarlo con le lacrime agli occhi.<br />
Sarà che oggi è una giornata piovosa, forse per questo continuo a rigirare tra le mani questa foto rubata.<br />
Dietro al tuo saluto leggo nostalgia per un tempo che non c’è più, per un libro a cui sfogli le immagini di nascosto, per una vita salita in un vecchio “postale” e mai scesa.<br />
Seguita a piovere, tu esci da casa senza ombrello, non ci sono fermate all’orizzonte e ti allontani  lentamente…<br />
Mi ricordo di due giorni fa, di un pullman che partiva in orario, senza aspettarti.<br />
E tu, con le spalle basse, che lo hai seguito con lo sguardo fino alla fine.</p>
<p>***<br />
<em>Immagine: La foto al capolinea di Cinzia Corneli</em></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>E le stelle stanno a guardare</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 17:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Doretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/10/calambrone.jpg" alt="" height="150" />Eravamo nei primi anni ‘30. Vivevamo in una campagna vicino a Livorno, piena di boschi di macchia mediterranea. Questa macchia è costituita da piante di alto fusto, come pino marittimo, cerro, quercia, leccio e da arbusti: erica, corbezzolo, mortella, ginepro. La bellezza di questo tipo di vegetazione, si avverte in particolare in autunno, per il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="E le stelle stanno a guardare" link="http://www.blogdegliautori.it/sergio-doretti/e-le-stelle-stanno-a-guardare/"><p><img class="alignnone size-full wp-image-4739" title="calambrone" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/10/calambrone.jpg" alt="calambrone" width="477" height="324" /></p>
<p>Eravamo nei primi anni ‘30.<br />
Vivevamo in una campagna vicino a Livorno, piena di boschi di macchia mediterranea. Questa macchia è costituita da piante di alto fusto, come pino marittimo, cerro, quercia, leccio e da arbusti: erica, corbezzolo, mortella, ginepro.<br />
La bellezza di questo tipo di vegetazione, si avverte in particolare in autunno, per il colore delle bacche e dei frutti selvatici maturi.<br />
Non manca neppure la fauna selvatica come lepri, conigli, fagiani, merli. I merli, a primavera, nella stagione dell’amore, cantano dei motivi molto romantici diretti alla femmina per sollecitarne l’incontro.<br />
L’abitazione era in collina, raggiungibile attraverso una stradina in salita, collegata alla strada principale che arriva a Livorno.<br />
Da qui, osservando il panorama si vedono la costa tirrenica e, qualche volta, anche quella adriatica.<br />
A volte, quando soffia il vento del maestrale, che proviene dal mare, la dolcezza dell’ambiente ci rende romantici e ci fa sognare lidi di primavera e storie d’amore su una piccola isola sconosciuta.<br />
Da quanto sopra esposto vien da pensare a questo ambiente come ad un paradiso terrestre. Ma non era affatto un paradiso. Vi erano i vari lavori agricoli, molto pesanti, la cura del bestiame e noi ragazzi si doveva frequentare la scuola.<br />
Ogni anno, il 10 agosto, quando a San Lorenzo cadono le stelle, noi ragazzi passavamo la notte fuori e ci facevamo compagnia. Eravamo un gruppo di ragazzi e ragazze.<br />
Osservavamo il cielo seduti sull’aia, con lo sguardo rivolto dalla parte del mare.<br />
Qualche volta ci recavamo, in bicicletta, fino alla spiaggia del Calambrone.<br />
Scrutavamo il cielo per vedere le stelle, ma il più delle volte questo era un pretesto. L’importante era lo stare vicino, perché in quella notte magica nasceva anche l’amore.<br />
Parlando in prima persona, era nato un amore grande e spontaneo, illuminato dal romanticismo che ci circondava.<br />
Stavamo vicini e ci legava l’affetto. Guardavo i suoi occhi innamorati e li consideravo le stelle più brillanti di quella notte.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;olio di San Bernardino</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 17:50:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Quieti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[La tua storia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/10/basilica-san-bernardino.jpg" alt="" height="150" />Occhi disperati cercano risposte nel cielo che ora appare dall’enorme squarcio sulla cupola, quella della basilica di San Bernardino, a L’Aquila. Un gioiello architettonico rinascimentale che conserva le spoglie del Santo Protettore della città e la sua maschera mortuaria in cera, entrambe esposte in un&#8217;urna d&#8217;argento, all’interno di un monumentale mausoleo marmoreo che, scolpito a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="L'olio di San Bernardino" link="http://www.blogdegliautori.it/danielaquieti/olio-di-san-bernardino/"><p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin: 5px 10px" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2009/10/basilica-san-bernardino.jpg" alt="Basilica di San Bernardino" width="276" height="280" />Occhi disperati cercano risposte nel cielo che ora appare dall’enorme squarcio sulla cupola, quella della basilica di San Bernardino, a L’Aquila. Un gioiello architettonico rinascimentale che conserva le spoglie del Santo Protettore della città e la sua maschera mortuaria in cera, entrambe esposte in un&#8217;urna d&#8217;argento, all’interno di un monumentale mausoleo marmoreo che, scolpito a bassorilievo e firmato da Silvestro Dell’Aquila, si erige in una grande cappella affrescata da Cenatiempo.<br />
Anche il campanile ha una spaccatura arrecata dalla disastrosa caduta delle campane. E pensare che, proprio su una di esse, è incisa la scritta “San Bernardino proteggici dal terremoto”.<br />
Perché questa chiesa ha già subito, nei secoli, violenze da terremoti.<br />
La costruzione della basilica iniziò nel 1454, dieci anni dopo la morte di San Bernardino. Ma i lavori furono interrotti nel 1461, proprio a causa di un sisma.<br />
La costruzione fu poi completata nel 1542, ma una nuova scossa tellurica, nel 1703, ne devastò l’interno barocco risparmiandone, miracolosamente, il bel frontale.<br />
Indubbiamente, guardando il cumulo di macerie di un luogo in cui più nulla è di nessuno, tra le lacrime per la perdita di vite e di speranze, forse la distruzione di una testimonianza religiosa e artistica, pur se di un prestigioso passato che ha sfidato il tempo per arrivare fino a oggi, può mostrarsi non importante.<br />
Tuttavia, è anche la storia, la nostra, a essere stata dolorosamente ferita.<br />
Nel primo progetto, di cui non si conosce il nome dell&#8217;architetto, la chiesa aveva una struttura somigliante a quella di Santa Maria del Fiore di Firenze. Infatti, San Bernardino nacque in Toscana, dalla famiglia degli Albizzeschi di Siena, l&#8217;8 settembre 1380 e morì a L’Aquila il 20 maggio 1444.<br />
Fu santificato dal papa Niccolò V nel 1450.<br />
Prese l’abito dell&#8217;Ordine dei Frati Minori a 22 anni e fu un grande predicatore, soprattutto nell’Italia settentrionale.<br />
È citato nella storia del pensiero economico perché scrisse un’opera completa sul sistema produttivo che ha per titolo “Sui contratti e l’usura”, in cui tratta argomenti relativi alla proprietà privata, all’etica del commercio e alla determinazione del rapporto tra valore e prezzo, biasimando severamente l&#8217;usura.<br />
<span id="more-4738"></span>Le sue considerazioni si compendiano nel concetto che la proprietà non appartiene all’uomo, bensì è un mezzo elargito da Dio per l&#8217;uomo, affinché produca un miglioramento in tutta la collettività.<br />
San Bernardino fu incessante e chiaro nella divulgazione della fede e dei suoi principi, procurandosi molti nemici, soprattutto in alcuni ambienti di imprenditori, tanto da essere accusato di eresia e dover subire addirittura dei processi.<br />
Ma il Santo fu pienamente assolto dall’imputazione e, nonostante fosse afflitto da diverse infermità, continuò a prodigarsi, assiduamente, nell’evangelizzazione dei fedeli.<br />
Tante sono le conversioni e le riconciliazioni legate alla sua parola.<br />
Nel 1444, quando il vescovo Agnifili lo invitò ad andare a L&#8217;Aquila per cercare di pacificare due opposte fazioni che si contrapponevano aspramente in città, era già molto malato.<br />
Il viaggio fu pieno di sofferenze, vi giunse stremato e morente e non poté svolgere il ciclo di prediche che si era prefissato. Quando stava per arrivare, San Bernardino ebbe una visione che lo profetizzava protettore di questa città e, pochi giorni dopo, al crepuscolo, sentendo imminente la fine, chiese di essere disteso sul pavimento dove morì, nudo e con le braccia allargate come in croce.<br />
I frati che lo avevano seguito tentarono di ricondurre il corpo a Siena, ma gli aquilani, raggruppati tutti insieme, lo impedirono, accordando loro di portare via solo gli abiti indossati dal Santo, attualmente custoditi nel convento della Capriola, sul colle da lui più amato.<br />
Si racconta che, proprio mentre le risse tra i dissidenti si animavano intorno al suo corpo, questo cominciò a sanguinare nella bara e l’emorragia seguitò per arrestarsi solo quando i contendenti  capirono di doversi riconciliare.<br />
Fu poi il papa Eugenio IV a concedere ufficialmente il privilegio di custodire le spoglie di San Bernardino nella basilica a lui intitolata.<br />
Particolarmente devoto al Santissimo Nome di Gesù, il Santo immise nell&#8217;iconografia popolare il Cristogramma JHS. Disegnato da lui stesso &#8211; perciò considerato anche patrono dei pubblicitari &#8211; le lettere JHS, poste su un sole splendente in uno sfondo azzurro, furono interpretate come le prime tre lettere del nome di Gesù in greco, ma anche come l’abbreviazione del motto costantiniano “In Hoc Signo“ e  “Jesus Hominum Salvator”.<br />
È il simbolo della devozione nei suoi confronti consolidatasi nei secoli, esposto su numerosi ingressi di stabili aquilani e presente un po’ ovunque San Bernardino ha predicato, un emblema celebre che risalta soprattutto sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena ad opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro.<br />
Il vincolo con la terra d’origine non si è mai spezzato.<br />
Ogni anno, il 20 maggio, come da tradizione, la diocesi di Siena assicura che la delegazione di una scuola si rechi a L’Aquila, nel nome di San Bernardino, recando in dono l&#8217;olio per alimentare il fuoco della lanterna che arde, ininterrottamente, davanti al suo corpo.<br />
Ma, a causa del terremoto, la tradizione rischiava di interrompersi. Fortunatamente, si è, invece, solo capovolta.<br />
Per non sospendere questo legame proprio in un momento doloroso, sono stati i colleghi senesi a offrire ospitalità agli alunni aquilani.<br />
Sono andati questi, per una volta, a prendere l’olio, detto dell’amicizia, quell’olio d’amore che, nel nome di San Bernardino, saprà lenire le ferite degli affetti e delle certezze dissolte, ma anche di quel capolavoro che è la basilica dove il Santo Protettore riposa, testimone di una storia italiana di grande spiritualità che ha attraversato i secoli per confermarsi ancora in tutta la sua attualità in questo presente e nel nostro futuro.</p>
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