La clava e l’ingranaggio di Carlo Fiocco

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dal “Prologo” -

Chi ci capisce subito e chi dopo,
chi non ci capisce e chi finge di non capirci.

L’indugio di raccontarmi è stato forzato dai colleghi di lavoro, irresponsabili istigatori di questo attentato alle lettere da parte di una mano più avvezza agli attrezzi d’officina che alla penna.
Non si tratta di una storia esclusiva, piuttosto di un percorso formativo e professionale non usuale, maturato a tutto campo in un vissuto intenso e vario, reale e contraddittorio quale è la vicenda umana. L’intento è di propormi come testimone del tempo che ha tracciato il mio tortuoso sentiero, senza omissioni o pregiudizi, pur concedendomi una discutibile opinione.
Una volta fui ripreso dal capo a causa della mia «eccessiva disinvoltura» nell’uso del verbo. Sarebbe stato più tardi licenziato per la sua «eccessiva riservatezza» in atti d’ufficio.
Così funziona la scala della vita e della carriera.
La mia è la copia di quella del pollaio di casa natale: ripida, traballante e piena di sterco. Me la ricordo benissimo, mancava anche qualche piolo e i volatili più giovani, nel tentativo di salirvi, rovinavano al suolo svolazzando, per poi riprendere 1′esercizio.
Non per questo sono rimasto deluso. Sapevo di non poter concorrere alla scalata da quando ho capito che per diventare capo bisogna pensare come il capo e che anche il capo deve pensare come il suo capo, secondo una collaudata logica. Indicavo candidati che avrebbero ceduto la propria madre per una briciola di potere. Un collega mi corresse, aggiungendo la sorella.
Ben presto, ho capito che l’ignoranza non è una virtù, come il titolo accademico non immunizza da certe “malattie”. Mi hanno detto che «l’erba del vicino è sempre più verde». Ho due vicini di casa. Per fortuna, o quasi, ognuno di loro possiede un ampio giardino e mentre l’uno è decisamente più verde del mio, l’altro lo è molto meno.
Ho prestato aiuto e forzato sentimenti: non lo rifarei nelle stesse occasioni. Non ho mai cercato conferme, le ho sempre attese dalle mie mani. Il prossimo mi ha perdonato tutti i peccati eccetto uno: l’esposizione del mio pensiero. Il Duce non avrebbe apprezzato: ho sempre combattuto senza credere né ubbidire. Mi sono state negate molte cose, compreso qualche diritto, ma ne ho avuto una che vale più delle altre messe insieme: la libertà. Qualcuno ha detto che è meglio vivere un giorno da leone piuttosto che cento anni da pecora, io preferisco vivere da uomo, possibilmente libero, per tutto il mio soggiorno. [Continua...]

Memorie fluttuanti di Rita Parodi Pizzorno

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Da “Angelo e il suo violino” -

Guardo il tuo volto illuminato dai capelli bianchi, tra sete e pizzi, ti mormoro con un fil di voce e un sorriso: ”Arrivederci Angelo, ci rivedremo lassù, in un’altra dimensione, ancora amici con l’affetto di sempre. Parleremo di arte e di poesia, citerai ancora Orazio e Catullo in latino, oppure la divina Saffo ed io ti ascolterò attenta, come nei nostri viaggi ad Arenzano, mentre il treno correva e la Riviera appariva a sprazzi di mare, di azzurro e di luce, tra una galleria e l’altra, come scene da un immaginario poetico sepolto nell’inconscio e che d’improvviso salgono alla luce … irreali, come la nostra amicizia insolita, fuori dal tempo, incomprensibile a molti”.
Nel foyer del teatro, una domenica pomeriggio di qualche anno fa: “Ciao Angelo, come stai? Tu sei un assiduo del teatro! Sono contenta di rivederti”.
Lui risponde con il suo sorriso al mio lieto saluto: “Ciao. Lo sai, sono abbonato”.
La conversazione si avvia spensierata a tre: lui, mio marito ed io. Intorno a noi si crea un vortice vociante, una girandola festante di volti sorridenti, di signore in pelliccia e di uomini in abito scuro.
Lo spettacolo sta per cominciare e noi ci avviamo insieme verso la platea. L’amico è solo, come spesso accade, anche se numerosi volti, in particolare femminili, gli sorridono con un cenno di saluto.
Si spengono le luci nella sala, mentre i riflettori puntano il palcoscenico. Il silenzio avvolge la platea che si appresta all’ascolto: ha inizio la commedia.
Si apre il sipario su un interno, una scena di famiglia. La trama, come un gomitolo, inizia a srotolarsi piano piano, lanciando sugli spettatori i presupposti di una vicenda familiare: una donna rinuncia a formarsi una famiglia per dedicarsi completamente alla madre anziana e bisognosa di cure. L’amore filiale imprigiona le ali di farfalla della protagonista, che sente la rinuncia bruciante. [Continua...]

Punti & Linee di Alessandro Trentini

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Agosto. L’agosto afoso, timido di una lingua di terra tra l’Adige ed il Po. La pelle umida e la camicia sbottonata, scenario aperto sulla pancia pronunciata e sulle canottiere bianche, quelle usate dai nonni di queste terre. Quelle con le bretelle sottili e le sottili righe.
C’era un ventilatore, in un angolo, che muoveva l’aria calda. Girava lentamente, astuto, consolidando nei commensali la stessa situazione umida ed allo stesso tempo di sollievo. C’erano parenti lontani, in questa notte nata così, un po’ per caso. Avrebbero dormito tutti a casa mia, una casa semplice, trasformata per l’occasione in luogo di festa e di incontro. Parenti emigrati in quelle grandi fabbriche delle grandi città del nord, nel dopo alluvione, in cerca di miglior fortuna.
L’abbandono della libertà ed allo stesso tempo della durezza che offriva la vita rurale in cambio di uno stipendio fisso ed un cartellino da timbrare ad orari ben precisi e quindi la possibilità di comprare una casa vera con bagno e acqua calda che esce dai rubinetti.
La voglia di trasformare questo incontro in interminabile, assieme alla lontananza da casa, divennero proprio i motivi insoliti ed imprevisti per dover riorganizzare le stanze da letto ed i divani, ed ospitare adeguatamente tutti i cugini, per trascorrere la notte.
Le ultime ammucchiate di parenti sono ormai lontani ricordi, risalgono a quasi 30 anni fa.
Ricordo quando ero piccolino, nelle notti d’agosto. [Continua...]

I moicani degli anni Ottanta di Jonata Torricelli

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

80 sete
80 paura …
80 voglia di te …
Ma il mio 80 non è tutto ciò, il mio 80 è l’anno Millenovecentoottanta, i vecchi anni Ottanta, gli anni del fiore della mia giovinezza ma anche gli anni della mia morte.
Nato nel 1968, nell’anno 80 avevo appena dodici anni, ero ancora un bambino ma mi sentivo già un uomo, un po’ strano dato che non sapevo ancora niente della vita, non avevo ancora accumulato nessun tipo di esperienze, l’unica cosa che sapevo in modo teorico era come si baciava una ragazza ma non l’avevo mai messo in pratica.
Ricordo che abitavo in Viale G. a Modena, in quel periodo c’era il BUM dell’ eroina, un sacco di ragazzi divennero tossici dipendenti, la maggior parte di loro morivano per droga, il parco di Modena dove c’erano le giostre per i bimbi, il cosiddetto “Monumento”, era invaso da spacciatori e tossici, la gente si faceva così come se niente fosse, per la strada, in stazione, nei garage, in qualsiasi angolo poteva capitare andava bene per farsi un BUCO.
La mia storia iniziò così …
Era un giorno di novembre, piovigginava, ero in casa alla finestra del balcone che guardava sul viale, l’appartamento al secondo piano in un palazzo di sette piani costruito senza nessun criterio, era tutto sottile, muri, porte, finestre, ricordo che con la testa ero appoggiato alla finestra del balcone, un vetro talmente sottile che avevo paura di romperlo e tutte le volte che passava l’autobus vibrava facendo un ronzio come se in casa ci fossero mille calabroni in amore, le goccioline all’esterno scivolavano giù lentamente unendosi l’una contro l’altra e quando quello passava, le vibrazioni del vetro le scagliavano via a una velocità impressionante, facendolo sembrare asciutto. [Continua...]

… e se ti raccontassi? di Enzo Proto

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Non molto tempo fa, c’era un pasciuto e simpatico passero di campagna; per meglio dire di paese, non faceva nulla di particolare, conduceva una vita monotona, raccogliendo granaglie, volando da un albero all’altro, cinguettando a squarciagola nel suo nido. Un giorno però incontrò alcuni uccelli migratori, erano di passaggio, si posarono sopra i rami di un albero alle porte del paese, proprio dove il nostro amico passerotto amava volare; il passero prima li guardò diffidente, poi, piano pianino si avvicinò: «Salve amici, da dove venite?» chiese ai pennuti sul ramo.
Questi lo guardarono «Ciao» risposero in coro ignorando il resto della domanda; il passerotto non badò a tanta indifferenza: «Siete stanchi vero?» continuò, «Non molto» rispose il capo comitiva.
Dopo un poco il passerotto si accorse che i migratori non erano uccelli superbi, e come gli spiegarono, loro per le lunghe traversate che facevano erano abituati a parlare poco.
Così cinguettando cinguettando, passò il tempo, il passerotto imparò a conoscere il mondo, capì di non doverlo racchiudere solo al posto in cui viveva, conobbe posti bellissimi dove si vivevano meravigliose avventure, ma soprattutto scoprì le città, com’erano fatte, quali pericoli si correvano e ammirò tutto il loro splendore. [Continua...]

Malva, gramigna e fiori di lavanda di Donatella Poggi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Peter Collins, il pescatore, si addentrò tra le bancarelle della fiera di S. Giovanni, quella che dopo il predominio dell’anglicanesimo sul cattolicesimo si sarebbe chiamata “Fiera d’inizio estate”. Il giorno stava cedendo il passo alla notte, il cielo, ad Occidente, aveva assunto colori sgargianti: arancio e rosso con qualche pennellata di viola, per poi stemperarsi nel blu della parte opposta. Peter aveva fame ed era stanco. Dopo ventiquattro ore in mare con la barca ed altre otto per portare a destinazione il pescato, era tornato a casa, desideroso solo di darsi una ripulita e trovare un buon pasto.
Ma ormai la casa era vuota e non c’era più nessuno ad aspettarlo: un’epidemia di febbre altissima si era portata via sia il padre, che era stato prima il suo maestro e poi, con l’avanzare degli anni, il suo aiutante, sia la madre. Perciò aveva deciso di recarsi alla fiera, dove almeno avrebbe trovato cibo e bevande per rifocillarsi, pensando che forse, a ventidue anni, sarebbe stato il caso di cercarsi una moglie, pronta ad accoglierlo al suo rientro, nella stagione fredda, davanti al fuoco scoppiettante. Localizzò la bancarella dove vendevano gli sformati di carne e quella delle focacce e si diresse spedito da quella parte, guardando il cielo, dove cominciava già a brillare qualche stella: tra poco, ai margini del grande spiazzo sarebbero stati accesi degli enormi falò, i giovani avrebbero iniziato le danze e la musica, qualcuno si sarebbe ubriacato di birra, qualcun altro avrebbe fatto a botte per motivi stupidi, e così sarebbe passata anche la notte di S. Giovanni. E il mattino dopo la vita sarebbe continuata come al solito, con le sue gioie (ma quali per lui?), i suoi dolori e gli abituali problemi quotidiani. Immerso profondamente nei suoi pensieri, andò ad urtare con violenza una ragazza vestita di scuro, che stava conversando con alcune coetanee. [Continua...]

Graffio d’alba di Lenio Vallati

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Ero ancora un ragazzo quando mio padre mi portava a visitare la fabbrica. “Un giorno tutto questo sarà tuo”, mi diceva. Le sue parole mi procuravano un immenso piacere.
Osservavo compiaciuto i capannoni e non pensavo minimamente alle responsabilità che comportava l’amministrarli. Poi conobbi Elena, l’unica donna della mia vita, che dopo qualche anno divenne mia moglie e mi diede un figlio, Matteo. lo intanto mi davo da fare nella fabbrica di mio padre, ma il lavoro non mi affaticava. Forse perché ero il figlio del capo e mio padre, severissimo con gli altri dipendenti, dimostrava di avere per me un’indulgenza particolare. Bastava che fingessi interesse al lavoro e ubbidissi alle sue richieste, quasi mai pressanti, di battere un foglio a macchina o di spedire una lettera. Alle catene di montaggio che sfornavano ogni giorno centinaia di elettrodomestici, non ci andavo quasi mai. Ben poco sapevo della vita e delle condizioni degli operai. Al consiglio di amministrazione bastava che mi facessi vedere attento e annuissi continuamente alle parole di mio padre, il quale non sbagliava mai, non poteva sbagliare! Ai miei occhi era una sorta di dio onnipotente, dal quale dipendevano la fabbrica e i suoi lavoratori. Nonostante avesse molti collaboratori, raramente ascoltava i loro consigli, e soleva ripetere spesso che quella fabbrica l’aveva costruita lui, dal nulla, era una sua creatura. Un giorno mio padre fu colpito da un infarto, mentre si recava al lavoro: lo portarono subito all’ospedale, ma non c’era più niente da fare. Improvvisamente mi ritrovai sulle mie gracili spalle quella fabbrica, che mi appariva adesso ancora più grande di quanto non fosse in realtà, e un buon numero di famiglie che sarebbero dipese da me. Mia moglie Elena mi era accanto e mi incoraggiava. Ma non mi era di nessun aiuto nella gestione degli affari. Il suo compito era di badare alla casa e al piccolo Matteo. [Continua...]

Medicina e recenti Miracoli. Scienza e fede di Giulio Tarro e Mauro Pasqualino

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Il Miracolo, poter esprimere con una definizione ben chiara il termine in esame, non è sempre facile, è un’impresa, a dir poco difficile. I miracoli sono la manifestazione del sovrannaturale o, a rigor di termini, fenomeni ai quali le leggi della natura obbediscono ad un volere superiore – cioè alla volontà di Cristo. Nel vocabolario della lingua italiana leggiamo: cosa, fatto, avvenimento o evento straordinario. Esso appare ed è al di sopra delle normali regole della natura, non spiegabile dalla ragione umana, dal sapere scientifico e dalle conoscenze della mente dell’uomo.
L’amore in Cristo, ovvero la fede, comprende ciò che la ragione non sa spiegare, là dove la scienza può spiegare tutto, senza nulla comprendere, se posta dinanzi a guarigioni miracolose, essendo esse, frutto del volere Divino.
L’effetto che produce la volontà Divina, può essere definito con i termini: Miracolo; Grazia; evento Mirabile. Le tre parole, hanno un differente significato, dato dall’entità stessa del fenomeno che l’uomo assiste o riceve dal Cielo.
La differenza tra Miracolo e Grazia, vi è: La Grazia è un avvenimento o evento, tanto atteso e desiderato ma, non stravolge le regole della natura e migliora la qualità della vita del beneficiario. Il Miracolo, determina un fenomeno non spiegabile, nel modo più assoluto, dalla ragione umana, in quanto è volontà Suprema e, stravolge le leggi della natura. Poi, abbiamo l’evento mirabile, esso è dato da un qualcosa non comune, certamente non è la Grazia né è il Miracolo, bensì un qualcosa di poco meno alla Grazia, che al contempo è degno di essere ammirato. [Continua...]

La punta dei libri un paese sul mare di Alessandra Maltoni

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

«Ehi, c’è la zia!», urla una vocina acuta di bimbo. Siamo in Via Anastagi, in pieno centro storico, non lontano dal luogo in cui riposa un grande poeta e dalla finestra del secondo piano di una vecchia casa si scorge una testina bionda, due occhi tondi vivaci e azzurri come il cielo: è Aldo.
«La zia, la zia, siamo p-onti!», dalla felicità esclama Aldo: omette sempre la lettera ‘r’, ancora non riesce a pronunciare la ‘r’ e, invece di dire ‘pronti’ dice ‘p-onti’: e per lo stesso motivo suo fratello Carlo lo chiama ‘Ca-lo’ o ‘Ca’.
«Via, via Ca-lo, dobbiamo anda-e, si pa-te!»
Poi, si sente un trambusto dentro la casa e un rumore di passi e salti veloci scendere una scala interna.
«Ap-o io la po-ta … urnh, dai».
«No, apro io: sono più grande»; il grande portone in legno verde si spalanca, ecco Aldo e dietro Carlo con la sua bici la ‘spider rossa’ .
Dovete sapere che il giorno prima Aldo ha combinato un disastro.
Il bimbo è rimasto solo con l’anziana bisnonna: svelto più di un missile, è riuscito a chiudere la porta e a lasciare la nonnina intrappolata in cortile e per salvare tutti sono arrivati i pompieri!
«Ieri, cosa è successo?», mormora zia, ancor prima di salutare. [Continua...]

Fuori… Classe di Lorenza Lucchi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

«In a dream a long time ago
We fell in love but what did we know
Years seemed to pass as time took its toll
you ‘re here at last, so why must you go
But tonight you belong to me yeah
Yes, tonight you belong to me,

… Oh, tonight you belong to me, yeah … »

La celebre canzone dei Kiss che raramente la radio mandava, echeggiava nell’abitacolo della Panda blu che Raul aveva preso in prestito dalla madre, mentre stava rientrando a casa. Doveva riaccompagnare i due amici e compagni di gioco, dopo la partita di allenamento del tardo pomeriggio, come ogni tanto accadeva; lui, invece, giocava regolarmente in una piccola società calcistica della sua zona. «Hai già fatto tutto per domani?» chiese uno dei passeggeri a bordo dell’auto. «No, mi manca il ripasso di letteratura, ti rendi conto?» rispose con freddezza Raul.
«Auguri…! Cos’hai da rileggere: anche Foscolo e tutto il romanticismo?» incalzò Flavio.
«No, il romanzo storico e le poesie del Manzoni».
«Va beh! Ci vediamo domani mattina».
«A domani… e portami il cd che ti ho chiesto» aggiunse ancora il conducente.
«Sì, dai, okay e vai piano…». [Continua...]

Mi chiamo Assunta ma son disoccupata di Fiammetta Franchi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dal Capitolo I – Le due figlie gemelle di Talassotera Pico e Bona Saura -

Assunta e Desolata erano due gemelle, identiche nell’aspetto, come carattere non si somigliavano per nulla, e questo fatto rendeva meno gravoso ai parenti il riconoscerle negli atti quotidiani.
Assunta, fin da piccola era decisa, volenterosa e piena di giudizio, per contro, Desolata era incolore e in ritardo su tutto, persino nel reclamare i soldi della paghetta settimanale.
Erano nate in una famiglia della “media borghesia” (solo media, perché al loro paese ben poche famiglie avevano la disponibilità economica per consentire ai figli di raggiungere il conseguimento di un diploma superiore) da madre casalinga e padre titolare di una modesta libreria, che più volte aveva tentato di esportare Il Capitale all’estero, ma all’epoca, l’opera Marxiana era ormai considerata extraterrestre anche nell’ex-Unione Sovietica per cui ne vendette solo poche copie.
Provò successivamente a pubblicare un suo scritto, dove raccoglieva le più grandi fandonie dette dal più grande statista di tutti i tempi, intitolandolo La Sacra Bubbola, ma anche quello non conobbe sorti migliori.
Così, quando Assunta e Addolorata ebbero raggiunta la maggiore età, si trasferirono con i genitori da uno sperduto paesino del Sud, a uno sperduto paesino del Nord, per vedere di trovare un lavoro o un marito, in grado di dar loro una sicurezza per il futuro.
Ma una cosa che, purtroppo, spesso non sa chi parte da uno sperduto paesino del Sud, per raggiungere uno sperduto paesino del Nord, è quanto a Sud possa essere il Nord, quando due ragazze, di qualsivoglia origine, prive di ogni esperienza lavorativa, cercano di farsene una, rispondendo a qualcuno di quegli annunci dei giornali, (annunci che spesso vengono riproposti identici per mesi, tanto da far sorgere dubbi consistenti sulla loro autenticità) dove immancabilmente viene richiesta “esperienza lavorativa”. [Continua...]

Temibili insidie di Franco Bianchi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dal Capitolo I – Assam – India (1980-1988) -

Dopo le elezioni del gennaio del 1980, nelle quali Indirā Gāndī, che aveva sessantadue anni, era stata eletta per la settima volta, le agitazioni in India erano proseguite, accentuandosi in alcuni Stati.
Il signor Ludovico Deltèverd, proprietario della SICTcon sede a Lugano, aveva continuato a recarsi sistematicamente negli anni seguenti e non senza disagi nello Stato dell’Assam, per seguire i problemi della coltivazione, della raccolta e della lavorazione del tè, fino alla spedizione del prodotto agli acquirenti esteri.
Nel 1986, vi era tornato nel mese di settembre, alla fine del terzo raccolto, per occuparsi soprattutto della cura del prodotto e dell’approntamento delle spedizioni.
Suo figlio Adriano, diciottenne, si era appena iscritto alla Facoltà di Medicina e lo aveva seguito con sincero interesse in quel viaggio. Era la prima volta che lo accompagnava in India ed era rimasto autenticamente affascinato da quel Paese pieno di misteri, di contraddizioni e di consuetudini profondamente diverse, oltre che dilaniato da pericolose ostilità interne.
Egli aveva preso l’abitudine di recarsi nei centri di ritrovo dei giovani dove trascorreva parte del suo tempo a conversare con i suoi coetanei e, in una di quelle occasioni, aveva conosciuto una giovane studentessa di nome Devaki che aveva iniziato a frequentare con discrezione, prudentemente.
In Europa, si raccontava che in India le adolescenti venissero ancora promesse, sulla base di accordi tra famiglie, molto tempo prima che l’emozione di una simpatia giovanile potesse sbocciare nella loro anima ed egli stesso aveva notato quanto fosse evidente, nell’agire quotidiano, il profondo rispetto che le persone nutrivano per le proprie tradizioni e per i valori dominanti rappresentati dall’autorità della famiglia, dell’appartenenza sociale e della fede religiosa. [Continua...]

Cardiogramma di Cosetta Piccola

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Seduzione-

L’arrivo di Roberto fu simile a un temporale estivo notturno, un temporale che, anche se annunciato, sembra esageratamente repentino e violento. Come tutto il resto dell’estate, forse. Forse.
Il temporale è annunciato dall’aria che s’incupisce, da orrendi nuvoloni scuri che s’ammassano nel cielo e poi da lampi che si preferirebbe chiamare saette per quel loro guizzare nel cielo, unico e irrepetibile. Poi, dopo la burrasca d’acqua, notte o giorno, tutto sembra più pulito, più desiderabile, più fresco, come se il peso dell’estate fosse, all’improvviso, più sopportabile.
Questo e tante altre cose fu l’arrivo di Roberto, unico maschio giovane tra tante donne o meglio, tante femmine, piccole e grandi.
Ognuno si sentiva a suo modo elettrizzato, compreso nella parte, tranne il Padre che intuiva, con il fiuto atavico del maschio, nascosto sotto il rasoio Giletti monouso e il filo interdentale, lo spiazzamento causato da un altro suo pari, sebbene della sua tribù e, malgrado tutto, suo ospite. La Madre correva avanti e indietro perché poco era il tempo che le restava dopo il lavoro, ma in realtà nella sua parte più intima, forse neppure da lei conosciuta, c’era l’ansia finalmente di accudire un giovane maschio che suo non era, e neppure figlio, ma la natura umana, si sa, va avanti più spesso per contrasti che per logica.
«Dove lo mettiamo?» tutti si dissero e dissero, dando per scontato che sarebbe rimasto lì a studiare, dato che era il posto vicinissimo all’università e non era il caso che pagasse altri soldi o che stesse solo ecc. ecc. Certo non poteva stare nella stanza delle Sorelle, tra due letti a castello, un armadio, le sedie, le mensole e l’età delle ragazze, così ingombrante: quindici e diciassette anni. [Continua...]

Indagine sul Dio Sole di Emilio Ceccarelli

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

… Quando iniziò la Preistoria? È bello, anche se non scientifico, affermare che la Preistoria “si perde nella notte dei tempi”. R. Furon, massimo studioso francese di preistoria, afferma nel suo Manuale di Preistoria, che “creata da dilettanti, [ ... ] è divenuta una scienza [ ... ] ma non ha perduto nulla della sua popolarità [ ... ], la Preistoria copre, nel tempo e nello spazio, un campo immenso. L’evoluzione dell’umanità [ ... ] è in corso da circa un milione d’anni”. Solo nel 1800 archeologi e paleontologi, principalmente francesi e inglesi, fecero le prime vere indagini scientifiche, confrontando e integrando conoscenze e scoperte geologiche, paleontologiche, archeologiche e astronomiche. Fecero, in termini moderni, ricerche comparate, organiche e sistematiche interpretando, per quanto concerne la preistoria dell’uomo, i primi reperti quali selci scheggiate, ossa, denti e asce in pietra levigata. Il crescente coinvolgimento d’istituti e ricercatori specialistici e la disponibilità d’aggiornati testi sul tema, consentono di approfondire e dare attendibilità scientifica ad argomenti lasciati troppo spesso a imprecise informazioni giornalistiche o a controverse congetture di parte.
Sulle orme degli esploratori che portarono alla luce le testimonianze delle civiltà sepolte, rapiti dal loro fascino misterioso, sono state create migliaia di raccolte museali in cui i visitatori possono rivivere l’emozione delle scoperte. [Continua...]

Sarò come Garrincha di Lucio Schiuma

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Chiusosi lentamente il portone di casa alle spalle, Marco rimase per un attimo immobile sul marciapiede. Poi alzò lo sguardo e scrutò il plumbeo cielo invernale. Quindi abbassò le palpebre e, fra sé e sé, espresse il classico desiderio che ogni adolescente formula in vista di una giornata scolastica che si annuncia particolarmente impegnativa:
“Che Dio me la mandi buona!”
Appena riaprì gli occhi, una gelida folata di vento lo investì trafiggendogli il viso come tante punture di spillo, quasi a conferma delle raggelanti sensazioni che aveva iniziato ad avvertire già dalla sera precedente. Si guardò intorno, decisamente preoccupato. Un infisso dell’abitazione attigua, lasciato incautamente aperto, sbatteva in continuazione. Le cartacce turbinavano nell’aria trasportate da un vento impetuoso. Tutto lasciava presagire che quella che si preparava ad affrontare sarebbe stata una giornata davvero sferzante. Sotto ogni punto di vista. Ad attenderlo al varco, quel freddo venerdì di fine gennaio, c’erano le temutissime interrogazioni di fine quadrimestre.
Per darsi forza, Marco prese un lungo respiro. Infine si alzò il bavero del giubbotto e, a testa bassa, si decise a incamminarsi verso la scuola. Dopo solo pochi passi, però, si fermò. Il vento era veramente sostenuto, tanto da rendere arduo persino il semplice atto del camminare. Portò entrambe le mani alle cintole dello zaino che teneva in spalla e, agganciando a queste i due pollici, riprese il suo tragitto. Un piccolo accorgimento aerodinamico, grazie al quale si sentì subito più bilanciato e maggiormente ancorato a terra. [Continua...]

La terza alba di Marco Perrone

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dal Prologo -

Roma, 27 Marzo 1979, ore 12,00.
Congiunzione allo Zenit del Sole che è appena entrato da cinque giorni nella Costellazione dell’Ariete (primavera, Rinascita), allineato con Mercurio (Intelligenza), la Luna (Maternità) e Marte (potenza), e quella che è la settecentosettantasettesima congiunzione di questi tre “pianeti” si trasforma in un passaggio epocale dall’Era dei Pesci all’Era dell’Acquario, dopo circa duemila anni, l’avvento del Portatore d’acqua, il Portatore della vita!
Quello che si profila all’orizzonte è la vera rivoluzione del XX secolo, giunta in punta di piedi, senza clamore né spargimento di sangue, dieci anni dopo le grandi rivoluzioni di costume della civiltà occidentale che l’avevano sommessamente preannunciata, come la New Age, venti secoli dopo l’inizio dell’Era dei Pesci che corrispose con la venuta del più Grande Rivoluzionario della Storia che aveva portato la Luce morendo come un Agnello sacrificato sul più nobile altare dell’Universo: la Croce!
In una piccola baracca sul fiume Aniene, affluente del Tevere, alle porte di Roma, vive una famiglia palestinese giunta clandestinamente in Italia pochi mesi prima; padre, madre e una figlia di 13 anni.
Improvvisamente, poco prima di mezzogiorno, si vede nel cielo sereno un gran bagliore, simile al precipitare di un grande asteroide, seguito da un forte boato, simile a quello che precede un terremoto. [Continua...]

Il dubbio di Nuccio Pepe

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La porta si richiude con uno scatto alle nostre spalle. Il resto del mondo è rimasto fuori.
Siamo nel nostro locale, nel nostro Cafè. Un rituale saluto appena entrati.
Appena uno scambio di battute in tante lingue, quasi una babele, e a stento riusciamo a comprenderei, ma ci conosciamo da così tanto tempo che basta un’occhiata, anche fugace, per capirsi al volo.
Tutti seduti lì al solito tavolo. Le risposte sono varie e riflettono le diverse personalità degli amici già incontratisi da un po’ di tempo, in un misto di lingue e loro deformazioni.
Non ci vediamo da molti mesi, ma il mio arrivo non sembra sconvolgere più di tanto i soliti volti. Peter, Monika, Dutch, Andreas, Dorothy.
Anche qui, i gesti, gli usi sono uguali a quelli di altri angoli del pianeta, dove il primo gesto di ospitalità consiste proprio nell’invito a sedere e bere qualcosa insieme.
Sorrisi, abbracci, pacche sulle spalle.
Mi è sempre piaciuta l’idea di incontrare persone, amici, colleghi in un bar.
Sedere magari ad uno dei tavolo all’aperto, e, sorseggiando un Martini dry, riconciliarsi con la vita mentre i raggi del sole giocano con le figure che attraversano la piazza.
Anche al chiuso l’atmosfera è ideale per l’incontro, per parlare, discutere.
È incredibile come certi luoghi nella mia mente si associno automaticamente all’idea di donna e di amicizia.
Abbiamo fatto discussioni interminabili su come cambiare il mondo, abbiamo litigato su questioni di letteratura e di politica. Parlato di arte, di amore, di viaggi fatti e da fare. Abbiamo parlato degli amori impossibili, delle conquiste reali o semplicemente immaginate, abbiamo sezionato ogni capello, ogni centimetro di pelle intravista sotto la gonna svolazzante di quella che “chissà se … “, incontrando ci nel “nostro” locale, mentre il luogo, la città, il paesino di provincia hanno sempre avuto un interesse relativo. [Continua...]

Non dobbiamo perderci d’animo di Massimo Cortese

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Quando mia madre è nata, nel 1922, la nonna aveva quarantacinque anni. Era un periodo difficile, e per una famiglia di povera gente come era quella dei miei, la già difficile esistenza era messa quotidianamente a dura prova da un periodo storico non certo avaro di disordini che in quei tempi erano sempre di casa.
Ho letto, non ricordo più dove, che la prima volta che una bandiera rossa ha sventolato al mondo, questo è avvenuto proprio ad Ancona, dove nel 1914 c’è stata la famosa Settimana Rossa, con tanto di scontri e, purtroppo, di vittime. Chissà quanti giornali dovevano essere stampati in quegli anni, chissà quante speranze, quanto entusiasmo, quante vite spezzate, quanti e quali fermenti: di loro non abbiamo più notizia. Prima che iniziassi a lavorare, mi sono occupato d’una storia del primo Novecento, e ho scoperto che ad Ancona c’era l’Opera Pia del Baliatico per la prole legittima: mi sono sempre domandato e quella illegittima, di prole, che fine faceva? Sembrerebbe una domanda idiota la mia, ma non lo è per nulla, se pensiamo a quei poveri disgraziati: che ne sarà stato di loro?
La miseria nera, la miseria nera, di questa sì che ho sentito parlare come espressione colorita spesso usata da mia madre: anche la miseria aveva un suo colore, il nero del carbone e della disperazione, almeno credo. Le immense privazioni caratterizzavano il clima di quegli anni, eppure non mancavano di certo valori come la speranza, il rispetto, la solidarietà, perché la comunità viveva comunque in un villaggio, e tutto, anche la sofferenza, veniva condiviso. In fondo, quello che ci manca oggi è l’idea della comunità, del villaggio, e non a caso qualcuno ha parlato di villaggio globale, ma non è mica la stessa cosa.
Ma non perdiamo di vista la nostra modesta storia. [Continua...]

Candidato al Consiglio d’Istituto di Massimo Cortese

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Mia figlia frequenta la prima elementare di una scuola della periferia della città dove vivo. lo, oltre ad essere rappresentante dei genitori al Consiglio di Interclasse ed al Consiglio d’Istituto, sono pure Babbo Natale uscente. Quando ancora la bimba andava alla scuola materna, d’accordo con le maestre, un giorno di dicembre prendevo le ferie o un permesso orario e interpretavo questo ruolo di cui sono sempre andato molto fiero. L’ultimo anno sono arrivato con dei sacchi di juta quasi fossero gerle, il campanaccio, la videocamera, così le maestre mi hanno pure ripreso, e ho distribuito anche dei regalini: un carro dei pompieri per i maschietti e delle fermezze per i capelli per le femminucce. Quest’anno, purtroppo, non mi si ripresenterà più l’occasione!
Ebbene, ogni tre anni nella scuola frequentata da mia figlia, come del resto in tutta Italia, si tengono le elezioni del Consiglio di Istituto, e siccome è difficile trovare i genitori disponibili a presentarsi, la direttrice indice un’assemblea l’ultimo giorno di presentazione delle liste, in modo da coinvolgere il maggior numero di persone, per poi convincerle a candidarsi. Vengono allora predisposte due liste: una per la sede centrale ed un’altra per le frazioni. Quest’anno il martedì dell’ultima settimana utile per la presentazione delle liste sono andato a scuola a comunicare la mia disponibilità a candidarmi al Consiglio d’Istituto, e un’impiegata mi ha dato un modulo, che io ho preso, sebbene ritenessi inutile prenderlo perché tanto l’avremmo compilato l’ultimo giorno. Su indicazione di Stefania, la Vicepresidente uscente del Consiglio d’Istituto e residente nella frazione pure lei, ho portato la lista da compilare alla locale scuola elementare per prendere le firme.
Ogni anno - dice Stefania – non si riescono mai a trovare le firme per tempo, e poi le diamo alla direttrice come lista delle frazioni.
Così vengono raccolte le firme per la lista che poi Stefania porterà alla riunione di sabato.
Arriva finalmente l’ultimo giorno, il sabato. [Continua...]

Il tragico ritorno di Ulisse di Sergio Conca Bonizzoni

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Era un pomeriggio afoso d’inizio Luglio a Milano.
L’asfalto dei marciapiedi si squagliava letteralmente al sole.
A poco erano servite le due gocce venute giù in tarda mattinata, che anzi avevano lasciato per le strade una cappa d’umidità insopportabile, accompagnata da poche pozzanghere grigiastre.
Il professar Donati, appesi malvolentieri ed anzitempo al chiodo i suoi cari libri d’italiano, latino e greco, si trascinava tristemente lungo il marciapiede assolato verso la solita libreria all’angolo, dove andava da qualche giorno anche per godersi un po’ dell’ aria condizionata del negozio.
Donati di nome faceva Corso, un nome altisonante originario del Trecento guelfo, che peraltro ben gli si adattava almeno fintantoché era rimasto a maneggiare classici dietro la cattedra del Liceo Berchet.
Lo strattonava in avanti a più riprese il fido Cerbero, unico e fidato compagno della sua prematura e forzata vecchiaia, che lo sopravanzava ansando con la lingua gocciolante a penzoloni, ben conoscendo la strada verso la solita libreria.
Era un’anziana coppia in realtà non ben assortita, il cane così vispo nonostante l’età ed il professore invece così dimesso anche nel vestiario, oltre che nell’atteggiamento.
A proposito: se lo avesse visto la sua Teresina!
Come prima cosa gli avrebbe fatto portare i pantaloni in tintoria. [Continua...]