Premio Manuale di Mari, Libro dell’Anno 2009

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Premio Manuale di Mari – Premio Speciale per il libro dell’Anno 2009 ad Antonio De Santanna.

Leggi e commenta l’Ebook del Libro dell’Anno “Il riflesso della luna sull’acqua” di Antonio De Santanna.

Un profilo dello scrittore nella Galleria degli Autori del Portale Manuale di Mari.

Il giornalino di Tito di Timur Lenk

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- Dal Primo quaderno -

Mi chiamo Tito. Tito Barozzo. E scusate il disturbo.
Forse ho disturbato, venendo al mondo.

Ieri sera sono fuggito dal collegio Pierpaoli. Fa tanto freddo e il mio mantellino di collegiale non riesce a coprirmi, meno male che ho trovato un fienile con il chiavistello della porta rotto, così sono riuscito ad entrare e ora almeno sto all’asciutto.
Penso al mio amico Giannino. Quando mi ha salutato ci siamo abbracciati forte forte poi… non ce l’ho fatta più a trattenere le lacrime e sono scappato. Giannino, spero che non ti puniscano.
Nel mio sacco ho una camicia ed una maglia, e indosso dei pantaloni che ormai mi stanno corti: li portavo il giorno che sono entrato in collegio tre anni fa. Le sole scarpe che ho le porto ai piedi, e a parte il mio mantellino non ho nulla della mia divisa di collegiale: sarebbe troppo ingrato per me continuare ad indossarla, e poi i pantaloni grigi con la banda rossa mi farebbero subito riconoscere. Sarei preso e riportato in collegio, forse in prigione. Non voglio.
Ora smetto di scrivere perché devo risparmiare le poche matite che ho portato con me, ma tenere questo quaderno mi aiuterà a sentirmi meno solo. Anche Giannino aveva un giornalino su cui annotava tutti i suoi pensieri e i fatti di ogni giorno, farò anch’io così.
Scrivo quindi sulla copertina il suo nome: “Il Giornalino di Tito” e lo inizio con la data di oggi. È già passata mezzanotte, credo, quindi oggi è:

VENERDÌ 14 FEBBRAIO 1913

Faccio solenne proposito di non subire più nella vita le ingiustizie che ho patito dal mio tutore e dai direttori del collegio, il signor Stanislao e la signora Geltrude. Mi batterò sempre per la giustizia.

MORTE AGLI OPPRESSORI!

È mattina, e durante la notte ha piovuto. Ora la pioggia è cessata ma fuori fa tanto freddo e c’è una nebbia che si taglia col coltello. L’inverno qui in Toscana è così, ma io ricordo che a Napoli, quando ero bambino, faceva bel tempo anche a febbraio. Mamma e papà erano ancora vivi e mi portavano a passeggiare lungo il mare. Ricordo un castello circondato dalle onde, e anche una grande porta di fronte al mare, un grande arco di pietra o forse di marmo, che io sognavo di attraversare come se fosse un ingresso magico a tutti i mari del mondo.
Ora ho fame, meno male che ho portato con me un tozzo di pane dalla cucina del collegio.
Ho trovato anche una mela in un angolo del fienile, è marcia a metà ma l’altra metà è ancora buona, e non posso certo fare lo schizzinoso: quando si è mangiata la minestra del collegio Pierpaoli, preparata con la risciacquatura dei piatti della mensa di una settimana intera, si è pronti a mangiare di tutto!
Il fienile è vuoto ma almeno ho trovato un po’ di paglia per farmi un giaciglio, anche se non potrò restare a lungo: il collegio avrà certamente denunciato la mia fuga e mi staranno già cercando.
Oggi ho sentito un paio di volte il fischio di un treno, domani raggiungerò la stazione e cercherò di prenderne uno. Per dove, non importa.

***

Dal libro Il giornalino di Tito di Timur Lenk

Introspezione di Giusi Rollo

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M.: C’era una forza che mi sollevava da terra ogniqualvolta lui stendeva le braccia in avanti per catturarmi.
Il mio inconscio era in grado di generare un fatto simile?
Eppure quando lui compiva quel gesto sicuramente rapido e improvviso, io non vedevo né l’inizio né lo svolgimento della sua azione poiché di rado mi voltavo indietro e mai quando si trovava a pochissimi metri di distanza dalla mia ombra. Avvertivo invece la presenza delle sue mani: sentivo la pulsazione del cuore che fluiva velocemente attraverso l’arteria radiale e si propagava all’esterno sottoforma di onde meccaniche longitudinali, e percepivo, oltremodo, come fosse una preziosa fonte energetica, il fortissimo calore, quasi ustionante, che le avvolgeva  e quando questo si propagava con un formicolio crescente dalle mie spalle via via in tutto il corpo, mi sol-levavo in aria con un balzo violento e spaventoso che mi faceva nuovamente oltrepassare le infrangibili nuvole, le quali continuavano inesorabili a dilatarsi ed infittirsi nel sottostrato dell’atmosfera, e nel mio continuo e genuino stupore volavo per pochissimi istanti sopra di esse, ma non riuscivo ancora a domare quell’immane energia che nasceva probabilmente dal nulla e che successivamente invadeva ogni centimetro della mia materia. Tale energia era completamente fuori del mio controllo e tutte le volte che involontariamente ne usufruivo o che essa intenzionalmente beneficiava del mio corpo, mi sentivo debilitato e tramortito.
Da dove proveniva questa energia? Perché mi aiutava?
Ancora una volta vivevo delle situazioni di assoluta irrazionalità occultamente ornate da principi e concetti per me completamente astrusi che andavano anche oltre lo scibile umano. [Continua...]

Io cerco Jolanda di Adriana Maria Martino

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Amanda, come le confessò in seguito, aveva sempre covato il desiderio di incontrare i suoi fratelli e ammirava Mathilda per essere riuscita a realizzarlo. Ma nonostante questo, averli rivisti era stato emotivamente impegnativo anche per lei. Tuttavia, ora che le barriere erano state abbattute, Amanda ritenne opportuno calare un carico da undici.
Chiamò Mathilda al telefono e senza troppi preamboli le propose: «Visto che hai avuto il coraggio e la tenacia per riunire tutta la famiglia, perché non cerchi anche Jolanda?»
Mathilda, la cui testa in quel momento era a mille miglia, sul fondo dell’oceano Atlantico, stentò a comprendere che cosa le stesse dicendo la sorella. Un segnale di allarme, tuttavia, suonò dentro di lei prospettando guai in vista, perché Amanda amava moltissimo comandare e dare ordini.
«Scusa, Amanda, ma che cosa stai dicendo?»
Come se parlasse a Salvatore, la sorella spiegò: «Ti ricordi di Jolanda, quella bambina della tua età che stava sempre a casa nostra, quella con i capelli rossi e gli occhi verdi? Quella molto timida che giocava sempre insieme con te?»
«Sì, certo che me la ricordo. Era la mia migliore amica. E allora?»
«Pure quella era figlia di nostro padre».
Mathilda rimase in silenzio, pensando che se Amanda intendeva farle uno scherzo aveva scelto un modo davvero crudele.
«Ma che stai dicendo? E perché me lo dici solo adesso?» [Continua...]

Il capro espiatorio di Paola Pica

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“Come, come?… Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni.  Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa.  Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”. [Continua...]

Ciclo della Rosa dei Re – I – Il sigillo dell’unicorno

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Una carrozza sfrecciava fra gli alberi come se i cavalli fossero impazziti; lo schiocco ripetuto e sconsiderato di una frusta irrompeva nel tramestio di zoccoli e clangori metallici come il
susseguirsi dei tuoni di una tempesta troppo vicina. Quattro criniere al vento, con scintillanti borchie d’argento nei finimenti, quattro ombre nere lanciate nella notte in corsa contro
il tempo, incalzavano il sentiero con impeto crescente.
Fiancheggiavano il carro numerosi guerrieri a cavallo dalle livree d’un cupo amaranto e, in particolare, due figure, al comando, aprivano il sentiero con destrieri agili e sicuri, avvezzi
alla notte, capaci di vedere ben oltre l’oscurità.
Gli alberi sembravano piegarsi in balia della forza che si sprigionava dal convoglio e per quanta resistenza opponessero, rischiavano di spezzarsi.
S’udirono ululati e ruggiti selvaggi; qualcosa tra la vegetazione li inseguiva, spostandosi più veloce di ogni plausibile predatore.
Dal cupo manto della notte cominciarono a intravedersi le luci ardenti di Maelmord e la carrozza sembrò quasi sollevarsi dal suolo, spinta da forze impercettibili, ma poi gli alberi si chiusero paurosamente a sbarrarle la corsa; le fronde s’intrecciarono in un arco minaccioso e come il carro accennò a evitare l’impatto rovinoso con esse, dalla selva si lanciarono misteriose figure dal corpo umanoide e la testa d’animale, di lupo e d’orso; investirono i guerrieri al seguito della carrozza piantando artigli e affondando morsi mentre precipitavano a terra con le loro prede, nel panico dei destrieri. [Continua...]

L’uomo dall’animo di fanciullo di Giovanni Scilio

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«Perché le piace la poesia?» mi chiese la dottoressa per cominciare.
«La poesia mi dà la possibilità di guardarmi dentro, di scrutare in profondità il mio spirito, di mettere a nudo le debolezze e i punti di forza, i sentimenti, gli stati d’animo e le emozioni. Per questo motivo, oltre che leggere le liriche dei grandi autori, a me piace anche scriverne di mie. Non ho certamente la pretesa di comporre versi celebri e di essere citato nei testi di letteratura, ma voglio semplicemente esprimere come sono e cosa sento in quei momenti in cui vengo colto dall’ispirazione. Le mie poesie sono destinate più a me che agli altri.»
«Qual è il poeta che preferisce?» chiese ancora la terapeuta.
«Mi piacciono soprattutto Leopardi, Pascoli, Ungaretti e Montale. Se, però, devo indicarne uno soltanto, la mia scelta cade su Giovanni Pascoli» risposi senza esitazioni.
«Pascoli è considerato un autore che esprime sentimenti tristi, malinconici. Ritiene che ci siano affinità intellettive tra di voi?»
«Credo di sì, ma non tanto per l’infelicità e il dolore che si leggono nei suoi versi, quanto per il modo con cui guarda il mondo, la natura e cioè con gli occhi semplici e spontanei di un fanciullino. Egli stesso dice:
Quel fanciullino che al buio vede o crede di vedere, alla luce sogna o sembra sognare, parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle… Rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo… Egli scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose… Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola e al contrario.
Ecco, io e Pascoli abbiamo in comune l’anima del fanciullino.» [Continua...]

Il diritto di vivere di Patrizia Ciava

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(…) «Insomma come stai veramente?» chiedo quando rimaniamo infine soli, affrontando il discorso rimasto in sospeso da quando sei arrivato.
«Come vuoi che stia? Ho paura che questa volta sia finita per davvero» sospiri crollando su una sedia.
«Non è la prima volta che Eleonora se ne va di casa e che dite di volervi separare.»
«Sì, ma questa volta ho proprio esagerato, finisco sempre col fare scappare tutti quelli a cui tengo» dici con un sorriso mesto incassando la testa tra le spalle. E ora, davanti a me, c’è un uomo terribilmente diverso da quello che fino ad un attimo prima giocava spensierato con mia figlia.
«Non assumerti colpe che non hai, il vostro rapporto non andava già da qualche tempo e tu lo sai» obietto.
«Ho trattato Eleonora da schifo negli ultimi tempi. A volte non so cosa mi prende, è più forte di me, provo una tale rabbia, è come se avessi la lava che mi ribolle dentro, non riesco a controllarmi.»
Mi irrigidisco. So già che strada vuoi imboccare. Da qualche tempo sei convinto di essere affetto da una forma depressiva denominata disturbo bipolare, una patologia nella quale periodi di prostrazione si alternano a stati di esaltazione, e ravvisi i sintomi di questo disturbo in ogni tuo comportamento. Io dissento e finiamo invariabilmente col litigare. [Continua...]

L’ombra della madre di Imperia Tognacci

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(…) Marco Bellettani era conosciuto negli ambienti mondani di Lucca. La ricchezza di cui disponeva non lo obbligava a lavorare; l’amore per le arti lo faceva essere un po’ musicista, un po’ pittore, un po’ poeta, senza, in realtà, eccellere in alcuna in alcuna di queste discipline. Era un modo per occupare tempo. La musica lo faceva assiduo al teatro, sempre in compagnia di donne dell’aristocrazia. Era presente nei salotti, circondato da donne eleganti, e non gli passava neppure per la mente di legarsi in matrimonio con una di loro. Diceva, scherzando agli amici:
“Di ogni donna amo qualcosa, la bellezza, l’intelligenza, la grazia, la bontà, la sensualità, la curva di certe forme. Mi piace cercare in loro le caratteristiche meno evidenti. E non è necessariamente tutto nobile ciò che di loro mi attira. Le avvicino solo quando ho la certezza che possono cedermi una parte, anche piccola, che ho scovato in loro e che non ho trovato in nessun’altra. Quando le ho frequentate per un po’ di tempo, mi accorgo che ciò che di raro mi pareva di aver trovato in loro, non è ancora sufficiente. E’ quello che a loro manca che, in definitiva, finisce con lo sbiadire e cancellare la primizia che vi avevo scovato. Amano interpretare, quando la storia finisce, la parte di Giulietta che ama in maniera assoluta e totalizzante. La loro voce cambia, diventa stridula, poi lamentevole. Mettono il panico addosso e il consiglio che do a me stesso è una rapida ritirata. Non è viltà. Non è forse ogni stretto legame la minaccia più grave alla libertà, e il matrimonio non è forse il luogo ideale per il compromesso e la menzogna?”. [Continua...]

L’altra metà del cielo di Donatella Ferrara

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Ormai era evidente che Mark le piaceva moltissimo, non sapeva cosa lo rendeva così attraente ai suoi occhi, era un uomo sicuro di se, determinato, sul lavoro un vero genio, e ne era consapevole. Ma nel privato, appariva diverso, forse era proprio quell’aria tormentata, che lo rendeva così affascinante.
Da quando Irene aveva cominciato a conoscerlo aveva intuito che sarebbe diventato una persona importante nella sua vita, un uomo dalle mille sfaccettature, dalle mille sensazioni, uno di quegli uomini che possono rendere la tua vita un paradiso o un inferno, ed è proprio per questo che ci sentiamo attratte da loro.
Quella sera in camera sua si sdraiò sul letto, ascoltando gli Eagles, Wasted time, ripensò a quanto si erano detti, la sua parte razionale, apprezzava il suo comportamento, ma la parte istintiva avrebbe tanto voluto che lui si fosse lasciato andare, che l’avesse baciata, stretta fra le sue braccia, e che il suo essere nel più profondo fosse diventato parte di lei.
Quella notte sognò di fare l’amore con lui e per la prima volta provò un orgasmo soltanto pensando a quello che lui avrebbe potuto fare di lei. Era incredibile il potere che Mark aveva già su Irene. [Continua...]