Mi chiamo Assunta ma son disoccupata di Fiammetta Franchi

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Dal Capitolo I – Le due figlie gemelle di Talassotera Pico e Bona Saura -

Assunta e Desolata erano due gemelle, identiche nell’aspetto, come carattere non si somigliavano per nulla, e questo fatto rendeva meno gravoso ai parenti il riconoscerle negli atti quotidiani.
Assunta, fin da piccola era decisa, volenterosa e piena di giudizio, per contro, Desolata era incolore e in ritardo su tutto, persino nel reclamare i soldi della paghetta settimanale.
Erano nate in una famiglia della “media borghesia” (solo media, perché al loro paese ben poche famiglie avevano la disponibilità economica per consentire ai figli di raggiungere il conseguimento di un diploma superiore) da madre casalinga e padre titolare di una modesta libreria, che più volte aveva tentato di esportare Il Capitale all’estero, ma all’epoca, l’opera Marxiana era ormai considerata extraterrestre anche nell’ex-Unione Sovietica per cui ne vendette solo poche copie.
Provò successivamente a pubblicare un suo scritto, dove raccoglieva le più grandi fandonie dette dal più grande statista di tutti i tempi, intitolandolo La Sacra Bubbola, ma anche quello non conobbe sorti migliori.
Così, quando Assunta e Addolorata ebbero raggiunta la maggiore età, si trasferirono con i genitori da uno sperduto paesino del Sud, a uno sperduto paesino del Nord, per vedere di trovare un lavoro o un marito, in grado di dar loro una sicurezza per il futuro.
Ma una cosa che, purtroppo, spesso non sa chi parte da uno sperduto paesino del Sud, per raggiungere uno sperduto paesino del Nord, è quanto a Sud possa essere il Nord, quando due ragazze, di qualsivoglia origine, prive di ogni esperienza lavorativa, cercano di farsene una, rispondendo a qualcuno di quegli annunci dei giornali, (annunci che spesso vengono riproposti identici per mesi, tanto da far sorgere dubbi consistenti sulla loro autenticità) dove immancabilmente viene richiesta “esperienza lavorativa”. [Continua...]

Temibili insidie di Franco Bianchi

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Dal Capitolo I – Assam – India (1980-1988) -

Dopo le elezioni del gennaio del 1980, nelle quali Indirā Gāndī, che aveva sessantadue anni, era stata eletta per la settima volta, le agitazioni in India erano proseguite, accentuandosi in alcuni Stati.
Il signor Ludovico Deltèverd, proprietario della SICTcon sede a Lugano, aveva continuato a recarsi sistematicamente negli anni seguenti e non senza disagi nello Stato dell’Assam, per seguire i problemi della coltivazione, della raccolta e della lavorazione del tè, fino alla spedizione del prodotto agli acquirenti esteri.
Nel 1986, vi era tornato nel mese di settembre, alla fine del terzo raccolto, per occuparsi soprattutto della cura del prodotto e dell’approntamento delle spedizioni.
Suo figlio Adriano, diciottenne, si era appena iscritto alla Facoltà di Medicina e lo aveva seguito con sincero interesse in quel viaggio. Era la prima volta che lo accompagnava in India ed era rimasto autenticamente affascinato da quel Paese pieno di misteri, di contraddizioni e di consuetudini profondamente diverse, oltre che dilaniato da pericolose ostilità interne.
Egli aveva preso l’abitudine di recarsi nei centri di ritrovo dei giovani dove trascorreva parte del suo tempo a conversare con i suoi coetanei e, in una di quelle occasioni, aveva conosciuto una giovane studentessa di nome Devaki che aveva iniziato a frequentare con discrezione, prudentemente.
In Europa, si raccontava che in India le adolescenti venissero ancora promesse, sulla base di accordi tra famiglie, molto tempo prima che l’emozione di una simpatia giovanile potesse sbocciare nella loro anima ed egli stesso aveva notato quanto fosse evidente, nell’agire quotidiano, il profondo rispetto che le persone nutrivano per le proprie tradizioni e per i valori dominanti rappresentati dall’autorità della famiglia, dell’appartenenza sociale e della fede religiosa. [Continua...]

Cardiogramma di Cosetta Piccola

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Seduzione-

L’arrivo di Roberto fu simile a un temporale estivo notturno, un temporale che, anche se annunciato, sembra esageratamente repentino e violento. Come tutto il resto dell’estate, forse. Forse.
Il temporale è annunciato dall’aria che s’incupisce, da orrendi nuvoloni scuri che s’ammassano nel cielo e poi da lampi che si preferirebbe chiamare saette per quel loro guizzare nel cielo, unico e irrepetibile. Poi, dopo la burrasca d’acqua, notte o giorno, tutto sembra più pulito, più desiderabile, più fresco, come se il peso dell’estate fosse, all’improvviso, più sopportabile.
Questo e tante altre cose fu l’arrivo di Roberto, unico maschio giovane tra tante donne o meglio, tante femmine, piccole e grandi.
Ognuno si sentiva a suo modo elettrizzato, compreso nella parte, tranne il Padre che intuiva, con il fiuto atavico del maschio, nascosto sotto il rasoio Giletti monouso e il filo interdentale, lo spiazzamento causato da un altro suo pari, sebbene della sua tribù e, malgrado tutto, suo ospite. La Madre correva avanti e indietro perché poco era il tempo che le restava dopo il lavoro, ma in realtà nella sua parte più intima, forse neppure da lei conosciuta, c’era l’ansia finalmente di accudire un giovane maschio che suo non era, e neppure figlio, ma la natura umana, si sa, va avanti più spesso per contrasti che per logica.
«Dove lo mettiamo?» tutti si dissero e dissero, dando per scontato che sarebbe rimasto lì a studiare, dato che era il posto vicinissimo all’università e non era il caso che pagasse altri soldi o che stesse solo ecc. ecc. Certo non poteva stare nella stanza delle Sorelle, tra due letti a castello, un armadio, le sedie, le mensole e l’età delle ragazze, così ingombrante: quindici e diciassette anni. [Continua...]

Sarò come Garrincha di Lucio Schiuma

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Chiusosi lentamente il portone di casa alle spalle, Marco rimase per un attimo immobile sul marciapiede. Poi alzò lo sguardo e scrutò il plumbeo cielo invernale. Quindi abbassò le palpebre e, fra sé e sé, espresse il classico desiderio che ogni adolescente formula in vista di una giornata scolastica che si annuncia particolarmente impegnativa:
“Che Dio me la mandi buona!”
Appena riaprì gli occhi, una gelida folata di vento lo investì trafiggendogli il viso come tante punture di spillo, quasi a conferma delle raggelanti sensazioni che aveva iniziato ad avvertire già dalla sera precedente. Si guardò intorno, decisamente preoccupato. Un infisso dell’abitazione attigua, lasciato incautamente aperto, sbatteva in continuazione. Le cartacce turbinavano nell’aria trasportate da un vento impetuoso. Tutto lasciava presagire che quella che si preparava ad affrontare sarebbe stata una giornata davvero sferzante. Sotto ogni punto di vista. Ad attenderlo al varco, quel freddo venerdì di fine gennaio, c’erano le temutissime interrogazioni di fine quadrimestre.
Per darsi forza, Marco prese un lungo respiro. Infine si alzò il bavero del giubbotto e, a testa bassa, si decise a incamminarsi verso la scuola. Dopo solo pochi passi, però, si fermò. Il vento era veramente sostenuto, tanto da rendere arduo persino il semplice atto del camminare. Portò entrambe le mani alle cintole dello zaino che teneva in spalla e, agganciando a queste i due pollici, riprese il suo tragitto. Un piccolo accorgimento aerodinamico, grazie al quale si sentì subito più bilanciato e maggiormente ancorato a terra. [Continua...]

La terza alba di Marco Perrone

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Dal Prologo -

Roma, 27 Marzo 1979, ore 12,00.
Congiunzione allo Zenit del Sole che è appena entrato da cinque giorni nella Costellazione dell’Ariete (primavera, Rinascita), allineato con Mercurio (Intelligenza), la Luna (Maternità) e Marte (potenza), e quella che è la settecentosettantasettesima congiunzione di questi tre “pianeti” si trasforma in un passaggio epocale dall’Era dei Pesci all’Era dell’Acquario, dopo circa duemila anni, l’avvento del Portatore d’acqua, il Portatore della vita!
Quello che si profila all’orizzonte è la vera rivoluzione del XX secolo, giunta in punta di piedi, senza clamore né spargimento di sangue, dieci anni dopo le grandi rivoluzioni di costume della civiltà occidentale che l’avevano sommessamente preannunciata, come la New Age, venti secoli dopo l’inizio dell’Era dei Pesci che corrispose con la venuta del più Grande Rivoluzionario della Storia che aveva portato la Luce morendo come un Agnello sacrificato sul più nobile altare dell’Universo: la Croce!
In una piccola baracca sul fiume Aniene, affluente del Tevere, alle porte di Roma, vive una famiglia palestinese giunta clandestinamente in Italia pochi mesi prima; padre, madre e una figlia di 13 anni.
Improvvisamente, poco prima di mezzogiorno, si vede nel cielo sereno un gran bagliore, simile al precipitare di un grande asteroide, seguito da un forte boato, simile a quello che precede un terremoto. [Continua...]

Il dubbio di Nuccio Pepe

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La porta si richiude con uno scatto alle nostre spalle. Il resto del mondo è rimasto fuori.
Siamo nel nostro locale, nel nostro Cafè. Un rituale saluto appena entrati.
Appena uno scambio di battute in tante lingue, quasi una babele, e a stento riusciamo a comprenderei, ma ci conosciamo da così tanto tempo che basta un’occhiata, anche fugace, per capirsi al volo.
Tutti seduti lì al solito tavolo. Le risposte sono varie e riflettono le diverse personalità degli amici già incontratisi da un po’ di tempo, in un misto di lingue e loro deformazioni.
Non ci vediamo da molti mesi, ma il mio arrivo non sembra sconvolgere più di tanto i soliti volti. Peter, Monika, Dutch, Andreas, Dorothy.
Anche qui, i gesti, gli usi sono uguali a quelli di altri angoli del pianeta, dove il primo gesto di ospitalità consiste proprio nell’invito a sedere e bere qualcosa insieme.
Sorrisi, abbracci, pacche sulle spalle.
Mi è sempre piaciuta l’idea di incontrare persone, amici, colleghi in un bar.
Sedere magari ad uno dei tavolo all’aperto, e, sorseggiando un Martini dry, riconciliarsi con la vita mentre i raggi del sole giocano con le figure che attraversano la piazza.
Anche al chiuso l’atmosfera è ideale per l’incontro, per parlare, discutere.
È incredibile come certi luoghi nella mia mente si associno automaticamente all’idea di donna e di amicizia.
Abbiamo fatto discussioni interminabili su come cambiare il mondo, abbiamo litigato su questioni di letteratura e di politica. Parlato di arte, di amore, di viaggi fatti e da fare. Abbiamo parlato degli amori impossibili, delle conquiste reali o semplicemente immaginate, abbiamo sezionato ogni capello, ogni centimetro di pelle intravista sotto la gonna svolazzante di quella che “chissà se … “, incontrando ci nel “nostro” locale, mentre il luogo, la città, il paesino di provincia hanno sempre avuto un interesse relativo. [Continua...]

Non dobbiamo perderci d’animo di Massimo Cortese

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Quando mia madre è nata, nel 1922, la nonna aveva quarantacinque anni. Era un periodo difficile, e per una famiglia di povera gente come era quella dei miei, la già difficile esistenza era messa quotidianamente a dura prova da un periodo storico non certo avaro di disordini che in quei tempi erano sempre di casa.
Ho letto, non ricordo più dove, che la prima volta che una bandiera rossa ha sventolato al mondo, questo è avvenuto proprio ad Ancona, dove nel 1914 c’è stata la famosa Settimana Rossa, con tanto di scontri e, purtroppo, di vittime. Chissà quanti giornali dovevano essere stampati in quegli anni, chissà quante speranze, quanto entusiasmo, quante vite spezzate, quanti e quali fermenti: di loro non abbiamo più notizia. Prima che iniziassi a lavorare, mi sono occupato d’una storia del primo Novecento, e ho scoperto che ad Ancona c’era l’Opera Pia del Baliatico per la prole legittima: mi sono sempre domandato e quella illegittima, di prole, che fine faceva? Sembrerebbe una domanda idiota la mia, ma non lo è per nulla, se pensiamo a quei poveri disgraziati: che ne sarà stato di loro?
La miseria nera, la miseria nera, di questa sì che ho sentito parlare come espressione colorita spesso usata da mia madre: anche la miseria aveva un suo colore, il nero del carbone e della disperazione, almeno credo. Le immense privazioni caratterizzavano il clima di quegli anni, eppure non mancavano di certo valori come la speranza, il rispetto, la solidarietà, perché la comunità viveva comunque in un villaggio, e tutto, anche la sofferenza, veniva condiviso. In fondo, quello che ci manca oggi è l’idea della comunità, del villaggio, e non a caso qualcuno ha parlato di villaggio globale, ma non è mica la stessa cosa.
Ma non perdiamo di vista la nostra modesta storia. [Continua...]

Candidato al Consiglio d’Istituto di Massimo Cortese

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Mia figlia frequenta la prima elementare di una scuola della periferia della città dove vivo. lo, oltre ad essere rappresentante dei genitori al Consiglio di Interclasse ed al Consiglio d’Istituto, sono pure Babbo Natale uscente. Quando ancora la bimba andava alla scuola materna, d’accordo con le maestre, un giorno di dicembre prendevo le ferie o un permesso orario e interpretavo questo ruolo di cui sono sempre andato molto fiero. L’ultimo anno sono arrivato con dei sacchi di juta quasi fossero gerle, il campanaccio, la videocamera, così le maestre mi hanno pure ripreso, e ho distribuito anche dei regalini: un carro dei pompieri per i maschietti e delle fermezze per i capelli per le femminucce. Quest’anno, purtroppo, non mi si ripresenterà più l’occasione!
Ebbene, ogni tre anni nella scuola frequentata da mia figlia, come del resto in tutta Italia, si tengono le elezioni del Consiglio di Istituto, e siccome è difficile trovare i genitori disponibili a presentarsi, la direttrice indice un’assemblea l’ultimo giorno di presentazione delle liste, in modo da coinvolgere il maggior numero di persone, per poi convincerle a candidarsi. Vengono allora predisposte due liste: una per la sede centrale ed un’altra per le frazioni. Quest’anno il martedì dell’ultima settimana utile per la presentazione delle liste sono andato a scuola a comunicare la mia disponibilità a candidarmi al Consiglio d’Istituto, e un’impiegata mi ha dato un modulo, che io ho preso, sebbene ritenessi inutile prenderlo perché tanto l’avremmo compilato l’ultimo giorno. Su indicazione di Stefania, la Vicepresidente uscente del Consiglio d’Istituto e residente nella frazione pure lei, ho portato la lista da compilare alla locale scuola elementare per prendere le firme.
Ogni anno - dice Stefania – non si riescono mai a trovare le firme per tempo, e poi le diamo alla direttrice come lista delle frazioni.
Così vengono raccolte le firme per la lista che poi Stefania porterà alla riunione di sabato.
Arriva finalmente l’ultimo giorno, il sabato. [Continua...]

Il tragico ritorno di Ulisse di Sergio Conca Bonizzoni

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Era un pomeriggio afoso d’inizio Luglio a Milano.
L’asfalto dei marciapiedi si squagliava letteralmente al sole.
A poco erano servite le due gocce venute giù in tarda mattinata, che anzi avevano lasciato per le strade una cappa d’umidità insopportabile, accompagnata da poche pozzanghere grigiastre.
Il professar Donati, appesi malvolentieri ed anzitempo al chiodo i suoi cari libri d’italiano, latino e greco, si trascinava tristemente lungo il marciapiede assolato verso la solita libreria all’angolo, dove andava da qualche giorno anche per godersi un po’ dell’ aria condizionata del negozio.
Donati di nome faceva Corso, un nome altisonante originario del Trecento guelfo, che peraltro ben gli si adattava almeno fintantoché era rimasto a maneggiare classici dietro la cattedra del Liceo Berchet.
Lo strattonava in avanti a più riprese il fido Cerbero, unico e fidato compagno della sua prematura e forzata vecchiaia, che lo sopravanzava ansando con la lingua gocciolante a penzoloni, ben conoscendo la strada verso la solita libreria.
Era un’anziana coppia in realtà non ben assortita, il cane così vispo nonostante l’età ed il professore invece così dimesso anche nel vestiario, oltre che nell’atteggiamento.
A proposito: se lo avesse visto la sua Teresina!
Come prima cosa gli avrebbe fatto portare i pantaloni in tintoria. [Continua...]

Le cose come sono di Luigi Cannone

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18 Ottobre 2007 - Al lago di Como -

Un’eco di mille venti
con neri d’inchiostro e stelle,
di mille voci dall’acqua prigioniera
e rumor di luna
ma scure e bianche gocce.
Più forte l’odore,
l’invisibile assenza di gioia
che il cuore intuisce
ma oscillando come sempre alla corrente
di noi che amiamo questo incanto.

*** [Continua...]