Il salto di Elena Caserini

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Il viaggio in aereo è stato tranquillo, sono atterrato a New York puntuale. Sono molto provato da questa esperienza, mi sono ripromesso che non appena raggiungerò il mio appartamento, mi immergerò nella vasca idromassaggio. Desidero rilassarmi…poi mi sarei seduto sulla mia poltrona per meditare e riflettere.
Ogni istante, attimo, momento, caccio continuamente dalla mente quel pensiero! Preme così tanto da…rendermi pazzo! Quel salto mi…stava chiamando.
I miei attimi di lucidità , si sono così’ tanto diradati che non sono più capace di reprimere i miei pensieri folli. E’ una pazzia,  ma mi rendo conto che sono più le volte che desidero la morte, rispetto alla voglia che ho di continuare a vivere! Sono agitato.
E’ terribile desiderare di farla finita. Si pianifica mentalmente il percorso, si cercano interiormente le emozioni, terribili, devastanti, spaventose che affiorano inevitabili, poi si instaura un meccanismo meccanico di preparazione mentale, utile ad affrontare tale decisione. Il risultato è … l’azione.
La fase conclusiva è il nulla. Cosa succederà dopo ? Sentirò dolore ? E’ in quel momento che l’istinto di sopravvivenza si fa sentire. Le altre volte mi sono…fermato, ma ora ?
Ora è diverso, lo so. [Continua...]

Il vento dei sentimenti di Sara Ciampi

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L’albero di Natale -

Un vento gelido spazzava le vie illuminate della città e soffiava, soffiava forte tra la gente che, avvolta in pesanti cappotti o in lussuose pellicce, si affrettava a fare gli ultimi acquisti per il Natale ormai alle porte. Infatti era già passata la metà di dicembre e molte persone dovevano ancora scegliere i doni per amici e parenti. I fanciulli, fieri di indossare giacche imbottite, calde sciarpe e colorati cappelli di lana, passeggia -vano al fianco dei loro familiari, osservando soddisfatti le originali luminarie delle vie ed  incantandosi di
fronte alle più svariate ed allegre decorazioni natalizie, che addobbavano le vetrine dei negozi. Il clima di quel tardo pomeriggio era molto rigido e ad un certo momento iniziò a nevicare. Molti bimbi dagli animi spensierati, entusiasti alla vista dei primi fiocchi di neve, cominciarono a gridare di gioia al pensiero del manto candido e puro che all’indomani avrebbe ricoperto tutta la città.
Nella strada principale si trovavano due grandi negozi, l’uno accanto all’altro: un enorme emporio di giocattoli ed una raffinata profumeria. Davanti alla porta d’ingresso del primo era stato collocato un abete finto alto quasi due metri, bellissimo, curato in ogni minimo particolare ed addobbato con numerose palline colorate, luci intermittenti di ogni genere e filamenti argentati. Davanti al secondo negozio invece era stato messo un giovane albero vivo, alto circa un metro, senza radici, ma ben piantato in un robusto vaso di coccio, ugualmente decorato e splendente in tutto lo sfarzo dei suoi ornamenti.
Una fredda notte, prossima al giorno di Natale, accadde un episodio incredibile: i due alberi cominciarono a dialogare. [Continua...]

Il campione con la lettera C di Luca Giacometti

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Sono sveglio. Sono le 07.00. E’ Domenica.
Dovrei dormire ancora un po’, almeno oggi; recuperare il sonno perso durante la settimana di lavoro, ma non riesco.
I miei due figli dormono serenamente nei loro letti; ancora per poco. Alle 08.00 il loro orologio biologico suona la sveglia. Sono quasi convinto che ne abbiano ingoiata una da piccoli o ricevuta in dono da qualche gene mattiniero, impostata alle 08.00, senza possibilità di modificarla.
Oggi però non è un problema, ho un’ora tutta per me; anche mia moglie, accanto a me, sta dormendo. Il suo respiro è lungo. Con la fioca luce che sbuca dalle fessure delle serrande riesco a vedere un lieve movimento delle pupille sotto le sue palpebre: sta sognando, fase REM.
Mi alzo, ho deciso. Mi muovo lentamente, scivolo fuori dal letto e tasto il pavimento con i piedi ancora caldi della notte, in cerca delle ciabatte; le trovo, raccolgo i vestiti dall’uomo morto e mi dirigo verso il bagno: mi cambierò lì. Cerco di accorciare ogni suono che produco, anche il mio respiro è corto; sono quasi in apnea.
Mi lavo, ma poco; mi vesto, molto, fuori è inverno e alla mattina la casa è fredda e non voglio accendere la caldaia; fa troppo rumore.
Appena finito, chiudo la porta del bagno e quella della camera, poi a seguire quella della sala e, visto che ci sono, socchiudo anche quella della cucina. Tutto ciò lo faccio per mia moglie; i miei figli si svegliano solo se suona il campanello biologico e il loro corpo è programmato per sentire solo quello ed i suoni dell’abbandono. [Continua...]

Rosso Porpora di Laura Ficco

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Il precipizio della scogliera * -

Trovare le parole per raccontare chi sono non è facile, ma oggi che mi sento particolarmente giù d’umore mi garba, forse è un pretesto per farmi compagnia, la solitudine è ciò che mi lascia orfano nella marea di esseri che ci circondano.
Provengo dalla lontana terra di Dower, la mia famiglia medio borghese era molto cattolica e a noi tre figli (un maschio e due femmine) aveva elargito buoni principi educativi. Il mio carattere timido e vergognoso mi portava spesso ad isolarmi ed invece di correre dietro le gonnelline corte, torturavo la mente con interrogativi esistenziali.
Mi spaventava la morte, eppure avevo solo ventidue anni, ero reduce dalla maturità classica e mi accingevo ad iscrivermi all’università nella facoltà di giurisprudenza.
Spesso e volentieri mi ritrovavo tra i sentieri delle verdi colline d’Irlanda, con il vento che sibilava misteriosi canti, scompigliandomi i lunghi capelli biondo castano mentre il mare con foga s’infrangeva violento sulle scogliere, formando una meravigliosa schiuma, dondolio carezzevole che attirava il mio sguardo e seguendo l’armonioso ritmo che alleggeriva i tormentosi pensieri.
Giorno dopo giorno durante le passeggiate, senza accorgermene la mia pelle si coloriva di un bronzo chiaro molto delicato mettendo in risalto gli occhi azzurri colore dell’oceano.
Durante una delle solite passeggiate incontrai un gruppo di turisti indiani, scattavano tante fotografie, era evidente che il suggestivo scenario della nostra terra li aveva incantati.  Tra loro mi colpì la rara bellezza di una ragazza dalla pelle olivastra con occhi a mandorla neri come fuliggine, un‘intrigante creatura che suscitò in me il desiderio di incontrarla ancora, adeguai così gli orari delle mie passeggiate alle loro escursioni.
Anch’ella mi rivolgeva sguardi caldi e ammirati, ma la timidezza lambiva le sue gote.
Un pomeriggio la ragazza si presentò sola davanti a me. Parlava perfettamente la lingua inglese, disse di chiamarsi Azira. D’improvviso cessò di parlare e voltandomi le spalle s’incamminò con ritmo lesto e nervoso in direzione del mare. Stupidamente, come un cagnolino, senza alcuna domanda la seguii con lo stesso ritmato passo.
Non ebbi una chiara spiegazione di ciò che mi accadeva: sembrava una magica e piacevole favola. [Continua...]

Lettera a Bianca di Gabriella Tabbò

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E’ una singolare giornata, quella di oggi, prosieguo e forse conclusione di un periodo di piogge miti ma costanti, primizie di primavera. A metà mattina, poi, si è diffusa un’insolita nebbiolina, nascente direttamente dal mare. Il suo umore vischioso si è posato a terra e ha reso in breve tempo viscidi e scivolosi i gradini dell’ammattonato che scende dal Capo di Santa Chiara verso la strada.
Eppure Giovanni, che aveva deciso fino da ieri di uscire, ha mantenuto il suo programma e sta chiudendo il portone dietro di sé. Sottobraccio ha una busta di medie dimensioni e di forma rettangolare. Esaltato dall’umidità dell’aria, un intenso profumo di glicine, che esala dagli azzurrati, lussureggianti grappoli a cascata sopra il muro di cinta, giunge alle narici con forza dirompente. Ma Giovanni ha un volto chiuso, dove il reticolo delle rughe appare come una siepe di protezione del suo giardino interiore. Sembra avere una lunga dimestichezza col silenzio, quello verso il modo, però, perché nel suo sguardo passa come in uno specchio tutta la folla dei pensieri incessanti, che da giorni gridano dentro di lui e non lo abbandonano un attimo.
Le sue gambe lunghe e ossute di vecchio, sulle quali i pantaloni oscillano come una bandiera, lo stanno conducendo in modo del tutto autonomo e abitudinario. I piedi, malgrado l’età, battono rapidi l’ammattonato in discesa. Ma oggi c’è stata quella nebbia infida e lui non ne ha tenuto conto, anzi non se ne è neppure accorto. Allora diventa quasi fatale che le suole scivolino sul fondo vischioso. Un attimo, e il piede destro perde il contatto col terreno mentre il sinistro non è abbastanza rapido a supportarlo, sorretto come non è dall’attenzione della mente. Così Giovanni cade. Lentamente, gli pare, ma cade, cade inesorabilmente. Il tempo, mentre scivola verso terra, sembra di colpo fermarsi, in modo che l’uomo ha ( questa è la sua sensazione) una quantità enorme di attimi per pensare. [Continua...]

Ada e la scrittrice di Angela Andreini

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Ada aprì a fatica gli occhi e spense la vecchia sveglia tenuta insieme dallo scotch.
Il suo trillo squillante l’aveva strappata violentemente dal mondo dei sogni facendola riemergere nella triste realtà della sua piccola camera.
All’epoca aveva tredici anni, capelli castani, lisci, e un paio di grandi occhi marroni. Guardandola chiunque avrebbe pensato a lei come a una qualsiasi ragazzina di quell’età con la testa piena di sciocchezze sui complessi musicali del periodo, sulle riviste di moda oppure sugli attori, i veri idoli delle giovani. Lei, invece, era diversa. Non che le mancassero dei miti o non ci fossero cose che la interessassero, solo non erano troppo normali per la sua età. A lei era sempre piaciuto leggere, fin da piccola e, crescendo, a quella passione si era aggiunta quella dello scrivere e il suo sogno era quello di diventare una scrittrice. Il suo mito, invece di un cantante o un divo di Hollywood, era Nives Nicolai, una delle scrittrici più lette del periodo. Avrebbe voluto tanto diventare come lei, peccato però che i suoi genitori non erano d’accordo.
Il suo interessamento per quella scrittrice era avvenuto per puro caso una mattina dell’anno precedente, sull’autobus che la portava a scuola. Una volta salita, aveva preso posto sulla fila di sedili di sinistra e subito i suoi occhi si erano posati sul libro aperto che la donna seduta davanti a lei stava leggendo in silenzio. Di solito Ada non era una che si faceva gli affari degli altri e, anche quando era in mezzo a molta gente cercava sempre di non guardare troppo ciò che gli altri facevano. Quella volta invece il suo sguardo era stato attratto subito da quel libro. Tra i sobbalzi dell’autobus aveva allungato la testa e sbirciato in quelle pagine scritte. Non sapeva che libro fosse, dal momento che la copertina non era visibile e non sapeva neppure di cosa parlasse poiché era aperto oltre la metà. Incuriosita aveva iniziato a leggere e subito si era persa in quelle parole scritte in nero. Presto capì che si trattava di una storia d’amore ma, dopo poche righe, la donna, che teneva in mano il libro, voltò pagina e lei perse il filo.
Tuttavia continuò a leggere cercando di fare in fretta altrimenti la donna avrebbe di nuovo voltato pagina. Anche se la posizione era scomoda, china in avanti e con le ginocchia premute contro il sedile di fronte, rimase così, immersa a tal punto in quelle frasi da non accorgersi più di ciò che avveniva intorno a lei.
Riuscì a leggere due pagine, prima che la donna, ormai arrivata a destinazione, chiudesse il libro e si alzasse per scendere. Fu allora che Ada lesse il nome dell’autrice di quel libro: Nives Nicolai. Non riuscì a vedere il titolo ma fu comunque contenta di sapere chi l’aveva scritto. Da quel giorno quel nome non era più uscito dalla sua mente. Si era addirittura promessa di racimolare un po’ di soldi poiché, prima o poi, avrebbe comprato uno dei libri di quell’autrice. [Continua...]

L’Oasi di Mauro Montacchiesi

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Marcantonio Bellomo -

Salve, mi chiamo Marcantonio Bellomo e non è uno pseudonimo! Mi chiamo proprio così, ironia della sorte! Gli Antichi Romani dicevano: “nomen atque omen”, ovvero “il nome stesso è un presagio”! Ora voglio dire, gli Antichi Romani hanno fatto e detto cose strabilianti, ma, almeno nel mio caso, hanno detto delle corbellerie incredibili! Perché? Beh, sono alto m. 1,60, sono calvo ed ho la pancetta. Sono nato il 14-01-1946 alle ore 07,00! Sono un Capricorno, ahimè, ascendente Capricorno! Ma ora entriamo in medias res, ovvero nel cuore delle cose.
Lo scorso sabato 18-11-2006, in occasione di una delle sontuose cene organizzate da Luigi e Maria, presso l’eccellente Single Sporting Club, l’amico Osvaldo mi ha consegnato, ci ha consegnato, un mini questionario relativo alla partecipazione a queste serate organizzate, al fine, verosimilmente, di comprenderne le motivazioni psicologiche, sociali o quant’altro, ovvero, al fine di comprendere cosa ci spinge a frequentarle.
Prima domanda: “Attendi il fine settimana per ballare oppure è una dilettevole alternativa?” Relativamente a questa domanda, la mia attenzione si è soffermata sul termine “alternativa”! Colto da un raptus di curiosità e per constatarne il significato, sono andato a consultare un dizionario il cui lemma recita così: “Avvicendamento di cose fra loro diverse o opposte o, più comunemente, facoltà o necessità di scelta fra due cose o decisioni, senza via d’uscita!”
Avvicendamento di cose fra loro diverse e opposte? Se così fosse, il tutto starebbe a significare che potrei spaziare da un ambiente all’altro, diversi sia nelle persone sia negli interessi! Ahimè, non è così. Ed ancora: “Facoltà o necessità di scelta fra due cose o decisioni, senza via d’uscita.” Magari avessi questo nodo gordiano da sciogliere, questo dubbio amletico, vorace come un tarlo, a corrodermi la mente o a popolare le mie notti già biancamente insonni.
Sabato mattina ho portato, come al solito, il mio cocker a spasso sull’ Appia Antica, nei paraggi di casa nostra. Ad un certo punto, mentre un’avvenente signora sulla cinquantina si avvicinava, lui si è seduto e, con la lingua di fuori, ha guardato prima la signora e poi me, poi di nuovo la signora e di nuovo me. Ho avuto l’impressione che volesse dirmi: ”Allora, idiota, ti muovi o no? Fai qualcosa. Cerca di attaccare bottone, nooo!?”
Stimolato dallo sguardo accusatore e di condanna del mio cocker, dai miei condomini chiamato Casanova, ho tentato un approccio verbale con la signora in questione, pronunciando la più banale e stereotipata delle frasi: “Buon giorno. Ma non ci siamo già visti?” [Continua...]

Domina

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Domina di Dorella Dignola Mascherpa

Già nell’adolescenza Domina era stata una fanciulla che portava nell’anima un peso esagerato, sproporzionato. Un segreto che custodiva in silenzio, in parte per l’inconsapevolezza della sua immaturità ed anche  per la determinazione che andava formandosi in lei con l’uso di ragione precocemente raggiunto. Nessuno tra i suoi compagni avrebbe potuto comprenderla ed ancor meno avrebbe potuto aiutarla perché se ne liberasse.

Si conosceva invece molto bene interiormente e la sua sensibilità la rendeva capace  di capire l’animo altrui con grande immediatezza;  ciò era molto insolito in una fanciulla di così giovane età.

Tra i coetanei si sentiva spesso a disagio sebbene le piacesse stare in loro compagnia, ma finché non ebbe raggiunto una sufficiente energia e padronanza di sé, il mondo intorno le era faticoso e a volte anche tanto doloroso da farla piangere all’improvviso e nessuno sapeva spiegarsene la ragione. Viveva in uno stato di sofferenza pressoché costante, sempre  combattuta tra la sua voglia fresca di giovane desiderosa di vivere spensierata e felice ed il peso del suo segreto. Soffriva Domina, Gli adulti  della sua famiglia non avevano qualità personali né possibilità concrete per far intervenire qualcuno che fosse in grado di accompagnare la ragazza nella fase della crescita  già di per sé critica , gravata dall’oppressione di quel turbamento.

Cresceva in altezza a vista d’occhio e ciò la faceva sentire, tra gli altri, acerba ed insicura. Il suo aspetto esteriore le era tuttavia ignoto; non si conosceva, non avrebbe saputo dire di sé se fosse bella o brutta; lo specchio era usato semplicemente per controllare se i capelli fossero in ordine o se l’abito che indossava le stesse giusto . Di sè sapeva soltanto quello che le dicevano gli altri, in casa e a scuola.  Ed era ben poco;  attenzioni particlari non non ne aveva da nessuno; tutto le ruotava attorno con indifferenza perchè ognuno badava alle proprie cose, ai propri impegni.
Cresceva senza indicazioni e pur essendo una bimba vivace ed esuberante per natura, cresceva  con carattere schivo, timoroso.  Aveva una corporatura esile ed alta con il volto appuntito dalla magrezza,  tutto occupato dagli occhi che aveva smisuratamente grandi e spandevano sul colorito roseo, una luce scura molto contrastante; aveva capelli bruni e lisci, fini come seta; la bocca piccola ma con labbra tumide che  si chiudevano a cuore sulla dentatura bianca perlacea. [Continua...]

Io sono Fabrizio di Anna Cattivelli

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Capitolo I -

Squilla il telefonino: “Ciao ma’ … e come devo stare, aspetto, è ancora in sala operatoria … sì, si non ti preoccupare, Tizi e Sami sono con me, Marco sta a casa con la signora Maria … no, no, il padre non poteva, stai tranquilla poi ti faccio sapere”.
Fabrizio spegne il cellulare, sospira e si appoggia allo schienale della panca. Sta nell’ampio corridoio attiguo alla sala che porta nella stanza operatoria: un ambiente freddo e silenzioso, pareti bianche, panche colar avorio, nient’altro; unico conforto sono Tizi e Sami sedute accanto a lui.
C’è un lento via vai di medici e infermieri in camice bianco, altri in camice verde con la mascherina appesa al collo, immersi nei loro pensieri; deviano appena lo sguardo verso Fabrizio che ha abbandonato le braccia sulle gambe e ricambia con l’espressione spenta e gli occhi lucidi.
“Non guardarli tutti, lasciacene qualcuno”.
“Tizi, ma che guardo, è l’ultima cosa alla quale sto pensando in questo momento, figurati!”
“È una battuta dai, cerchiamo di mantenere la calma”.
“Lo so, lo so, ma non è facile, ho paura che non sia tutto passato, è stato un cancro, capisci, anche se in una parte del corpo facilmente asportabile, fa paura”.
“Fermati, non correre, sta andando tutto bene, ci diranno cosa fare, adesso è importante mostrarci sereni, allegri e fargli capire che possiamo cominciare a pensare ad altro”.
Sami lascia passare qualche secondo di silenzio, sembra perplessa, poi interviene con decisione: “Tizi ha ragione, non chiediamogli, quando si lamenta: che ti senti, che ti fa male, perché dal disagio potrebbe passare alla commiserazione e al pietismo.
Quando mio figlio Marco mi fa capire con le poche parole che riesce a dire la sua sofferenza, non lo coccolo, ma vado a prendere i suoi fogli, i pastelli, gli acquerelli e gli dico: hai le mani? Usale! Disegna, dipingi, pensa a chi non può farlo; in questo modo lui si calma, io lo accarezzo e mentre disegna bene, lo approvo”.
“Sì, ma tu rischi, te l’ho detto tante volte, ti ricordi quando durante quella crisi ti ha tirato un piatto che ho deviato al volo, per fortuna! Non puoi continuare a fare tutto da sola, ormai è cresciuto, è diventato forte”.
“Conosci bene la rabbia, vero Fabrizio?” Li interrompe Tizi.
“Ti riferisci a ciò che ti ho raccontato della mia infanzia? [Continua...]

Il naufrago del bosco di Gabriella Tabbò

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È un naufrago atipico, quest’uomo che si ritrova solo, nel bosco impervio dell’Appennino; doppiamente solo perché ha perso anche il contatto con la sua identità per un trauma durante un’escursione, che lo ha privato della memoria. Qualcosa, dentro di lui, gli dice di tenersi lontano dal mondo civile finché non l’avrà ritrovata. Nella sua mente risuona un mantra ossessivo: “ Sono in fuga, sono in fuga …” Ma da che cosa? Da un evento, da una colpa, da se stesso? Inizia così l’avventura del “Naufrago del bosco “ che lo porterà attraverso il contatto con una natura difficile ma generosa, alla scoperta di una verità nascosta e ad una profonda maturazione personale.
La trama si snoda veloce, catturando l’attenzione come un poliziesco, conquistando il cuore come in un romanzo d’amore, interessando l’intelletto come un trattato di psicologia, alimentando la curiosità come in un testo scientifico, per quanto riguarda la conoscenza della botanica e l’uso delle erbe medicinali a cui il“ sopravvissuto” ricorre. Il tema di fondo è l’amore per la natura, che l’autrice esprime felicemente anche nei suoi quadri. Ne abbiamo uno splendido saggio nell’acquerello di copertina. Il racconto è accompagnato da una “ colonna sonora” : sono le poesie “ di nonna Irina” che, inserite nella storia con un sapiente artificio letterario, potrebbero da sole costituire un’opera deliziosa.

***

da pag 61-62

(…) Sempre d’altronde la natura consolava e rinfrancava l’uomo che aveva perso la memoria e che riteneva (poiché aveva bisogno di possedere almeno un nome!) di chiamarsi Riccardo. Un giorno, scollinando sopra un costolone, si fermò a guardare il paesaggio che si stendeva, verde e immenso, e fu investito da un colpo di vento nato all’improvviso. Allora piantò più saldamente le gambe a terra, socchiuse gli occhi verso il sole e si lasciò invadere da una sensazione panica straordinaria. Gli pareva che dalle dita dei piedi gli fossero spuntate radici che lo ancoravano al terreno, mentre il corpo fluttuava libero nel vento, piegandosi dolcemente come un tronco flessibile, assecondando l’aria che lo permeava tutto e anche le braccia ondeggiavano come rami, mentre dalla punta delle dita spuntavano teneri boccioli e gemme. Eccolo: era un essere animato ma indefinito, una parte stessa della natura, carne e sangue, certo ma anche linfa e corteccia e, perché no, una pietra scistosa, fragile e attaccabile dal vento. Era pure nube vagabonda, e acqua filtrante, sinuosa, sfuggente, e aria e luce, tanta luce che accendeva ovunque un’orgia di colori, una gamma infinita, molto più di quanto l’occhio umano potesse percepirne. Ed era anche tutti i rumori, i fruscii, gli schiocchi, gli ululati,i gemiti di rami cigolanti, ed era odore di fieno e umidori marcescenti di vegetazione in disfacimento, profumo acuto di menta, di elicrisio, di verbena. Tutto era in lui e lui era in tutto, in ogni cosa, uomo fatto vegetale e minerale ed essenza eterea e liquida, per il miracolo pagano e divino insieme che prorompe dalla madre terra solamente per chi ne diventa degno a forza di ostinato amore.

*** [Continua...]