Un castello di sabbia non puoi costruirlo troppo lontano dal mare perché la sabbia non è quella giusta.
Ma non puoi costruirlo nemmeno troppo vicino alla riva perché c’è sempre il rischio dell’alta marea.
Comunque vada ogni notte lo riconduce a sé perché risucchiato dalle onde o dal vento che spazza via tutto.
Inghiottito dove è nato, dalle stesse cose con cui è stato creato.
A questo penso oggi, tristemente rannicchiata di fronte al mare impetuoso.
Lui non c’è più. Lui.
Le gambe piegate e cinte da un mio braccio, l’altro con il gomito sopra il ginocchio che mi sorregge il mento.
Non è una giornata di sole.
I piedi nudi cosparsi di sabbia graffiante e bagnata, un maglione che mi ripara dal vento gelido che non viene solo dal mare, i capelli scompigliati che hanno ancora voglia di giocare sul viso scavato, uno zaino a terra che porta addosso e mostra i segni del tempo vissuto.
Dentro c’è un asciugamano stanco, un grande telo color verde militare.
Una penna instancabile getta fiumi di parole al vento.
(Capitolo I) [Continua...]
L’asciugamano nello zaino di Cinzia Corneli
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L’eco di un lungo silenzio di Cinzia Corneli
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- Noi -
così tornavo a cercarlo -
Così tornavo a cercarlo.
Disperatamente, sperando che il suo nome non fosse nella lista senza speranze.
Mi facevo largo tra la folla, davo e prendevo gomitate come un’estranea qualsiasi.
Indossavo il suo pullover, lo aveva dimenticato nella mia casa una notte di tanti anni fa. Mi andava largo, ma sentivo stringermi dagli spasmi che correvano nelle mie vene.
Lo indossavo spesso, tutte le volte che la nostalgia pulsava troppo forte.
Lo avevo indossato sempre, ogni volta che ero scappata per la strada sperando d’incontrarlo, e tutto era solamente freddo.
Mentre pregavo perché Lui fosse vivo, e correvo all’impazzata per trovare un segnale della sua esistenza, venivo distolta dalla presenza di una zingara.
Una visione in cui riconoscevo la stessa persona nella quale ero imbattuta anni indietro, durante uno dei peggiori momenti della mia vita. Ero rimasta frastornata dal suo colorito grigiastro, quasi malaticcio, e da un mucchio di stracci collocati ai bordi della strada.
I capelli corvini, con una riga nel mezzo, raccolti in un grande ciuffo spettinato. Un’ampia gonna nera plissata, sopra una camicia a fiori, ingrandiva il punto di vita già abbondante.
Passanti frettolosi avevano sorvolato con noncuranza, io ero rimasta irretita dai suoi movimenti. E nel seguirla, prendevo tristemente atto che anch’io avevo mendicato.
Non soldi, ma carezze e baci.
“Signora fate la carità, ho tanti figli, fate la carità bella signora…”, ripeteva con uno stillicidio irritante.
Volevo andarmene, invece mi ritrovavo che osservava, senza parole, la spezzata linea della mia vita.
La mia mano si ritraeva, ma lei insisteva nel trattenermi e aveva ripreso a parlare.
Una cantilena, un lamento ininterrotto che rompeva il mio
silenzio assoluto.
Una monotonia con cui, quasi magnetizzandomi, ripeteva “Bella signora, lei soffre per un uomo lontano. Vedo che tornerà molto malato, ma smetta di amarlo signora, smetta di amarlo. Anche se… vedo un figlio… e poi, sì, vedo anche fortuna…”.
Non avevo voluto ascoltare più.
Avevo messo frettolosamente degli spiccioli nel suo barattolo e con uno strattone mi ero allontanata.
Ma non aveva terminato il suo numero, voleva altri soldi, così, benché distante, la sentivo ancora borbottare.
Le immagini alterate riprendevano la loro forma e quel lontano brontolio, adesso, era smantellato dalle mie preghiere.
Filtravano da un veloce movimento delle labbra, mentre disarcionavo spine, mentre sfidavo una roulette russa e una corsa forsennata contro il tempo.
“Dio mio fa che sia salvo, fa che sia salvo!”, imploravo ininterrottamente, seguitando ad avanzare quasi cadendo in avanti.
E in quella spirale di angoscia era come se fossi ferma, e la strada sembrava corrermi incontro. [Continua...]
Il mostro e i suoi mostrilli di Lidia Colla
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- C’era una volta un mostro -
«Un mostro…?!» diranno i miei piccoli lettori. Sì, c’era una volta un gattino. Piccolo, piccolo così.
L’aveva trovato Giuseppe, mentre tornava a casa un pomeriggio di luglio dell’anno scorso, proprio il giorno prima di partire per la Turchia. L’aveva trovato, o meglio, si era lasciato trovare, come dice lui, a dimostrazione che si tratta di un gatto ‘con una marcia in più.’ Quando l’aveva visto trotterellare tutto solo sul marciapiede deserto, aveva cercato di accarezzarlo, ma quello si era subito nascosto sotto una macchina. Ripreso però il cammino, Giuseppe si era accorto di essere seguito.
Come in ogni pedinamento che si rispetti, il piccolo a volte si fermava. Per non dare nell’occhio? Attratto da altre piste? Certo: farfalle, formiche, fili d’erba, lucertole misteriose attiravano la sua curiosità; ma non quanto quel quarantasette di piede. Così il pedinamento continuava. «E quando si è trattato di attraversare la strada?» «Ormai era talmente vicino, stanco e desideroso di coccole, che si è subito fatto prendere. E poi non volevo che corresse altri rischi.» Così ora è in salotto il piccolo segugio, e noi intorno a guardare questa meraviglia tutta orecchi, il muso affilato, gli occhi piccoli e cisposi, la coda mozza. Starnutisce, è raffreddato, disidratato, denutrito. «Mio Dio, Giuseppe, è proprio un mostro! E poi abbiamo già tre gatte…» «Mamma, dove ci sono tre gatti ce ne possono stare anche quattro, non ti pare?» Il ragionamento non fa una piega. E poi come si può buttar fuori chi, in queste condizioni, sarebbe destinato a soccombere, e proprio mentre crede d’aver trovato casa, cibo e tanti amici, e se ne sta lì fiducioso, a prendersi moine e carezze? Intanto, fuori della stanza, il mondo delle gatte è in subbuglio. All’arrivo di Giuseppe, tutte si sono accorte del piccolo ospite, e ora, al di là dei vetri smerigliati, se ne possono distinguere le sagome e il dilatato luccichio, verde e giallo, dei loro occhi. Nella nostra ormai ventennale familiarità con i gatti, siamo tutti d’accordo nell’attribuire al piccolo un’età di circa tre mesi, con una possibilità di errore in difetto di non più di quindici giorni, considerate le particolari condizioni fisiche. Ora però si tratta di rifocillarlo… o piuttosto di rifocillarla, perché, a una rapida ispezione, risulta che il nostro trovatello è inequivocabilmente femmina. [Continua...]
Siracide 9,10. Gaia scopre la morte di Incoronata Silvestri
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Una voragine della quale non vedi il fondo (…e probabilmente non esiste…). Lo spazio ed il tempo. Nulla esiste più veramente. Una stasi emotiva che non ti fa cedere. Incredulità. Non è successo a me.
La morte è sempre degli altri. Mai nostra,mai di chi amiamo. La nostra immunità è scontata. La nostra fragile umanità dimenticata. La morte non ci appartiene. La morte non appartiene alla nostra vita. O forse non fa parte della vita. Forse è la fine della vita, o il suo giusto inizio. Forse ne parlo, la esploro, la penso, la sperimento indirettamente, ma non so cos’è. Un evento della vita o la sua tragica e miserabile fine? L’inizio di quella eterna o la semplice fine di quella ovvia e mortale? Aggrappata alla speranza o chiusa e dura nell’oggettività? Cinicamente e realisticamente giustificata o emotivamente e sentimentalmente rifiutata? Devo razionalizzarla, credo. Ma così razionalizzerei anche la nostra miserabile fragilità, la mia insopportabile impotenza, la nostra inutile esistenza, la mia inesistente persona.
Ho sempre sostenuto che Lei fosse parte di un ciclo naturale, si…il ciclo naturale della vita altrui… fino a quando non è entrata nella mia facendomi assaporare l’amaro di quella macchina perfetta che è la natura. In realtà non ti rendi conto di niente, ma intuisci che la vita è tale perché è appesa alla morte. Le gioie ed i dolori sono importanti perché ti fanno sentire vivo.
Tutto questo essere, sentimenti e parole, pensieri e sorrisi, dove andranno a finire? Solo nel tempo e nel ricordo di chi dimenticherà e finirà? O vivranno ancora dopo la morte in quel Paradiso tanto cercato ed aspirato? Che strano parlare di vita quando si parla di morte. Almeno quanto è strano pensare che l’universo sia infinito quando il mondo in cui vivi è definitamene finito.
E’ vano tentare di riempire una voragine senza fondo, vano cercare di trovare spiegazioni e giustificazione che diano un senso quando ciò che ti logora profondamente è legato a qualcuno al quale puoi parlare solo guardando il cielo o la terra, o quando distesa sul letto saluti la tua giornata. Al quale poni domande destinate a rimanere senza risposta ed al quale ormai sei capace di rivelare anche i tuoi più intimi pensieri con la speranza che ti ascolti.
Troppo violento il distacco, sempre troppo lunghe le ore che lo succedono. [Continua...]
Percorsi – l’altrove di me di Mariarosa Lancini Costantini
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Che giorno sarà oggi? Apro lentamente gli occhi e cerco di uscire da questo sogno che da molte notti tormenta il mio sonno, emergo dalla nebbia, rammento che è luglio, e la calura adombra la stanza che fatico a riconoscere. Tu dormi ancora, sposto il tuo braccio posato sul mio petto, respiro profondamente, ripenso alla visione onirica, mi trastullo con lei, trattenerla o lasciarla andare? Riavvolgo il nastro mentale e rivedo l’indistinta figura in attesa nel mio giardino, non ricordo la paura, forse non ne ho avuta, sono scalza e con quella camicia azzurra che ho preso in prestito dal tuo armadio. Mi avvicino a questa inattesa presenza, sento sotto i piedi, l’erba appena tagliata solleticarmi i sensi attenti, la presenza si lascia accarezzare, è un uomo e i suoi contorni sono appena accennati. Mi siedo incurante del sottile brivido che dà la rugiada notturna, cingo con le braccia il suo collo : è caldo come il fiato che disegna spirali nel buio della notte, gli parlo piano come se lui capisse le mie parole, stupita m’accorgo che mi ascolta e mi risponde! Chiedo il suo nome, – sono il tuo “altrove” -, banale penso io, per lui non è così banale, ha viaggiato molto per arrivare qui, tra gli aceri e il nespolo, dice che si fermerà fino a quando riuscirò a trasformarlo in un essere reale perché è lui che ho cercato e cerco. Quello che sento circondare la mia spalla, con infinita tenerezza, è il suo braccio; il suo fiato è un respiro calmo e protettivo e il suo corpo, finalmente, si palesa: ha i capelli, il viso, un corpo e due mani forti e delicate insieme. Mi stringe più forte, sento il suo calore che m’avvolge, mi sciolgo nell’attesa, – parla -, sussurro alle sue orecchie, aspetto, l’impazienza accresce il battito del mio cuore. In alto luna e stelle paiono muoversi verso di noi, tutto è perfettamente immobile, una lucciola vaga irrequieta, i grilli zittiscono, un alito di vento smuove il rigoglioso biancospino – Sono “l’altrove” che aspettavi, questa notte ho smesso i miei panni evanescenti e irreali che molti non riescono a riconoscere. Tu mi hai visto e mi hai accolto perché non sei ancora cresciuta, come la Bella Addormentata, ti sei accomodata a piacer tuo nel mondo delle favole, è ora di diventare grande, per questo hai bisogno di me -. – Che significa diventare grande?-
- Hai nascosto negli anfratti del cuore e dei sensi quello che sei veramente, io ti aiuterò a scoprirli, lentamente, lasciati andare e ti immergerai in quel mondo sconosciuto che hai sempre desiderato e mai avuto – Non capisco, ma lui ha parole sconosciute e intriganti che m’arrendo alle nuove sensazioni, e volo, mi libero, mi ritrovo senza fiato nelle braccia sconosciute, calde e vere, si fa più ansante il respiro, la resistenza si annulla, e d’incanto ritrovo nel sogno o nella realtà, la mia vera, unica misura di donna. Ore, minuti, istanti d’indicibile bellezza, t’allontani, e mi lasci così sulla soglia di un battito sconosciuto e fortissimo, forse tornerai nel tempo lungo o breve dell’attesa, che già si insinua nelle mie gambe malferme e nel corpo rinnovato. Sono sveglia e spalanco gli occhi, tu mi stai guardando incuriosito, ti accarezzo il viso e mi chiedo – non sarai stato tu, l’altrove di me?-
Pensieri da un’esperienza di Dorella Dignola Mascherpa
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Questi pensieri sono maturati durante l’esperienza del vivere, in circostanze consuete, talvolta banali ed impreviste, ma che hanno saputo attrarre la mia attenzione, stimolandomi ad una più attenta osservazione facendomi comprendere il valore profondo di ciò che è stato motivo di taluni modi di agire delle persone nelle quali m’imbattevo. A seguito di quanto sono andata man mano scoprendo, ho curato di non perderne l’insegnamento per la mia vita, per il mio crescere come persona e per l’eventuale e conseguente insegnamento ai figli, facendo rifluire attraverso il dialogo, un conforto, un sostegno a quelli che incontravo in situazioni difficili.
L’idea di mettere per iscritto quanto detto, mi è venuta a seguito di fatti recenti dove, nell’incontro con genitori giovani ed inesperti, ho visto compiere errori eclatanti. Ho così voluto programmare questo insolito racconto, nella speranza di trovare qualche interlocutore che abbia la pazienza e la benevolenza di leggermi e, forse, che trovi interesse per queste mie personalissime considerazioni sulla vita, che peraltro vogliono essere prive di ogni velleità, in modo da farle pervenire in seguito, ad una più ampia realtà.
Il richiamo alla memoria degli avvenimenti salienti della vita, costituiscono la fonte principale dalla quale ho attinto gli argomenti, munita soltanto della mia sensibilità e passione alla persona, quale cartina di tornasole degli eventi da me vissuti.
D’altro canto ogni nozione che si tramanda nel tempo, è esito di riflessione popolare, di gente che ci ha preceduti e ritengo che chiunque abbia qualcosa da dire lo possa fare con i mezzi che possiede e, quanto più sarà veritiera tanto più lo saprà proporre con umiltà ed allora diverrà insegnamento, suggerimento, manuale di vita.
Tuttavia, a causa della singolare specificità di ogni persona, occorre che le cose dette o scritte, abbiano in sé un filtro d’adeguamento, auspicato anche in chi ascolta o legge, affinché l’esperienza dell’uno penetri nella vita dell’altro, in un vicendevole arricchimento. Consapevolmente o no, ciò accade sempre in chiunque entri in rapporto con altri.
Attraverso la inevitabile elaborazione personale del messaggio che si riceve, ne viene costruito uno nuovo, senza scartare nulla di quanto già è presente nella personalità formatasi in precedenza. Possono mutare le opinioni, le proprie convinzioni ma una costruzione giusta e vera rimarrà poiché andrà a coincidere con quanto si è già imparato dalle categorie inalienabili preesistenti, presenti in ciascun uomo, appresi ed assimilati nella tradizione.
Allora ogni scritto, ogni informazione, diverrà contributo di cultura.
Suddividerò le mie riflessioni nei grandi capitoli dell’esistenza, distinguendoli per età: la vita prenatale, l’infanzia, l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia. (Dal primo capitolo)
[Continua...]
Nelle mani del vento di Nicla Morletti
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Abbassai lo sguardo. Sul muro qualcuno aveva scritto: “Il mio cuore batte coi suoi flutti allo scoglio del mondo, e su di esso lascia segnate con lacrime le parole: io t’amo.”
“Resti ancora con me, fiore di primavera. Ascolti la mia storia, è infinitamente bella.”
E mentre nuvole di panna vagavano nel cielo, fece ritorno l’airone rosa. Elegante nel volo, si librava nell’aria profumata di salsedine. E l’uomo incominciò a narrare della sua vita e di Desirée, isola dell’infinito.
(…)
Accadde in un pomeriggio d’estate. In uno di quei giorni benedetti da Dio in cui capita di sentirsi felici senza saperne il perché. Basta un soffio di vento, o un profumo particolare nell’aria per capire ad un tratto che la vita è bella, mentre nella nostra mente si dilegua il ricordo di giorni densi di malinconia.
Accadde in quel breve tragitto che il battello compie ogni giorno dal paese di San Feliciano all’isola Polvese. In uno di quei traghetti che scivolano lenti nello specchio d’acqua del lago Trasimeno.
Lei era là, in piedi, appoggiata alla cabina, il viso al sole, un libro in mano, la borsa a tracolla. Il vento le modellava la veste leggera, frugava con dita invisibili tra i lunghi capelli, giocava con le forme di un corpo perfetto.
(…)
Raccolsi il pezzo di carta in un angolo di prato di quel quieto mondo. Carta da lettere ingiallita dal tempo, bella calligrafia, tratto deciso di persona che faceva supporre un carattere fermo ma pensoso, sembrava.
Lessi:
“Se questa sera ti sembrerà più quieta, se nella notte il vento muoverà le tende della tua stanza e più pallida sarà la luna, se tra le ombre del giardino scorgerai un fiore e le corolle bisbiglieranno tra i fili d’erba, allora in questa notte angeli dai capelli d’oro veglieranno su di te. E nel sospiro del vento sarò fra le tue braccia, sfiorerò la tua pelle, bacerò le tue palpebre chiuse. E tu mi sognerai nell’incanto dell’aurora.”
(…) [Continua...]
Il romanzo che non c’è di Elisa Barone
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CAPITOLO I -
Il dito indice pigiava il tasto numero cinque come mille e più volte fino a trentanni prima.
L’ascensore era lento e rumoroso come allora e, attraverso le grate del cancello e la fessura delle porticine, s’intravedeva il nome sulle porte centrali di ogni pianerottolo.
La donna non conosceva quei nomi e ne ricordava altri, spariti anche quelli insieme a ogni altra cosa divorata dal tempo.
Al quinto piano il solito sobbalzo e, poi, uscita dall’ascensore, fu investita dalla luce assolata che proveniva dalla grande finestra sulle scale.
Avrebbe voluto suonare il campanello, avrebbe voluto che la porta si aprisse, avrebbe voluto essere attesa e abbracciata e, intanto, girava la chiave nella toppa, uno, due, tre, quattro volte: varcò l’ingresso, accese la luce e sentì le braccia della solitudine avvolgerla in maniera stretta e malinconica, sentì uno struggimento che le fece capire che il dolore va sempre sepolto lontano da se stessi e che gli occhi devono essere chiusi e stretti per non vedere ciò che fa male.
Alla sua sinistra c’era la grande consolle ottocentesca; lo specchio dorato le rimandò il suo viso così diverso da allora.
Gli anni avevano trasformato la sua bellezza.
Non c’erano più i capelli lisci e neri, non c’era il volto tornito ma sfilato, non c’era più lo sguardo sognante, ma gli occhi e il sorriso di una matura signora bionda e ben tenuta ricordavano vagamente la ragazza che aveva vissuto in quella casa.
La donna mosse i passi verso la porta chiusa del salotto: la porta era sempre stata chiusa; dalle persiane abbassate filtrava un po’ di luce.
Si avvicinò al balcone, aprì la tapparella lasciandola a metà e ricordando le parole di sua madre: “Non fare entrare il sole!”. Già, “non fare entrare il sole!”. Non le aveva mai chiesto perché; forse aveva sempre sentito dire che il sole rovina le tappezzerie o aveva sempre capito che il sole non è amato da chi non sa cosa voglia dire averlo dentro, apprezzandone la luce e il calore. I grandi divani di velluto rosso erano intatti, l’argenteria nella solita posizione e le dame di porcellana di Capodimonte riuscivano ancora a sorridere collocate sul nero pianoforte muto come il resto della casa.
Mentre si avviava nel buio del corridoio verso le altre stanze, avvertì un senso di inquietudine e accese la luce nel soggiorno, quasi impaurita.
Le poltrone vuote di fronte al televisore, le procurarono una desolata emozione; decise di rifiutare la proposta di suo fratello di rimanere per quei giorni a dormire nella casa dei genitori.
Sarebbe andata nell’albergo in fondo al lungomare, lì dove si spingeva con la bicicletta quando era bambina.
Riprese il borsone adagiato nell’anticamera sul pavimento, cercò nella borsa il biglietto che le aveva lasciato il tassista, compose il numero e richiuse la porta, lasciando la casa alle sue spalle, per sempre.
L’albergo era più piccolo di come lo ricordava, la spiaggetta del lungomare era sempre la stessa e anche il colore del mare in quella zona aveva le solite sfumature azzurro chiaro. Lasciò il bagaglio e si incamminò sul lungomare; poco dopo, nella zona più centrale, la gente si trasformò in folla.
Attraverso la folla, lei vide in lontananza avanzare verso sé, una signora bruna, pallida, che aveva per mano una bambina di 6 -7 anni.
La signora era bella, aveva le labbra dipinte di rosso, indossava un lungo cappotto grigio, un cappello nero le copriva il capo, sulle spalle aveva come stola due pelli di volpe argentata con occhi di vetro azzurro.
La bambina indossava un cappottino rosso, sbottonato, che faceva intravedere una gonnellina scozzese con su un golfino bianco. La bimba aveva, appoggiato al braccio destro, sostenendolo con la mano, un bambolotto con un vestitino bianco… bianco? Bianco? No, non era bianco, era azzurro il vestitino del bambolotto.
Le due la oltrepassarono senza guardarla: lei le seguì con lo sguardo mentre bussavano al portone n. 34.
Di lì a poco, una ragazza con un vestitino nero e un grembiulino bianco, apriva il portone. [Continua...]
Cara Trapani… di Vittorio Sartarelli
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Noi, studenti universitari di quel periodo, (primi anni ’50 del secolo scorso) soprattutto quelli che avevano scelto una facoltà che non prevedeva la frequenza, non avevamo impegni pressanti di studio per cui, coccolati dalla famiglia, con una certa disponibilità finanziaria della quale si preoccupava in genere il padre di ciascuno, potevamo spendere i nostri soldi ed il nostro tempo anche inutilmente.
Eravamo giovani di buona famiglia di una città di provincia e passavamo la maggior parte della nostra giornata bighellonando tra il caffé, il bigliardo, la passeggiata, il cinema e qualche scherzo “da prete” che dispensavamo all’allocco di turno.
In pratica, caratterialmente, potevamo essere assimilati ai “Vitelloni” di Felliniana memoria, nella cui rappresentazione cinematografica ciascuno si poteva identificare, secondo l’ambiente e la circostanza specifica. Dei monellacci, non abbastanza cresciuti, fortemente rappresentativi di una certa fascia giovanile italiana di quell’epoca ma, forse anche attuale, chissà.
Vivevamo la nostra goliardia come un patrimonio vitale, nell’attesa di una lenta e consapevole maturazione. Vivere quella “bella vita” era per noi come vivere un sogno, lasciarsi andare con indolenza tutta “araba”, farsi cullare, dolcemente e trasportare dal trascorrere della vita, come se questa fosse stata un fiume che, scorrendo molto, ma molto lentamente, ci avrebbe portati fino al mare, ma il più tardi possibile.
Il mare, simbolicamente, rappresentava per noi una sorta di traguardo della vita, oltre il quale, sarebbe finito “il bello” e ciascuno avrebbe dovuto smettere di sognare per affrontare, di persona, le reali difficoltà dell’esistenza, consegnandosi alle proprie responsabilità di persone finalmente mature. Noi, tuttavia, i “Vitelloni”, belli, grassi, incoscienti e soddisfatti, non ci curavamo di questo, tutto al più, forse, era l’ultimo dei nostri pensieri.
Certo, il grande Regista cinematografico, con i suoi film tutti impregnati di neorealismo, aveva centrato il problema sociale mostrando un vero e proprio spaccato di un’epoca, sicuramente irripetibile, che anticipava un altro grande fenomeno sociale degli ultimi anni ’50, il boom economico che fece volare l’Italia per un certo periodo.
Forse, quel modo di comportarsi della nostra giovane generazione trovava la sua motivazione psicologica nel benessere, da poco acquisito, dalle famiglie dopo l’incubo della fame e della paura generate dalla guerra. L’importanza della famiglia nella società italiana, il suo ruolo, nello stesso tempo protettivo e limitativo sui giovani, aveva portato a concedere troppo ai figli e, per una sorta di rivalsa sociale, aveva voluto che essi avessero avuto tutto quello di cui essa, per tanti anni, si era dovuta privare.
Leggiamo e commentiamo insieme I vitelloni – brano tratto dal libro Cara Trapani… di Vittorio Sartarelli, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.
Al cambio di luna di Paola Merolli
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Luna del miele. Luna degli amanti.
La vita è nel pieno rigoglio: gonfia di succhi e linfa, può assumere imprevedibili aspetti.
***
Che giornata fantastica!
Inspiro ed espiro con forza: l’aria è tiepida.
Con le ginocchia ancora molli di sonno mi incammino per la solita strada. Ogni giorno lo stesso percorso da casa al lavoro e ogni volta mi riempie di gioia: alla fine del viaggio c’è la mia pentola colma d’oro.
Sollevo lo sguardo.
Il cielo, sopra i tetti color ruggine, è di un blu puro che si riflette sulle pietre della strada. Una vite americana dalle foglie vermiglie si arrampica con movenze sinuose su pareti ocra e miele. Un raggio di sole si rompe in mille colori tra gli zampilli d’acqua di una fontanella.
Anche le ombre si colorano in questa giornata di luce.
Un lieve venticello mi accarezza il viso, le narici fremono di piacere: dal bar all’angolo mi arriva il profumo dei cornetti appena sfornati. Forse, potrei… uno solo! Piccolo. Mignon. No! Mangio troppo, lo so. Ho una fame implacabile per qualunque cosa mi faccia sentire viva. Accelero il passo.
“Per questa volta ce l’ho fatta!” e sorrido alla mia immagine riflessa nell’azzurro cristallo di una vetrina.
Una foca tra i ghiacci dell’Antartide, un rimorchiatore che fende la nebbia. Una donna grassa, la pelle colore del latte. L’unica cosa che ho di dimensioni normali è il naso: un grazioso naso all’insù.
Grassa fin dalla nascita e, purtroppo, felice. La mia maledizione.
Da allora, dai quei primi sorrisi sdentati lanciati dalla culla ornata da un disegno di tondi cherubini, il mondo ha iniziato a cospirare contro di me. Sarei stata molto più aiutata, confortata e vezzeggiata se fossi stata una grassa infelice: sulla terra la felicità non si addice ad una persona grassa quanto una pulce ad una saponetta.
Il cellulare, rinchiuso nella borsa, inizia a suonare con sempre maggiore intensità, impaziente di uscire allo scoperto.
È sicuramente mia madre.
“Ciao, amore mio. Spero tu sia ben coperta…” [Continua...]

































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