Quel che resta del tempo di Daniela Quieti

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Quel che resta del tempo di Daniela Quieti

Quattro passi in un’antica città -

Venite nella mia città! Vi aspetto, all’imbrunire, sul nuovissimo “ponte del mare”, l’agile capolavoro urbanistico che unisce le due riviere di Pescara: la nord e la sud.
Vi terrò impegnati un paio d’ore, il tempo di una passeggiata… promesso!
Prima di muoverci, diamo “uno sguardo dal ponte”… verso le montagne… le cime del Gran Sasso disegnano nel rosa del tramonto il mirabile volto della “bella addormentata”.
Se spostiamo lo sguardo sulla sinistra, ci emoziona e intimidisce il massiccio della Majella, la Montagna Madre.
Sotto di noi i pescherecci risalgono il “vetus flumen” dopo una lunga giornata di lavoro. I pescatori ci salutano e noi ricambiamo il loro saluto.
Nel porto turistico galleggiano pigramente gli yacht e le sartie tintinnano al vento. L’orizzonte è sconfinato nel verde Adriatico e la città offre una pigra immagine della sua spiaggia, dei suoi palazzi, delle sue colline. Non lontana la stele del teatro D’Annunzio.
Scendiamo verso Piazza Italia. [Continua...]

Racconti di Maria D’Ambra

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Racconti di Maria D'Ambra

SOS -

Nessuna interferenza né precarietà. Si praticava la respirazione mano nella mano non esisteva quella bocca a bocca, né tanto meno quella soldo a soldo. Non si andava. Si stava fra lo stormire d’ali e il metronomo segnava un passo lieve sull’unica nota, il sì, che per libera scelta s’intersecava al battito per l’arte sacra, per suonare su una tastiera a dieci o a mille mani, un pezzo tratto dall’intesa e un’aria estrapolata dall’unione.
In quel luogo beato la vita s’identificava con la vita e la lotta col frangersi dell’anelare a niente che non fosse il già posseduto e del quale si godeva.
Mai una volta che Lucifero facesse capolino da una vegetazione lussureggiante di opere buone e prolifica di casti sentimenti, mai una volta che il piacere fosse prevaricato dal dovere e mai una volta che avessi sentito un obbedisco. Nell’ubbidire si provava l’effimera sadica gioia del despota che impartisce ordini e nell’eseguire la volontà Divina la felicità della bimba vegliata da una vera madre.
Fra le delizie navigavo, senza remare, quando un cataclisma, un boato terrificante spazzò la primavera ed ebbe inizio la mia vita di bruco sul Pianeta.
Vivevo prima della metamorfosi ma sulla terra tutto era capovolto così la farfalla si trasformava in verme e da verme si accingeva a morire di vita.
In nome del Padre del Figlio dello Spirito Santo e così inizia la litania. Si va stamattina come ieri, domani e dopodomani. Dove si va? Non si va per fragolette (1) né al monte né al piano; si va a decidere, ed incassare lividi stamattina come ieri, domani e dopodomani. [Continua...]

Palpitanti emozioni di Giuseppe Sciascia

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Maledetta chiave -

Correva l’anno 1970. Erano le ore diciannove di una tiepida giornata primaverile, le ombre si allungavano, cominciava a imbrunire. Nella pista di pattinaggio e nel parco giochi, ricavati in un’area verde tra alberi secolari di varie essenze, alla periferia della città di Bonsur, capoluogo di una vasta provincia di una nazione del centro Europa, erano rimaste poche persone.
Una procace ragazza bionda stava riponendo i pattini a rotelle in una borsa sportiva.
«Sono Konrad,» le disse un bell’uomo di media età, elegante, con vestito grigio scuro a doppio petto, camicia bianca e cravatta blu, soggiungendo «dove abita?»
«A un paio di chilometri da qui, in via Fater» rispose lei.
«Ma guarda un po’ che combinazione, devo passare proprio da lì, vuole un passaggio? Ho l’auto parcheggiata giusto a due passi» disse lui, indicando con un braccio una lussuosa vettura sportiva rossa.
«Grazie, non si disturbi» si schermì lei.
«Si figuri, andiamo pure» incalzò lui avviandosi. E subito le chiese:
«Come si chiama?»
«Greta Smart» rispose lei, accondiscendente. Era tranquilla, non solo per le buone maniere di quella persona, ma anche lusingata di salire su quella bella macchina, pur se un po’ confusa per quanto le stava accadendo.
Partirono, ma dopo un breve tratto di strada lui si frugò nelle tasche e disse: «Per la miseria devo andare a pagare l’avvocato ed ho dimenticato il libretto degli assegni. Le dispiace se faccio una puntata fino a casa?»
«Abita lontano?» [Continua...]

Angeli caduti di Beppe Iannozzi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La morte con i tuoi occhi -

Quella doveva essere una serata uguale a tante altre, la solita monotonia.
Il crepuscolo, un grande occhio nero proiettato nell’infinito; a Max niente avrebbe cambiato la sua umile brutale esistenza… Ormai era certo che sarebbe invecchiato senza combinare nulla di buono nella vita. Con le donne non ci sapeva fare: gli amici gli avevano appiccicato addosso il triste destino d’esser un misogino, un destino che lui ricusava con violenta impotenza pur riconoscendo nell’intimità sessuale che quel destino era la sua vera natura. Non rare erano le volte che si provocava scarificazioni di ogni tipo, giusto per sentire che ancora era vivo; e non di rado la sua frustrazione finiva in eccessi di violenza gratuita contro la sorella. Per un nonnulla l’accusava d’esser una zambraccia: bastava che si pittasse con un po’ di rossetto perché Max montasse su tutte le furie; ed allora volavano schiaffi, e le lagrime di lei si consumavano nei singulti, nel silenzio della sua camera. Simili scenate di gelosia, quasi incestuosa, avevano luogo soprattutto alla sera quando Max sentiva opprimente il peso d’una solitudine non voluta: il telefono non squillava mai per lui e questo fatto lo faceva andare in bestia. Odiava la sorella che si preparava per uscire: dentro di sé sentiva pulsione di farle del male, di possederla in qualche modo, e se non fosse stato per la moralità cattolica, che suo malgrado nutriva in seno, le sarebbe saltato addosso per darle il fatto suo. Poi la rabbia scemava e la debolezza lo faceva prigione della sua verginità. Sbattendo la porta della camera di sua sorella, Max trovava rifugio davanti alla finestra, cercando indarno di rattenere le lagrime. Nella mente mille immagini si sovrapponevano in una confusione che non poteva non scatenargli una forte emicrania nervosa: non negava a sé stesso d’aver paura della sua natura tanto fragile, e l’apparente quiete del cielo spiato attraverso il vetro macchiato dal fumo di città era per lui un’ulteriore conferma che l’essere umano era soltanto un errore biologico prodotto e riprodotto nel corso dei secoli. [Continua...]

La scuola delle catacombe di Ada Zapperi Zucker

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Tresl del Lärchenhof -

Siamo partiti dal paese di buon mattino per evitare i tanti turisti che ancora in queste ultime giornate di fine estate sconvolgono con la loro presenza il silenzio e la solitudine di queste montagne.
In cammino da molte ore, andiamo quasi senza parlare, presi dalla magia dei luoghi che attraversiamo, dalla pace infinita, dal respiro della terra e delle piante, fermandoci solo qualche secondo, il fiato sospeso, per non disturbare gli abitanti del bosco: un cerbiatto spaurito che scompare subito nel fitto del fogliame; un grosso uccello che si allontana sbattendo le ali, silenzioso, forse a caccia; un altro uccello che squittisce lontano – un richiamo, un avvertimento? – il silenzio pieno di attesa, interrotto solo dallo scalpiccio dei nostri passi, dal nostro alito, dai rami secchi che si spezzano al nostro passaggio. Un silenzio cui non siamo abituati, fatto di misteriosi fruscii, vibrante di una sua vita segreta.
Usciamo dal bosco e la vista si allarga, spazia fra montagne e vallate che si perdono in un orizzonte senza confini. Su in alto avvistiamo un puntino, una baita in luogo impervio, solitario, che si addossa alla roccia quasi a cercarne protezione.
Man mano che ci avviciniamo, scopriamo una rovina, qualcosa che a noi sembra un rifugio buono solo per ospitare il viandante sorpreso dalla notte e dalla neve. Il vento ha scoperchiato il tetto della piccola stalla adiacente. Si vedono pezzi di scandola sparsi ovunque nel raggio di qualche metro. I sassi che avrebbero dovuto fare da contrappeso sono volati via come fuscelli: uno stato di abbandono non certo di recente data. Contro il vento non si può nulla, si dice nel villaggio. Quando arriva la tramontana si può solo aspettare che smetta, possibilmente in luogo riparato. Magari recitando il rosario.
Il piccolo camino, situato in un angolo protetto, vicino alla roccia, forse per non essere trascinato via dal vento, lascia indovinare una presenza umana. Fuma, infatti, anche se assai modestamente.
Qui di notte la temperatura deve scendere di qualche grado sotto zero già nel primo autunno. Ne abbiamo osservato i segni sulle ultime foglie intirizzite che pendono gelate dai rami quasi spogli; sul muschio coperto da una brina che scricchiola sotto gli scarponi sciogliendosi nel nulla: pezzetti di cristallo ancora pieni di luce pronti a frantumarsi sotto la violenza dei nostri passi, senza lasciare traccia di sé. Qui l’estate è breve. E anche l’autunno. Solo l’inverno mette radici. [Continua...]

La venditrice di piccole cose di Patrizia Bartoli

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Da La Signora Parrini -

Nascosta dietro le tendine bianche ricamate a mano, la signora Parrini sbirciava fuori dalla finestra. Il postino aveva suonato due volte e aspettava impaziente al di là del cancello che chiudeva il modesto giardino. Aveva a tracolla la pesante borsa e reggeva con la mano sinistra la bicicletta, mentre nella destra stringeva una piccola busta leggermente rigonfia.
Olga Parrini allungò il collo e strinse i suoi occhi da miope nel tentativo di osservare meglio senza farsi scorgere. Era spinta dalla curiosità, ma non poteva aprire la porta di casa, affacciarsi sulla veranda e ritirare la posta. Non lo faceva più da tempo: il signor Parrini, suo marito, non voleva e lei non avrebbe mai avuto la sfrontatezza di disubbidirgli.
Erano molte le cose che Olga non faceva perché il marito gliele aveva proibite.
Quando il signor Parrini era al lavoro, il che voleva dire tutti i giorni dalle otto a mezzogiorno e dall’una alle cinque, nel suo ufficio di contabile presso la SMI, Olga non doveva mai aprire la porta a nessuno, estraneo o conoscente che fosse.
Il campanello suonava inutilmente e in quelle ore del mattino e del pomeriggio la casa sembrava vuota.
La signora si aggirava tra le stanze pulendo, mettendo in ordine, in silenzio, come un fantasma. Non apriva mai le finestre, né quella della cucina che dava sulla strada, né quelle del salotto e della camera che si affacciavano sul giardino, non usciva mai nell’orto dove c’era il pozzo e, se doveva lavare o stendere il bucato, lo faceva quando suo marito era tornato. Ascoltava la radio; non avevano la televisione, ma, del resto, pochi in quei primi anni Cinquanta la possedevano. Trascorreva molte delle ore solitarie leggendo La Nazione e i settimanali Oggi e Tempo, i suoi preferiti. [Continua...]

Il fardello dei piccoli uomini di Concetta Angelina Di Lorenzo

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Da La ricchezza più grande -

Il mare s’accende di luce rossa come il fuoco che innalzandosi ad abbracciare il cielo diventa sempre più chiara ed intensa. Il suo strascico si posa ovunque accarezzando ogni piccola creatura. S’illumina un nuovo giorno: il primo di Ottobre tanto atteso da Carmine.
Tutto è pronto per un nuovo cammino, mamma Carolina per il lieto evento ha preparato un’ abbondante colazione: zuppa di latte di pecora e pan di spagna, ha posto in un tovagliolo un pezzo di pane con la marmellata.
La cartella di cartone è adagiata sulla sedia, il manico brilla e così pure le fibbie: Carmine vestito a nuovo sorride, saluta la mamma e con stupore si avvia verso la scuola.
Il sentiero è scosceso, le scarpe nuove non hanno una buona presa sul selciato, il ragazzo ogni tanto si ferma e osserva il paesaggio intorno, pensando ai viaggi che ha fatto con suo padre lungo i sentieri che conducono verso i paesi limitrofi.
Voci di bimbi s’intrecciano attorno a lui: alcuni piangono, altri vogliono stare con i genitori.
Carmine è solo ed emozionato: suo padre Giacomo è partito presto con il gregge verso un nuovo pascolo, mentre la mamma si dedica come sempre alla gestione della casa ed agli animali domestici.
La scuola è un vecchio edificio posto all’inizio del paese, ha una lunga scala esterna e sulla porta d’ingresso vi è appesa una campanella. Si affaccia una robusta signora, ad alta voce chiama i ragazzi e li separa in piccoli gruppi ognuno dei quali si dirige poi in classi diverse. [Continua...]

Cardiogramma di Cosetta Piccola

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Seduzione-

L’arrivo di Roberto fu simile a un temporale estivo notturno, un temporale che, anche se annunciato, sembra esageratamente repentino e violento. Come tutto il resto dell’estate, forse. Forse.
Il temporale è annunciato dall’aria che s’incupisce, da orrendi nuvoloni scuri che s’ammassano nel cielo e poi da lampi che si preferirebbe chiamare saette per quel loro guizzare nel cielo, unico e irrepetibile. Poi, dopo la burrasca d’acqua, notte o giorno, tutto sembra più pulito, più desiderabile, più fresco, come se il peso dell’estate fosse, all’improvviso, più sopportabile.
Questo e tante altre cose fu l’arrivo di Roberto, unico maschio giovane tra tante donne o meglio, tante femmine, piccole e grandi.
Ognuno si sentiva a suo modo elettrizzato, compreso nella parte, tranne il Padre che intuiva, con il fiuto atavico del maschio, nascosto sotto il rasoio Giletti monouso e il filo interdentale, lo spiazzamento causato da un altro suo pari, sebbene della sua tribù e, malgrado tutto, suo ospite. La Madre correva avanti e indietro perché poco era il tempo che le restava dopo il lavoro, ma in realtà nella sua parte più intima, forse neppure da lei conosciuta, c’era l’ansia finalmente di accudire un giovane maschio che suo non era, e neppure figlio, ma la natura umana, si sa, va avanti più spesso per contrasti che per logica.
«Dove lo mettiamo?» tutti si dissero e dissero, dando per scontato che sarebbe rimasto lì a studiare, dato che era il posto vicinissimo all’università e non era il caso che pagasse altri soldi o che stesse solo ecc. ecc. Certo non poteva stare nella stanza delle Sorelle, tra due letti a castello, un armadio, le sedie, le mensole e l’età delle ragazze, così ingombrante: quindici e diciassette anni. [Continua...]

Come foglia al vento di Gina Ceroni

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Da La superbia-

Percorro la stradina di campagna, è sterrata e ciottolosa, le alti siepi che la delimitano sono ricche di ginestre, pungitopo, felci e roselline selvatiche. A un certo punto, il viottolo campestre si immette in una strada provinciale che porta a un paese, la imbocco e lentamente mi avvicino, c’è un cartello con una scritta: “Scansano”.
Vedo un paese situato in vetta a una collina, immerso in una vasta campagna ricoperta da vigne e oliveti, un agglomerato urbano ricco di enoteche e di cantine. E un borgo con antiche vie, vecchie corti e vecchi lavatoi, con le strade più esterne ancora in pietra come centinaia di anni fa.
È una bella giornata, e la magia dei colori autunnali accende il paesaggio, le nuvole volteggiano in cielo come ballerine, corrono e si riproducono con forme sempre nuove e diverse; il vento, melodioso, passa tra i vicoli e mi fa danzare insieme alle altre foglie. Percorro lentamente le stradine, dove si spande l’odore del mosto, gustandomi il fascino di ogni angolo e di ogni pietra di questo incantevole paese. Questo antico borgo era luogo di villeggiatura dei funzionari del Granducato di Toscana, che vi si trasferivano per sfuggire il caldo umido dell’estate grossetana. Dopo averlo visitato, mi soffermo nella sua piazzetta, dove in un canto c’è un piccolo ristorante con i tavoli all’aperto. L’autunno è nell’aria, nel sole splendente e ingannevole, mentre l’aria fredda e pulita sa già d’inverno, nel cielo limpido, e soprattutto nel vento, il vento, mio padrone, che mi induce a rimanere per un po’ in questo delizioso paese dove casualmente capto i pensieri di una dolce signora di mezza età seduta a un tavolo del ristorante. [Continua...]

La morte muove e perde in 7 mosse di Mario Corte

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

 

Il grande vetro senza uscita -

Un insetto volante entra da una portafinestra aperta. Dopo un volo di qualche decina di centimetri si posa sul vetro, chiuso, di una finestra vicina. Da quel vetro entra una gran luce, ma non c’è uscita. L’insetto volante, percependo quella luce, insiste a percorrere il vetro in tutte le direzioni per raggiungerla, ma non ci riesce. La via d’uscita è vicina: è la portafinestra, che è aperta. Ma il vetro della finestra chiusa è molto più grande. Ricorda lo spazio aperto. L’insetto volante è convinto che, se lo percorrerà tutto, prima o poi raggiungerà la luce. Estenuato da quella ricerca inutile, si ferma. Si riposa. Sembra sospettare qualcosa. Poi ricomincia a percorrere il grosso vetro in cerca della luce. Se c’è luce, c’è aria aperta, pensa. Tenta persino di scavare il vetro. Prima credeva che fosse fatto d’aria, ora sa che è un’aria più dura di quella che lui conosce. È di nuovo estenuato. Comincia ad adattarsi all’idea della morte. Nel suo mondo è successo qualcosa di imprevisto e di fatale, voluto da un dio capriccioso che si diverte a strappare alla natura i suoi figli e a sequestrarli in un incubo dove la luce non è più raggiungibile, per quanti sforzi si facciano. L’insetto volante accetta il suo destino. [Continua...]

Una vita difficile di Vittorio Sartarelli

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Quando la Terra trema-

Il racconto che ci accingiamo a narrare è una parte delle vicende che hanno accompagnato la vita di Marco fino al suo felice matrimonio e riguarda proprio la coppia di giovani sposi, Sara e Marco, alle loro prime esperienze lavorative ed alle loro altre, prime e molto più importanti esperienze di novelli genitori. I fatti, reali e veri, sono ambientati nella Sicilia Occidentale ed il periodo storico è quello degli anni ’60 con tutte le caratteristiche e le problematiche socio economiche di quell’epoca.
Mentre Marco lavorava, duramente in Banca, la moglie, insegnante fuori ruolo, faceva la sua parte cercando d’inserirsi, coscienziosamente, nel mondo del lavoro che riguardava la Scuola. Faceva le supplenze e gestiva dei corsi d’istruzione popolare promossi da Enti Sociali, tutte esperienze lavorative che le facevano acquistare punteggio utile a farla avanzare nell’affollatissima graduatoria provinciale degli insegnanti non ancora di ruolo.
Parallelamente, portava avanti un’altra esperienza, molto più impegnativa, era incinta e quella gravidanza le avrebbe consentito, ad un anno quasi dal matrimonio, di diventare mamma. Nacque così, di lì a poco, il loro primo figlio: era una splendida bambina alla quale dedicarono tutto il loro affetto e le cure più amorevoli di novelli genitori.
La nascita di un figlio, indubbiamente, rappresenta una delle gioie più grandi della vita di coppia e significa tante cose, è come un suggello tangibile all’amore tra due persone, il perpetuarsi di una parte di noi stessi nel futuro, il tramite del realizzarsi di speranze e desideri non completamente raggiunti dai genitori. Significa anche, attribuirsi consapevolmente l’impegno di educatori, con tutte le implicazioni conseguenti, in definitiva, avere un figlio significa anche avere creato un nuovo mondo, tutto da scoprire e da plasmare che poi, probabilmente, non sarà come si sarebbe voluto che fosse.
Del resto, ogni individuo è un’entità a se stante, indipendente e diversa dalle altre, spesso, completamente dissimile dai genitori, almeno in alcune cose, che la porteranno ad avere una sua esistenza con idee, obiettivi, speranze e personalità diverse. A due anni di distanza da quel meraviglioso primo evento, se ne aggiunse un altro, con la nascita del loro secondo genito, questa volta si trattava di un maschio, del quale furono felicissimi soprattutto sua moglie che lo aveva tanto desiderato. [Continua...]

Il vento dei sentimenti di Sara Ciampi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

L’albero di Natale -

Un vento gelido spazzava le vie illuminate della città e soffiava, soffiava forte tra la gente che, avvolta in pesanti cappotti o in lussuose pellicce, si affrettava a fare gli ultimi acquisti per il Natale ormai alle porte. Infatti era già passata la metà di dicembre e molte persone dovevano ancora scegliere i doni per amici e parenti. I fanciulli, fieri di indossare giacche imbottite, calde sciarpe e colorati cappelli di lana, passeggia -vano al fianco dei loro familiari, osservando soddisfatti le originali luminarie delle vie ed  incantandosi di
fronte alle più svariate ed allegre decorazioni natalizie, che addobbavano le vetrine dei negozi. Il clima di quel tardo pomeriggio era molto rigido e ad un certo momento iniziò a nevicare. Molti bimbi dagli animi spensierati, entusiasti alla vista dei primi fiocchi di neve, cominciarono a gridare di gioia al pensiero del manto candido e puro che all’indomani avrebbe ricoperto tutta la città.
Nella strada principale si trovavano due grandi negozi, l’uno accanto all’altro: un enorme emporio di giocattoli ed una raffinata profumeria. Davanti alla porta d’ingresso del primo era stato collocato un abete finto alto quasi due metri, bellissimo, curato in ogni minimo particolare ed addobbato con numerose palline colorate, luci intermittenti di ogni genere e filamenti argentati. Davanti al secondo negozio invece era stato messo un giovane albero vivo, alto circa un metro, senza radici, ma ben piantato in un robusto vaso di coccio, ugualmente decorato e splendente in tutto lo sfarzo dei suoi ornamenti.
Una fredda notte, prossima al giorno di Natale, accadde un episodio incredibile: i due alberi cominciarono a dialogare. [Continua...]

Rosso Porpora di Laura Ficco

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Il precipizio della scogliera * -

Trovare le parole per raccontare chi sono non è facile, ma oggi che mi sento particolarmente giù d’umore mi garba, forse è un pretesto per farmi compagnia, la solitudine è ciò che mi lascia orfano nella marea di esseri che ci circondano.
Provengo dalla lontana terra di Dower, la mia famiglia medio borghese era molto cattolica e a noi tre figli (un maschio e due femmine) aveva elargito buoni principi educativi. Il mio carattere timido e vergognoso mi portava spesso ad isolarmi ed invece di correre dietro le gonnelline corte, torturavo la mente con interrogativi esistenziali.
Mi spaventava la morte, eppure avevo solo ventidue anni, ero reduce dalla maturità classica e mi accingevo ad iscrivermi all’università nella facoltà di giurisprudenza.
Spesso e volentieri mi ritrovavo tra i sentieri delle verdi colline d’Irlanda, con il vento che sibilava misteriosi canti, scompigliandomi i lunghi capelli biondo castano mentre il mare con foga s’infrangeva violento sulle scogliere, formando una meravigliosa schiuma, dondolio carezzevole che attirava il mio sguardo e seguendo l’armonioso ritmo che alleggeriva i tormentosi pensieri.
Giorno dopo giorno durante le passeggiate, senza accorgermene la mia pelle si coloriva di un bronzo chiaro molto delicato mettendo in risalto gli occhi azzurri colore dell’oceano.
Durante una delle solite passeggiate incontrai un gruppo di turisti indiani, scattavano tante fotografie, era evidente che il suggestivo scenario della nostra terra li aveva incantati.  Tra loro mi colpì la rara bellezza di una ragazza dalla pelle olivastra con occhi a mandorla neri come fuliggine, un‘intrigante creatura che suscitò in me il desiderio di incontrarla ancora, adeguai così gli orari delle mie passeggiate alle loro escursioni.
Anch’ella mi rivolgeva sguardi caldi e ammirati, ma la timidezza lambiva le sue gote.
Un pomeriggio la ragazza si presentò sola davanti a me. Parlava perfettamente la lingua inglese, disse di chiamarsi Azira. D’improvviso cessò di parlare e voltandomi le spalle s’incamminò con ritmo lesto e nervoso in direzione del mare. Stupidamente, come un cagnolino, senza alcuna domanda la seguii con lo stesso ritmato passo.
Non ebbi una chiara spiegazione di ciò che mi accadeva: sembrava una magica e piacevole favola. [Continua...]

Homo Precarius

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Nel Paese di Az oggi è un giorno davvero speciale. Sta per iniziare, infatti, una importantissima conferenza scientifica che ha per relatore il famoso professor seppia Tim, accompagnato dal suo altrettanto noto collaboratore seppia Tam. L’argomento in questione è di quelli che scottano, visto che i due scienziati hanno promesso di svelare l’ultimo anello mancante della antichissima catena evolutiva umana, e hanno perfino annunciato  di spiegare le ragioni che hanno portato alla fine del mondo degli uomini e alla nascita di quello delle seppie. Le idee sostenute da questi due scienziati hanno già causato un vero e proprio terremoto, soprattutto negli ambienti più conservatori e più legati alla chiesa delle seppie, poiché la tesi da loro ipotizzata contraddice clamorosamente quanto è riportato negli antichi testi sacri. Secondo la loro opinione,  infatti, alla base dell’ attuale mondo non ci sarebbe stata la volontà creatrice del  Dio Seppione Vigor, bensì una chiara catena di eventi tutti spiegabili da un punto di vista strettamente scientifico. E soprattutto le seppie  non sarebbero stata l’unica specie vivente intelligente di questo pianeta, poiché prima di loro il mondo sarebbe stato dominato addirittura da un’altra specie: quella degli uomini.

In questo storico giorno dunque la grande sala è gremita di seppie, e  ci sono pure tutte le più importanti tv e radio del mondo, e non mancano naturalmente le dirette con almeno diecimila siti web.

Questo è l’evento dell’anno e forse del secolo e i presenti, e non solo loro, sono assai impazienti. Nelle prime due file di sinistra ci sono i giornalisti delle più famose testate del pianeta e alcuni scienziati che porranno delle domande ai due luminari, sulla destra invece hanno preso posto le più importanti autorità politiche nazionali ed estere.

La sala è stracolma, tutto è pronto, le seppie discutono animatamente e l’atmosfera è carica di tensione e di attesa.

Alle cinque e zero cinque arrivano finalmente i due protagonisti. Cala il silenzio e tutti si concentrano su quello che stanno per dire i due scienziati seppia. [Continua...]

Bastoncina

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Era una delle stelle più piccole del firmamento.
Ogni notte illuminava il buio profondo del cielo con le altre stelle, e la sua luce, anche se piccola, era tra le più splendenti.
Un giorno, dopo aver attraversato nello spazio una tempesta di onde magnetiche molto violente, iniziò a sentire alle sue punte dei dolori che col tempo divennero sempre più forti. Sperò di guarire, ma il Medico-delle-Stelle dovette purtroppo toglierle ogni speranza: ai danni delle onde magnetiche non c’era rimedio, la stellina era dunque destinata a non poter più salire con le sue sole forze ai livelli più alti del cielo.
Ma lei non si scoraggiò: si fece dare dagli angeli un piccolo bastone per sostenersi e tentare di salire più in alto che poteva.
Non capita tutti i giorni di vedere una stellina che si sposta nel cielo appoggiandosi a un bastoncino, e grande era la meraviglia delle comete e degli asteroidi che la incontravano. Le stelle sue sorelle, che ogni notte la aiutavano a salire, la chiamarono Bastoncina.
Ma con il trascorrere degli anni le stelle si stancarono di aiutarla: erano troppo impegnate, c’era tutto un universo da illuminare, non c’era tempo per lei.
E così Bastoncina, tristemente, dovette rassegnarsi a rimanere confinata nei livelli più bassi del cielo, orbitando lentamente intorno alla Terra sempre appoggiandosi al suo piccolo bastone.
Passò forse qualche decina di secoli, poi una notte la stellina stava percorrendo il suo solito cammino quando scorse la figura luminosa di un angelo che le si avvicinava rapidamente. [Continua...]

La bottiglia di vino, il ladro e l’io ritrovato

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

1968, da poco laureato, ebbi in dono una bottiglia di vino pregiato.
Un mio vecchio e vero amico degli anni universitari sapeva che apprezzavo il buon vino.
Se ne ricordò e alcuni mesi dopo la laurea me lo vidi arrivare.
Aveva difficoltà economiche nel proseguire gli studi.
La famiglia aveva avuto dei problemi dopo la morte della madre e di una sorella e il padre aveva un lavoro saltuario.
Lui si dava da fare con tanti lavoretti, qualche lezione privata e quant’ altro gli permettesse di guadagnare qualche soldo per pagarsi gli studi.
Riusciva ad andare avanti. Ritardò di parecchi anni la laurea ma alla fine riuscì a prenderla.
Quando mi portò la bottiglia non ancora si era laureato.
Me lo vidi arrivare una sera di maggio del 1968. La primavera era avanzata, la giornata era stata piena di sole.
Il sole che quando a Napoli c’è luce folgorante in un mare dove il riflesso del Vesuvio trasforma l’acqua azzurrina in una splendida donna dagli occhi accesi che si protende sulla città.
Abitavo, allora, in una strada non molto affollata,anche perché non c’era il traffico di oggi.
In casa c’era una vecchia , ma solida credenza,che era di mia madre.
Ancora è in mio possesso.
Ha una struttura solida: due cassetti in alto, porta a due ante: un grosso solido rettangolo.
Quando entrò in casa quella sera del due maggio 1968, ricordo ancora la data, stringeva fra le mani, con lieve imbarazzo nella posizione delle braccia, un cartoccio che manifestamente conteneva una bottiglia. [Continua...]

Che fine hanno fatto le pecorelle?

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La mattina di Natale, all’alba quando ancora tutti dormivano, nel presepe di casa Rossi si scatenò un putiferio. Baldassarre si metteva e si toglieva continuamente il turbante tutto agitato, parlando con la pastorella venuta dalle colline seguendo la cometa, un angelo di terracotta non aveva idea di che pesci pigliare e chiamava Dio a gran voce, mentre Melchiorre passava i minuti a girare come un matto da ogni statuina interrogandola fino allo stremo.
Ma non c’era nulla da fare. Maria e Giuseppe cercavano di tappare le orecchie a Gesù bambino mentre un Gaspare infuriato diceva cose che non si dovrebbero mai dire, men che meno in un presepe la mattina di Natale!
«Insomma, un po’ di contegno!» gridò ad un certo punto un pastore con una lunga barba nera, che era senza un orecchio per via di un incontro ravvicinato con la piccola di casa di due anni.
«Non siete alla fiera, insomma! E’ mai possibile che vi comportiate come statuine qualunque?»
Al che il mugnaio uscì dal suo mulino made in China, ancora tutto infarinato e rosso in faccia.
«Forse tu, caro mio, non capisci minimamente la gravità della situazione. Che dignità può avere un presepe senza pecore?» Al che un borbottio quasi unanime si propagò per i muschi e i sassolini bianchi.
D’un tratto sbucò dalla mangiatoia il bue assonnato, che la sapeva sempre lunga sui pettegolezzi di casa, e sussurrò con fare da cospiratore:
«In verità si dice, e questo me l’ha detto Sbrodolina nella cesta dei giochi, che gliel’ha detto Pikachu, che ha parlato ieri sera coi Teletubbies sulla mensola, che le pecore sono state rapite!!»
Ogni statuina ricevette la notizia come se gli avessero detto che era ora di cambiare presepe. La madonna si mise a piangere disperata, e fece ciò che le riusciva meglio, pregare. L’asino salì in cima ad una montagna di cartapesta e iniziò a ragliare: «Rapite! Rapite!» e l’acqua della fontanella per un paio di secondi si fermò, mettendosi in ascolto.
Insomma, si stava scatenando un vero inferno. Chi è che aveva rapito le pecorelle dal presepe? Ogni statuina, senza volerlo ammettere, si sentiva fortemente minacciata. Mai nessuno aveva attentato alla loro vita! E ora una figura misteriosa le faceva sparire! Forse ci sarebbe stato pure un prossimo rapimento?
All’improvviso l’asinello trovò un biglietto tra la paglia, proprio dove prima c’era una bellissima pecorella con la lana di nylon. L’asino lesse il biglietto e scoppiò a ridere, poi lo passò a Gaspare che imprecò, che lo passò a Melchiorre che lo lesse a voce alta, cercando di trattenersi e diventando così di un viola paonazzo.

«Qui è il sindacato PP, Pecorelle del Presepe. Dati gli ultimi rilevamenti fatti sulla condizione delle stesse, abbiamo indetto uno sciopero generale il giorno di Natale o 25 dicembre, seguito da una manifestazione in piazza. Lo scopo dello sciopero generale è di protestare contro il blocco dello scatto di anzianità riguardo allo stipendio delle suddette. Firmato: Heidi.»

***
Immagine: Sheep in Winter di Thomas Sidney Cooper

Donne e Delitti di Giuliana Colella

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La ragazza giaceva riversa ai piedi della grande quercia.
Abiti strappati, ferite in tutto il corpo, gola squarciata. Uno spettacolo raccapricciante. Il commissario Biffi si chinò ad esaminare il cadavere, rimanendo a lungo curvo su di esso. Finita la ricognizione, si tormentò i baffi in atteggiamento pensoso. Aveva raccolto da terra un biglietto d’autobus e con gesto distratto se l’era messo in tasca.  Faceva molto freddo, sebbene si fosse solo alla metà di novembre. Un venticello gelido scuoteva le chiome degli alberi, scompigliava i capelli della povera morta. Un viso pulito, semplice, senza trucco. Sui vent’anni, l’età di sua figlia. Un pensiero che lo rabbuiò. Che gli fece provare una tenerezza rabbiosa per la vittima.
Un triste mestiere il suo. Grazie al quale aveva conosciuto gli esemplari più eterogenei dell’umana malvagità. Un campionario di violenza e di ferocia a cui, nonostante i lunghi anni di servizio, non si era ancora abituato. Come se la follia del male non finisse mai di sorprenderlo. I suoi colleghi lo chiamavano “Schopy” per la tristezza con cui conduceva le indagini. Un soprannome che gli calzava a pennello. Che cercava di scrollarsi di dosso solo quando, terminate le ore di lavoro, tornava a casa. Allora, per le sue donne, esibiva un affettuoso sorriso ed una serenità che non gli apparteneva.
Ed ora, dinanzi a quel giovane corpo senza vita, si sentiva pervaso da un senso di smarrita solitudine. Come se la crudeltà dell’uomo lo avesse, ancora una volta, trovato impreparato. I pensieri gli mulinavano in testa in maniera incontrollata, si ramificavano in ipotesi, percorrevano sentieri azzardati. Qualcosa gli era sfuggito, lo sentiva. Ma non sapeva cosa. Non era una certezza, solo una sensazione. [Continua...]

Idioti di Andrea Lodi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Mancano due minuti… -

“Mancano due minuti alla messa in onda”.
“Signorina buonasera; si rende conto che è tutta la sera che provo ad avvicinarmi a lei, ma mi sfugge in continuazione”.
“Già, così pare”.
“Credevo fossimo buoni amici”.
“Non è esatto Senatore, lei vorrebbe che fossimo buoni amici, sempre che lei ritenga di averne di amici”.
“Alquanto velenosa la signorina questa sera”.
“E’ un trattamento che riservo solo a lei”.
“Almeno c’è qualcosa che mi distingue dagli altri”.
“Già, e se ora mi vuole scusare …”
“Ha intenzione di passare la serata con quel funzionario televisivo …?” [Continua...]

I racconti del Cuore di Vittorio Sartarelli

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Rimembranze -

Ascoltare i “suoni e silenzi dell’anima” equivale a raccontare e decodificare tutto quanto è insito nella sensibilità di ciascuno, mettendone a nudo gli aspetti più reconditi e profondi. L’anima, principio vitale di tutti gli organismi viventi è, più specificamente, la parte immateriale ed incorruttibile dell’uomo, di origine sicuramente divina e considerata sede delle superiori facoltà umane, come il pensiero, il sentimento, la volontà, la coscienza morale.
Tutto questo ci induce a considerare, “i suoni”, le espressioni estrinsecate materialmente nelle varie facoltà umane, “il silenzio”, i pensieri, i sentimenti, i ricordi. Tutto quanto, in definitiva, attiene all’essenza più intima ed elevata di una persona, con il corredo della sua cultura, dell’esperienza, delle passioni e del suo intelletto.
Il silenzio, spesso, incute timore e, al tempo stesso si configura come un’esperienza che affascina. Perché incute timore? Perché ci rappresenta l’ignoto, ciò di cui non abbiamo cognizione e che, quindi, temiamo e, tuttavia, induce a guardarsi dentro, a fare un’indagine retrospettiva nelle profondità della nostra anima. Personalmente , mi è sempre piaciuto il silenzio, sarà perché sono piuttosto introverso e mi piace anche la solitudine. “Il silenzio è d’oro” dicevano i nostri avi e questi per esperienze e per saggezza, difficilmente sbagliavano. Nella mia vita ho sempre privilegiato il silenzio, sono di poche parole, parlo sempre il meno possibile e mai a sproposito, sono fatto così.
In silenzio si riflette meglio, si può meditare su ciò che si è fatto o su quello che si vuol fare e poi, si apre uno spazio segreto e molto privato che può avvicinarci a Dio con l’anima e la preghiera. Perché, poi, il silenzio può affascinarci? Perché esso ci appare come un luogo magico ed ancestrale, nel quale possiamo rifugiarci e dedicarci, al riparo da sguardi indiscreti, ad un faccia a faccia con noi stessi. Alla scoperta  dei meandri più oscuri ma, anche più eccitanti e sconosciuti della nostra psiche. A ricordare fatti, sentimenti e sensazioni, che hanno il contorno dolce e sfumato di cose che costituiscono le nostre “memorie” più care degli anni trascorsi. [Continua...]