IRAQ, SETTEMBRE 2002 -
IRAQ. L’ALBA. -
Una mattina come tante dall’inizio dell’occupazione da parte delle forze USA, e diversi mesi dopo la pianificazione della guerra. Il minuscolo villaggio di Al Assar si estendeva poco al di là delle dune di Mosul, presidiato da un compartimento dello Special Air Service, l’unità di assalto britannica più temuta al mondo.
Poche case, una sola strada principale fatta di terra battuta, terra brulla, come in tutto il resto della zona, brulla come l’anima ferita del suo popolo.
Nelle case di fango indurito dai tetti piatti fatiscenti, lampade a petrolio ancora spente; la luce deve ancora sorgere e la corrente elettrica qui è solo un miraggio, l’aleggiare del sonno è ancora percettibile.
Dentro, odore acre di sudore e sigarette; non ci sono imposte né porte in quelle case, ma tende luride, appese ciondolanti ad improbabili bastoni, come impiccati, dai vecchi colori ormai spenti dall’impietosità dei raggi solari giornalieri. Il ricordo di un passaggio di civiltà è rappresentato da alcune bottigliette in vetro di Coca cola sistemate su un tavolo, piene di acqua e calde ormai come piscio.
Gli abitanti ancora quasi tutti addormentati nei loro giacigli, bambini stretti alle loro madri, perché il sonno li preservi per poche ore dalla cruda realtà quotidiana che li circonda.
Pochi uomini del posto si muovono lentamente uscendo in strada, vecchi ormai dentro, sfiancati da secoli di guerre, d’odio atavico, da una religione fanatica e violenta che li ha resi duri e provati nei sentimenti più profondi. [Continua...]






































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