Sono accanto a te – Il diritto di nascere di Molly Sun

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dal Capitolo I -

Quel pomeriggio il sole splendeva alto nel cielo sereno, nonostante la giornata fosse abbastanza fredda, gli alberi vicino al ruscello stavano perdendo la rigogliosità dei colori. L’autunno giungeva a ricoprire le vaste terre coltivate impoverendo le verdi pianure sovrastanti; in quel luogo permeato dalla natura e dai rumori appassionati degli animali selvatici, vi era qualcuno che piangeva. Ed era Concetta.
Appoggiata alla corteccia del pino della speranza, cercò conforto volgendo lo sguardo sulle fronde dell’albero, per il suo amato Rodolfo, morto da qualche ora per una malattia che non dava scampo a nessuno.
Sul petto la donna teneva salda una lettera, l’unico ricordo che gli restava del suo barone.
Sebbene fosse solo un foglio di carta, lì vi erano le ultime volontà che Rodolfo aveva deciso di far scoprire alla donna che amava.
Concetta riguardò quella lettera tante volte per provare la sensazione di sentirlo vicino, aggrapparsi anche alle più piccole cose, era l’unica soluzione, date le circostanze della vita.
Tuttavia un dolore così grande e sconvolgente non poteva essere rimarginato tanto in fretta, avvertì la sua mancanza così intensamente da sentirsi privata dal suo stesso respiro.
Che cosa avrebbe fatto adesso?
Questa era l’unica domanda che replicava più volte dentro i suoi pensieri.
Pianse nuovamente, asciugando le lacrime con il palmo della mano.
«Dove sei adesso?» sussurrò a bassa voce.
Sperò vivamente che la leggenda del pino della speranza fosse reale: Quando qualcuno fosse morto, le fronde dell’albero avrebbero aiutato i due innamorati a rivedersi anche per un breve istante. Ma non accadde nulla di ciò che desiderasse.
“Possibile che il suo amore non era così forte da abbattere ogni ostacolo?” domandò a se stessa, solamente perché non trovava pace dentro il suo animo. [Continua...]

Sono accanto a te di Molly Sun

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dal Capitolo I -

Era una bellissima giornata di primavera, si respirava un tepore particolare nelle verdeggianti campagne siciliane, gli odori e i sapori si mescolavano in magnifica unione, con benefici ineguagliabili per chi si trovasse a percorrere o semplicemente a introdursi in mezzo alle vastissime piantagioni di alberi da frutto, che si estendevano in gran parte della zona di Mascalucia, un paesino situato alle pendici dell’Etna. Il cielo era azzurro, limpido, si rispecchiava con l’orizzonte che si affacciava sul mare, distante chilometri, ma si scorgeva senza troppa difficoltà.
Nell’armonia concessa di quel luogo, tra le alture delle pianure verdeggianti, il cavallo del barone Rodolfo, unico figlio degli importanti baroni Massa, andava a galoppo senza fermarsi. Gli zoccoli del forte destriero battevano nel lungo sentiero arido di terra scura, alzando in aria una finissima polvere dietro le loro spalle. Le confinate terre di coltivazione che il giovane barone percorreva con dinamismo, appartenevano alla sua famiglia. I baroni, di generazioni in generazioni avevano conquistato la fama e la notorietà in tutta Mascalucia, un paese in provincia di Catania: erano possessori di vasti terreni coltivabili e serre che ampliavano il notevole finanziamento economico, un’eredità tramandata dai loro stessi predecessori.
In quell’epoca, nel lontano 1800 le tantissime famiglie plebee, abitanti di quel paesino, si guadagnavano il pane lavorando le terre dei baroni Massa come contadini. L’incarico era molto faticoso, poiché occupava gran parte della giornata, ma in fondo quest’umile gente, padrona a stento dei suoi beni affettivi, sebbene la stanchezza fisica e l’estenuante dovere quotidiano, poteva contare sulla sicurezza di pagare i salati debiti imposti e decretati dal conte Saverio; quest’ultimo proprietario delle loro abitazioni, che dava in affitto alla povera gente campagnola; [Di minimo livello] le soprannominava il baldanzoso conte solo perché non possedessero la discendenza di sangue blu. Erano tempi critici, da diversi punti di vista persino imprevedibili, e superarli per certuni, era come se segnassero alla fine della giornata un nuovo traguardo; e tra le ingiustizie e le prepotenze adottate da certe disuguaglianze di classi sociali, c’era chi con un sorriso e un efficace sostegno tollerante porgeva un valido appoggio usando la bontà del proprio cuore. Egli era il giovane barone Rodolfo. Biasimava e disputava le insolenze che molti ostentavano contro i poveri contadini, si scontrava persino contro i suoi genitori, il barone Carmelo e la baronessa Grazia Massa, come con ogni altra persona benestante: sottovalutare con recriminazione i più deboli e meno fortunati. [Continua...]

Storia e memoria di Lino Bortolini

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

L’inseguimento -

Avemmo notizia dell’arrivo di un carico in periferia di Ferrara, nelle vicinanze di un bar. Arrivati sul posto, in abito borghese, fermammo per accertamenti due giovani. Alla voce: “Siamo della G. di Finanza” uno si mise a ridere e tirando dalla tasca una mazzetta di soldi disse: “Spiacente ragazzi, oggi vi abbiamo fregato, già venduto e incassato”.
Tranquillo risposi: “Visto che vi è andata bene, dovreste pagare da bere”. E lui gentile: “Sicuro, andiamo tutti al bar”.
Entrati, ordinò da bere ed un bel piatto di prosciutto. Ci trattenemmo un’ora con loro, scherzando, ma con lo scopo di capire da dove fossero arrivati. Dopo un po’ ci presero per simpatici ingenui.
Dissero che non arrivavano né dal mare, né dall’autostrada, né da vie a noi conosciute.
Dissero: “Non ci prenderete mai” … ed io raccolsi la sfida.
La sera, guardando la mappa della provincia insieme a tutti i componenti della Sezione Anticontrabbando, arrivammo alla conclusione che la possibile strada usata da loro, e da noi mai frequentata, arrivava a Ferrara dal ponte sul Po sito a Ostiglia, provenienza Mantova. Ma il ponte era fuori della nostra circoscrizione di servizio e là non avremmo potuto intervenire.
Decidemmo ugualmente di appostarci ogni notte presso quel ponte con l’idea di intercettare l’eventuale macchina sospetta, lasciarla entrare in provincia di Ferrara e intervenire successivamente. Il mio collega Franceschini mi disse:
“Lino tu hai sequestrato diverse auto, questa volta voglio provare a prenderne una io”. [Continua...]

L’incompetente di Federico Saccone

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Terracina, 12 luglio 2007 -

Un uomo magro dai lineamenti e portamento fini, di statura medio alta, era seduto su di una panchina di pietra del lungomare di Viale Circe, con il braccio sinistro appoggiato alla spalliera e l’atteggiamento di un tenero abbraccio a qualcuno che in quel momento non era con lui.
Un caldo torrido, afoso, che appiccicava la pelle sulla pelle, di cui non ci si poteva spogliare. Il sudore scorreva a rivoli fastidiosi lungo il collo, la schiena e non c’era spugna che potesse assorbirlo. Le isole Pontine di fronte alla costa, normalmente a portata d’occhio specialmente dopo una copiosa pioggia, erano ombre offuscate, visibili soltanto da chi abituato a riconoscere il loro contorno.
La spiaggia era affollata di corpi seminudi, a contatto tra loro, da far aumentare la temperatura anche in quei pochi attimi di agognato ristoro di una calata nell’acqua di mare, un carnaio vociante, nervoso, ossessionato. Centimetri di spazio dove si praticavano sport, giochi acquatici, approcci amorosi, ammiccamenti, appuntamenti, affari diretti o tramite cellulari, due a volte, uno per mano. Frasi urlate, risate udite da stabilimento a stabilimento, bambini piangenti, sofferenti, che nulla percepivano di salutare da quello iodio misto ad abbronzanti, oli, catrame, bottiglie di plastica vaganti, senza alcun messaggio da recapitare, spazzatura gettata fuori dalle barche. Non mancando, per il godimento totale, le solite scorze di cocomero, dall’ odore nauseabondo.
L’uomo, allontanandosi da quella visione d’Inferno Dantesco o da romanzo Boccaccesco, fissava nella sua fantasia del panorama invernale, le lontane onde con il loro rincorrersi.
Paragonava quel movimento ondoso a lui ben noto perché nato e vissuto in città e paesi di mare, al susseguirsi della vita.
Le esperienze, i fatti, le emozioni, l’interezza di tutta un’esistenza le vedeva racchiuse là, davanti ai suoi occhi; il principio con cui nasce l’onda alimentata dal vento spinto chissà da quale destino. Il suo innalzarsi a volte spumeggiante, l’inseguimento spasmodico dell’altra onda, l’apice ed il lento o repentino declino, accompagnato dal dolce fragore ed il raggiungimento della meta con il suo rovesciamento sulla riva.
Un lieve sorriso lo distoglieva da queste affascinanti e fantasiose riflessioni, riportandolo alla realtà. [Continua...]

Sapore di sale di Laura Fantozzi

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dalla storia: “Incubo”-

Clic.
Lo scatto metallico della serratura, o almeno così sembrava, cercava di superare la barriera del sogno nel quale mi cullavo: ero sdraiata su un materassino di gomma e stavo andando alla deriva sul mare azzurro dell’isola, ma non ero spaventata, anzi ero serena, appagata, con la mano smuovevo l’acqua e gli schizzi mi bagnavano la pelle assorbendo il calore del sole …
Clic.
Mi sveglio, l’acqua è sparita, intorno a me solo i mobili scuri della camera che una volta era stata della nonna. Non mi ricordo perché mi sono svegliata, ah sì, quel rumore: mia madre sta cercando di fuggire di nuovo. Scatto sul letto con un movimento improvviso che mi dà un istante di vertigine, vado verso la porta, passo davanti allo specchio, non ho bisogno di guardarmi per vedermi, una donna di una cinquantina di anni, ben portati direi, ma sempre quelli sono. Entro con passo felpato nella camera della mamma, alla lieve luce della luna che filtra dai pertugi della persiana la vedo, è nel suo letto, i capelli bianchi ritti intorno alla testa, gli occhi chiusi affondati nelle rughe che le trasformano il viso rinsecchito in asfalto bruciato dal sole. Non era lei, forse quel rumore era solo nella mia testa, forse la paura che succedesse di nuovo mi tiene in uno stato continuo di ansia da farmi sentire movimenti strani anche quando il silenzio è totale intorno a me. Che spavento quella sera!
«Signora Banti? È il pronto soccorso. Hanno accompagnato qui una signora, non ha avuto nessun incidente, stia tranquilla. Era solo confusa, non sapeva dove si trovava e non sapeva dove stava andando, chiamava continuamente un certo Osvaldo, ma non sapeva dirci il suo nome e nemmeno il cognome, assolutamente niente.
Fortunatamente aveva la carta di identità nella borsa, così…».
Quel viaggio verso l’ospedale, immagini confuse nella testa, mia madre giovane, capelli lunghi, castani, naso aristocratico, poi una donna di una certa età, elegante, carina, sempre ben vestita, curata. Era una donna forte, severa, ma una madre che c’era sempre, in qualsiasi momento, non riuscivo a capacitarmi, non essere in grado di dire il suo nome, smarrita, ecco che cosa aveva detto l’infermiera del pronto soccorso, non era possibile, mi si affacciavano alla mente visioni di persone intontite, assenti, sbavanti, no, sicuramente era successo qualcosa di diverso, forse il cuore … Ma una vocina dentro di me mi diceva che qualche episodio allarmante era accaduto nel passato recente, se ci pensavo bene, qualche piccola avvisaglia c’era stata, anche se non avevo voluto rendermene conto.
Quella volta che non trovava un oggetto che aveva messo via pochi minuti prima o quando per un momento mi parlava come se fossi stata sua sorella, momenti di distrazione, niente di più, mi ero detta. [Continua...]

Una passione vissuta durante la “Grande Guerra” di Maria Carmela D’Andrea

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Si viveva la prima guerra mondiale tra il 1914 e il 1918, combattuta da ventotto nazioni, raggruppate negli opposti schieramenti delle Potenze alleate e degli Imperi Centrali.
Guerra, questa, naturalmente figlia del “nazionalismo imperialistico” che da quarant’anni e più dettava le leggi dell’economia europea.
La guerra durò quattro anni, tre mesi e quattordici giorni di combattimenti.
Uno dei problemi più difficili per i nostri comandi militari fu quello di mantenere, fra i rigori dell’inverno, ad altitudini elevatissime, centinaia di migliaia di soldati. Ogni cima divenne il simbolo di una guerra nella quale la lotta non infuriava solo tra uomini e materiali bellici, bensì tra uomini e l’ostilità della natura.
Una prova cui si sottoposero non solo gli alpinisti, ma notevoli masse di militari: ed alcuni in vita loro non avevano mai visto un ambiente similmente ostile.
Le trincee furono rese salde, imprendibili e protette dalle intemperie, per procurare sufficiente riparo alle truppe che a turno le occupavano. Le pareti vennero ricoperte di stuoie, il fondo provvisto di tavolato.
Lungo le trincee, mediante scavi nella roccia, furono ricavati ricoveri speciali per gli uomini non impegnati nel servizio di vigilanza.
Anche per le vedette e gli osservatori furono allestiti appositi ripari con sacchi a terra.
Si scavarono tante gallerie naturali da formare veri labirinti, ove la truppa riposava su pagliericci.
L’igiene e la pulizia degli alloggiamenti veniva effettuata periodicamente con lavaggi antisettici e distribuzione di polvere insetticida.
A valle, presso i villaggi, vi era la distribuzione degli indumenti invernali: camicie di flanella, mutande, calze, guanti di lana, cappucci. A seconda delle altitudini, nei luoghi dove stazionavano i reparti furono distribuiti tali indumenti. Tutto ciò grazie all’aiuto proveniente da ogni parte d’Italia, dove con grande generosità Comitati ed Associazioni, con costanza ed attività, grazie anche alla stampa, raccolsero ogni tipo di aiuti e di mezzi di protezione dal freddo, inviando il tutto fino alle prime linee. [Continua...]

Cambio di stagione di Simona Conti Manetti

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Ah, finalmente ci siamo!!! Era tanto tempo che volevo scrivere ed ora eccomi qua alla mia scrivania con il computer davanti … Che liberazione! Finalmente potrò dire quello che voglio su chi voglio, tanto non possono mica interrompermi o fare finta di non avere capito!!! No, no, ora sarà tutto nero su bianco e … sotto a chi tocca!
Intendiamoci: non è che il mio scopo sia un massacro sociale ma, credo, una specie di sfogo letterario (o giù di lì).
Questa calda domenica di fine luglio sarà il punto di partenza di questo iter sperimentale nella mia coscienza, sempre che ne abbia una!
Inizierei col dire che tutto ciò che mi accingo a scrivere non ha come fine quello di essere compreso e forse è anche sbagliato partire dal presupposto che qualcuno debba per forza capirti … non lo so!
Sono soltanto certa che scrivo per tirare fuori ciò che ho dentro e che non potrei esprimere a parole perché sarebbero troppo forti, di “disturbo”, direbbero alcuni. Oggi quasi tutti hanno scritto qualcosa, cani e porci, la maggior parte per uno scopo prettamente commerciale … Io me ne infischio del commerciale. Forse questo libro rimarrà per sempre in questa cartella-documenti e chi se ne frega se Marzullo non mi chiederà mai di farmi una domanda e di darmi una risposta!
Mi basterà sapere che la mia testa si sentirà più leggera e libera dai suoi vecchi e malvagi fantasmi alla fine di questo esperimento di auto-analisi computerizzata! [Continua...]

Berlino 60. Storie di qua e di là del muro di Carlo Bisin

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Per entrare nella Repubblica Democratica Tedesca i visitatori devono percorrere un itinerario tortuoso, fitto di controlli, negli uffici della polizia di frontiera e della STASI, la polizia segreta della DDR, onnipresente.
Gli stranieri con passaporto estero devono seguire la freccia Ausländer, mentre i cittadini della Repubblica Federale Tedesca seguono la freccia Reisende aus der BRD. Ai Westberliner, cittadini residenti a Berlino Ovest, è vietato attraversare il muro.
Entro in un’ampia sala oblunga. Sulla destra un agente della polizia di frontiera saluta e chiede il passaporto. Poi si volta e lo infila in una fessura sulla parete alle sue spalle. Il passaporto scompare in una cassetta per lettere. Allo stupore stampato sul mio volto, il poliziotto mi consegna un pezzo di carta con un numero e mi fa cenno di aspettare, senza proferir parola. Intuisco che si tratta del numero della mia pratica. È  così. Infatti una voce dall’altoparlante chiama ogni tanto un numero e qualcuno si alza e si reca in fondo al salone oblungo.
Poi il solito agente, con voce metallica, mi indica uno sportello a lato della sala. Un poliziotto cambiavalute mi fa acquistare cinque Ostmark, la somma giornaliera minima che il visitatore deve acquistare prima di entrare a Berlino Est. La transazione deve avvenire in marchi occidentali.
Il rapporto nominale del marco orientale rispetto al marco occidentale, stabilito dalle autorità finanziarie della DDR, è di parità. Mentre il rapporto di mercato delle due valute a ovest è di un marco occidentale per tre marchi orientali.
L’operazione di cambio deve avvenire nel territorio di Berlino Est.
È severamente vietato entrare nella DDR con marchi orientali acquistati all’ovest. Tutte le altre valute devono essere dichiarate. Al visitatore viene rilasciata una ricevuta, che deve esibire al momento di passare la frontiera per ritornare all’ovest. Queste sono le norme valutarie impartite dal cambiavalute. [Continua...]

05 05 05. Una storia pazzesca di Valentino Aymar

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

1 Nascita -

È evidente che quando vieni al mondo non ti poni neanche la domanda che il mondo potrebbe essere diverso.
Tu sei venuto al mondo e quel TUO mondo, è il mondo.
Punto!
Questo è un errore ed è un vero peccato perché, a saperlo, la prospettiva cambierebbe radicalmente per tutti noi. Essendo un peccato e nascendo all’origine di ogni essere umano, possiamo dire che, da un punto di vista laico, potrebbe essere il peccato originale.
Quanto sarebbero diverse le cose se fossimo maggiormente consapevoli di quanto il NOSTRO mondo ci ha condizionati, plagiati e plasmati con la sua influenza, formando il nostro filtro mentale! [Continua...]

Le radici dell’erba di Bruna Spagnuolo

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Il suono del tamburo cadde sulla gente come il tocco di un dito silenziatore e incollò gli occhi dell’uditorio allo spiazzo antistante la casa. Un intervallo ritmato funse da gong introduttivo, poi tacque e lasciò l’aria vuota di suoni e pronta a riempirsi di imprevedibili malie. Ebenyin avvertì quel silenzio come un brivido di aspettativa e quasi di timore e, quando un fruscio di chakachaka si snodò sul pavimento, lo sentì giungere dall’interno della casa ed ebbe l’impressione che fosse un venticello capace di trasformare l’erba in corde sottili e risuonanti come quelle degli antichi piccoli strumenti a corde chiamati mmlo.
Il suo cuore si riempì di meraviglia e quasi gli suggerì di fuggire, prima di vedere quale creatura potesse camminare con la leggerezza di un frullo d’ali. Il mondo circostante, fatto di occhi ingenui, sudore, polvere e case piene di voci e di miserie umane, scomparve del tutto. Nulla esistette, in quel pomeriggio nuvoloso di un giorno di mercato, in Ukpah, tranne lo spiazzo antistante la casa che ospitava le iwali.
Le due vergini danzatrici, la cui presenza ancora invisibile già riempiva il cielo, furono le sole creature che contassero nel creato. La gente parve attenderle e chiamarle con la mente e con il cuore. Ebenyin dimenticò tutto il mondo e fu consapevole soltanto del piccolo spazio che avrebbe fatto da palcoscenico a chi faceva risuonare quei chakachaka.
Conosceva bene i chakachaka, da quando era piccolo. Aveva anche visto i suoi fratelli Ojang e Ogbaka confezionarli, con frange di foglie di palma ripiegate e abilmente intrecciate in piccole sacche contenenti sassolini risuonanti, e indossarli come cavigliere, ma, lì e in quel momento, dimenticò ciò che sapeva e chi era e si abbandonò allo stupore.
Il silenzio del tamburo parve attendere che lo swish dei chakachaka, simile al frinire forte di centinaia di grilli, andasse ad assopirsi sul cielo arrossato, poi fu seguito da una scarica di battiti frenetici delle bacchette impazzite, che fece sussultare l’uditorio. Ebenyin capì che quello era l’annuncio dell’entrata in scena delle iwali. Una soltanto fu la fanciulla annunciata dal tamburo. [Continua...]