Ciao vita

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Ciao, vita
che mi vieni incontro,
ti aspettavo, eccomi.

Quando ero giovane avevo paura di perderti,
e mi misi a correre
ma più correvo e meno ti prendevo…
Mi accorsi dopo
che tu
eri la corsa.

Ti saluto ora
come a vent’anni salutai Madeleine a Le Havre
mentre mangiava sotto l’unico albero del porto,
con una briciola sulle labbra.
Io avevo una birra e dividemmo a metà
tutto.
Mi sorprese che si fidasse di me:
disse che le piaceva il mio cappello
e lo volle provare.
E rideva rideva… Dio come rideva,
solo mia madre rideva come lei.
Da allora ho sempre portato un cappello.

Ciao, vita, lo so che mi vuoi bene.
Le rughe? Sono le strade passate insieme,
quelle importanti lasciano sempre un segno,
ti fanno riconoscere fra mille,
sono le pagine del tuo diario. Spesso le rileggo.
Le rughe più fonde sono le più belle.

Ciao vita, oggi c’è un bel vento,
un soffio che apre gli occhi e non fa male.
Nella mia testa ci sono mille uccelli
che si alzano in volo:
come quando salpai da Le Havre
e Madeleine mi salutò correndo lungo la banchina.
Forse dovevo scendere.

Ciao, mia vita, il marinaio è tornato,
sono contento di esserci.
Vedi, saluto io per primo, per farmi notare
ed incontrare uno sguardo.
Se ci provi c’è ancora qualcuno
che si accorge di te e ti sorride.

Immagine: Pier 56 di Brent Lynch

Umanità

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Spruzzi d’inquetudini sotterrate
rivolgono lo sguardo al delirio di foglie cadenti
mentre la luce marmorea accompagna
con una lieve carezza
il mondo che piega le sue vesti.

Ed io
affondo le mani
nell’oceano dei miei ricordi.

Immagine: La Autumn Mist di Mike Jones

Risveglio

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Guglie maestose ed orridi dirupi,
rocce e ghiacci silenti,
cupe, gelide vette,
che tagliano la notte,
più scure della notte,
come losche figure
dai contorni sfuggenti
ed odo sussurri lontani,
oscure preghiere,
lamenti, forse,
gemiti confusi
o solo il suono
del mio cieco e vano vagare
in un mondo di quiete
e parole donate al silenzio.

E poi si fa chiaro,
terra e cielo si separano,
lentamente,
come amanti dopo l’amplesso,
obbedendo ad un antico rituale
che annienta volontà e pensiero
e mentre le cime più alte
già fremono ed ardono
sfiorate dalla carezza della prima luce,
io volgo lo sguardo ormai sazio
ed incontro il tuo sguardo,
delicato e rispettoso,
tiepido baluardo della mia estasi.

Immagine: Promise di Garmash, particolare

Quel giorno a Brownsea

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Non fu a caso quel giorno a Brownsea
che Robert Powell guidò il veliero
verso la pace.
Non fu a caso che venti ragazzi
navigarono verso la primavera.
Fu l’incantesimo dell’amicizia
che spinse lui e i suoi ragazzi
verso giorni profumati
che facevano respirare la sua luce.
Non è un caso che Robert
e i suoi ragazzi dopo cento anni
fanno assaporare a milioni di uomini
gli aromi della luce.
Non è un caso
che l’esercito delle camicie azzurre
fa viaggiare la luce e la fa giungere
oltre i confini dell’egoismo.
Quella luce che riflette i sorrisi del cielo
apre le finestre alle aurore
dipana i dolori, allontana la solitudine
porta in dono sogni
innalza altari all’amore.
Quella luce che non si perde nel vento
ma corre a perdifiato
e arriva nella Valle dei Templi di Agrigento
per consacrare gli scout Telamoni
dell’onesto sudore della fronte, del coraggio
dell’avventura, della libertà, della solidarietà
del gioco, del canto, della preghiera
della saggezza, della verità
della bellezza del creato.
Quella luce che rinnova il giuramento:
“Una volta scout, per sempre scout”.
Quella luce che fa germogliare mille motivi
per cui vale la pena vivere
e lottare per far vivere.

Immagine: nella foto Robert Baden-Powell

In viaggio

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Mentre si parte
pensieri di fumo
confondono sguardi
in attesa
di uno scherzo sospeso.
Si parte
forse insieme
forse mai.
Panchine vuote di
sole
ombre.
Di spalle,
in attesa
di riconoscersi una volta ancora
al ritorno da una nuova partenza

Immagine: foto di Morgana Marchesoni

Il canto dell’anima

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Paraplegico con la sindrome di Down.
Sono così dalla nascita,
per i medici non dovevo neppure nascere.
Mia mamma mi ha voluto a tutti i costi,
diceva che mi amava,
che comunque ero il frutto del suo amore
e di quello di mio padre,
di quel bastardo che quando ha saputo com’ero
è fuggito dalla nostra vita per cercare di farsi compatire da un’altra donna,
ed avere con lei una famiglia normale.
Normale.
Normale.

Così eccomi qua,
sulla mia sedia a rotelle,
a scrivere come ogni sera.

Io scrivo, scrivo sempre.

Non parlo con nessuno perchè mi vergogno,
emetto dei suoni incomprensibili anche per me stesso.
Quello che voglio scrivere questa sera riguarda voi,
voi tutti.
Non voglio essere pietosamente considerato un emarginato.
Siete voi i veri emarginati,
che vi isolate da tutto ciò che è diverso da voi,
per paura.

Perchè un giorno,
un giorno soltanto,
non provate a stare con me?

Capireste che quando apro la bocca
con quell’espressione “spaventosa”
non è solo perchè ho fame,
ma è anche perchè voglio cantare.

Mia madre mi capisce.

Lei sola capisce la differenza.

Quando è così, lei mi si avvicina,
mi abbraccia e, sussurando,
con la sua dolcissima voce, inizia a cantare insieme a me.

La stessa canzone,
le stesse parole ripetute all’infinito.

Cantiamo assieme,
due voci e una melodia.

A volte stoniamo,
è vero,
ma continuiamo a cantare.

Due voci in una sola anima,
due voci in un solo canto,

due voci

nel canto dell’anima.

Immagine: Insieme di Johanne Cullen