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	<title>Blog degli Autori<title> &#187; Narrativa</title>
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	<description>Scrittori nella Blogosfera</description>
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		<title>Una camicia a fiori di Elisa Barone</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 17:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Barone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anteprima inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/08/Lotus-Lilies-588.jpg" alt="" height="150" />La governante aprì la porta a vetri che divideva in due l’enorme salone e, mentre si avvicinava al gruppo degli ospiti ed ai padroni di casa, si rivolse alla signora e le riferì che il bimbo, finalmente si era addormentato. Iris sorrise e promise a tutti che alla fine della serata avrebbero potuto vedere Marco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Una camicia a fiori di Elisa Barone" link="http://www.blogdegliautori.it/elisa-barone/una-camicia-a-fiori-di-elisa-barone/"><p><a rel="attachment wp-att-5221" href="http://www.blogdegliautori.it/elisa-barone/una-camicia-a-fiori-di-elisa-barone/lotus-lilies-588/"><img class="alignnone size-full wp-image-5221" title="Lotus Lilies di Charles Courtney Curran, particolare" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/08/Lotus-Lilies-588.jpg" alt="" width="588" height="315" /></a></p>
<p>La governante aprì la porta a vetri che divideva in due l’enorme salone e, mentre si avvicinava al gruppo degli ospiti ed ai padroni di casa, si rivolse alla signora e le riferì che il bimbo, finalmente si era addormentato.<br />
Iris sorrise e promise a tutti che alla fine della serata avrebbero potuto vedere Marco mentre dormiva.<br />
Intanto chiese alla governante di richiudere la vetrata affinché la musica del pianoforte a coda che suo marito stava per suonare non raggiungesse le camere al piano di sopra.<br />
Gli ospiti, intorno al pianoforte, attraverso i vetri della grande veranda che circondava l’attico, vedevano lo spettacolo della cupola azzurra della splendida cattedrale.<br />
La luce dei lampioni della piazza del Duomo si irradiava sui tetti del centro storico.<br />
Di fronte la montagna scura e rigogliosa di Brunate era illuminata dalle luci della funicolare che trasformavano i binari in una fascia luminosa e quasi magica.<br />
Poi, come ogni sera, chiese alla governante di non chiudere la porta della propria camera per poter sorvegliare il sonno del piccolo Marco.<br />
Marco aveva due anni, era un bimbo meraviglioso perché era bellissimo ed aveva un’intelligenza talmente spiccata che lo rendeva di grande precocità nella sua crescita.<br />
I genitori ne erano entusiasti e soprattutto la giovane madre viveva la maternità come un sogno meraviglioso.<br />
Del resto Iris era una donna estremamente appagata da tutto ciò che la vita le aveva riservato. La famiglia ricchissima ed altolocata le aveva consentito di studiare nei migliori collegi della svizzera francese e lì aveva vissuto un adolescenza ed una giovinezza dorate mentre in Italia infuriava la guerra.<span id="more-5222"></span><br />
La ragazza nulla aveva conosciuto dei tormenti, delle ansie, delle delusioni che spesso accompagnano l’età giovanile ed adolescenziale.<br />
Non era mai neanche incorsa in batticuori e sogni d’amore non realizzati che tante lacrime avevano fatto versare alle sue amiche.<br />
Lei godeva della sua vita giocando al meglio le carte fortunate che ne aveva ricevuto, convinta che con carte buone si dovesse vincere sempre.<br />
Le amicizie fatte in collegio non le avevano fatto mai conoscere la solitudine; anche i viaggi ed i soggiorni in estate presso le ville delle compagne più care a cui ricambiava l’ospitalità nella sua splendida villa   di Bellagio, avevano allietato la sua giovinezza.<br />
I genitori erano molto presi dai loro impegni lavorativi in quanto entrambi medici-chirurghi presso la clinica privata di loro proprietà, ma Iris era sempre stata serena nel  rapporto con i genitori di cui andava assolutamente fiera.<br />
Lei, però, non aveva seguito la strada professionale dei genitori perché aveva voluto continuare gli studi nell’area letteraria e non scientifica laureandosi in lingue e letteratura straniera tanto che parlava correttamente quattro lingue.<br />
Appena uscita dall’università, Iris conobbe il giovane ingegnere Dante Di Nardo e lo sposò dopo pochi mesi. Il giovane l’aveva affascinata per il bell’aspetto, la cultura, la raffinatezza ed era avviato ad una carriera brillante anche all’estero, tanto che Iris utilizzò le proprie conoscenze linguistiche seguendo il marito negli spostamenti in Europa che il lavoro di lui comportava.<br />
Solo quando Iris rimase incinta l’ingegnere Di Nardo decise di accettare una proposta lavorativa a Milano, la sua città, stabilendo però a Como, nella città di Iris, la residenza familiare.<br />
Alla  nascita di Marco, Iris si rese conto che nulla avrebbe potuto più chiedere alla vita e mai avrebbe potuto sfiorarle l’idea che forse la vita un giorno avrebbe chiesto a lei qualcosa e la più importante.<br />
Gli ospiti attraversarono, silenziosamente, l’altra parte del salone  ed iniziarono, in fila indiana, a salire la grande scala in marmo rosa, coperta al centro, da una guida in moquette rossa.<br />
Si accalcarono quasi senza fiatare intorno alla culla.<br />
La penombra faceva scorgere Marco che dormiva: il caschetto liscio e biondo gli incorniciava il viso, le manine erano adagiate sul lenzuolo, il respiro era tranquillo.<br />
Nessuno fiatò; poi tornati in salone, furono tutti prodighi di complimenti mentre Iris e Dante si guardarono con gioia e complicità e, in particolare Iris seppe trasmettere al marito la consapevolezza che Marco non era un bimbo come tanti, Marco era di più, di più.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro inedito <em><strong>Una camicia a fiori</strong></em> di <strong>Elisa Barone</strong></p>
<p>***<br />
<em>Immagine: Lotus Lilies di Charles Courtney Curran, particolare</em></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Viaggi della memoria di Bruno Fontana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 16:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/viaggi-della-memoria.jpg" alt="" height="150" />Dopo New York, Montreal e Parigi arrivare a Roma era un po’ come ritrovarsi in una città di provincia. Era la fine degli anni sessanta e la vita nelle vecchie strade della capitale scorreva con ritmi ancora secolari. Ma i nuovi barbari erano in agguato&#8230; Ricordo l’arrivo a Roma con la mia Dauphine. Venivo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Viaggi della memoria di Bruno Fontana" link="http://www.blogdegliautori.it/bruno-fontana/viaggi-della-memoria/"><p><em><strong><a rel="attachment wp-att-5218" href="http://www.blogdegliautori.it/bruno-fontana/viaggi-della-memoria/viaggi-della-memoria/"><img class="alignnone size-full wp-image-5218" style="border: 1px solid black;" title="Viaggi della memoria di Bruno Fontana" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/viaggi-della-memoria.jpg" alt="" width="246" height="380" /></a></strong></em></p>
<p><em><strong>Dopo New York, Montreal e Parigi arrivare a Roma era un po’ come ritrovarsi in una città di provincia. Era la fine degli anni sessanta e la vita nelle vecchie strade della capitale scorreva con ritmi ancora secolari. Ma i nuovi barbari erano in agguato&#8230;</strong><br />
</em><br />
Ricordo l’arrivo a Roma con la mia Dauphine. Venivo da Aix en Provence e avevo percorso l’autostrada del sole, allora ammirata da tutti coloro che varcavano le nostre frontiere in auto. Nel resto di Europa di autostrade così ancora non ce n’erano e i miei amici francesi si lamentavano del ritardo del loro paese nella viabilità ancora collegata alle vecchie e gloriose “routes nationales”. Quella Italia, quella degli anni ’60 – ’70 in pieno boom economico aveva all’estero un’immagine molto positiva, dopo i disastri del fascismo e della guerra. Fino ad allora avevo vissuto all’estero e a prescindere dai soliti luoghi comuni stupidi e un po’ razzisti contro gli italiani che mi avevano accompagnato sin dai tempi della scuola, vi era in quegli anni molta simpatia per questo piccolo rinascimento post bellico. Per esempio nel cinema, dal neo realismo alla commedia italiana fino agli spaghetti western di Sergio Leone, i nomi di registi e attori che avevano conquistato i più sofisticati palati della critica come anche le più vaste platee, era infinito e non vi era festival o Oscar che annualmente non premiasse un Rossellini, un Fellini, un De Sica, un Visconti, un Antonioni o uno Scola, solo per citare i più premiati. E poi Mastroianni, la Loren, la Vitti, Sordi, Gassman e Tognazzi. La gente allora faceva la fila per vedere i loro film sui Champs Elysées o nel Village. La musica di Modugno, Bindi, Paoli, De André o Celentano e le colonne sonore di Ennio Morricone avevano finalmente fatto scoprire una canzone italiana che non era più soltanto quella partenopea. Ed era bello, gratificante sedersi in un caffé a discutere con gli amici francesi o americani di  8%  o de “L’avventura”. Ma anche di Umberto Eco, di Moravia e di Sciascia. Insomma non solo, non solo più pizza, mandolini e… mafia… Era l’Italia di quegli anni bellissimi. Bellissimi anche perché non ero ancora un trentenne, ma questo fa parte del fardello degli anni che più diventa pesante, più fa rimpiangere i tempi in cui era lieve.</p>
<p>***</p>
<p>“Quando Roma era un villaggio” – racconto tratto dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/racconti/viaggi-della-memoria-di-bruno-fontana" target="_blank"><em><strong>Viaggi della Memoria</strong></em></a> di <strong>Bruno Fontana,</strong> edito da “Tabula Fati”</p>
<p><span style="color: #cc0000;"><strong>EVENTI</strong></span> &#8211; <a href="http://www.niclamorletti.net/blog/2010/09/03/molinello-eventi-bruno-fontana/" target="_blank"><strong>Rapolano Terme &#8211; Bruno Fontana al Molinello Eventi</strong></a> (23 settembre 2010)</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Amore Assoluto di Maria Caterina Festa</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 12:58:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Caterina Festa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/amore-assoluto.jpg" alt="" height="150" />(&#8230;) Allora si fermò e scese dalla moto. Si tolse il giubbotto pesante e il casco con estrema eleganza e s’incamminò. La casa era tutta illuminata, non solo di luce artificiale. Tutto il giardino, infatti, era pieno di grandi candele accese. Erano state conficcate nella terra grazie a lunghe aste di legno. Sembravano quasi delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="L'Amore Assoluto di Maria Caterina Festa" link="http://www.blogdegliautori.it/maria-caterina-festa/lamore-assoluto/"><p><a rel="attachment wp-att-5208" href="http://www.blogdegliautori.it/maria-caterina-festa/lamore-assoluto/amore-assoluto/"><img class="alignnone size-full wp-image-5208" style="border: 1px solid black;" title="L'Amore Assoluto di Maria Caterina Festa" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/amore-assoluto.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a></p>
<p>(&#8230;) Allora si fermò e scese dalla moto. Si tolse il giubbotto pesante e il casco con estrema eleganza e s’incamminò.<br />
La casa era tutta illuminata, non solo di luce artificiale.<br />
Tutto il giardino, infatti, era pieno di grandi candele accese. Erano state conficcate nella terra grazie a lunghe aste di legno. Sembravano quasi delle fiaccole che emanavano una luce intensa.<br />
Marco sapeva che non avevano solo un ruolo ornamentale. Di solito, venivano messe in giardino per allontanare gli insetti fastidiosi. Ma quella luce si stava riflettendo su tutta la casa, avvolgendola di un pittoresco colore arancio. Anche da fuori, Marco riuscì a scorgere questo colore e l’atmosfera che si generava. Poi, vide che sopra la struttura in muratura, che sorreggeva il grande cancello di legno, erano state messe due grandi candele circolari che illuminavano tutta l’entrata.<br />
Marco arrivò davanti al grande cancello. Guardò l’anta che era socchiusa.<br />
La spinse con un movimento deciso. Poi, seguendo la porta di legno, fece un passo avanti. A quel punto, la sua attenzione venne richiamata sul lato destro. In quell’esatto momento, Marco avvertì il rumore delle candele mosse dal vento.<span id="more-5209"></span><br />
Poi lui ne avvertì il calore inondare tutto il suo volto. Si voltò e si sorprese nel trovare una ragazza che aveva un cellulare appoggiato al suo orecchio. In quel momento non stava parlando, ma sembrava intenta ad ascoltare molto intensamente il suo interlocutore. Tutto il suo corpo era completamente appoggiato sull’altra porta del cancello che era chiusa.  Anche la sua testa era completamente adagiata sul legno scuro.<br />
Marco notò che la luce delle candele le si stava splendendo sul viso. Lui la guardò dritto negli occhi. E lei, richiamata dal rumore della porta, lo vide entrare e ricambiò lo sguardo. I loro occhi si ritrovarono in un unico abbraccio.<br />
L’incrocio dei loro sguardi collimò perfettamente.<br />
E Marco fu scosso da un lungo brivido che gli percosse tutta la schiena. Lui si sentì colpito da quegli occhi scuri che non aveva mai visto prima. Ebbe la sensazione di vederli per la prima volta, ma di conoscerli da sempre. Marco rimase bloccato a guardarla, mentre la sua mano era ancora appoggiata alla porta. Non si voleva più allontanare da quegli occhi. Si perse completamente in quelle due perle nere. Erano due diamanti scuri, che splendevano alla luce fi oca delle candele. Quegli occhi, illuminati, emisero uno scintillio multicolore che colpì Marco dritto al cuore.<br />
Ma quella sensazione durò un attimo. Marco, poi, si sentì come distolto da un momento di eternità.<br />
Dopo di che, riprese a camminare.<br />
Fu così, che si diresse verso la porta della casa da cui sentì arrivare i rumori della festa.<br />
Ma mentre Marco procedeva verso la meta, si sentì perplesso per quella sensazione. Involontariamente strinse le sue sopraciglia, che esaltarono il suo volto interrogativo. Fu a quel punto che si voltò indietro. Per un attimo ebbe paura di aver visto angelo che era sparito. L’idea di non poter rivedere quegli occhi lo terrorizzava. Ma girandosi, la vide.  Lei era ancora lì. Esattamente nel punto in cui l’aveva vista poco prima.<br />
Non si era mossa e notò che, in quel momento, lei stava parlando al telefono, gesticolando con foga e mostrando tutta la sua umanità.  Lui entrò nella casa. Appena varcò la soglia, fu completamente travolto dalla musica e dal vociare insistente. E in quel momento le sensazioni di poco prima sembrarono svanire.<br />
Si diresse verso il chiasso che i suoi amici stavano facendo.<br />
Sorrise quando notò che altri avevano avvertito la sua presenza&#8230;</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>L&#8217;Amore Assoluto</strong></em> di <strong>Maria Caterina Festa</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Ho seppellito Giove di Anna Laura Bobbi</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 12:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Laura Bobbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esordienti]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/ho-seppellito-giove.jpg" alt="" height="150" />Uno - NOTTE NERA COME LA PECE - La notte e quel telefono che squilla incessante. Lo squillo mi martella. Cessa. Ricomincia. Cessa. Riprende. Alzo la cornetta: - Scendi Lucilla, sono qui sotto casa tua. Devo parlarti. Una volta sola, ti prego. - Non ci penso proprio. Sono ancora piena di lividi. - Mai più, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Ho seppellito Giove di Anna Laura Bobbi" link="http://www.blogdegliautori.it/anna-laura-bobbi/ho-seppellito-giove/"><p><a rel="attachment wp-att-5206" href="http://www.blogdegliautori.it/anna-laura-bobbi/ho-seppellito-giove/ho-seppellito-giove/"><img class="alignnone size-full wp-image-5206" style="border: 1px solid black;" title="Ho seppellito Giove di Anna Laura Bobbi" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/ho-seppellito-giove.jpg" alt="" width="260" height="380" /></a></p>
<p>Uno -<br />
NOTTE NERA COME LA PECE -</p>
<p>La notte e quel telefono che squilla incessante. Lo squillo mi martella. Cessa. Ricomincia. Cessa. Riprende.<br />
Alzo la cornetta:<br />
- Scendi Lucilla, sono qui sotto casa tua. Devo parlarti.<br />
Una volta sola, ti prego.<br />
- Non ci penso proprio. Sono ancora piena di lividi.<br />
- Mai più, te lo giuro, non succederà mai più.<br />
Quante volte ha ripetuto quella frase? Tutte le volte che gli ho dato retta. Ora no, non più. Chiusura ermetica.<br />
Stacco il telefono e provo a dormire. Il mio dormiveglia si popola delle scenate reiterate negli ultimi mesi.<br />
Sì, è la decisione giusta. Non posso tornare indietro.<br />
Infilo le cuffie dell’iPod<br />
“Qui si può solo piangere e alla fine non si piange neanche più… qui si può solo perdere e alla fine non si perde neanche più”&#8230; La dolce e tagliente voce di Vasco evoca una beatitudine che avevo dimenticato. È vero, non è questo il mondo che vorrei. Finalmente prendo sonno.<br />
La mia notte si popola di incubi. Dentro c’è lei. Sempre.<br />
Adele, mia madre. Lampi di immagini, squarci di luce dipinti di dolore. Il primo: il volto rigato di lacrime mute. Il secondo: gli occhi spalancati a chiedere risposte.<br />
Il terzo: il capo chino e le mani abbandonate in grembo. Mi sveglio con il cuore che sussulta in gola, arrotolata nel letto a cercare invano una sponda di conforto.<span id="more-5207"></span></p>
<p>Due<br />
ESONDAZIONI</p>
<p>Stronza, non sei che una stronza. Che t’avrò fatto mai? E riattacca questo maledetto telefono, tanto finché non mi avrai parlato non avrai tregua.<br />
Ti prego, ti prego Lucilla, amore luminoso, non lo senti che senza di te non vivo? Maledetta rabbia, maledetta incontrollata rabbia. Quando è iniziata?<br />
La prima volta:<br />
sono a scuola, mi ha interrogato in storia il professor Ricucci, non ho spiccicato parola. Buio nella mente, vuoto desolato.<br />
Rischio di perdere l’anno con quella marea di insufficienze che mi ritrovo, e mio padre, il mio integerrimo padre&#8230;. L’ansia sale, la rabbia pure; la mente si ottenebra e va per conto suo senza considerare che sono stato io a incollarmi su quel videogioco invece di studiare.<br />
Mi sento braccato.<br />
Il primo che mi capita a tiro, Andrea, che si avvicina per cercare di parlarmi ne fa le spese: lo afferro per la gola e lo riempio di cazzotti. Mi devono staccare da lui e, improvvisamente come era venuta, la rabbia sfuma. Mi guardo intorno e realizzo.<br />
Mi sento evaporare mentre penso alle conseguenze del mio gesto. Guardo il mio amico, ha un occhio pesto ma è tutto intero e sta bene.<br />
Mi portano in presidenza e cerco di spiegare.<br />
Risultato: un’amicizia svanita, l’anno inesorabilmente perso, la prescrizione per un ciclo di psicoterapia… il marchio di psicolabile.<br />
La seconda volta:<br />
sono passati quattro anni, la lezione è servita. Ho archiviato quell’episodio, superato la maturità, ricostruito amicizie.<br />
Lavoro nell’azienda di mio padre e un giorno per un motivo banale inizio a discutere con un impiegato che non ritrova una fattura… buio: mentre sale la rabbia, mi si annebbia la vista, sento pulsare le vene del collo.<br />
Sono come impossessato… il mostro è tornato. E giù botte.<br />
Devono immobilizzarmi in tre e ricomincia la solfa. Quegli occhi gelidi mi si conficcano in faccia ogni volta che lo incontro.<br />
Mio padre è arrivato a odiarmi. Lungi da lui il pensiero che potrei avere bisogno di aiuto. Lui non pensa, giudica! E il giudizio è inappellabile: fuori dalle palle, con il mantenimento.<br />
Due anni per ricostruirmi e illudermi che le deflagrazioni nel mio cervello fossero cessate.<br />
La terza volta:<br />
era impossibile continuare a lavorare nell’azienda di mio padre, tra sguardi di commiserazione misti a rancore: ho lasciato l’impiego, mi sono iscritto all’Università.<br />
Ho conosciuto Lei. Bella come un raggio di sole che colpisce l’impiantito umido di temporale a formare un improbabile arcobaleno.<br />
Era lì, sembrava aspettare proprio me, quella mattina grigia di novembre.<br />
Aveva perso il tacco di una scarpa e si era fermata.<br />
Ho visto Cupido aleggiarle intorno, staccarle con un’invisibile forbice il rialzo dalla calzatura e, giratosi verso di me, mimare il lancio di un dardo. Colpito!<br />
È stato amore. È amore. È ossessione.<br />
Quando la guardo e penso che i suoi occhi possano fermarsi ed essere catturati da uno sguardo altro, sento di nuovo le tempie pulsare e quelle vene del collo che si ingrossano a martellare.<br />
La rabbia esplode e il mostro invade la mia mente.<br />
La rabbia è esplosa, il mostro mi ha invaso la mente quando, dopo sei mesi che stavamo insieme, l’ho vista parlare al bar con un suo amico. Sono fuggito a sbollire.<br />
Appena l’ho rivista e ho iniziato a chiedere e lei a rispondere con strafottenza, le mani mi sono partite da sole e ho picchiato giù duro e mentre colpivo non c’era lei sola a subire.<br />
Più colpivo, più lei alzava la testa. Non ho visto una lacrima rigare quel volto. E questo me la faceva amare di più e nello stesso tempo desiderare con maggior forza di annientarla per<br />
impadronirmi di lei.<br />
Con le botte distruggo il mondo e continuo a sentirmi impotente.<br />
Il bersaglio che vorrei mi sfugge.<br />
Botte a tutti. Anche a questa furia che mi devasta.<br />
E così è stata la quarta e la quinta e ho perso il conto.<br />
E ho perso lei.<br />
E adesso il cemento del mio cuore reclama quel ristoro di colore a illuminare la pece di questa notte nera.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Ho seppellito Giove</strong></em> di <strong>Anna Laura Bobbi</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Contare i passi di Carla De Bernardi</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 11:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carla De Bernardi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/contare-i-passi.jpg" alt="" height="150" />L’alba tardiva regala ai viandanti un orizzonte diviso tra due colori fiabeschi. Al confine con il terreno una bassa striscia indaco sfuma in quella superiore di un rosa intenso che si perde nella vastità del cielo ancora notturno. Giovanna e Angela detta Lalla attraversano l’antico ponte di pietra sul fiume Elsa e percorrono una pista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Contare i passi di Carla De Bernardi" link="http://www.blogdegliautori.it/carla-de-bernardi/contare-i-passi/"><p><a rel="attachment wp-att-5204" href="http://www.blogdegliautori.it/carla-de-bernardi/contare-i-passi/contare-i-passi/"><img class="alignnone size-full wp-image-5204" title="Contare i passi di Carla De Bernardi" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/contare-i-passi.jpg" alt="" width="256" height="380" /></a></p>
<p>L’alba tardiva regala ai viandanti un orizzonte diviso tra due colori fiabeschi.<br />
Al confine con il terreno una bassa striscia indaco sfuma in quella superiore di un rosa intenso che si perde nella vastità del cielo ancora notturno.<br />
Giovanna e Angela detta Lalla attraversano l’antico ponte di pietra sul fiume Elsa e percorrono una pista agricola sostituita presto da una strada d’asfalto che non le lascerà fino a Léon.<br />
È l’ultimo tratto della lunga meseta.<br />
Quando se la sono trovata di fronte uscendo da Burgos hanno pensato con terrore che non ne avrebbero mai visto la fine.<br />
Centottanta chilometri di altipiano assolato, ma ti rendi conto? E dicono che ci sia sempre vento…<br />
Invece è arrivato rapido il giorno in cui l’hanno lasciata, passo dopo passo, alle loro spalle.<br />
Un giorno che merita di essere vissuto con attenzione, minuto dopo minuto.<br />
La meseta incantata è stata prodiga di insegnamenti.<span id="more-5205"></span></p>
<p>Sulla solitudine.<br />
Che ha molte facce. Può essere quieta, serena o allegra, a volte persino felice, ma anche piena di dolore, d’angoscia o di paura. Di terrore, perfino.<br />
Dipende dallo stato d’animo. Solo da questo?<br />
Si, solo da questo.<br />
La solitudine non esiste. È un fantasma generato dal cuore e dalla mente.<br />
C’è stato un momento in cui Giovanna l’ha temuta. È stata quella volta che si è messa a urlare, tra Castrojeriz e San Nicolás de Puente Fitero.<br />
Aveva la sensazione di camminare senza protezione su un sentiero sospeso tra la terra e il cielo.<br />
E si, in quel momento ha provato una sensazione di panico. Sentire la sua voce l’ha rassicurata sul fatto di essere viva.<br />
Ma più spesso la solitudine le è stata amica. Un’amica silenziosa e priva di pretese. E Giovanna l’ha amata e cercata ancora e ancora. La conosceva già, ma non così bene.<br />
Da adesso in poi la vivrà come una ricchezza.</p>
<p>Sul tempo.<br />
Che a volte ha un moto circolare. Quando non retrogrado. Giovanna ha provato in alcuni momenti la sensazione precisa di vivere un momento già passato della sua vita. Ha sentito sua madre viva e vicina e questa presenza era vera e reale. Erano insieme lì, nel grano dorato.<br />
Credeva che la nostalgia di lei, e quella di suo padre scomparso poco dopo, si sarebbero affievolite con il passar del tempo. Il tempo è una medicina, no? Lo dicono tutti.<br />
Per lei non è così.<br />
Non c’è giorno della sua vita che non pensi a loro e che il desiderio di averli accanto non le ferisca il cuore.</p>
<p>Sul vuoto.<br />
Chilometri e chilometri senza vedere nulla se non i campi deserti e silenti, rincorrendo la propria ombra. L’orizzonte che appare irraggiungibile e forse lo è. Il vento che solleva l’aria e la fa vorticare. Gli alberi così sottili da sembrare tratti di grafite. Le piccole case remote. I viandanti, minuscoli punti in movimento che presto scompaiono. Gli uccelli in volo che lo sguardo non riesce a fermare.<br />
Non è facile camminare nel vuoto.</p>
<p>Sugli incontri.<br />
Sul cammino tutti vogliono sapere solo chi sei. Non cosa possiedi o cosa rappresenti. Nessuno vanta gli scarponi più belli.<br />
Da dove sei partito, se sei malato, se hai le vesciche, e quante, e se sei stanco.<br />
Questo si, è importante. Come ti chiami e come si chiamano i tuoi figli. Se sai cucinare gli spaghetti. Se hai un cane. Se sai cantare.<br />
Se sai amare.</p>
<p>Su sé stessa.<br />
Ha imparato a essere paziente.<br />
Ad aspettare il suo turno.<br />
A posticipare la soddisfazione dei suoi desideri. Un gelato, la doccia calda, un piatto di pulpo gallego, un acquisto, un massaggio.<br />
A non posticipare la soddisfazione dei suoi bisogni. Se hai fame mangia, se hai sete bevi, se hai sonno dormi…. come dice un antico detto Zen. Se ti scappa….cerchi un cespuglio.<br />
Ad ascoltare.<br />
A non interrompere chi sta parlando.<br />
A non interpretare a suo vantaggio quello che gli altri dicono.<br />
A non manipolare la realtà.<br />
A tacere.<br />
A tenere il suo io sotto controllo. Un tempo era obeso e tuttora porta una taglia forte. Per il futuro lo vuole smilzo, scattante e veloce a farsi da parte.<br />
Eliminarlo non può.</p>
<p>Sulla responsabilità.<br />
Il motto di una nobile famiglia spagnola è «Io risponderò.»<br />
Rispondere delle proprie azioni, dei propri pensieri, delle proprie parole, dei propri desideri, dei propri errori.<br />
E riuscire a dire ho sbagliato.<br />
E saper chiedere scusa.<br />
E rammaricarsi per quello che non si è capito.<br />
Ed essere felici quando si è stati giusti.</p>
<p>Sull’amore.<br />
Quello degli amanti, quello dei genitori per i figli e quello per gli amici<br />
Quello per i deboli, gli emarginati, i poveri, i malati, i derelitti. Quello di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Quello che unisce per sempre gli sposi.<br />
Giovanna pensa all’amore quando c’è la passione e sa che allora è uno stato di grazia.<br />
Pensa al  sesso quando non c’è l’amore e sa che allora può essere molto divertente oppure molto triste.<br />
Pensa all’amore quando muore il desiderio ma non sa come sia poichè non l’ha conosciuto.<br />
L’amore con lei è sempre stato magnanimo.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Rotta a Zig Zag, Incontri tra i naviganti degli oceani di Luigi Ottogalli</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 11:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Ottogalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esordienti]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/rotta-a-zig-zag.jpg" alt="" height="150" />Quel maledetto bullone, completamente arrugginito, non voleva proprio saperne d’uscire dalla sua sede, Elena si sollevò un poco dall’incomoda posizione che era stata costretta ad assumere nella stretta sentina. Con il dorso della mano coperto d’unto cercò di detergersi l’abbondante sudore che le imperlava la fronte, afferrò un pesante mazzuolo e uno scalpello da legno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Rotta a Zig Zag, Incontri tra i naviganti degli oceani di Luigi Ottogalli" link="http://www.blogdegliautori.it/luigi-ottogalli/rotta-a-zig-zag-incontri-tra-i-naviganti-degli-oceani/"><p><a rel="attachment wp-att-5202" href="http://www.blogdegliautori.it/luigi-ottogalli/rotta-a-zig-zag-incontri-tra-i-naviganti-degli-oceani/rotta-a-zig-zag/"><img class="alignnone size-full wp-image-5202" title="Rotta a Zig Zag, Incontri tra i naviganti degli oceani di Luigi Ottogalli" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/rotta-a-zig-zag.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a></p>
<p>Quel maledetto bullone, completamente arrugginito, non voleva proprio saperne d’uscire dalla sua sede, Elena si sollevò un poco dall’incomoda posizione che era stata costretta ad assumere nella stretta sentina. Con il dorso della mano coperto d’unto cercò di detergersi l’abbondante sudore che le imperlava la fronte, afferrò un pesante mazzuolo e uno scalpello da legno, e iniziò ad aggredire con veemenza il legno ormai putrido della chiglia.<br />
Il sole di giugno scaldava senza pietà la coperta del piccolo sloop, ed Elena, ormai stanca e accaldata s’issò dal boccaporto e uscì sul ponte lasciando cadere rumorosamente i suoi attrezzi sul fondo della barca, incrociò le lunghe e magre gambe coperte da uno sdrucito paio di jeans, e iniziò ad arrotolarsi meticolosamente una sigaretta con una mistura di sua personale produzione.<br />
L’”Ogigia”  era alata in secco nel piccolo squero dove un anziano maestro d’ascia costruiva ancora gozzi e lance tradizionali. Alcuni grossi puntelli di legno sorreggevano il bianco scafo, mantenendolo in una posizione leggermente più in alto rispetto alle altre barche che affollavano il minuscolo piazzale.<br />
Dalla posizione elevata del ponte dell’Ogigia, Elena aveva una perfetta visione dell’imboccatura del porto e del mare che si estendeva vuoto e calmo fino all’orizzonte; socchiudendo leggermente le palpebre, per difendersi dal forte riverbero, aspirava con indolente voluttà la dolce e inebriante mistura.<br />
Guardando il mare pensava a quanto questo fosse inestricabilmente legato alla sua vita.<span id="more-5203"></span><br />
Un mare agitato e appena illuminato da un ultimo spicchio di luna salutò il suo sbarco sull&#8217;isola, quando, giovane figlia dei fiori, volle fuggire dai noiosi legami di una famiglia borghese e di una città tra le più bacchettone d’Italia. Erano ancora i tempi in cui con mare cattivo il piccolo traghetto sbarcava i suoi passeggeri con delle lance sulla spiaggia di Kattibuale. Forti e sconosciute mani l’accolsero e la sorressero nei primi passi sulle lucide nere lave dello sbarcatoio, e la guidarono, in una notte odorosa di timo e rosmarino, resa viva da mille voci concitate, nel luogo in cui avrebbe trascorso la sua vita. Fino a ora.<br />
Dal mare giunse, anche il primo amore importante della sua vita; si materializzò un giorno nelle sembianze di un giovane tritone dai riccioli bruni che, da bordo di una piccola barca a vela di colore rosso, le chiese con un forte accento d’oltralpe se si poteva accostare a quel molo.<br />
Fu proprio nella piccola cabina dell’“Epogne” che consumarono i loro giovanili e incontenibili amplessi, inframmezzati dagli indolenti racconti dei sogni di Patrik su mari lontani, che avrebbero da lì a poco raggiunto assieme.<br />
E dal molo del porticciolo di Scauri, una mattina di fine estate Elena vide la piccola macchia rossa dello scafo dell’“Epogne” dispiegare nel vento le sue ali bianche, e dirigersi inesorabilmente verso sud. Proprio quella mattina Elena era corsa ansante fino all’ormeggio dell’”Epogne”, timorosa e felice al contempo, per comunicare a Patrik che n’era più che certa; portava in grembo il frutto del loro amore.<br />
Suo figlio Davide era ormai un ragazzino di quasi dieci anni, che scorrazzava scalzo e selvaggio per i moli del porto dell’isola, quando il mare regalò a Elena un altro amore: Roland, che poi sull’isola rimase noto per anni come “il Bretone”. Arrivò in porto una sera di primavera, conducendo, da solo e con sicurezza, all’ormeggio il suo grande veliero a due alberi.<br />
Elena fu subito colpita dal fisico snello e scattante di Roland, dai suoi freddi occhi azzurri, e da quell’espressione del viso e quella postura generale del corpo che gli davano un’aria da beffardo e benevolo bucaniere. Roland, probabilmente stanco di girare per i mari conducendo una vita di piccoli, e talvolta dubbi, traffici, vide in questa ragazza bionda, dall’aria un poco selvaggia e dallo sguardo sognante, l’occasione di fermarsi almeno per un poco, in questa isola ai limiti dell’Europa civilizzata, per rimettere in sesto la propria vita.<br />
Fu sicuramente un amore forte e molto travagliato, Roland, nonostante la nascita della piccola Lucia, non seppe mai rinunciare né alle sue scorribande per mare, né a quelle nel mare di giovani e meno giovani turiste che ogni estate sbarcavano sull’isola, assetate di amori “naif”. Elena aspirava invece a un amore assolutamente dedito, e a un uomo che sapesse sorreggerla con polso sicuro nelle difficoltà della vita.<br />
Nel pomeriggio assolato che ormai volgeva al tramonto, le venne improvvisamente alla mente di quella volta in cui, dopo l’ennesimo bisticcio per gelosia, Roland salpò ben intenzionato ad andarsene per sempre. Elena allora lo raggiunse in mare aperto con la sua piccola lancia a motore, abbordò con decisione lo “Xantos” e salì trafelata a bordo. Rimasero tutta la notte in mare, e la mattina seguente il grande “Xantos” rientrò in porto, trainando, come una docile paperottola, la lancia di Elena.<br />
Solo una volta la donna si lasciò tentare dalla terra, forse ormai irrimediabilmente disillusa dai continui tradimenti di Roland, intrecciò una palese relazione con un turista del Nord, che in quell’epoca si era ritagliato una certa immagine scorrazzando sull’isola a bordo di una grande e fiammante decappottabile d’epoca.<br />
Questa storia, che poi alla fin fine fu solo passeggera, le costò l’amore di Roland, o come ormai spesso si ripeteva, la liberò finalmente dalla sua tumultuosa presenza; Roland, infatti, dando ampie dimostrazioni d’essere ferito e offeso dal suo comportamento, dapprima uscì da casa andando a vivere a bordo, e poi una mattina, senza salutare neppure la piccola Lucia, levò l’ancora e salpò per non fare mai più ritorno sull’isola.<br />
Il sole arrossava il cielo a occidente, ed Elena s’accorse che, arrotolandosi uno spinello dopo l’altro, aveva passato in rassegna gli ultimi venti anni della sua vita, trascurando così il lavoro cui nell’ultimo anno s’era dedicata con passione e accanimento.<br />
Il tramonto le fece riaffiorare alla mente un’ultima immagine: lo “Xantos” che si dondolava dolcemente all’ancora nelle acque cristalline della piccola isola di La Galitte, il sole si era ormai coricato dietro alle brulle rocce, il piccolo molo e le poche case che l’attorniavano si erano amalgamati con il fianco dell’isola e il mare a oriente luccicava degli ultimi raggi radenti, lo “Xantos”, lei, Roland e la piccola Lucia erano come sospesi nel vuoto in un lungo attimo d’assoluta pace e comprensione, che Elena desiderò non dovesse mai finire….<br />
Si riscosse dal suo torpore, accostò appena il boccaporto della tuga, e lasciando tutto in disordine, così com’era, scese dall’Ogigia. L’indomani mattina sarebbe tornata a lavorare, alla fine, n’era certa, la barca sarebbe stata pronta a prendere il mare, e lei, questa volta finalmente da sola e in pace con se stessa, avrebbe potuto fare vela verso la vicina Tunisia e la solitaria e magica isoletta di La Galitte.</p>
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		<title>Second Life di Daria Scarciglia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 10:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daria Scarciglia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/second-life.jpg" alt="" height="150" />Ho contato le settimane, poi i giorni, infine le ore e i minuti che mi hanno separata da Carlo. È inutile negare che nel tempo che ha sospeso la routine dei nostri incontri credo di aver capito molte cose. Pensavo di essermi innamorata di lui, forse fin dal primo giorno che l’ho visto, lì nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Second Life di Daria Scarciglia" link="http://www.blogdegliautori.it/daria-scarciglia/second-life/"><p><a rel="attachment wp-att-5200" href="http://www.blogdegliautori.it/daria-scarciglia/second-life/second-life/"><img class="alignnone size-full wp-image-5200" style="border: 1px solid black;" title="Second Life di Daria Scarciglia" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/second-life.jpg" alt="" width="267" height="380" /></a></p>
<p>Ho contato le settimane, poi i giorni, infine le ore e i minuti che mi hanno separata da Carlo. È inutile negare che nel tempo che ha sospeso la routine dei nostri incontri credo di aver capito molte cose. Pensavo di essermi innamorata di lui, forse fin dal primo giorno che l’ho visto, lì nel bar, mentre sfogliava il giornale con l’auricolare del telefonino all’orecchio e beveva il suo caffè.<br />
Pensavo, soprattutto, che questo era potuto accadere per colmare un vuoto che qualcun altro aveva lasciato nella mia vita.<br />
Sarebbe stato facile per me dire che era stato Ettore perché in parte è così, ma solo in parte, dal momento che, per il resto, ho fatto tutto da sola. Nelle settimane trascorse al mare ho cercato, e<br />
posso chiamare persino Dio a testimone, di fare nuovamente spazio in quel vuoto, perché Ettore tornasse a riempirlo, consentendomi di poter dire a me stessa che tutto ciò che mi aveva spinta verso Carlo aveva avuto un senso e che, finalmente, potevo cancellarlo dalla mia vita.<br />
Una sera, una di quelle poche sere in cui riuscivamo a restare soli, sulla terrazza della casa al mare, mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto: «Ettore, ti ricordi quella volta, tanti anni fa, quando eravamo ancora fidanzati, che ce ne andammo per pochi giorni a Perugia? Trovammo da dormire in quella specie di casolare di campagna dove di notte faceva un freddo da far battere i denti. Ci addormentavamo tra quelle lenzuola gelate tenendoci stretti».<br />
Si è voltato verso di me con l’espressione di chi non capisce nemmeno chi ha davanti.<br />
«Sì, me ne ricordo. Ma perché me lo stai chiedendo?»<span id="more-5201"></span><br />
«Perché credo che quella sia stata realmente l’ultima volta in cui sono stata felice con te e perché mi manca quella felicità, al punto che vorrei essere capace di implorarti di farmi sentire di nuovo come allora».<br />
Ettore mi ha abbracciata. Con calore, ma anche con un senso di stordimento. Del resto, non ero mai stata capace di formulare quel pensiero nemmeno con me stessa. Non penso che potesse anche solo immaginarlo.<br />
«Ma come ti viene in mente, Emma? Addirittura “l’ultima volta che sei stata felice con me”! Lo sai che non è vero. Noi siamo molto felici, lo siamo sempre stati. Non credo che si possa desiderare più di quanto abbiamo. Una vita senza problemi, un figlio bellissimo, una sicurezza economica che, di questi tempi, non guasta. E tu vorresti farmi credere che non siamo felici? Ma guardati: io ho una moglie bellissima e tu un marito che ti adora. Siamo la coppia più invidiata e a giusta ragione».<br />
Ho capito, tra le sue braccia, che non aveva capito niente, che il suo concetto di felicità descriveva esattamente tutto ciò che mi rende infelice, tanto da far diventare una voragine quel vuoto che Carlo è andato colmando.<br />
Quella notte ho fatto l’amore con Ettore, il quale, galvanizzato dalla sua convinzione di avermi trasformata nella donna più felice dell’universo, in un autentico delirio di onnipotenza, si è prodotto<br />
nel suo migliore repertorio da dio del sesso. Ma la mia testa ormai era altrove, non necessariamente con Carlo, ma comunque lontano da lì, perché la sola cosa che mi risultava chiara era quanto ormai mi sentissi fuori posto tra le braccia di Ettore. A dire il vero volevo solo che smettesse e che mi lasciasse dormire, sognare, accorciare di un giorno la mia distanza da Carlo e dal Second Life. È stata la prima volta in vita mia che ho finto un orgasmo, ma la cosa più tremenda è che Ettore non se n’è accorto.<br />
In questi due mesi credo di aver capito che tra Ettore e me non sia finita, che a modo suo mi ami e che, se “a modo suo” non mi basta più, è perché siamo su due mondi distanti. Dunque, se lui non potrà arrivare a comprendere il mio, forse io posso penetrare nel suo, cercando di essere come lui: una che ha molto da farsi perdonare.<br />
Credo di aver capito che sia questo il senso di ciò che io provo per Carlo, un bisogno di “sporcarmi le mani” lasciando da parte quella che sono stata o, per meglio dire, quella che io ho chiesto a me stessa di essere.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Second Life</strong></em> di <strong>Daria Scarciglia</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Le stazioni del vento di Nicoletta Vinciguerra</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 10:21:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicoletta Vinciguerra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esordienti]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/le-stazioni-del-vento.jpg" alt="" height="150" />Milena ha avuto ragione. E&#8217; stato fin troppo facile trovare la casa, tra poche centinaia di abitazioni. Il paese è attraversato da un&#8217;unica strada, la quale è intersecata da viuzze che si inerpicano sopra i pendii al suo interno e verso gli orti. La strada principale conduce fino a una chiesetta, situata al centro dell&#8217;unica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Le stazioni del vento di Nicoletta Vinciguerra" link="http://www.blogdegliautori.it/nicoletta-vinciguerra/le-stazioni-del-vento/"><p><a rel="attachment wp-att-5198" href="http://www.blogdegliautori.it/nicoletta-vinciguerra/le-stazioni-del-vento/le-stazioni-del-vento/"><img class="alignnone size-full wp-image-5198" title="Le stazioni del vento di Nicoletta Vinciguerra" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/le-stazioni-del-vento.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a></p>
<p>Milena ha avuto ragione. E&#8217; stato fin troppo facile trovare la casa, tra poche centinaia di abitazioni.<br />
Il paese è attraversato da un&#8217;unica strada, la quale è intersecata da viuzze che si inerpicano sopra i pendii al suo interno e verso gli orti.<br />
La strada principale conduce fino a una chiesetta, situata al centro dell&#8217;unica piazza, corredata di alcune vecchie panchine di ferro battuto ingrigito dal tempo e adornata dal soffio di insopprimibile vita e intenso profumo degli alberi di oleandro rosa.<br />
Fa molto caldo, un calore di assoluto silenzio, interrotto dai ronzii e dalle voci degli animali che giungono dalla campagna distante.<br />
Milena e Fabio decidono di lasciarmi. Hanno intenzione di scendere al fiume per uno dei loro giri di perlustrazione nei pressi dell&#8217;antico ponte.<br />
Il luogo è appartato e quieto, ma la casa è abitata.<br />
“Torneremo tra qualche ora, Vittoria, così avrete il tempo per parlare”.<br />
E io mi aggiro sola e indecisa, misurando, tre passi avanti e tre indietro e poi daccapo, la larghezza del cancelletto di legno dipinto dal quale intravedo l&#8217;ampio e lindo cortile lastricato e coperto dal pergolato dell&#8217;uva nera, con i minuscoli acini asprigni, e la fontana antica, e in fondo il portone d&#8217;ingresso in legno scuro, socchiuso.<br />
La casa della mia prozia, che fu dei miei bisnonni, dove mia madre nacque e visse fino all&#8217;età di diciotto anni, non è molto grande, ma situata su due piani, completamente dipinta di bianco e con la soletta ricoperta di tegole marrone.<span id="more-5199"></span><br />
Dalla facciata mi osservano le persiane socchiuse delle quattro finestre a balcone, con ringhiere di ferro battuto dipinte di vernice rosso scuro e abbellite con vasi di gerani rosa e bianchi, disposti in un preciso e mai sovvertito ordine: due rosa ai lati e uno bianco al centro. Per quattro. I petali e le larghe foglie verdi sembrano ancora umidi e freschi dalla quotidiana annaffiatura del mattino.<br />
E io non mi decido a bussare. Ci provo esitando, due, tre volte, ma la mano mi ricade sulla tasca chiusa della mia borsa di tela, attraverso la quale, per farmi coraggio, accarezzo il solito quadernetto.<br />
Mi sento come fossi giunta dinnanzi al cancello di vecchio legno dipinto dopo un estenuante viaggio a ritroso nel tempo e come se non avessi un vero motivo per essere qui e come se fossi capitata per caso in un&#8217;epoca a me sconosciuta.<br />
Fuori tempo e luogo. Mi volto indietro sperando infantilmente che Milena e Fabio siano ancora a portata del mio sguardo.<br />
Che c&#8217;entro io con questo posto? Cosa cerco&#8230;cosa cerco? E, in primo luogo, perché non smetto di cercare?</p>
<p>La vecchina apre il portone in legno scuro dell&#8217;ingresso, mi nota prima ancora che io possa farle un cenno.<br />
Inutile voltarmi, non ho scampo.<br />
Perché credo che mi riconosca, inoltre, prima ancora che io abbia il tempo per dirle chi sono.<br />
Avanza nella mia direzione e mi osserva in viso con attenzione, quasi nella speranza di incontrare qualcuno che ha aspettato da sempre.<br />
Le sorrido e sollevo la mano a mo&#8217; di saluto e anche lei mi sorride e prosegue verso di me, mentre curiosità e stupore crescono sul suo viso man mano che si avvicina.<br />
E&#8217; una donna alta ed esile, i lineamenti del viso sottili, il mento appena sporgente, il naso piccolo e leggermente aquilino, gli occhi verdi allungati e grandi, incredibilmente vivi e penetranti per la sua<br />
età. Tra i lunghi e ondulati capelli raccolti a crocchia, solcano il colore grigio della chioma bellissimi, brillanti, indomabili fili di nero corvino.<br />
E&#8217; vestita di lutto da una intera vita. Camicia, gonna pieghettata, calze, scarpe nere, ma capo scoperto, porta il fazzoletto morbidamente avvolto attorno al collo lungo e delicato.<br />
Non so riconoscere somiglianze dovute alla parentela. Solo alcuni particolari. Il disegno delle labbra sottili, la fila avorio dei piccoli denti distanti, il sorriso raro e luminoso: sono quelli di mia madre.<br />
Mentre mi apre il cancello per invitarmi ad entrare, non posso fare altro che mettere fuori dalla borsa il mio quaderno.<br />
Lei mi tiene per le braccia e seguita a scrutare minuziosamente ogni millimetro del mio viso.<br />
Vede le mie lacrime, e così cade il suo ultimo dubbio: “Sei Vittoria, vero? Tu sei la figlia di Marianna?”.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Le stazioni del vento</strong></em> di <strong>Nicoletta Vinciguerra</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il gatto e la bambina di Simone Fagiolini</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 08:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Fagiolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/il-gatto-e-la-bambina.jpg" alt="" height="150" />Rossabetta era in camera sua e parlava allegramente con Figaro, il quale saltava sul letto inseguendo la luce della luna che si rifletteva attraverso la finestra. Fermandosi improvvisamente, Figaro salì sulla finestra. «Guarda come è bella dama Luna». Cominciò a fare le fusa mentre una mano invisibile carezzava il suo manto. Rossabetta gli si avvicinò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il gatto e la bambina di Simone Fagiolini" link="http://www.blogdegliautori.it/simone-fagiolini/il-gatto-e-la-bambina/"><p><a rel="attachment wp-att-5193" href="http://www.blogdegliautori.it/simone-fagiolini/il-gatto-e-la-bambina/il-gatto-e-la-bambina/"><img class="alignnone size-full wp-image-5193" title="Il gatto e la bambina di Simone Fagiolini" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/il-gatto-e-la-bambina.jpg" alt="" width="238" height="380" /></a></p>
<p>Rossabetta era in camera sua e parlava allegramente con Figaro, il quale saltava sul letto inseguendo la luce della luna che si rifletteva attraverso la finestra.<br />
Fermandosi improvvisamente, Figaro salì sulla finestra.<br />
«Guarda come è bella dama Luna».<br />
Cominciò a fare le fusa mentre una mano invisibile carezzava il suo manto.<br />
Rossabetta gli si avvicinò e insieme guardarono estasiati la bellezza della Luna e della Notte costellata di stelle, che parevano tanti diamanti sulla corona di una regina.<br />
Entrambi ascoltavano il silenzio della Notte, rallegrato dal frinire dei grilli che intonavano i loro canti d’amore, «Che bello&#8230;» sospirò la piccola mentre il fresco sussurro del Vento le passava tra I capelli.<br />
«Li senti? &#8211; le domandò Figaro &#8211; La voce del Silenzio e l’amore della Natura»<br />
«Sì» rispose la piccola socchiudendo gli occhi e accarezzando il gatto.<br />
«Quanto Amore c’è nella natura, quanta gioia in questa vita. Basta saperle ascoltare, basta aprire il nostro cuore. Ogni giorno, ogni piccola cosa, racchiudono in sé il segreto di una grande gioia. Cerca e trova l’allegria nel sole come nel ticchettio della pioggia» disse il gatto.<br />
Volgendosi verso un piccolo vaso sul davanzale della finestra, Figaro lo indicò con la zampetta e aggiunse: «Guarda questo germoglio, così piccolo e fragile, racchiude in sé il segreto della vita e un giorno crescerà forte e rigoglioso. In lui è custodita una grande verità che anche noi tutti ci portiamo dentro».<br />
«Anche io?» domandò Rossabetta guardando il germoglio.<br />
«Certo &#8211; rispose Figaro. &#8211; Per quante difficoltà possiamo incontrare, dobbiamo ascoltare la piccola voce dentro di noi, che ci guida sempre verso la felicità. Presta sempre attenzione a quella voce e, quando la sentirai affievolire, alimentala con l’amore e la felicità, perché non c’è forza più grande dell’Amore stesso e della Gioia.<br />
Quando ti sentirai triste pensa al canto dell’usignolo che rallegra i cuori, ascolta il sussurro del vento che lambisce le foglie degli alberi.<br />
Accogli con felicità la carezza del sole sul tuo volto e ammira lo splendore delle stelle e il tremolio del loro sguardo. Affida i tuoi pensieri alle care nuvole che solcano l’oceano del cielo.<br />
Osserva quanto Amore c’è intorno a noi e troverai nuovamente il sorriso».</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Il gatto e la bambina</strong></em> di <strong>Simone Fagiolini</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il Suono Sacro di Arjiam di Daniela Lojarro</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 19:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Lojarro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esordienti]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
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		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/sacro-suono-arjiam1.jpg" alt="" height="150" />L&#8217;estate volgeva al termine, ma il sole dardeggiava ancora su Tuhtmaar, la capitale del regno di Arjiam. L&#8217;acqua scorreva lenta nel letto dei due fiumi, il Suszray e il Whahajam, e sembrava adattarsi al ritmo sonnolento di quel pomeriggio afoso, trascinandosi pigramente in mezzo alle canne, aggirando rocce e massi per lambire dolcemente le rive [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il Suono Sacro di Arjiam di Daniela Lojarro" link="http://www.blogdegliautori.it/daniela-lojarro/il-suono-sacro-di-arjiam/"><p><a rel="attachment wp-att-5191" href="http://www.blogdegliautori.it/daniela-lojarro/il-suono-sacro-di-arjiam/sacro-suono-arjiam-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-5191" title="Il Suono Sacro di Arjiam di Daniela Lojarro" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/sacro-suono-arjiam1.jpg" alt="" width="268" height="380" /></a></p>
<p>L&#8217;estate volgeva al termine, ma il sole dardeggiava ancora su Tuhtmaar, la capitale del regno di Arjiam. L&#8217;acqua scorreva lenta nel letto dei due fiumi, il Suszray e il Whahajam, e sembrava adattarsi al ritmo sonnolento di quel pomeriggio afoso, trascinandosi pigramente in mezzo alle canne, aggirando rocce e massi per lambire dolcemente le rive con un debole sciabordio.<br />
La pigra tranquillità di quelle ore torride, ad un tratto fu percorsa da un tremito, da una vibrazione d&#8217;energia, mentre nel cielo si stagliava l&#8217;ombra di un&#8217;aquila del deserto. Il rapace sorvolò le residenze delle nobili Famiglie di Arjiam, volteggiando più volte sui lussuosi padiglioni del palazzo ter Hamadhen, ma non appena percepì una voce di donna elevarsi dal Santuario del Suono Sacro, si diresse all&#8217;isola in mezzo al fiume Suszray, dove il Santuario sorgeva. Mentre la voce continuava a dispiegarsi con dolcezza ipnotica, l&#8217;aquila penetrò nel cuore del Santuario, posandosi sulla pietra di luna sospesa sulla grande vasca sacra. Girò il capo, ascoltando con attenzione, finché i suoi occhi si fissarono sull&#8217;entrata di una delle cappelle. La Magh, attratta da una consonanza incomprensibile e ignota, uscì indugiando sgomenta sulla soglia nello scorgere il rapace; soggiogata dalla forza di quello sguardo magnetico, tramutò l&#8217;inno del raccoglimento in quello della contemplazione, andando sotto la pietra di luna della piscina sacra. Il canto sacro acquisì vigore, animandosi in un ritmo sempre più frenetico, mentre l&#8217;enorme gemma iniziò a vibrare. L&#8217;acqua della vasca sacra prese a ruotare rapidamente innalzandosi in un vortice che, avvolta completamente la donna, giunse a sfiorare la pietra di luna.<span id="more-5192"></span><br />
La voce della Magh fu incrinata da un tremore d&#8217;indecisione: avrebbe desiderato con tutta se stessa abbandonarsi a quelle vibrazioni magiche, ma aveva promesso al suo compagno di non compiere più alcun rito per non danneggiare la vita che portava in grembo. Tentò di smettere, ma gli occhi dell&#8217;aquila tornarono a scrutarla. Il Suono Sacro, la vibrazione che aveva dato vita a tutto il Mondo e che lo animava, non avrebbe mai potuto essere pericoloso per la sua creatura.<br />
Rassicurata da quel pensiero, Xhanys dispiegò la sua voce nelle sillabe arcane dell&#8217;inno sacro, affrontando con sicurezza le luminose note acute dell&#8217;inno per sprofondare poi nel baratro vellutato e tenebroso di quelle gravi, cedendo al sentimento di piacere e d&#8217;ebbrezza che la stava invadendo. Suono e Silenzio, Luce e Oscurità, si cancellarono nella sua percezione e Xhanys si disciolse nella vibrazione della sua Armonia, abbandonandosi al Suono Sacro. L&#8217;aria si accese di lampi azzurrognoli e un improvviso scoppio agghiacciante la fece barcollare e la donna, sconvolta dalle immagini che sorgevano dal Tempo che sarebbe venuto, lanciò un urlo di terrore: l&#8217;incantesimo s&#8217;infranse, l&#8217;acqua di colpo ricadde in onde scomposte e l&#8217;aquila, dopo aver lanciato uno strido, svanì. Xhanys, priva di forze, si accasciò su se stessa, crollando nell&#8217;acqua, dove annaspò come un naufrago alla disperata ricerca di un appiglio e, solo dopo aver trovato la sicurezza del bordo della vasca, si rese conto di trovarsi nella piscina sacra. Mentre aspettava che il respiro e il frenetico pulsare delle tempie si acquietassero, Xhanys scrutò inquieta intorno a sé, nel timore di veder risorgere dall&#8217;oscurità del Tempo il fantasma della visione, ma i raggi del sole filtravano dall&#8217;ampia apertura sopra la vasca sacra, inondandola di luce.<br />
Era al Santuario e non ricordava nemmeno di essersi allontanata da palazzo. Cosa era successo?<br />
&#8220;Stavo solo sognando&#8221;, mormorò spaventata. &#8220;Stavo solo sognando!&#8221; reiterò con forza per convincersi.<br />
In preda alla disperazione e al panico, Xhanys si precipitò fuori dal Santuario e iniziò a vagare per le vie di Tuhtmaar senza una meta precisa, sempre più confusa dalle grida dei venditori e soffocata dal caldo finché, facendosi largo tra il via vai di cavalli, portantine e carri che affollavano le strette viuzze della Città Vecchia, riuscì a districarsi dai vicoli del quartiere commerciale e a raggiungere la strada che costeggiava il Whahajam. Come una sonnambula senza rendersi nemmeno conto delle sue azioni, ne seguì un lungo tratto fin quasi all&#8217;altro capo della città quando, in un improvviso barlume di coscienza, riconobbe uno dei ponti che segnavano il confine tra i quartieri popolari della capitale e quello nobiliare: dopo averlo attraversato con passo vacillante, s&#8217;inoltrò nel lussureggiante parco del palazzo ter Hamadhen percorrendo un viale fiancheggiato da oleandri in fiore. Prima però di raggiungere il palazzo, si sentì mancare ed estenuata si sedette all&#8217;ombra delle grandi palme e dei cipressi stringendo con l&#8217;altra mano il ciondolo a forma di Uroburo che le pendeva sulla fronte.<br />
Non era un incubo, aveva davvero avuto la visione: ciò che aveva visto confermava la sensazione di rigetto e ripulsa provata quando quella mattina Mazdraan l&#8217;aveva baciata. Nei lunghi anni dell&#8217;apprendimento alla Casa dell&#8217;Armonia e poi in quelli di pratica come Magh, si era sempre recata al Santuario fiera e traboccante d&#8217;esultanza per il talento che la rendeva speciale e diversa da ogni altro essere umano. Grazie al magico dono dell&#8217;Armonia poteva sollevare il velo della realtà che celava a tutti il mistero del Suono Sacro e sfiorarne l&#8217;essenza divina; ma quel giorno, in quello stesso luogo così amato e venerato, la sua felicità e il suo futuro erano andati distrutti. Le sembrava che l’Armonia stessa, che le aveva permesso di raggiungere uno dei gradi più alti nella gerarchia dell&#8217;Ordine dell&#8217;Uroburo nonostante la sua giovane età, non fosse più un dono ma un fardello. Avrebbe desiderato essere una persona normale e non una Magh; avrebbe preferito l&#8217;ignoranza alla conoscenza.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Il Suono Sacro di Arjiam</strong></em> di <strong>Daniela Lojarro</strong></p>
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		<title>Eccomi &#8211; Diario di una bisex di Zoe</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 18:29:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zoe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/eccomi.jpg" alt="" height="150" />Era la prima volta in 34 anni che mi dimenticavo di mio padre. Mi svegliai con il pensiero immediato di chiamarlo per fargli gli auguri con tre giorni di ritardo. Sembrava quasi che si aspettasse una telefonata di scuse. Aveva sempre detto che non faceva attenzione a questo genere di cose ma, in realtà, ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Eccomi - Diario di una bisex di Zoe" link="http://www.blogdegliautori.it/zoe/eccomi-diario-di-una-bisex/"><p><a rel="attachment wp-att-5186" href="http://www.blogdegliautori.it/zoe/eccomi-diario-di-una-bisex/eccomi/"><img class="alignnone size-full wp-image-5186" title="Eccomi di Zoe" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/eccomi.jpg" alt="" width="249" height="380" /></a></p>
<p>Era la prima volta in 34 anni che mi dimenticavo di mio padre.<br />
Mi svegliai con il pensiero immediato di chiamarlo per fargli gli auguri con tre giorni di ritardo.<br />
Sembrava quasi che si aspettasse una telefonata di scuse. Aveva sempre detto che non faceva attenzione a questo genere di cose ma, in realtà, ci era rimasto male e mi rendevo conto che stavo trascurando la mia famiglia più del solito.<br />
Qualche giorno prima mio padre era venuto a trovarmi durante la mia pausa da febbre apatica e, portandomi il solito panierino SOS preparato da una madre che continuava ciecamente a coccolare una figlia ormai adulta, mi confidò quanto fosse innamorato di una sua collega.<br />
Quella donna lo stava facendo uscire fuori di testa, giocava con la sua paziente tendenza a vivere nel suo cammino mono-direzionale, senza vie di uscita parallele che gli dessero alternative valide da percorrere.<br />
Non aveva mai cercato l’Altra parte di sé… almeno fino ad allora.<br />
Mi accorgevo che avevo sottovalutato per tutti quegli anni un uomo che, oltre a essere mio padre, era anche un essere umano con le sue debolezze e la sua voglia, da sempre soppressa dal macigno familiare, di uscire dal guscio di una lumaca gigante che fino ad allora aveva dettato i ritmi del suo percorso.<br />
Era un momento importante, di ricongiunzione.<span id="more-5187"></span><br />
Io rallentavo per la prima volta la mia vita in un cammino delirante, verso la stabilità.<br />
Lui andava per la prima volta controcorrente, alla ricerca di un cambiamento radicale.<br />
In realtà era soltanto una velleità che non si sarebbe mai concretizzata… almeno così mi convinsi… sicura che la tipa in questione non gliela avrebbe mai data o, più sinceramente, sperando che fosse così.<br />
In fondo ero sempre stata la sua migliore amica e attivare la mia predisposizione da blu con mio padre, in quel momento tragico della mia vita, sarebbe stato un dovere inevitabilmente doloroso.<br />
Avevo sempre desiderato che lasciasse mia madre, che si rifacesse una vita con una donna che lo capisse e lo coccolasse come si meritava, ma mi dicevo:<br />
“Cazzo è troppo tardi adesso…”.<br />
E cadevo inesorabilmente anch’io nei cliché da &#8220;non ho più l’età&#8221;.<br />
Da bambina avevo assistito a troppe liti, da grande avevo detestato troppe volte il modo angosciante e insensibile con cui mia madre riversava le sue frustrazioni su un uomo che non era capace di gestire il suo temperamento irrazionale ma che, nonostante tutto, aveva sposato e, a modo suo, aveva amato.<br />
Troppe volte mi ero chiesta perché, e troppe volte avevo sperato disperatamente che entrambi cercassero l’altra parte di sé in un altro percorso, avrei voluto due famiglie sane piuttosto che una lacerata da ferite aperte e che mai si sarebbero rimarginate.<br />
“Non sarà mai così per me” mi ero sempre ripetuta, “non cadrò mai nel peso del macigno”.<br />
Lo avevo appena fatto.<br />
Andreas era diventato un chiodo fisso, una sorta di condanna mentale che mi obbligava a pensare e ripensare e… ancora incessantemente a pensare.<br />
Tutto mi diceva che, tra mille viottoli alberati e dipinti di fiori dello stesso colore, stavo scegliendo di percorrere l’unico fatto di pietre umide e maleodoranti in una palude illuminata da un forte raggio di sole accecante.<br />
Aspettavo con ansia il fine settimana, convinta che mi sarei ricaricata e che mi sarei lasciata coccolare dalle attenzioni dei miei più cari amici, che mi sarei distratta, che stavolta avrei dimenticato.<br />
Puntualmente vivevo quei giorni chiusa a casa con il telefono che squillava a vuoto, aspettando che tornasse il lunedì, nell’ansiogena attesa di vederlo, almeno per un paio di giorni, un paio di ore&#8230; qualche minuto.<br />
Il percorso dall’auto a casa mia era diventato faticosissimo, quello dalla stanza da letto al bagno era un’impresa titanica. Andavo avanti a forza di patatine e noccioline, ogni tanto una canna, nella speranza che il mio cervello volasse verso altri orizzonti.<br />
La mia forza reattiva stava sparendo e la cosa che mi faceva incazzare di più era che si trattasse solo e banalmente di… un uomo.<br />
Al tempo stesso mi dimostravo felice che ero finalmente capace di provare un’emozione forte.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Eccomi</strong></em> di <strong>Zoe</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>I promessi conviventi di Roberto Bianchi</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 17:48:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Bianchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/i-promessi-conviventi.jpg" alt="" height="150" />Su quel ramo del lago di Como rivolto a sud, che tra golfi e seni scivola verso Lecco, ancora all&#8217;inizio del secondo millennio continuavano ad abitare ricchi e persone importanti. Era dall&#8217;epoca degli antichi Romani, che vicino alle acque lacustri più profonde d&#8217;Italia, avevano dimora le doviziose abitazioni dei patrizi, dei nobili e dei signoroni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="I promessi conviventi di Roberto Bianchi" link="http://www.blogdegliautori.it/roberto-bianchi/i-promessi-conviventi-di-roberto-bianchi/"><p><a rel="attachment wp-att-5183" href="http://www.blogdegliautori.it/roberto-bianchi/i-promessi-conviventi-di-roberto-bianchi/i-promessi-conviventi/"><img class="alignnone size-full wp-image-5183" style="border: 1px solid black;" title="I promessi conviventi di Roberto Bianchi" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/i-promessi-conviventi.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a></p>
<p>Su quel ramo del lago di Como rivolto a sud, che tra golfi e seni scivola verso Lecco, ancora all&#8217;inizio del secondo millennio continuavano ad abitare ricchi e persone importanti. Era dall&#8217;epoca degli antichi Romani, che vicino alle acque lacustri più profonde d&#8217;Italia, avevano dimora le doviziose abitazioni dei patrizi, dei nobili e dei signoroni.<br />
Le belle montagne si specchiavano sulla superficie risplendente. Ormai Como era diventata città attivissima e industriale ma presso il bacino, vicino al Resegone e al Sasso di San Martino, tutto era come un tempo, solo che adesso, anziché i gentilizi o gli aristocratici del medioevo, vivevano star del cinema, registi e divi, che avevano con i loro patrimoni acquistato le antiche ville.<br />
Sul far della sera, procedeva consultando l&#8217;ultimo numero della enciclopedia venduta in edicola, riferita a come trovare scampo tra le difficoltà dell&#8217;era moderna, il tentennante don Gongolondio. Era uomo sempre indeciso, per mestiere affittava case e continuamente non aveva idea di come raccapezzarsi e muoversi. Aveva timore di<br />
tutto e paura di ogni cosa. Per sentirsi un po&#8217; meno insicuro si era fatto impiantare nuovi capelli, a rimediare la piazza calva che una volta gli coronava il capo e intanto che il rosso intenso dell&#8217;occaso tingeva di soavi colori il lago, lui era intento a camminare lentamente con il suddetto numero della enciclopedia a dispense in mano.<br />
Era piuttosto grasso don Gongolondio, solo nel cibo trovava rifugio. I suoi<br />
occhi scorrevano lestamente le paginette della dispensa, sormontati da due foltissime sopracciglia.<br />
Turisti e abitanti a quell&#8217;ora andavano sulle acque in <em>kajak</em>, compivano <em>trekking</em> o facevano altri sport, in quel paesaggio da sogno, tra storia passata e tempo presente, presso le eleganti coste del Lario, con la sua caratteristica forma di ipsilon rovesciata.<br />
&#8220;Ho udito un rumore!&#8221; commentò don Gongolondio come al solito tremante.<br />
Improvvisamente giunsero scendendo dai ripidi colli due <em>bravetti</em> in <em>Mountain Bike</em>.<span id="more-5184"></span><br />
Erano gli sgherri di un ricco produttore cinematografico, don Cattivigo. Su queste rive aveva un dì abitato persino Luchino Visconti, ma di tutta altra razza era don Cattivigo.<br />
La ricchezza lo aveva reso maligno e ingiusto. Aveva gran potere grazie ai suoi soldi e disponeva di leggi a suo piacimento, era padrone di case filmiche, di emittenti tv e di giornali: il suo disporre dei mezzi era immenso.<br />
Ora dovete sapere che nella sua attività di agente immobiliare, don Gongolondio aveva in progetto di far firmare un contratto di locazione a una giovane coppia che aspirava, una volta affittata la casa, a convivere: oggi infatti non va più di moda sposarsi, ci si limita a stare sotto lo stesso tetto, come se la famiglia potesse essere sostituita da articoli e norme sulla coabitazione. Si trattava di due giovani di buona morale, Renzo Travaglino e Lucia Mondina. Lui metteva a frutto le sue ore, sempre a lavorare umilmente e travagliando; lei, da quanto era solerte e attiva, ricordava persino nel nome il lavoro nelle risaie, metafora di laboriosità e sacrificio.<br />
&#8220;Non farò mai trovare loro una casa!&#8221; aveva scommesso il ricco produttore cinematografico con il cugino Attaglio, per mostrare tutta la sua potenza e la sua capacità. Aveva adesso incaricato i due <em>bravetti</em> di annunciare a don Gongolondio che sarebbe stato per lui sconsigliatissimo e gravido di pessime conseguenze, far trovare casa alla giovane coppia.<br />
&#8220;Questo contratto non s&#8217;ha da firmare!&#8221; urlarono i <em>bravett</em>i a don Gongolondio.<br />
Mai il nostro pauroso avrebbe voluto incontrare quegli energumeni, era tutto un fremito, gli sudavano le mani stile Fantozzi e gli vennero i brividi.<br />
Volgari, con vari orecchini e <em>piercing</em>, i <em>bravetti</em> minacciarono di brutto don Gongolondio, che corse a casa a farsi consolare dalla sua badante Continua.<br />
La badante era saggia e furba:<br />
&#8220;Chi ha potere e denaro detta legge. Ci sono regolamenti e sanzioni, pene e giudici tuttavia chi ha denaro e soldi amministra la giustizia!&#8221; spiegò la badante. Non c&#8217;era che da evitare in tutti i modi la firma del contratto. Quella notte don Gongolondio non dormì&#8230;<br />
Trascorse ore e ore a immaginarsi catastrofi per la propria incolumità personale.<br />
Aveva gran paura di don Cattivigo. Non sapeva a quale ancora di salvezza fare appello e mentre fuori dalla finestra udiva il vento accarezzare il lago, lui rabbrividiva. La Mera e l&#8217;Adda, esempio di generosità, regalavano le loro acque al Lario, facendo di questo sito uno dei luoghi di soggiorno estivo e invernale più noti d&#8217;Italia e più belli del nostro continente. Incapace di amare e godere di questo accogliente palcoscenico don Gongolondio, invece di gongolare, piangeva e s&#8217;immaginava di sprofondare negli oltre 400 metri del lago .<br />
Nella notte si udiva la bella musica della zona. Le fronde delle piante cantavano dolcemente, lo sciabordio delle acque era tranquillo e cadenzato, la civetta recitava il suo <em>tuttomio</em> e pareva che gli gnomi suonassero insieme ai folletti i loro zufoli, preoccupati di vigilare l&#8217;incolumità di tutti gli abitanti del bosco. A don Gongolondio invece faceva una gran paura quella condizione acustica mista a sommesse note, silenzio e sussurri interrotti solo dai rumori della natura. Ogni pochino accendeva la luce e si guardava alle spalle, immaginandosi un <em>bravetto</em>. Nonostante l&#8217;umidità di novembre, continuava a sudare come fosse stata un&#8217;afosa notte d&#8217;estate milanese.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/ragazzi/i-promessi-conviventi-di-roberto-bianchi" target="_blank"><em><strong>I promessi conviventi</strong></em></a> di <strong>Roberto Bianchi</strong></p>
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		<title>Etica di un clochard, racconto a quattro mani</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 10:18:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Liceo Carmine Sylos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/etica-di-un-clochard.jpg" alt="" height="150" />“Mi viene in mente mio padre e la sua passione per i giornali, tutti i tipi di giornale&#8230; L&#8217;informazione, una vera fissazione per lui. Abituato com&#8217;era a tenersi sempre aggiornato su tutte le vicende dell&#8217;economia, della politica e della vita sociale. Voleva sentirsi integrato nella realtà politica. Col passare dei giorni, però, rimaneva disorientato in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Etica di un clochard, racconto a quattro mani" link="http://www.blogdegliautori.it/liceo-carmine-sylos/etica-di-un-clochard-racconto-a-quattro-mani/"><p><em><a rel="attachment wp-att-5179" href="http://www.blogdegliautori.it/liceo-carmine-sylos/etica-di-un-clochard-racconto-a-quattro-mani/etica-di-un-clochard/"><img class="alignnone size-full wp-image-5179" style="border: 1px solid black;" title="Etica di un clochard" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/etica-di-un-clochard.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a></em></p>
<p><em>“Mi viene in mente mio padre e la sua passione per i giornali, tutti i tipi di giornale&#8230; L&#8217;informazione, una vera fissazione per lui. Abituato com&#8217;era a tenersi sempre aggiornato su tutte le vicende dell&#8217;economia, della politica e della vita sociale. Voleva sentirsi integrato nella realtà politica. Col passare dei giorni, però, rimaneva disorientato in seguito a notizie di scandali e di corruzione&#8230; Attraverso la lettura, tuttavia, riusciva a dimenticare quasi tutti i problemi e le esigenze della famiglia. In casa lo vedevamo sempre nascosto dietro le grandi pagine di un quotidiano, anche a tavola, quando almeno avremmo potuto scambiare con lui qualche parola. Per lui la famiglia intorno sembrava non esistesse&#8230; Viveva in un simulacro di verità, che il sistema e il potere dominante creavano attraverso il controllo dell&#8217;informazione. Come per mio padre, anche per molti cittadini la vita trascorre ancora senza essere realmente vissuta&#8230; L&#8217;informazione mediatica può stimolare emozioni differenti da quelle che l&#8217;impegno concreto nell&#8217;ambito sociale e il confronto con altri schieramenti suscita… Non si può vivere di sole notizie artefatte!<br />
Con il modo di fare e pensare aveva influenzato anche me e mio fratello, facendoci capire che la sua vita era un modello per tutti.<br />
Mia madre, invece, passava intere giornate a leggere riviste di gossip e di moda. Gli unici libri che conosceva erano quelli di cucina. Era al corrente di tutte le ultime tendenze. Affascinata dai soldi e dal lusso, aveva come unico passatempo lo shopping e i pomeriggi con le amiche.&#8221;</em></p>
<p>Questo pensa Thomas mentre l&#8217;iniziale animazione dei viaggiatori, progressivamente si spegne, lasciando spazio a un silenzio rotto solamente dal rombo del motore dell&#8217;autobus.<br />
Anche i bambini più vivaci, che non hanno fatto altro che correre e saltare sui sedili, impazienti di giungere a destinazione, si sono addormentati.<br />
L&#8217;entusiasmo iniziale ha lasciato il posto alla stanchezza.<br />
L&#8217;uomo che leggeva il giornale si è assopito. &#8220;Meglio così, meglio dormire che leggere menzogne&#8221;.<br />
Quasi tutti i passeggeri dormono e anche Thomas inizia a essere stanco e annoiato, continua a guardarsi attorno, ma vede solo distese di alberi e campi. Per qualche istante desidera avere qualcuno con cui parlare, ma il pensiero passa in fretta, è abituato a stare da solo, com&#8217;è abituato a essere guardato di sottecchi.<br />
Dopo più di un&#8217;ora l&#8217;autobus giunge a Bari, in una piazza molto affollata e rumorosa. Il frastuono sveglia i viaggiatori dal loto torpore. Tutti si animano improvvisamente preparandosi a scendere.<br />
Ognuno prende il proprio bagaglio e insieme ad amici o parenti si disperde per i rivoli delle strade cittadine.<br />
Anche Thomas con le sue poche cose imbocca la strada alberata principale, che porta al centro della città. Ai bordi delle strade, tra piccole aiuole, i fiori di primavera inoltrata (violette, margherite) conferiscono una gradevole macchia di colore. Però non riesce a sentirne il profumo tanto è la confusione della gente e del traffico urbano.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/opere-prime/etica-di-un-clochard" target="_blank"><em><strong>Etica di un clochard</strong></em></a>, <strong>Autori Vari</strong><br />
<em>Progetto di scrittura creativa della I A (A.s. 2009/2010) &#8211; Liceo Classico &#8211; Linguistico &#8220;Carmine Sylos&#8221; &#8211; Bitonto</em></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 19:34:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eliselle</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/kitty-addicted.jpg" alt="" height="150" />“Mater, che significa?” Mamma si gira a guardarmi ma non dice niente. Alice molla incazzata il piatto sul tavolo, si infila nel corridoio, indossa la giacca ed esce al volo senza degnare nessuno di un saluto o di informare sulla sua destinazione, come ogni brava adolescente ribelle che reagisce con tutta la rabbia che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle" link="http://www.blogdegliautori.it/eliselle/le-avventure-di-una-kitty-addicted-di-eliselle/"><p><a rel="attachment wp-att-5173" href="http://www.blogdegliautori.it/eliselle/le-avventure-di-una-kitty-addicted-di-eliselle/kitty-addicted/"><img class="alignnone size-full wp-image-5173" style="border: 1px solid black;" title="Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/kitty-addicted.jpg" alt="" width="258" height="380" /></a></p>
<p>“<em>Mater</em>, che significa?”<br />
Mamma si gira a guardarmi ma non dice niente.<br />
Alice molla incazzata il piatto sul tavolo, si infila nel corridoio, indossa la giacca ed esce al volo senza degnare nessuno di un saluto o di informare sulla sua destinazione, come ogni brava adolescente ribelle che reagisce con tutta la rabbia che ha dentro alle discussioni in famiglia. Cos’è, si crede la sorellina bruciata di James Dean adesso? Si procede di bene in meglio, in questa casa.<br />
“Be’?! La lasci andare così?”<br />
“Ha bisogno del suo spazio.”<br />
Questa è buona.<br />
Se mi fossi azzardata io a comportarmi così quando avevo la sua età, non solo mia madre mi sarebbe corsa dietro con la scopa, ma mi avrebbe tenuto in punizione per minimo un mese, segregata nella mia camera come una reietta, senza telefono e senza tv. Quant’è ingiusta la vita.<br />
Mi è ufficialmente passata la fame e la voglia di fare altre domande.<br />
Sono sconvolta. Ero pronta a tutto, ma non mi aveva mai sfiorato l’idea di poter assistere un giorno a una discussione tra i miei genitori come quella di cui sono stata testimone stasera. Papà non ha nemmeno tentato di controbattere e in un certo senso lo capisco: anche io reagisco così contro gli attacchi isterici materni, più per evitare rogne che altro in attesa che passino e si possa ragionare con più calma. Questa volta però mamma sembrava motivata. Fin troppo motivata.<br />
È possibile che uno come papà possa nascondere qualcosa? Una relazione, poi?<br />
No, non ci credo, se n’è andato solo per evitare scenate davanti a noi. Siamo pur sempre le sue bambine, so quanto ci tiene alla nostra tranquillità. L’ha fatto per questo, ne sono certa.<br />
Comunque, meglio sloggiare di qui e tornare in un momento migliore. Ora non è proprio aria.<br />
Vado in bagno per sciacquarmi la faccia e riprendermi dal terremoto e passo davanti alla mia vecchia camera da letto. Alice ci si è trasferita quando me ne sono andata via. Non vedeva l’ora e appena ha avuto l’occasione se n’è appropriata. Incredibile che abbia lasciato la porta aperta, di solito la tiene chiusa come se dovesse custodire chissà quali segreti.<br />
La curiosità improvvisa che mi assale è troppo forte.<br />
Mi fermo, accendo la luce, do un’occhiata dentro e stento a riconoscerla. È un vero porcile.<br />
Letto ancora disfatto, due poster dei Tokyo Hotel alle pareti, scarpe e vestiti sparsi dappertutto, libri impilati sulla scrivania, messi a casaccio tra cosmetici e smalti scuri, zaino buttato sotto la sedia, anta dell’armadio socchiusa con un vestito completamente nero appeso, ancora con l’etichetta attaccata. Lontani i tempi dei Take That prima maniera e delle sane regole di convivenza civile. Del mio rifugio non è rimasto niente, nemmeno l’ordine. Inutile dire che mamma ha cambiato visione della vita anche su questo.<span id="more-5174"></span><br />
Entro e guardando alla mia sinistra noto che dei tempi andati è sopravvissuto solo il mio poster di Johnny Depp. Uno dei pochi uomini che è riuscito a crescere tre generazioni di sbarbatelle e ancora resiste sul trono. Lo preferisco di gran lunga adesso, ma ora che lo rivedo in questa versione dopo tanti anni, confermo che anche tre lustri fa non era affatto male.<br />
L’etichetta sul vestito dimostra la famosa prodigalità di mia sorella. Alice è molto oculata, centocinquanta euro per un mezzo straccio sono segno di grande maturità nella gestione dell’economia domestica.<br />
Lasciamo stare o mi viene la gastrite.<br />
Apro l’armadio per vedere che genere di abbigliamento ha il coraggio di mettersi oltre a questa roba orrenda e la prima esclamasione a cui penso è: “che allegria!”<br />
Mi trovo davanti a un brodo primordiale monocromatico composto da maglioni, abiti, gonne e pantaloni tutti neri. Magliette a righe bianche e nere. Un po’ di pizzo e taffetà, rigorosamente neri. L’unica nota eccentrica è data dagli intramontabili jeans e da qualche felpa fucsia o rossa con tanto di teschi e cuoricini che spuntano qua e là nel caos dando un tocco di colore al tutto. È una fase anche questa, passerà com’è successo a tutti. O almeno credo.<br />
Mentre chiudo sconsolata le ante, alzo gli occhi e noto, nell’ultimo scaffale in alto, una fila di scatole impilate per bene che mi sembrano famigliari. Sono impossibili da raggiungere senza salire su una scala. Quella scatola rosa a pois, con quella striscia di scotch che la chiude tutt’attorno, decorata con le fragoline rosse, proprio nell’angolo più lontano e meno accessibile, no, non può essere&#8230;<br />
Sento una spinta improvvisa nella pancia, come un tonfo: credo che sia questo il rumore che fanno i ricordi.<br />
Vengo presa da una strana eccitazione, così libero la sedia dalle schifezze che ci sono sopra, la piazzo in zona strategica, ci monto sopra e mi allungo verso quella scatola. La sfioro con le dita, riesco a farla scivolare appena un po’ verso di me, il giusto necessario per afferrare il bordo e farla uscire dal suo cantuccio. La riconosco, è lei: è la mia scatola dei desideri!<br />
Non ci posso credere!<br />
Io pensavo che mamma l’avesse spostata, che fosse finita chissà dove e invece eccola qua, custodita nello stesso armadio che è stato mio per vent’anni e che ora appartiene di diritto a quella stronzetta di mia sorella. Un mare di immagini e pensieri mi inonda all’improvviso e quasi vengo sopraffatta dalla voglia di aprirla lì, seduta stante.<br />
Già, col rischio che Alice ritorni e mi rovini la festa.<br />
Non ci penso neanche.<br />
Rimetto a posto la sedia, richiudo gli sportelli, mi guardo un’ultima volta attorno poi spengo la luce ed esco.<br />
Poco ma sicuro, questa scatola torna a casa con me.</p>
<p>Rientro nell’appartamento un’ora dopo ancora a stomaco vuoto e trovo Melissa e Lilly che litigano sui turni del bagno. Qualsiasi argomento è buono per loro, ma adesso non ho proprio voglia di sopportare le loro scenate. Chiudo la porta sbattendola forte e urlando di smetterla subito.<br />
“O vi caccio fuori casa a pedate!”<br />
Entrambe si bloccano all’istante e mi guardano come se fossi un marziano.<br />
“Viola, hai dei problemi a gestire la rabbia, ultimamente?” chiede Mel con fare indagatorio, incrociando le braccia. Lei e la sua dannata laurea in psicologia. Quell’asciugamano che indossa, tutto volant e roselline, non la rende di certo credibile.<br />
“No, vorrei solo un po’ di quiete: sto per fare un tuffo nel mio passato, ragazze.”<br />
“In che senso?” chiede Lilly, incuriosita.<br />
Tiro fuori dalla borsa la scatola rosa a pois e la mostro loro, trionfante, scuotendola appena.<br />
“Che cos’è quella roba?”<br />
“Non fare quella faccia schifata, Mel. Questa è la mia scatola dei desideri.”<br />
Lilly lancia un gridolino e inizia a battere le mani.<br />
“Incredibile! Dove l’hai trovata?! Anche io ne avevo una! L’ho seppellita in giardino, tanti anni fa, chissà se c’è ancora!”<br />
“Te l’hanno sicuramente mangiata i topi.”<br />
“Impossibile, era di metallo, ero piccola ma avevo pensato anche ai topi e alle talpe, che ti credi? Però non ricordo più cosa ci ho messo dentro&#8230;”<br />
Nemmeno io lo ricordo più, l’avevo sigillata perché nessuno ci mettesse il naso e sembra che in effetti non sia stata mai aperta. È ora di dare un’occhiata e fare un viaggio nel tempo di quelli seri. Mi sono preparata psicologicamente mentre tornavo a casa e non ho intenzione di fermarmi proprio ora.<br />
“Ok, ragazze, andiamo in cucina, ci sediamo attorno al tavolo e vediamo cos’ha conservato per la bellezza di venti lunghi anni questa meravigliosa scatola rosa!”<br />
Lilly è più eccitata di me, mentre Melissa guarda l’orologio appeso alla parete e si siede senza nascondere un po’ di impazienza.<br />
“Vai di fretta Mel?”<br />
“Dovrei essere al lavoro per le dieci&#8230;”<br />
“Ancora il pub?”<br />
“No, ehm, questa settimana sto in una discoteca fuori città, facciamo presto che mi devo preparare.”<br />
“Ok, nessun problema, ci metto un attimo.”<br />
Inizio a staccare con cura lo strato di scotch che blocca il coperchio e lo appendo allo schienale della sedia per non farlo arrotolare su se stesso. Voglio conservarlo, non deve assolutamente rovinarsi. Sento il cuore che batte forte, mi sembra di essere tornata bambina quando tutto mi strabiliava, mi emozionava, mi sconvolgeva. Prendo un lungo respiro. Tre paia di occhi sono puntati sulla mia scatola dei desideri e io adesso sto per aprirla. Di nuovo, dopo vent’anni. Con due testimoni.<br />
Quando la sigillai ero sola, non c’era nemmeno Alice. Bei tempi.<br />
“Bene, allora ci siamo, uno, due&#8230;” afferro con tutte e due le mani le estremità del coperchio e mentre dico <em>tre</em> lo tiro verso l’alto. Guardo dentro e Lilly e Mel fanno lo stesso. Non capisco cosa sto guardando esattamente, poi metto a fuoco meglio, e inizio a intravedere qualcosa. Nel caos, riemergono oggetti famigliari che avevo dimenticato.<br />
Una gommina di Poochie mezza consumata. Un Mio Mini Pony con la criniera e la coda azzurra ancora in buono stato. Una serie di figurine di Barbie che ormai avranno perso la colla. Un cubo di Rubik irrisolto. Una confezione di BigBabol alla fragola scaduti. Uno Snorky di gomma con l’antenna mobile. Un portamonete degli Orsetti del Cuore vuoto. Un peluche di Hello Kitty con uno scamiciato azzurro.<br />
Un momento.<br />
Non può essere.<br />
È incredibile!<br />
Questo è il vestitino <em>cambiacolore</em>!<br />
È proprio lei, la mia inseparabile Kitty!<br />
Ecco dov’era finita, è stata qui per tutto questo tempo!<br />
Davanti a me ritrovo all’improvviso il mondo che è stato la mia infanzia e inizio a scavare per vedere cosa c’è sotto il primo strato. Matite nuove e penne con gli strass, il mitico cerchietto con i cuoricini a molla che usavo per le feste di carnevale, un nastrino di raso bianco che avevo conservato da qualche bomboniera, una rosa di carta che avevo fatto all’asilo, non ci posso credere, è tutto rimasto perfetto, uguale a come l’ho riposto e visto l’ultima volta.<br />
“Mioddio Viola! Un pupazzo vintage di Hello Kitty!” esclama Lilly afferrando al volo la mia Kitty. “Ma sai quanto vale oggi una cosa del genere per i collezionisti?!”<br />
“No, non lo so, ma non mi interessa: non c’è dubbio che lo venda!”<br />
Si è salvato da due tifoni come il trasloco e le pulizie materne, è chiaro che questo è un segno del destino, non mi metterò certo a venderlo all’asta su eBay.<br />
“Ma non ci credo! Anche io avevo le cosine di Poochie, era così dolce!”<br />
“Figurati se mancava all’appello quella cagna pulciosa, quanto la odiavo” Mel la cinica, che interrompe l’idillio. “Scusate fanciulle, ma adesso scappo in doccia e mi preparo o non arrivo mai più. Bella la scatola dei desideri, molto&#8230; <em>introspettiva</em>. Buon viaggio nel passato.”<br />
Melissa ci abbandona senza dire altro e ci lascia sole a esplorare i ricordi che ci accomunano.<br />
“Pure io guardavo gli Snorky alla televisione, e non mi perdevo neanche una puntata di Candy Candy: guarda com’era diversa sul fumetto, era molto più bella! Questo numero avrà&#8230; quanto?”<br />
“Ho sigillato la mia scatola del desideri quando avevo dieci anni, ma erano tutte cose che usavo da quando avevo cinque anni, non farmici pensare troppo o sbrocco, Lil.”<br />
Prendo tra le mani la mia Kitty e la guardo meglio.<br />
È rimasta tale e quale, candida, contenta, il fiocchetto viola al suo posto.<br />
Non è invecchiata di un giorno. Non ha dovuto affrontare il mondo della scuola, dell’università, del lavoro. Non ha dovuto lottare per la propria indipendenza. Non è mai stata delusa da nessuno. Non ha deluso nessuno. Non ha dovuto combattere contro le difficoltà di una vita precaria e insoddisfacente. Non ha mai dovuto fare i conti coi propri fallimenti e coi propri errori. Non ha mai sofferto. È rimasta chiusa qui dentro, al sicuro, in mezzo a oggetti innocui che le hanno tenuto compagnia fino a quando la sua vecchia amica l’ha ritrovata e riportata alla luce. E la abbraccia come se fosse una persona, come se fosse viva.<br />
“Che dolci che siete” fa Lilly sognante “sembri tornata bambina.”<br />
Mi sento addosso una strana sensazione. Sembra tristezza e malinconia assieme.<br />
“Ci facciamo una tisana alla fragola? Ho bisogno di qualcosa di caldo.”<br />
“Se ci metti anche dei biscotti al cioccolato, dico sì: sto morendo di fame.”<br />
Per forza, non ho cenato.<br />
“Aggiudicato. Oggi ho fatto la spesa e ci sono anche i wafer alla vaniglia, prendo pure quelli.”<br />
Quel che non manca di certo a Lilly è l’entusiasmo.<br />
“Ma tu lo guardavi Lady Oscar?”<br />
“Certo! E anche Georgie!”<br />
“Pervertita&#8230;”<br />
“Senti chi parla, scommetto che lo guardavi pure tu.”<br />
“Ovvio!”<br />
E mentre il bollitore scalda l’acqua iniziamo a raccontarci le nostre vite di quando eravamo piccole.<br />
Sembrano passati secoli, o forse siamo noi ad essere cambiate come mai ci saremmo aspettate.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Le avventure di una Kitty addicted</strong></em> di <strong>Eliselle</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Hola Pelacodes di Claudio Roncaccioli</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 17:37:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Roncaccioli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/hola-pelacodes.jpg" alt="" height="150" />Un respiro profondo per annusare intensamente l’aria; non importa se sa di smog, di cibi o bevande calde takeway, o è solo l’alone puzzolente della sigaretta senza filtro di un passante. Per me Londra è l’inebriante profumo della libertà che ti prende solo per il fatto di trovarti nel cuore di una metropoli immensa, senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Hola Pelacodes di Claudio Roncaccioli" link="http://www.blogdegliautori.it/claudio-roncaccioli/hola-pelacodes-di-claudio-roncaccioli/"><p><a rel="attachment wp-att-5170" href="http://www.blogdegliautori.it/claudio-roncaccioli/hola-pelacodes-di-claudio-roncaccioli/hola-pelacodes/"><img class="alignnone size-full wp-image-5170" title="Hola Pelacodes di Claudio Roncaccioli" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/hola-pelacodes.jpg" alt="" width="241" height="340" /></a></p>
<p>Un respiro profondo per annusare intensamente l’aria; non importa se sa di smog, di cibi o bevande calde takeway, o è solo l’alone puzzolente della sigaretta senza filtro di un passante. Per me Londra è l’inebriante profumo della libertà che ti prende solo per il fatto di trovarti nel cuore di una metropoli immensa, senza confini precisi, dove nessuno ti conosce e nessuno conosci; la consapevolezza del tempo che non c’è, di giorni che perdono il loro nome che si trasforma in droga per la vita.<br />
Ma attenzione: i bagni degli hotel sono, tutti, privi di bidet e, per un italiano non abituato a viaggiare il mondo,  la prima volta è un dramma, perché te ne accorgi solo dopo averla fatta (perdonate la franchezza). Ed è il panico: ti metti a girare mezzo nudo(a), prima in bagno  e poi in camera, con un paio di fogli di carta igienica appiccicati nel mezzo dei glutei, alla disperata ricerca del bidet che non c’è. L’istinto è quello di chiamare la reception e chiedere spiegazioni.<br />
- <em>Fratello devi scegliere: o ti  fai una doccia come si deve, e ti sputtani almeno mezz’ora del tuo preziosissimo tempo rischiando di arrivare tardi al museo; oppure ti rassegni a tenerti le croste sul culo. E’ lo stile british. Ma stai tranquillo: al museo troverai sicuramente una colonna in cui, con discrezione senza che nessuno ti veda, tranne il corpo di guardia che vigila con l’ausilio di telecamere in ogni angolo, potrai ristorare l’insopportabile prurito. All’uscita il guardiano ti sorriderà: trattieni il tuo istinto italico di sputargli in un occhio e saluta gentilmente.</em><br />
Gli alberghi di categoria inferiore, meno lussuosi ma egualmente dignitosi, hanno l’apertura della finestra della camera a scorrimento verticale. Un vero flagello per il turista curioso che rischia una botta da orbi non appena si affaccia  per scrutare oltre il davanzale. Il serramento, proprio in quell’istante, per un diabolico sortilegio, si chiuderà improvvisamente impattando il cranio del malcapitato. Avete presente i cartoni animati: stessa scena!<span id="more-5171"></span></p>
<p>Ho un problema: non conosco l’inglese.<br />
Probabilmente è una colpa e quando il lavoro mi porta nel Regno Unito, durante il tempo libero il disagio lo avverto e me ne vergogno, consapevole che gli inglesi hanno la pessima abitudine di farti sentire una merda. Basta non farci caso ed usare la stessa moneta di cambio.<br />
Alcune cose ovviamente  le ho imparate e quindi il giro tra le  chincaglierie dei banchi di <em>Portobello Road</em> a chiedere quanto costa senza però capire la risposta (di solito me la cavo con un Ah), la visita alla <em>National Gallery</em> o  al <em>British Museum</em> e la tappa fissa  al <em>Bibendum Oyster Bar. 81, Fulham Road</em>, per una dozzina di <em>Fine de Claire</em> della Bretagna, sapore metallico e profumo pulito e buono del freddo oceano, ormai sono irrinunciabile consuetudine.<br />
Nei momenti di difficoltà ho imparato a speculare sul fatto che a Londra la comunità italiana è di oltre 500.000 persone e di conseguenza le informazioni indispensabili in qualche maniera sono quasi sempre riuscito ad estorcerle.<br />
Quasi.<br />
Capitò, appena uscito da <em>Harrods</em>, di chiedere ad un edicolante,  abbino pena di me i cultori delle lingue anglosassoni,  dove si trovasse una <em>“steik house”</em>, che ricordavo aver intravisto nella zona qualche ora prima. L’uomo iniziò a scrutarmi come fossi il pupazzo di E.T. l’extraterrestre e mi interrogò su cosa fosse una steik house. Gli spiegai che era un locale dove mangiare del buon filetto irlandese grosso tre dita e possibilmente non di mucca pazza, giusto per non cadere sempre nel solito <em>fish and cips</em> di mezzogiorno, che ormai cominciava ad uscirmi dagli occhi.<br />
Mi guardò ancora da capo a piedi e poi, come un professore di Oxford rivolto all’allievo somaro, con tremendi movimenti labiali e di tutta la muscolatura del volto ed occhi spalancati a puntare i miei, urlò:<br />
-Sir, Steak house, not steik house, steak house please.<br />
Contemporaneamente col dito mi indicò il locale, una trentina di metri più in là sul marciapiede opposto di Knightsbridge.<br />
- <em>Eh … si mangia bene?</em><br />
- <em>Sorry?</em><br />
- <em>Sorry na’ sega!</em><br />
Ovviamente non capì;  mi congedai allargando la bocca in un sorriso muto di circostanza ed auspicando un giorno di incontrarlo per le strade di Vicenza, piegato dai crampi della fame, alla disperata ricerca di un buco dove mangiare un buon piatto di spaghetti.<br />
Mi infilai le cuffiette ed a tutto volume feci partire l’adorato inno dei miei vent’anni: J. Paul Young, <em>Love is in the air</em>.<br />
Il rischio più grosso lo corsi all’aeroporto di Heatrow al metal detector. Durante il mio passaggio l’allarme sibilò. Avevo vuotato le tasche dalle monete e dalle chiavi, riposto il cellulare e quant’altro con appendici metalliche nel cestello, ero certo di avere prestato massima attenzione, consapevole che negli aeroporti inglesi i controlli sono di una severità assoluta. La poliziotta di guardia mi invitò a ripercorrere il breve tragitto ed il metal suonò ancora. Tolsi il capotto ed il maglione rimasi in jeans e t-shirt. I miei abiti passarono sotto il piccolo tunnel che controlla il bagaglio a mano e tutto risultò in ordine. Io invece transitai nuovamente sotto il metal che ricominciò a suonare. Venni perquisito, non è mai piacevole, ma non venne trovato nulla. La poliziotta prese un metal manuale, di quelli che sembrano una grossa lente, e cominciò a esaminare ogni parte del mio corpo. All’altezza del ciccio si udì un bip bip e tutta la folla  accodata si mise a rumoreggiare incuriosita.  Ripeté l’operazione e l’esito  fu lo stesso. Per un attimo mi smarrii. Un brivido mi percorse la schiena  mentre immaginavo la stretta dolorosissima che avrebbe potuto infliggere ai miei cari gioiellini ficcanasando con quelle sue enormi mani nere. Fortuna volle che avesse preso gusto a far cantare bip bip al metal, che teneva saldamente in mano, sopra la zona sospetta. Attorno a me il campanello di persone andava crescendo. Avevo puntati addosso sguardi tracimanti dal desiderio di capire cosa sarebbe successo.<br />
Sarei rimasto in mutande o mi aspettava una capillare perquisizione alla zona rossa  del mio corpo?<br />
Poi l’illuminazione celeste.<br />
- <em>I have got a big metal’s dick!!! </em><br />
Lo dissi improvvisamente ad alta voce. Lo ripetei quasi a cercarne conferma. Tutti scoppiarono a ridere. La poliziotta invece mi lanciò uno guardo elegiaco, delusa dall’inattesa sortita. Chissà cosa s’era cacciata in testa. Proprio nel momento in cui la situazione stava precipitando, dalla tasca estrassi infatti un minuscolo fermaglio, attorcigliato nel tessuto da qualche lavaggio, ed impercettibile al tatto esterno. Il metal aveva smesso di allarmare.<br />
Sorte peggiore toccò invece ad un turista italiano al deposito bagagli. Avvicinò un facchino e, giuro che è vero, gli disse:<br />
- <em>Facchimen , pijame a valigia!</em><br />
Tutti conoscete l’inglese meglio di me ed è pertanto inutile spiegarvi cosa potesse aver capito il facchino il quale chiamò la polizia per l’insulto ricevuto.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/opere-prime/hola-pelacodes-di-claudio-roncaccioli" target="_blank"><em><strong>Hola Pelacodes</strong></em></a> di <strong>Claudio Roncaccioli</strong></p>
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		<title>Le donne e la luna di Alfredo Lucifero</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 17:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Lucifero</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/le-donne-la-luna.jpg" alt="" height="150" />Ora il tempo si è sciolto nelle mie mani, scorre come un fiume sul viso, lascia ferite inguaribili e residui di creta sulla pelle che, passata l&#8217;azione della crema, diviene opaca, antica; allora spargo con le dita sottili le creme nutrienti che la fanno brillare lucida come un serpente e manda il tempo a scivolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Le donne e la luna di Alfredo Lucifero" link="http://www.blogdegliautori.it/alfredo-lucifero/le-donne-e-la-luna-di-alfredo-lucifero/"><p><a rel="attachment wp-att-5168" href="http://www.blogdegliautori.it/alfredo-lucifero/le-donne-e-la-luna-di-alfredo-lucifero/le-donne-la-luna/"><img class="alignnone size-full wp-image-5168" title="Le donne e la luna di Alfredo Lucifero" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/07/le-donne-la-luna.jpg" alt="" width="266" height="380" /></a></p>
<p>Ora il tempo si è sciolto nelle mie mani, scorre come un fiume sul viso, lascia ferite inguaribili e residui di creta sulla pelle che, passata l&#8217;azione della crema, diviene opaca, antica; allora spargo con le dita sottili le creme nutrienti che la fanno brillare lucida come un serpente e manda il tempo a scivolare all&#8217;indietro lasciandolo incerto del suo cammino; non è passato, è rimasto fermo, insicuro per me: ero bambina, gli occhi splendevano azzurri come il cielo di quelle estati belle come il mare che così tanto ha contato nella mia fanciullezza; il mare e il cielo erano dentro di me, allora, quando la vita mi attendeva come un verde prato dove correre e giocare all&#8217;aperto; ricordo di allora anche il suono del cielo: è una musica inimmaginabile che non riesco più a sentire. Entra dalla porta stasera come quella striscia di luna eterea quasi inesistente di fronte alla luce forte ma anch&#8217;essa è resa infinita dagli specchi che moltiplicano se stessi assieme a me che riesco a sorridere indifferente.<br />
Anche le altre me stesse sorridono, i denti si scoprono, sono bianchi come perle lucide, come la pelle irrorata dalla crema.<br />
Non ricordo se il sotto del cielo fosse quello del mare che lo rimandava. insieme alle onde leggere, incessanti come la vita che non può finire e incessante batte sulle tempie che si muovono leggere indipendentemente dalla volontà, battono come il sangue che entra e esce dal cuore e che sento come uno stanco amico sconosciuto. Quante emozioni e umiliazioni ho subito, sofferenze indicibili, anche gioie, soddisfazioni per qualche aspetto della vita ma anche dolori, delusioni, dolcezze e amori avuti e perduti.<span id="more-5169"></span><br />
Ecco il naso, la pelle delle tempie unta e liscia, lascia intravedere il cranio, le ossa chiare che formano lo scheletro.<br />
Certo un giorno sarò così, ma non lo saprò. Solo adesso grazie alla mia pelle sottile conosco queste ossa giallastre. A volte di notte mi sveglio e mi alzo sul letto mentre un&#8217;angoscia sorda mi stringe il cuore: forse un giorno non sarò più, ma sì, forse andrò in Paradiso, forse ritroverò i miei cari, oppure rinascerò per affrontare una vita migliore di questa, più buona, certo più felice, anche se lo sono stata, ma più bella.<br />
Le creme non saranno più necessarie, la pelle liscia e chiara, labbra ben disegnate, naturalmente avrò capelli biondi. Ecco non mi adatterei se in quell&#8217;altra vita rinascessi con gli occhi neri, i capelli neri e allora quella parte di mare che ho sempre portato dentro di me, con i miei occhi azzurri non potrei averla più. Questa mia voce ha il suono della musica, forse il suono del tempo che scorre come un fiume sul mio volto, il tempo che sto fermando con questa crema per nutrire la pelle che è viva come un animale estraneo.<br />
Un tempo ho amato ma non sono certa perché non mi sono mai donata completamente, non ho mai saputo essere una donna, sottomessa e servile, dolce; anche con gli altri ho fatto da brava attrice la parte di uomo. Ho comandato, voluto interpretare la donna moderna sicura di sé, invece avrei voluto stringermi a ognuno e chiedere amore, affetto, protezione che gli uomini non mi hanno mai saputo dare; tutti sono stati esseri deboli che volevano essi essere guidati. Cercavano in me la madre e il padre. Una donna forte, vorrei essere una donna debole, ho avuto quello che ho voluto ma poi &#8230; vorrei avere avuto qualcosa che non so, che mi manca, l&#8217;ho perduta nel tempo e nel pensiero senza poterla più trovare.<br />
Tutta la vita, anche quella trascorsa, mi sta sfuggendo tra la mani come acqua, dal volto, dalla pelle candida e liscia, dal seno forte e bello che ha attirato gli uomini ma non è riuscito ad allattare un bambino, un figlio, una vita futura mia per non finire del tutto, un seno candido che sembra fatto apposta per riempirsi di latte e donarlo a una nuova vita; chissà come sarebbe stato un mio bambino, avrebbe somigliato a me o a mia madre, a mia sorella oppure a mio padre, forte e lontano mille secoli da me e dalla maniera in cui ho vissuto, l&#8217;unica somiglianza con me era il mare, lui era capitano di lungo corso e aveva nel viso e nelle mani brune e forti il senso del mare.<br />
La vita sta spingendomi così lontana che non riesco ad accorgermene, la morte si sconta vivendo, ogni giorno una lacrima esce dagli angoli degli occhi, scivola sulla crema del viso come fosse neve.<br />
Un figlio voleva dire non essere libera, invece ho sempre voluto esserlo, anche quando sono stata moglie o donna di qualcuno, libera di fare e di pensare quello che mi è sembrato opportuno, ma libera. La libertà si guadagna con la fatica, con il sudore della fronte, con una lotta incessante nei confronti dei problemi, dei mosaici di cui non tornano i pezzi, delle condizioni create dalle circostanze della vita, dei sogni e dei pensieri degli altri. Vincere tutto questo per la libertà, anche se essere libera vuole dire essere schiava di se stessa.<br />
In gioventù ho lasciato il mare per volare in cielo con gli aerei da dove il mare sembra soltanto un piccolo lago in un giardino, a Roma l&#8217;ho ritrovato a volte nell&#8217;acqua del biondo fiume Tevere ma solo in alcuni riflessi azzurri quando il cielo è sereno e ricorda il colore del mare; anche i gabbiani che di giorno volteggiano sul fiume e alla sera come fantasmi del passato volano sul cielo del Campidoglio illuminati dalla luna o dalle luci della città lo ricordano. Ma mi manca quell&#8217;ampiezza dell&#8217;orizzonte che accompagna lo sguardo camminando sulla spiaggia, quella chiarezza senza fine nell&#8217;attacco del cielo con il mare. Gli occhi spaziano liberi fin dove i due elementi si uniscono e fanno spingere oltre lo sguardo, un al di là sconosciuto e antico. Cerco laggiù in quell&#8217;azzurro qualcosa che non riesco a trovare nel caos dei palazzi e nelle vestigia dei templi romani che fanno volare il pensiero nei tempi remoti.<br />
A questo punto della mia vita mi chiedo cosa farò nei prossimi mesi, anni, quanti anni. Ancora la speranza di qualcosa di migliore che possa accadere e la paura di qualcosa di peggiore; cosa mi succederà nei giorni che verranno, a cosa potrò aspirare di più di quello che ho e che sono, non vorrei nemmeno essere più giovane, mi basta restare quella che sono, mi sento giovane e viva, soltanto mi manca la speranza di fare qualcosa in più, in meglio.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Le donne e la luna</strong></em> di <strong>Alfredo Lucifero</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Essere Donna &#8211; ovvero &#8211; Aznareps, il volo della speranza di Lidia Colla</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 10:28:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lidia Colla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/essere-donna.jpg" alt="" height="150" />&#8220;Mio dio, Luca, non fai che parlare! Sembri tutto nonna Adelia&#8230;!&#8221; E poi si pentiva, e pensava alle sue lunghe ore di solitudine, ai suoi disegni. Case, case, case, con file e file di fineste, tutte sbarrate, quasi ci si volesse rinchiudere dentro. O forse non trovava la via d&#8217;uscita? Come lei ora, che dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Essere Donna - ovvero - Aznareps, il volo della speranza di Lidia Colla" link="http://www.blogdegliautori.it/lidia-colla/essere-donna-ovvero-aznareps-il-volo-della-speranza-di-lidia-colla/"><p><a rel="attachment wp-att-5158" href="http://www.blogdegliautori.it/lidia-colla/essere-donna-ovvero-aznareps-il-volo-della-speranza-di-lidia-colla/essere-donna/"><img class="alignnone size-full wp-image-5158" title="Essere Donna - ovvero - Aznareps, il volo della speranza di Lidia Colla" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/essere-donna.jpg" alt="" width="269" height="380" /></a></p>
<p>&#8220;Mio dio, Luca, non fai che parlare! Sembri tutto nonna Adelia&#8230;!&#8221;<br />
E poi si pentiva, e pensava alle sue lunghe ore di solitudine, ai suoi disegni.<br />
Case, case, case, con file e file di fineste, tutte sbarrate, quasi ci si volesse rinchiudere dentro.<br />
O forse non trovava la via d&#8217;uscita?<br />
Come lei ora, che dopo tanti anni sarebbe voluta venir fuori dal groviglio, e cercava strisce, toppe, frammenti, per fare almeno un patchwork di ricordi. O forse ne aveva paura, e voleva solo un filo sottile per tentare di ricucire le ferite e fare magari un bel lifting al suo cuore? E sentiva un gran vuoto dentro quando le venivano in mente tutte le domande senza risposta, e i dubbi alla ricerca di certezze.<br />
E si accorgeva che finora aveva cercato di nasconderli, come quegli oggetti inutili e scomodi che ti ritrovi sempre in mezzo e non hai mai il coraggio di buttare, e nella speranza di dimenticarli, li ficchi stretti stretti in un armadio.<br />
Ma ora quelli incominciavano a premere, pigiando forte per uscire, e lei stava lì a braccia spalancate per bloccarli, come quando in sogno sentiva la casa che le cadeva addosso, e disperata, con le braccia, cercava di tener ferme le pareti.&#8221;</p>
<p>(&#8230;)<span id="more-5159"></span></p>
<p><em>E&#8217; il romanzo della fatica di essere donna, ma anche il romanzo della speranza, dove tante donne potranno ricoscersi, in un caleidoscopio di tanti specchi, in cui ciascuna potrà ritrovare un suo anche piccolo ritratto. La storia è ambientata a Torino, magica e malinconica, filtrata dal ricordo della situazione particolare in cui il racconto si svolge e dalla consapevolezza della problematicità della situazione femminile, che fa da filo conduttore.</em></p>
<p>&#8220;A ritroso nel tempo, vedeva tutta una cordata di donne che, spesso ignare, senza parole, avevano saputo resistere, guardando oltre i sacrifici e la fatica, i maltrattamenti e la violenza, e chine sul solco, alla macina o al telaio, avevano cercato la speranza. Anche per lei.<br />
O forse proprio per lei e per chi, come lei, doveva ancora venire, ché loro si sentivano poco più che bestie, e soprattutto vinte.&#8221;</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>&#8220;Come Teresa, adulta ma col sorriso di bambina. Sempre vestita di nero.<br />
Fuori del tutto emarginata. Dentro, violata, offesa, maltrattata.<br />
&#8230;Così decise. E nella calura del solleone, quando il sole picchia e l&#8217;afa ti avvolge come una coperta bagnata, e lungo la strada le case dormono con le palpebre abbssate, e se incontri qualcuno non alza nemmeno gli occhi, uscì di casa. Ma non era sola. Portava uno sgabello sotto il braccio, quello per appoggiare i piedi quando era seduta che, così piccola, non toccava terra.<br />
Fuori, la strada calda, deserta. Chi passa tira dritto, a capo chino, come d&#8217;inverno, quando s&#8217;intabarra, che soffia la tramontana, e fa fatica a tirar fuori pure una parola.<br />
Ecco il ponte, la spalletta. E lo sgabello. Per l&#8217;ultimo salto.<br />
Tutto si sistema. E il corpo affiora sul fiume, ch&#8217;è una pozza e non c&#8217;è acqua nemmeno per i germani, appollaiati qua e là sui sassi bianchi. E gli schizzi, ch&#8217;è stato un gran tonfo, gli scivolano senza refrigerio, sulla prosciugata iridescenza delle ali.<br />
Sofferenza di donna. Senza voce. Occhi di bambina che non hai voluto guardare per non sentirne l&#8217;urlo. Occhi di donna. E invece basterebbe guardarsi per condividere e capire&#8230;&#8221;</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/recensioni/essere-donna-di-lida-colla" target="_blank"><strong>Essere Donna &#8211; ovvero &#8211; Aznareps, il volo della speranza</strong></a></em> di <strong>Lidia Colla</strong></p>
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		<title>Il fallo ignorante di Adriana Maria Martino</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 17:21:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriana Maria Martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/il-fallo-ignorante.jpg" alt="" height="150" />Su Staten Island sorgeva una nuova alba. Erano solo le cinque, ma nell’appartamento al quarto piano, al numero 20 di Richmond Avenue, le luci erano accese. Victoria, figlia di Don Giovanni Michele Pantaleone e di sua moglie Agata, era in piedi davanti allo specchio del bagno, dopo una notte insonne. Si osservava e sembrava vedersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il fallo ignorante di Adriana Maria Martino" link="http://www.blogdegliautori.it/adriana-maria-martino/il-fallo-ignorante-di-adriana-maria-martino/"><p><a rel="attachment wp-att-5149" href="http://www.blogdegliautori.it/adriana-maria-martino/il-fallo-ignorante-di-adriana-maria-martino/il-fallo-ignorante/"><img class="alignnone size-full wp-image-5149" title="Il fallo ignorante di Adriana Maria Martino" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/il-fallo-ignorante.jpg" alt="" width="246" height="380" /></a></p>
<p>Su Staten Island sorgeva una nuova alba. Erano solo le cinque, ma nell’appartamento al quarto piano, al numero 20 di Richmond Avenue, le luci erano accese. Victoria, figlia di Don Giovanni Michele Pantaleone e di sua moglie Agata, era in piedi davanti allo specchio del bagno, dopo una notte insonne. Si osservava e sembrava vedersi per la prima volta. I grandi occhi marrone, illuminati da striature dorate, erano spalancati su un volto che non le sembrava più il suo.<br />
Dalla morte di sua madre non era più tornata in quell’appartamento, ora tutto sembrava allo stesso tempo familiare ed estraneo. Come il suo viso.<br />
Scoprì, con un tuffo al cuore, di somigliare alla madre come mai prima: gli stessi zigomi alti e pronunciati, lo stesso taglio degli occhi a mandorla, la stessa carnagione.<br />
“E poi dicono che le femmine somigliano al padre!” pensò con tristezza.<br />
Si passò una mano sulla fronte e le sembrò di accarezzare sua madre. Girò il viso, per evitare la propria immagine. Lo sguardo le cadde sulla spazzola posata davanti allo specchio, quale filo bianco  e ondulato era ancora impigliato tra le setole. I capelli candidi di Agata. Sentì con dispiacere che stavano emergendo dentro di lei pensieri negativi e reminiscenze dolorose, ricordò con disagio il senso di colpa che sua madre era sempre stata capace di trasmetterle, e istintivamente si passò una mano sul ventre, in un gesto di tenerezza e protezione.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Il fallo ignorante</strong></em> di <strong>Adriana Maria Martino</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Mirto di Dorella Dignola Mascherpa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 03:28:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dorella Dignola M.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/mirto.jpg" alt="" height="150" />Seduta nella grande poltrona del salotto, con l&#8217;abito scuro che le lasciava scoperte le ginocchia e con il colletto di pizzo intorno al collo, l&#8217;esile ragazza poteva sembrare un&#8217;adolescente; il piccolo volto leggermente appuntito dalla magrezza, era incorniciato da capelli folti e rosati; la pelle era bianca e trasparente così come erano chiari e trasparenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Mirto di Dorella Dignola Mascherpa" link="http://www.blogdegliautori.it/dorelladignola/mirto-di-dorella-dignola-mascherpa/"><p><a rel="attachment wp-att-5139" href="http://www.blogdegliautori.it/dorelladignola/mirto-di-dorella-dignola-mascherpa/mirto/"><img class="alignnone size-full wp-image-5139" style="border: 1px solid black;" title="Mirto di Dorella Dignola Mascherpa" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/mirto.jpg" alt="" width="249" height="380" /></a></p>
<p>Seduta nella grande poltrona del salotto, con l&#8217;abito scuro che le lasciava scoperte le ginocchia e con il colletto di pizzo intorno al collo, l&#8217;esile ragazza poteva sembrare un&#8217;adolescente; il piccolo volto leggermente appuntito dalla magrezza, era incorniciato da capelli folti e rosati; la pelle era bianca e trasparente così come erano chiari e trasparenti i suoi occhi, da far ricordare l&#8217;acqua del mare sulla sabbia bianca.<br />
Tenendo le mani in grembo, si toccava le unghie, non lunghe e pennellate di smalto rosa. In realtà Mirto aveva ventuno anni.<br />
Se ne stava seduta con le gambe incrociate e guardava intorno a sè la stanza tappezzata di stoffa lucida, con la mobilia di legno scuro che dava all&#8217;ambiente una austerità che la intimidiva.<br />
Alla grande finestra che si affacciava sulla città, era appesa una tenda bianca tanto fitta che impediva del tutto di poter guardare all&#8217;esterno.<br />
Scendeva dal soffitto, a perpendicolo sul salotto, un lampadario grande, con coppe di opale bianco a forma di fiore ed otto  bracci diritti color  bronzo brunito che giravano intorno ad una coppa centrale formando una raggiera.<br />
La giovane indossava scarpe color coloniale, basse ed uguali alla cintura che aveva in vita, stranamente dello stesso colore del rivestimento del salotto su cui era seduta.<br />
Il tavolo le arrivava all&#8217;altezza delle braccia, a mò di vassoio ed ella vi si appoggiò per alzarsi.<br />
C&#8217;era un armadio grande e scuro, che riempiva la parete ed era pieno di libri richiusi da antine di vetro. Libri di ogni genere: narrativa, saggistica, libri d&#8217;arte, enciclopedie ed anche una raccolta di libri molto antichi e preziosi le cui copertine dalle raffinatre rilegature, davano un effetto cromatico vivace ed austero ad un tempo..<br />
La ragazza guardava con interesse  i titoli ed i nomi degli autori, molti dei quali ella conosceva, per averli letti e studiati e le venne il desiderio di prendere un volume tra quelli che non aveva  letto. Pensò però che quello era il momento meno adatto, aveva il cuore in subbuglio e preferì starsene tranquilla ad aspettare.<br />
Il cigolio di una porta che si apriva la fece sobbalzare e la distolse dalla sua riflessione sulle letture.<span id="more-5140"></span><br />
Si voltò di scatto e, nel vedere sulla soglia la sagoma in controluce dell&#8217;uomo che stava entrando, cercò di nascondere un vago imbarazzo che l&#8217;aveva fatta arrossire. Egli la guardò in silenzio per un istante, poi si mosse ed andò verso di lei  prendendole entrambe le mani e sorridendo:<br />
“Mirto, che sorpresa! Sono lietissimo di rivederti!”<br />
Mirto rispose al suo saluto e mal celando il rossore che improvvisamente le era salito al volto, andò ad abbracciare  Gianmaria che le era cugino.<br />
Egli la tenne stretta a sé con il braccio, mentre le indicava di sedersi con lui sul divano.<br />
“Ti prego, raccontami ogni cosa, spiegami dettagliatamente come sono andate le cose; la tua telefonata mi ha  preoccupato. Dal tono della voce e dalle poche parole che mi hai detto, ho capito che ti trovi in un momento davvero difficile.”<br />
Mirto si sedette accanto a lui; confortata ed esortata dalle sue parole; si dispose con fiducia a confidargli il motivo per il quale era corsa lì, dopo aver lasciato la casa nella quale viveva da anni, ospite degli zii.<br />
Era tuttavia preoccupata di dovergli dire la verità. E se Gianmaria l&#8217;avesse fraintesa? Era pur sempre anche lui affezionato agli zii. Avrebbe dato credito a quanto essa aveva in cuore di dirgli, e si sarebbe fatto carico di decisioni drastiche nei loro confronti, diffidando di loro e giudicandoli addirittura immeritevoli di riavere la nipote con loro? Mirto andava meditando in sé stessa gli ultimi avvenimenti che l&#8217;avevano spinta a ricorrere all&#8217;aiuto del cugino.<br />
Lo guardava e il giovane pareva distratto, con gli occhi nel vuoto; Mirto dovette chiamarlo affinché le ponesse attenzione anziché  scrutare, come poco prima lei aveva fatto, i libri nell’armadio. Un po&#8217; sorpreso Gianmaria la guardò e la pregò di iniziare a parlargli, di non tralasciare alcun particolare facendosi frenare da impulsi di buonismo, che non avrebbero fatto altro che confondere la situazione.<br />
Gli zii godevano, nella famiglia, di stima e di considerazione e Mirto sapeva che, dopo quanto avrebbe rivelato al cugino, si sarebbe creata una profonda incrinatura, forse una frattura irrimediabile nella famiglia.<br />
Ella raccontò che una sera venne a casa della zia, invitato per la cena, un signore piuttosto prestante e dai modi gentili. La zia lo aveva invitato quella sera perché lo zio, che solitamente per quell&#8217;ora era di ritorno dall&#8217;ufficio, sarebbe stato assente; Mirto invece era presente.<br />
La ragazza s&#8217;era accorta che a tavola, la conversazione verteva su argomenti e su persone che ella non conosceva, di cui ella non aveva mai sentito parlare. I due s&#8217;intendevano con brevi frasi indistinte, allusive e volutamente lasciate incomplete, si lanciavano cenni d&#8217;intesa; era evidente una inequivocabile complicità su fatti a lei sconosciuti e dal contenuto scabroso.<br />
Mirto si sentì in grande imbarazzo, si alzò e volle ritirarsi in camera sua senza terminare di cenare. La zia e l&#8217;ospite che avevano volutamente tenuto quell&#8217;atteggiamento provocatorio, non fecero alcun commento, la salutarono con indifferenza e la ragazza, quasi correndo, si ritirò, lasciandoli soli e senza domande di chiarimento.<br />
Era inquieta ed un certo malessere accompagnava il suo sconcerto. Avrebbe voluto che quella persona se ne fosse andata immediatamente e che, prima del ritorno dello zio, ella potesse avere spiegazioni.<br />
Pensieri contraddittori l&#8217;agitavano: una profonda amarezza, anche un disgusto, come una pugnalata alle spalle  perché le era parso di trovarsi in  un altro luogo, in un’altra casa, con gente mai conosciuta. Invece era nella casa degtli zii che l’amavano. Aveva un bisogno estremo di recuperare le energie per affrontare la questione, con lo zio presente.<br />
Dopo anni di convivenza ed in un solo giorno, Mirto aveva capito che la zia non era la persona che aveva sempre conosciuto. Era poco quanto era trapelato durante quel pranzo con il  suo amico, tuttavia le era bastato perché venisse cancellata totalmente l&#8217;immagine che aveva sempre avuto di lei, di quella parente che l&#8217;aveva ospitata dopo la morte di suo padre. Quanto aveva intuito e compreso l&#8217;aveva colpita molto negativamente ed ebbe una reazione contraria uguale all&#8217;intensità dell&#8217;impressione negativa che aveva ricevuto.<br />
L&#8217;aveva sempre conosciuta come persona bonaria ed accogliente, con quel suo fare un po&#8217; astuto e un po&#8217; capriccioso e malgrado ciò, capace comunque di suscitare simpatia.<br />
Era di aspetto gradevole, con un sorriso frequente. Non era raro che, chi la incontrasse per la prima volta, ne facesse commenti positivi.<br />
Le zio l&#8217;amava ed il rapporto con la moglie era per lui prioritario su ogni altro. Ella in realtà lo dominava però gli infondeva sicurezza e forza stimolandolo ed esortandolo ad affrontare qualunque tipo di esperienza; in special modo se si trattava di qualcosa di faticoso. Ed egli sempre eseguiva ogni cosa cercando di accontentarla.<br />
A Mirto erano sempre parsi una coppia monolitica, una unione indiscutibile e di cui ci si potesse fidare, sulla quale mai nessuna ombra era passata.<br />
I signori De Rosa abitavano in una bella casa antica, che la zia aveva ereditato a sua volta dalla sorella di sua madre, poiché l’aveva ritenuta sempre  la nipote a lei più somigliante.<br />
Davanti alla casa si stendeva un grande parco ed ogni mattina, da ogni stanza della casa, si potevano ammirare prati ed aiuole fiorite, in tutte le stagioni.<br />
Un pino, ancora più antico, spingeva i suoi rami fino alle finestre della camera occupata da Mirto e che comprendeva, attigui, anche uno studiolo ed una stanza da bagno indipendenti.<br />
Mirto vi abitava molto volentieri e trascorreva il tempo libero dallo studio, in compagnia degli zii e di alcuni amici del rione che frequentavano la sua stessa Università, accettando che ella li ricevesse e stesse in  loro compagnia nella loro casa.<br />
Erano due fratelli che abitavano nel vicinato; altri giovani: una ragazza ed un ragazzo che abitavano nella via, un po’ più lontano. C&#8217;era inoltre una giovane, che era venuta ad abitare da poco tempo in città, con i genitori ed una sorellina, provenienti da Genova.<br />
Mirto suonava il pianoforte; si era diplomata al Conservatorio l&#8217;anno precedente e dopo si era iscritta alla Facoltà di Storia dell&#8217;Arte, per completare la sua preparazione culturale nel campo artistico.<br />
Era solita intrattenere gli amici con musiche che fossero di loro gradimento. Oltre ai brani lirici e classici, ella eseguiva originali arrangiamenti su brani di musica leggera, scelti e proposti dagli amici.<br />
La ragazza genovese si chiamava Mariola e Mirto aveva scoperto che aveva una bella voce lirica dal timbro molto personale ed interessante. Avrebbe voluto che cantasse per loro, glielo chiese e s&#8217;impegnò ad accompagnarla e ad istruirla nell&#8217;impostazione del canto. La ragazza le rispose di sì con entusiasmo e si affidò alle lezioni della sua nuova amica.<br />
Mariola era molto giovane, non aveva ancora compiuto i diciott&#8217;anni. Era di fisico sottile e slanciato, aveva capelli folti e ricci, di color castano. Portava sulle mani particolarmente lunghe e affusolate, una serie di anelli piccoli e preziosi.<br />
Mirto aveva già constatato che Mariola era di indole molto vivace e che aveva, pur così giovane, molta ambizione e volontà. Aspirava a raggiungere mete importanti e, quando Mirto le aveva prospettato il canto, aveva accolto la proposta senza esitare.<br />
Avevano stabilito insieme di fare una lezione tre volte la settimana ed anche che avrebbe cantato in pubblico, soltanto quando Mirto l&#8217;avesse ritenuta pronta. Ancor meglio, Mirto l&#8217;avrebbe fatta ascoltare prima da un maestro di musica, suo conoscente ed ex suo maestro di musica.<br />
La ragazza le fu molto grata e l&#8217;intesa era che sarebbe andata, per le lezioni, nella casa degli zii di Mirto.<br />
Mirto era assorbita da tutto questo mondo di cose pulite, rassicuranti; era stimolata ed anche gratificata dalle sollecitazioni dei suoi amici.<br />
Conduceva insomma una vita impegnata ma semplice e piacevole.<br />
Era per natura molto laboriosa ed il tempo che le restava era poco. Alla sera non usciva; faceva compagnia agli zii o studiava. Aveva stabilito di ricevere  gli amici un giorno alla settimana, per gli incontri musicali in casa degli zii, ed era il mercoledì pomeriggio, dopo l&#8217;Università, oppure alla domenica.<br />
I minuti trascorrevano lentissimi e Mirto venne al dunque del suo racconto. Molto della sua vita era già chiaro al cugino, che la incontrava spesso e riceveva da lei tutte le confidenze.<br />
Quella sera non era  riuscita a prendere sonno, non sapeva  prendere alcuna decisione, era rimasta nel letto irrigidita, impietrita dalla forte scossa provocatale dal fatto di qualche ora prima, con i pensieri in subbuglio e non sapendo che fare.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/amore-e-vita/mirto-di-dorella-dignola-mascherpa" target="_blank"><em><strong>Mirto</strong></em></a> di <strong>Dorella Dignola Mascherpa</strong></p>
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		<title>Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 08:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Masotti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/intrigo-sulla-moskova.jpg" alt="" height="150" />Russia, luglio 2008 - Svetlana e Victor - Il sole basso del pomeriggio accende di verde brillante il susseguirsi monotono di abeti e betulle dalle foglie d’argento. Sopra il saliscendi delle chiazze di bosco, tra i rari declivi delle alture e delle sterrate tra le izbe, un cielo grande come l’Asia copre il mio animo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti" link="http://www.blogdegliautori.it/andrea-masotti/intrigo-sulla-moskova-di-andrea-masotti/"><p><em><a rel="attachment wp-att-5131" href="http://www.blogdegliautori.it/andrea-masotti/intrigo-sulla-moskova-di-andrea-masotti/intrigo-sulla-moskova/"><img class="alignnone size-full wp-image-5131" title="Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/06/intrigo-sulla-moskova.jpg" alt="" width="253" height="380" /></a></em></p>
<p><em>Russia, luglio 2008 -<br />
Svetlana e Victor -<br />
</em></p>
<p>Il sole basso del pomeriggio accende di verde brillante il susseguirsi monotono di abeti e betulle dalle foglie d’argento. Sopra il saliscendi delle chiazze di bosco, tra i rari declivi delle alture e delle sterrate tra le izbe, un cielo grande come l’Asia copre il mio animo di nebulose grigie riflesse dalle pozze pantanose. Non dormo. Sono tormentata dalle ultime parole. Dal mio stesso nome Svetlana pronunciato da lui. E immobile, rimango immobile mentre rumoreggia il vagone, bevo la linfa del bosco e di un vapore azzurro e lontano per non cedere sul pavimento del corridoio.</p>
<p>Svetlana mi ha mollato, alla chetichella. Cosa pensate, che non l’avevo previsto? Le avevo già sfilato 1600 rubli e un bel gruzzoletto di euro e dollari dalla tasca ieri sera, voglio vedere dove arriva. Anche se dovessi prenderla per il collo e staccargliela con le mie mani, quella testa di gallina. Buono, buono! Devo stare buono. Lo sapete che lo sono, non c’è bisogno di dirmelo. Darò un altro pugno al muro&#8230; ecco! Mi esce ancora sangue, non voglio che soffra solo lei, sanguino anch’io. È giusto, ora lo sapete anche voi, vedete che ho le nocche rosse!<br />
Stasera mi faccio questa roba tutta io. Ho i suoi rubli e i dollari. Poi la trovo, so dove e faremo i conti per l’ultima volta. È lei che mi ha portato a vivere nella strada, cosa credete? Tre anni fa avevo anche un lavoro, poi è venuta Svetlana con le sue moine e la noia dei villaggi radicata dentro di lei, e una madre senza pensione. Tutte le sere fuori, fuori per la noia, una fuga continua. Adesso so di che pasta è fatta. Lo capisco quando vomita di cosa è fatta perché vedo cosa le esce dalla bocca. Anche ieri sera l’ho tenuta mentre lordava la strada. Dicono che sono sporco, che anche l’asfalto a causa mia e di quelli come me è sporco&#8230; ma non sanno chi davvero vomita negli angoli. Io lo so bene.</p>
<p>***<span id="more-5132"></span></p>
<p>Dal Capitolo V</p>
<p><em>Gremov</em></p>
<p>Signor Franchi Claudio leggo. I documenti sono validi, ha il visto della Federazione Russa. Un uomo d’affari. Ma soprattutto un uomo. Pensa di poter partire subito, di cenare al ristorante. Bravo! In Italia avete belle canzoni, fanno dimenticare tutto, ah&#8230; la melodia, Pavarotti, Celentano. Ma qui abbiamo un fatto di sangue, l’asfalto ne è macchiato: lei ha visto, prima che mettessimo il lenzuolo, un corpo a terra immobile. Vero che il nostro non è più un paese anticapitalista, ci siamo riavvicinati, siamo ben lieti di commerciare oggi. Venite a Mosca, girano i soldi. Ma non può pensare che i suoi affari abbiano la precedenza. Guardi le foto: un corpo senza vita, gli occhi spalancati, vitrei. Le mani rattrappite. Un corpo giovane. Sono convinto che lei è a conoscenza di elementi utili. Forse ha visto cosa è successo in precedenza, ha avuto per un attimo un barlume di coraggio e l’idea di aiutare quella povera ragazza di cui non eravamo a conoscenza. Ma invece se n’è andato, si è nascosto in prossimità dove l’abbiamo trovato noi, ha avuto paura? Chi c’era nei dintorni? Noi in Russia abbiamo meno paura, sono passate guerre, rivoluzioni, conquistatori, ma se ne sono sempre andati. Vedo che suda, a Mosca in luglio fa caldo, la notte è breve. Può rimanere in camicia. Le prenderemo anche le impronte digitali e il DNA. Non penso che lei sia colpevole, ma devo farlo. Se vuole può telefonare a casa. Ma dica pure che per il momento starà qui a nostra disposizione. Dobbiamo avere indizi che possono salvare altre vite umane. Guardi bene le altre fotografie: cerchi di ricordare se rammenta il volto di una di queste persone tra i passanti che entravano nel supermercato o si aggiravano nei paraggi. Ha ammesso di essersi fermato un po’ di tempo, quanti minuti? La sicurezza della nostra città, del nostro paese, è anche nelle sue mani, nella sua memoria e nel suo coraggio. Non sono volti tipici di moscoviti, forse se ne rende conto, anche se la nostra è una città cosmopolita.</p>
<p>***</p>
<p>Dal Capitolo VII</p>
<p><em>Timur</em></p>
<p>Oggi è arrivato uno straniero che parla l’arabo e l’urdu, forse ci possiamo intendere. Cosa ne sarà di noi? Cosa è rimasto di umano in questo giorno sposato con la notte? in questa città dei vivi che invidia i morti? Dov’è il fratello di Usman ucciso dai militari russi con un colpo alla testa perché portava la barba lunga come gli integralisti? e del mio scomparso? Dov’è il padre di Nabitullah ucciso dagli integralisti perché era senza barba e ritenuto spia dei russi? E Leila picchiata perché era senza velo? E Fatima stuprata perché lo portava? Vedo solo gli obici inesplosi, le barrette di cioccolata gettate tra le pietre, palloni di gomma sgonfi, pozze di acqua e urina davanti a una porta che non chiude. Khaskhanova mi chiama, a tavola ci dividiamo due pagnotte e tre scatole di tonno scaduto che ha trovato a Shaami-Yurt. C’era mia madre e Usman, e anche un amico barbuto di nome Ramzan. Poi c’è lo straniero, un tipo di mezza età, distinto, con la pelle ambrata e una camicia a motivi geometrici blu e occhiali scuri. Parla con calma e la voce è musicale. Chiede di me, dov’è mio padre. Gli spiego che mio padre è morto, mio fratello è scomparso. Che vorrei iscrivermi all’università, se finisce la guerra potrei studiare a Mosca, ero molto bravo in chimica e matematica. Non ho mai visto Usman così silenzioso. Lo straniero mi indica con un cenno del capo il cielo di Grozny: &#8211; Il mare è grande ma la montagna è più forte del mare. Una nave è di ferro e affonda. Anche un aereo è di ferro, manda fuoco ma cade. La montagna è molto più forte. A cosa serve il paracadute, il radar? Quando l’aereo è colpito cade. Dio vuole che nessuno muoia, donne, bambini, Lui li ha fatti. Non vuole questo. Gesù è in cielo, in mezzo ai muslim, e lui è il primo muslim. Tutte le religioni tornano all’Uno. La vita è solo un giudizio, un passaggio brevissimo &#8211; e così si sfila gli occhiali scuri, fissandomi e talora aprendo la bocca in un sorriso smagliante &#8211; neri, bianchi, tutti discendono da un uomo solo. Il mare che senso ha? l’aria a cosa serve? che forza ha la polvere? che senso ha che ogni animale mangia il proprio cibo? Tutto è perché ha un senso e Uno ha dato un senso. Io vedo la natura, i monti, ciò che è bello e prego per ringraziare. Solo questo ha senso. Cosa è il mercato? Cosa l’economia? Abramo aveva un nipote a Sodoma. Piangi forte perché Dio ti ascolta. Tutti i peccati di questi anni li può perdonare. &#8211; e rivolto a me &#8211; Tu pensa, hai fretta. Waha, l’angelo, è stato mandato e ha detto all’uomo: ecco i tuoi giorni sono contati come i peli del capretto, per me nulla può cambiare. &#8211; Chiede ancora di me, come intendo aiutare il mio popolo, se penso che i russi ci aiuteranno, se penso che il loro dio sia il vero dio, e se si comportano secondo le sue leggi. Non so rispondere. Troppi avvenimenti, troppe disillusioni per chi amava la musica reggae e i film di Harrison Ford, Lara di Pasternak ed il requiem di Mozart. Lo sguardo dello straniero così intriso di certezze e di passione mi inquieta, riscopro il mio popolo, la nostra storia, la mia infanzia. Fino alla settimana scorsa un vecchio suonava la balalayka tra questi ruderi, una volta l’abbiamo invitato a cena, non aveva più né casa né famiglia. Gli era rimasta la balalayka e suonava, prima era stato un orchestrale, andava spesso in Georgia e in Russia, non odiava i russi, aveva amici a Mosca. Poi un giorno si è presentato senza strumento, lo volevano sequestrare perché non aveva soldi da dare a un gruppo di banditi; per non consegnarlo lo ha spezzato. Noi eravamo decisi ad aiutarlo a trovare un’altra balalayka, ma ieri i soldati l’hanno fucilato insieme ad altri: dicevano che erano terroristi.<br />
Cantano le sirene delle ambulanze il loro canto di morte. Non posso stare ancora rannicchiato con mia sorella sotto questo muro di polvere e libri, invoco Dio, il Dio dello straniero e di Usman, che non odia le donne e i bambini, ma riporta la giustizia perché Egli è la Giustizia. Mi rialzo.</p>
<p>***</p>
<p>Dal Capitolo VIII</p>
<p><em>Lei, come altri, di notte si è quasi sicuramente spostata sul lungofiume</em></p>
<p><em>Svetlana</em></p>
<p>Albeggia, è molto fresco, non ho nulla per coprirmi, e mi duole la guancia&#8230; Devo avere anche vomitato perché ho il maglione appiccicoso. E dire che ho bevuto solo due birre. Cercherò di lavarmi. Veramente con la bocca gonfia non riesco a riposare, però con gli occhi semiaperti posso accorgermi di chi cammina in prossimità, se qualcuno vuole approfittarsi di me. Posso gridare subito. Gridare, da quanto tempo non lo faccio? Ho ben poca voce, mi ascolto, il suono non arriva alle mie orecchie. Punto primo, in logica sono rimasta in gamba. Secondo: non c’è nessuno. Terzo: se c’è non interviene. Quarto: se c’è e interviene ne approfittano in due&#8230;<br />
Vedo il cielo blu. Il blu che sognavo nel mio villaggio, lo intravedevo dal vetro della mia camera, la finestra era sbilenca, se la giravo rischiava di cadere, il vetro era stuccato e l’angolo in basso a destra, mi pare, era, ma forse è così ancora, tenuto insieme con lo scotch dei pacchi, quello marrone. Un blu solcato da nuvole bianche. O dipinto sull’abitazione dei Vlazok che d’estate vanno sul mar Nero. Lo ammiravo anche nella camicetta di Natalia Semanenko che poteva fare qualche acquisto nella boutique francese, o almeno così diceva, perché secondo alcuni la camicia l’aveva rubata. Ora è sopra di me. Sono sovrastata dalla mia libertà tanto grande da non poterla reggere, ma sempre meravigliosa. Come se un dio che non conosco avesse aperto una tenda da una parte all’altra dell’orizzonte per regalarmi tutto quello che ho sempre desiderato e non raggiungerò mai.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/opere-prime/intrigo-sulla-moskova-di-andrea-masotti" target="_blank"><em><strong>Intrigo sulla Moskova</strong></em></a> di <strong>Andrea Masotti</strong></p>
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		<title>Il pescatore di Tridacne di Ornella Gatti</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 17:25:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ornella Gatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/il-pescatore-di-tridacne.jpg" alt="" height="150" />Lasciò la rotta ed il timone al pilota automatico, si accomodò nel pozzetto, chiamando Bizet, alquanto intimorito ma nel frattempo incuriosito dallo sbattere delle cime libere lungo l’albero; inciso sul tambuccio  rilesse quasi a memoria: - LAMPARE - Tra le ombre che si specchiano in un mare di velluto blu, laggiù, al limite del mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il pescatore di Tridacne di Ornella Gatti" link="http://www.blogdegliautori.it/ornella-gatti/il-pescatore-di-tridacne-di-ornella-gatti/"><p><a rel="attachment wp-att-5121" href="http://www.blogdegliautori.it/ornella-gatti/il-pescatore-di-tridacne-di-ornella-gatti/il-pescatore-di-tridacne/"><img class="alignnone size-full wp-image-5121" title="Il pescatore di Tridacne di Ornella Gatti" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/il-pescatore-di-tridacne.jpg" alt="" width="256" height="380" /></a></p>
<p>Lasciò la rotta ed il timone al pilota automatico, si accomodò nel pozzetto, chiamando Bizet, alquanto intimorito ma nel frattempo incuriosito dallo sbattere delle cime libere lungo l’albero; inciso sul tambuccio  rilesse quasi a memoria:</p>
<p><strong>- LAMPARE -<br />
Tra le ombre che si specchiano<br />
in un mare di velluto blu,<br />
laggiù,<br />
al limite del mio sguardo,<br />
una lampara procede lenta,<br />
tracciando la rotta<br />
in una scia di spuma bianca.<br />
Il pescatore di vedetta<br />
scruta lontano<br />
tra stelle danzanti e nastri d’argento,<br />
la virata in picchiata di un gabbiano.<br />
Solo, in un mondo<br />
senza pensieri e senza parole,<br />
nella carezza dolce del vento<br />
lieve un sussurro svela l’incanto.<br />
Ho visto più di quanto pensavo<br />
di poter vedere…<br />
Ho amato più di quanto credevo<br />
di poter amare…</strong></p>
<p>Scriveva ovunque. Mark sorrise. Quell’indimenticabile viaggio in Sicilia, al largo di Acitrezza, con una bottiglia di spumante da sorseggiare al tramonto, dopo una mitica<br />
spaghettata, premio del lungo viaggio. Lei accucciata, in cerca del calore del suo petto, tra le sue braccia. Il suo sguardo brillava carico d’emozione, indicava eccitata le luci in lontananza gridando ogni tanto: “Guarda! Una lampara…”<br />
A quella vista il suo entusiasmo esplodeva, incontenibile, quasi niente al mondo ci fosse di più affascinante, di una piccola barca di legno, che procedeva lenta, alla luce di una lampada mal fissata a prua. Eppure, di quella scenografia d’incanto, lei coglieva ogni particolare, anche il più insignificante, caricandola di valori assoluti, rivestendola d’infinite espressioni e doti magiche. Ed era semplicemente per questo, che un qualsiasi pescatore, il suo berretto da marinaio, la sua pipa, là, su una barca in mezzo al mare, diventava all’improvviso portatore d’antica saggezza, capace di vedere, oltre ogni capacità umana.<span id="more-5122"></span></p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Si era lasciato trasportare da reminiscenze piacevoli, ricche di sensazioni, e mentre indossava la muta, continuava a sorridere scuotendo la testa. Era pronto. Una grattatina al mento del micio, e si tuffò.<br />
Il mondo cambia volto sott’acqua, si attenuano i sensi, e ci si lascia avvolgere dall’ignoto, ma ribolle una vita silenziosa. Si percorre una città sotterranea, popolata da diverse tribù coloratissime, ognuna delle quali si esibisce in una sorta di danza distinguibile dalle diverse livree.<br />
Mark procedeva cautamente tra i coralli, le selve di alghe, zigzagando tra archi e ponti di madrepore e curiosi abitanti del fondo, quando vide venirgli incontro uno squalo. L’animale gli si accostò e Mark rimase immobile. Il ventre bianco lo aveva sfiorato più volte, per poi virare e tornare su di lui; l’occhio nero impenetrabile sembrava fissarlo, mentre avvicinava le mascelle socchiuse, come sorridenti,<br />
mostrando più file di denti appuntiti. Passò e ripassò al suo fianco finché con un breve colpo di coda, quasi ad insistere sulla sua poco gradita presenza, si allontanò. Mark non si mosse finché non lo vide inabissarsi verso acque più profonde.<br />
Cercò di calmarsi, concentrandosi sulla respirazione, tranquillizzato, proseguì verso la catena di montagne. Iniziò a farsi largo tra cespugli di spine, ventagli, rami e arbusti. Doveva solo aprirsi un<br />
varco per raggiungere la tridacna gigas. Aveva portato con sé l’occorrente, e faticando non poco, riuscì nel suo intento. Finalmente poteva vederla chiaramente, nell’armonia delle sue forme, colori e<br />
complicate strutture, larga quasi un metro, dal peso all’incirca di duecento chilogrammi, immensa. Accarezzò il guscio, rapito dalle straordinarie dimensioni di quella creatura. Scattò diverse fotografie, e rendendosi conto che l’acqua diventava più scura, col calare della sera, velocemente risalì; il più del lavoro era fatto.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Mark s’illuminò a quelle parole. Era in questa favola che gli aveva tenuto nascosta, la chiave di tutto. Non era una semplice storia per bambini, stava infatti, raccontando le sue paure, le verità più nascoste. Riprese la lettura:</p>
<p><em>Tra i giochi d’ombra, cercava ancora il suo sorriso, il suo calore, la tenerezza del suo abbraccio quelle tante parole, ma non era altro che il fruscio del vento tra la chioma degli alberi, il guizzo di qualche pesciolino, il verso insistente di una civetta dispettosa, nient’altro che il vuoto intorno, il re non c’era.<br />
Dai suoi occhi neri, a frotte, piovvero a cascata, senza freni, centinaia e centinaia di lacrime, che precipitarono pure e cristalline nell’acqua del fiume… e d’incanto, l’acqua melmosa e scura gorgogliò, da ogni lacrima guizzarono mille gocce limpide e fresche, zampillanti come le stelle, che in luccicanti scie travolsero il buio, unendosi in un unico torrente che rapido si aprì un varco verso il mare aperto.<br />
Una farfalla bianca le volteggiò intorno, sfiorandole il viso in una carezza,invitandola a seguirla.<br />
La piccola gitana, raccolse il suo fagotto di stracci, tolse i sandali, poggiando sull’erba umida i piedi nudi, per percepirne la morbidezza. Si voltò verso il vecchio peschereccio abbandonato e s’incamminò per il sentiero nascosto dall’erba incolta che anni prima l’aveva condotta là.<br />
NESSUNO LA VIDE PIÙ!<br />
Era tornata, per sempre, nella sua foresta incantata, dove era regina indiscussa ed adorata di tutte le costellazioni, gli oceani, le stagioni, i colori dell’arcobaleno. Era tornata a correre, libera e ribelle, come sempre era stata.</em></p>
<p>Era tutto scritto chiaramente, dal principio all’addio.</p>
<p><em>Gli gnomi raccontano, ma è leggenda popolare, che accanto a lei ci fosse Britt, il piccolo cucciolo di husky abbandonato dal re. Britt le scodinzola accanto incuriosito da quel mondo magico, mentre lei, correndo verso il vento, recita sempre la medesima filastrocca:<br />
“QUESTA NON È<br />
UNA FAVOLA DI FANTASIA,<br />
MA LA STORIA VERA,<br />
DI UN UOMO CHE,<br />
IO PICCOLA GITANA,<br />
CREDEVO FOSSE UN RE…”</em></p>
<p>Mark spense il computer.<br />
Stanchissimo, si distese in cabina, chiuse gli occhi, Bizet, accanto, faceva le fusa. L’aria tiepida lo scaldava, la piccola luce notturna a basso consumo lo rassicurava.<br />
Si addormentò subito.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/nuovi-autori/il-pescatore-di-tridacne-di-ornella-gatti" target="_blank"><em><strong>Il pescatore di Tridacne</strong></em></a> di <strong>Ornella Gatti</strong></p>
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<h2>Dal Pescatore di Tridacne:<span> </span></h2>
<h2>Estratto 1</h2>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;">Lasciò la rotta ed il timone al pilota automatico, si accomodò nel pozzetto, chiamando Bizet, alquanto intimorito ma nel frattempo incuriosito dallo sbattere delle cime libere lungo l’albero; inciso sul tambuccio</span><span style="font-size: 7pt; color: black;"><span> </span></span><span style="color: black;">rilesse quasi a memoria:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">- LAMPARE -</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">Tra le ombre che si specchiano</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">in un mare di velluto blu,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">laggiù,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">al limite del mio sguardo,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">una lampara procede lenta,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">tracciando la rotta</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">in una scia di spuma bianca.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">Il pescatore di vedetta</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">scruta lontano</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">tra stelle danzanti e nastri d’argento,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">la virata in picchiata di un gabbiano.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">Solo, in un mondo</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">senza pensieri e senza parole,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">nella carezza dolce del vento</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">lieve un sussurro svela l’incanto.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">Ho visto più di quanto pensavo</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">di poter vedere…</span></strong></p>
<h1>Ho amato più di quanto credevo</h1>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;">di poter amare…</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><strong><span style="color: #292526;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;">Scriveva ovunque. Mark sorrise. Quell’indimenticabile viaggio in Sicilia, al largo di Acitrezza, con una bottiglia di spumante da sorseggiare al tramonto, dopo una mitica</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;">spaghettata, premio del lungo viaggio. Lei accucciata, in cerca del calore del suo petto, tra le sue braccia. Il suo sguardo brillava carico d’emozione, indicava eccitata le luci in lontananza gridando ogni tanto: “Guarda! Una lampara…”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;">A quella vista il suo entusiasmo esplodeva, incontenibile, quasi niente al mondo ci fosse di più affascinante, di una piccola barca di legno, che procedeva lenta, alla luce di una lampada mal fissata a prua. Eppure, di quella scenografia d’incanto, lei coglieva ogni particolare, anche il più insignificante, caricandola di valori assoluti, rivestendola d’infinite espressioni e doti magiche. Ed era semplicemente per questo, che un qualsiasi pescatore, il suo berretto da marinaio, la sua pipa, là, su una barca in mezzo al mare, diventava all’improvviso portatore d’antica saggezza, capace di vedere, oltre ogni capacità umana.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 49.9pt;"><span style="color: black;"> </span></p>
<h2>Estratto 2</h2>
<p class="MsoBodyText">Si era lasciato trasportare da reminiscenze piacevoli, ricche di sensazioni, e mentre indossava la muta, continuava a sorridere scuotendo la testa. Era pronto. Una grattatina al mento del micio, e si tuffò.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Il mondo cambia volto sott’acqua, si attenuano i sensi, e ci si lascia avvolgere dall’ignoto, ma ribolle una vita silenziosa. Si percorre una città sotterranea, popolata da diverse tribù coloratissime, ognuna delle quali si esibisce in una sorta di danza distinguibile dalle diverse livree.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Mark procedeva cautamente tra i coralli, le selve di alghe, zigzagando tra archi e ponti di madrepore e curiosi abitanti del fondo, quando vide venirgli incontro uno squalo. L’animale gli si accostò e Mark rimase immobile. Il ventre bianco lo aveva sfiorato più volte, per poi virare e tornare su di lui; l’occhio nero impenetrabile sembrava fissarlo, mentre avvicinava le mascelle socchiuse, come sorridenti,</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">mostrando più file di denti appuntiti. Passò e ripassò al suo fianco finché con un breve colpo di coda, quasi ad insistere sulla sua poco gradita presenza, si allontanò. Mark non si mosse finché non lo vide inabissarsi verso acque più profonde.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Cercò di calmarsi, concentrandosi sulla respirazione, tranquillizzato, proseguì verso la catena di montagne. Iniziò a farsi largo tra cespugli di spine, ventagli, rami e arbusti. Doveva solo aprirsi un</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">varco per raggiungere la tridacna gigas. Aveva portato con sé l’occorrente, e faticando non poco, riuscì nel suo intento. Finalmente poteva vederla chiaramente, nell’armonia delle sue forme, colori e</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">complicate strutture, larga quasi un metro, dal peso all’incirca di duecento chilogrammi, immensa. Accarezzò il guscio, rapito dalle straordinarie dimensioni di quella creatura. Scattò diverse fotografie, e rendendosi conto che l’acqua diventava più scura, col calare della sera, velocemente risalì; il più del lavoro era fatto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;"> </span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span style="color: black;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color: black;">Estratto 3</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Mark s’illuminò a quelle parole. Era in questa favola che gli aveva tenuto nascosta, la chiave di tutto. Non era una semplice storia per bambini, stava infatti, raccontando le sue paure, le verità più nascoste. Riprese la lettura:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">Tra i giochi d’ombra, cercava ancora il suo sorriso, il suo calore, la tenerezza del suo abbraccio quelle tante parole, ma non era altro che il fruscio del vento tra la chioma degli alberi, il guizzo di qualche pesciolino, il verso insistente di una civetta dispettosa, nient’altro che il vuoto intorno, il re non c’era.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">Dai suoi occhi neri, a frotte, piovvero a cascata, senza freni, centinaia e centinaia di lacrime, che precipitarono pure e cristalline nell’acqua del fiume… e d’incanto, l’acqua melmosa e scura gorgogliò, da ogni lacrima guizzarono mille gocce limpide e fresche, zampillanti come le stelle, che in luccicanti scie travolsero il buio, unendosi in un unico torrente che rapido si aprì un varco verso il mare aperto.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">Una farfalla bianca le volteggiò intorno, sfiorandole il viso in una carezza,invitandola a seguirla.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">La piccola gitana, raccolse il suo fagotto di stracci, tolse i sandali, poggiando sull’erba umida i piedi nudi, per percepirne la morbidezza. Si voltò verso il vecchio peschereccio abbandonato e s’incamminò per il sentiero nascosto dall’erba incolta che anni prima l’aveva condotta là.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">NESSUNO LA VIDE PIÙ!</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">Era tornata, per sempre, nella sua foresta incantata, dove era regina indiscussa ed adorata di tutte le costellazioni, gli oceani, le stagioni, i colori dell’arcobaleno. Era tornata a correre, libera e ribelle, come sempre era stata.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;"> </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Era tutto scritto chiaramente, dal principio all’addio.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">Gli gnomi raccontano, ma è leggenda popolare, che accanto a lei ci fosse Britt, il piccolo cucciolo di husky abbandonato dal re. Britt le scodinzola accanto incuriosito da quel mondo magico, mentre lei, correndo verso il vento, recita sempre la medesima filastrocca: </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">“QUESTA NON È</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">UNA FAVOLA DI FANTASIA,</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">MA LA STORIA VERA,</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">DI UN UOMO CHE,</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">IO PICCOLA GITANA,</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;">CREDEVO FOSSE UN RE…”</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="color: black;"> </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Mark spense il computer.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: black;">Stanchissimo, si distese in cabina, chiuse gli occhi, Bizet, accanto, faceva le fusa. L’aria tiepida lo scaldava, la piccola luce notturna a basso consumo lo rassicurava.</span></p>
<h3><span style="font-weight: normal;">Si addormentò subito.</span></h3>
</div>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 23:13:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Calavalle</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/finestre-sulla-citta.jpg" alt="" height="150" />Il deserto del Sinai mi passa accanto con le sue montagne striate di rosso, le sue valli levigate dal tempo, le rare dune di sabbia portate qui dal vento del deserto d’ Arabia. Il resto è polvere e sassi bruciati dai quaranta gradi di un sole implacabile. Ma tutto resta fuori di me. E’ come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle" link="http://www.blogdegliautori.it/albertocalavalle/finestre-sulla-citta-e-dintorni-di-alberto-calavalle/"><p><a rel="attachment wp-att-5116" href="http://www.blogdegliautori.it/albertocalavalle/finestre-sulla-citta-e-dintorni-di-alberto-calavalle/finestre-sulla-citta/"><img class="alignnone size-full wp-image-5116" style="border: 1px solid black;" title="Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/finestre-sulla-citta.jpg" alt="" width="268" height="380" /></a></p>
<p>Il deserto del Sinai mi passa accanto con le sue montagne striate di rosso, le sue valli levigate dal tempo, le rare dune di sabbia portate qui dal vento del deserto d’ Arabia. Il resto è polvere e sassi bruciati dai quaranta gradi di un sole implacabile.<br />
Ma tutto resta fuori di me.<br />
E’ come se il condizionatore dell’aria, i vetri, il tetto dell’autobus, proteggendomi dall’esterno mi permettessero di proiettare il paesaggio lontano nello spazio o addirittura sul nastro di una pellicola cinematografica. Anche lo squallido edificio di cemento di una scuola rimasta desolatamente vuota, mi lascia indifferente, come resta indifferente alla natura primitiva di questo luogo.<br />
Solo quando scendo sulla polvere e i sassi tra i beduini che mi invitano a salire sui loro cammelli, provo emozioni inesplorate. L’aria è limpida, come di vetro, il sole è sospeso sopra di me, ma l’altitudine lo rende sopportabile. Rinuncio con un sorriso ai servizi di questa gente libera e fiera, e mi avvio a piedi in direzione del monastero di S. Caterina. Il sentiero sale nella gola stretta da montagne granitiche e brulle.<br />
I miei sandali di cuoio foderati di neoprene, comodi a camminare in città, qui ad ogni passo diventano una tortura con la polvere e i sassi che mi entrano in ogni fessura. Ma l’emozione di avvicinarmi al luogo di Mosé è più forte di questo tormento e avanzo verso l’alta muraglia che protegge il monastero.<span id="more-5117"></span><br />
Entro da una fessura che si apre tra grandi blocchi di granito e dopo un oscuro passaggio mi ritrovo nella luce di fronte al roveto ardente.<br />
Vorrei togliermi i sandali, ricordando le parole di Dio a Mosé, mentre rimango assorto in ammirazione, ma qualcosa mi preme alle spalle: è una folla di turisti sbarcati qui da ogni dove e mi trovo nella chiesa di fronte allo splendido mosaico della Trasfigurazione. Vorrei fermarmi a lungo davanti a questo capolavoro che stupisce e che invita alla preghiera per il suo farsi sublimazione, ma è impossibile porsi pellegrino in questa nostra epoca che trasforma in bene di consumo anche un luogo nato per lo spirito.<br />
Recupero il mio spazio al tramonto del sole, quando insieme ad una guida inizio la scalata del Monte Sinai. Riprovo allora quel senso di libertà e di distacco da tutto ciò che sulla terra ci assilla e ci ossessiona e che ho provato ieri scendendo nelle acque del golfo di Aqaba. Là erano quel mare così unico e le sue creature coloratissime e miti a portarmi in una dimensione nuova. Qui sono la purezza fresca e limpida dell’aria, la sensazione dell’immenso che provo di fronte alla vastità del cielo limpido dove le stelle palpitano, la gioia di avere raggiunto la cima della montagna.<br />
Ma poi ti accorgi che qui c’è qualcosa di più, come la voce del silenzio che ti entra dentro e ti rasserena l’animo, la veglia che precede l’alba, la sensazione forte che in quell’attesa io e la guida musulmana che mi siede accanto siamo fratelli in attesa dello stesso Dio. Il cielo che, come per un miracolo della creazione si tinge pian piano di un rosa che ti astrae dal tutto.<br />
Solo il lampo di una macchina fotografica che cerca di fissare quell’attimo sfuggente, mi distrae da quel distacco, mentre preannuncia un paesaggio di rocce rossastre e figure e che si muovono e si alzano dai loro sacchi a pelo.<br />
In breve siamo tutti in piedi, tutti rivolti a quel punto, in riverente silenzio, fissi come davanti a un grande mistero, tutti a cogliere quella luce intensa, folgorante, simile a quella che ha illuminato Mosé quel lontanissimo giorno che ha ricevuto da Dio le Tavole della Legge.</p>
<p>Aprile 2004</p>
<p><strong>Sulle soglie dell’infinito &#8211; Nel deserto del Sinai &#8211; </strong>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/autori-italiani/finestre-sulla-citta-e-dintorni-di-alberto-calavalle" target="_blank"><em><strong>Finestre sulla città e dintorni</strong></em></a> di <strong>Alberto Calavalle</strong> presentato nel <a href="http://www.manualedimari.it" target="_blank"><strong>Portale Manuale di Mari</strong></a>.</p>
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		<title>Perché non lei di Marisa Giaroli</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 19:28:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marisa Giaroli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/perche-non-lei1.jpg" alt="" height="150" />Sono i giorni di novembre tradizionalmente chiamati l&#8217;estate di San Martino, ma la mattina è umida e fredda: come lo sono le giornate in autunno nella Valle Padana. A mezzogiorno la piazza centrale della città è semideserta e le poche persone che vi transitano lo fanno velocemente, perché quello è un punto dove il vento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Perché non lei di Marisa Giaroli" link="http://www.blogdegliautori.it/marisa-giaroli/perche-non-lei-di-marisa-giaroli/"><p><a rel="attachment wp-att-5123" href="http://www.blogdegliautori.it/marisa-giaroli/perche-non-lei-di-marisa-giaroli/perche-non-lei-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-5123" title="Perché non lei? di Marisa Giaroli" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/perche-non-lei1.jpg" alt="" width="251" height="380" /></a></p>
<p>Sono i giorni di novembre tradizionalmente chiamati l&#8217;estate di San Martino, ma la mattina è umida e fredda: come lo sono le giornate in autunno nella Valle Padana.<br />
A mezzogiorno la piazza centrale della città è semideserta e le poche persone che vi transitano lo fanno velocemente, perché quello è un punto dove il vento non scherza. In un angolo della medesima, è riapparso l&#8217;uomo delle caldarroste e il profumo invitante si espande nell&#8217;aria.<br />
In un angolo della piazza, in un antico palazzo, c&#8217;è una nota galleria d&#8217;arte che in questi giorni espone la personale di una pittrice. L&#8217;artista è seduta all&#8217;interno della sala e sfoglia svogliatamente una rivista. Nel corso della mattina sono entrate solo due persone a visitare la mostra. Lancia un&#8217;occhiata all&#8217;orologio.<br />
«Tra poco chiudo e vado a pranzo» pensa.<br />
L&#8217;idea di esporre in quel luogo, soprattutto in quei giorni, è stata di un critico d&#8217;arte suo amico.<br />
«È una città che vanta un passato carico di storia, che ha avuto un grande impulso artistico e culturale sotto gli Estensi. È una buona piazza per gli artisti. Inoltre è una zona ricca d&#8217;industrie e con una notevole attività turistica» le aveva suggerito.<br />
Lei si era lasciata convincere, anche perché da tempo desiderava visitare la città e conoscerne l&#8217;aspetto artistico e monumentale.<br />
Un&#8217;ombra che si ferma davanti alla vetrina distoglie la pittrice dalla lettura. È una giovane donna.<br />
La sconosciuta indossa un cappotto grigio sotto al quale s&#8217;intravedono i calzoni neri di velluto. Non sembra interessata alle tre tele adagiate su un cavalletto, perché si toglie i guanti di pelle, prende a specchiarsi poi cerca di avvolgere la testa in un foulard per proteggersi dal vento. C&#8217;è qualcosa di allegro nei suoi gesti banali e la pittrice, incuriosita, rimane a osservarla.<br />
La massa morbida dei lunghi capelli biondi scompare sotto la seta dai colori vivacissimi.<br />
Si specchia di nuovo e, soddisfatta, si allontana.<span id="more-5114"></span><br />
La pittrice ci rimane veramente male. Si alza scocciata. Non ritiene simpatico il comportamento della donna. Aggrotta le sopracciglia nere e folte e pensa che avrebbe potuto almeno dare un&#8217;occhiata ai quadri in vetrina. Risentita decide di chiudere e di andare a pranzo.<br />
Per quel giorno ha finito! La mostra rimarrà aperta quindici giorni, ma lei intende fermarsi solo una settimana, lasciando poi al proprietario della galleria l&#8217;impegno di curare i suoi interessi.<br />
Lei e il gallerista si sono divisi i turni di quella prima settimana di mostra; lei ha preferito le ore della mattina, perché pensa di dedicare quelle del pomeriggio a esplorare la città. Per quel pomeriggio ha, infatti, programmato una visita al museo d&#8217;arte moderna.<br />
II giorno dopo, quasi alla stessa ora, la sconosciuta passa di nuovo davanti alla vetrina. Con una mano regge una cartella di pelle chiara e con l&#8217;altra dei libri. La pittrice la riconosce immediatamente per il foulard, che ora porta attorno al collo.<br />
Ha i morbidi capelli trattenuti da un laccio e la lucente coda bionda scende fino alle spalle lasciando scoperto il viso fine, dai lineamenti delicati; il labbro superiore sporge leggermente in avanti.<br />
«Deve essere un&#8217;insegnante» pensa la pittrice incuriosita. «Vediamo se si specchia anche oggi».<br />
No. Non lo fa! Il suo sguardo va da una tela all&#8217;altra, infine si ferma su una in particolare.<br />
L&#8217;opera non è di grandi dimensioni, ma rivela una preparazione e una tecnica di alto livello.<br />
La sconosciuta si sente attratta senza una ragione ben precisa da ciò che rappresenta: una donna in piedi su uno scoglio. La figura sembra in procinto di andarsene perché il corpo è in parte rivolto verso la terra, ma il capo rimane rivolto verso il mare.<br />
«Sembra in attesa di qualche cosa, forse di una nave: di un uomo?» pensa.<br />
Chiude gli occhi un attimo, li riapre lentamente e per ali uni lunghi istanti rimane come rapita.<br />
Alla fine fa un lungo sospiro e scompare. La pittrice rimane un lungo momento con lo sguardo fisso sul vuoto lasciato. Prende poi dal pacchetto sul tavolino che ha vicino una sigaretta. Mentre l&#8217;accende, non avverte più, nei confronti della sconosciuta, quel sentimento di antipatia che le era sorto spontaneo il giorno prima, ma è pervasa da una sensazione di curiosità.<br />
Il viso radioso della sconosciuta occupa i suoi pensieri anche durante il pranzo. Avverte un vago desiderio di conoscerla.<br />
Se il quadro ha destato il suo interesse, tornerà sicuramente a vederlo e lei deve fare in modo di parlarle. Rimane pensierosa per alcuni istanti poi, sorridendo, va alla vetrina e toglie la tela che, dopo, appende a una parete. Non proprio in vista.<br />
Il giorno dopo, sabato, la sconosciuta non si fa vedere e la pittrice rimane delusa.<br />
Nicoletta, chiamata da tutti Nichi, è seduta su una poltrona del soggiorno. Giuseppe, l&#8217;uomo col quale convive da cinque anni, è partito per Udine, sua attuale sede di lavoro.<br />
«È meglio che parta subito dopo il pranzo, mi attende un viaggio lungo» aveva osservato l&#8217;uomo scrutando il cielo oltre la finestra.<br />
Il padre della ragazza, quella domenica erano a pranzo dai suoi genitori, era intervenuto:<br />
«Fai bene a partire fintanto che c&#8217;è luce, perché le previsioni danno nebbia in quella zona».<br />
Arrivati nel loro appartamento, lui aveva notato il lieve velo di tristezza sul volto della sua donna. L&#8217;aveva presa tra le braccia e, baciandola, aveva detto:<br />
«Ho già chiesto una settimana di ferie a gennaio. Andremo a Cortina. Ti va?».<br />
Sì, le andava, e mentre lui finiva di vestirsi, lei era già con la mente sulle piste innevate.<br />
Ma ora è sola. Non ha compiti da correggere e in quel momento non le va di ascoltare della musica. È sola e in attesa come la donna del quadro. All&#8217;istante decide di andare alla galleria d&#8217;arte. La malinconia è sparita! I suoi passi sono veloci, mentre avanza speditamente sul marciapiede.<br />
Incredula, col naso incollato alla vetrina, guarda il quadro che ha sostituito quello che ha suscitato il suo interesse. Rimane alcuni istanti incerta, infine decisa, spinge la porta a vetri: una ventata d&#8217;aria calda la investe.<br />
Essendo un pomeriggio festivo, ci sono molti visitatori, ma Nichi neppure li vede, presa com&#8217;è nella sua ricerca: in un attimo il suo sguardo fa il giro delle pareti.<br />
La pittrice, che l&#8217;ha vista entrare ha un brivido di piacere, sorride tra sé e s&#8217;avvicina.<br />
«Forse, ciò che cerca è da quella parte» dice con voce morbida, calda.<br />
La visitatrice trasale, si gira meravigliata, sorpresa per quell&#8217;accoglienza e rimane per un momento in silenzio a guardare la donna che ha parlato. Ne incontra gli occhi neri, lucenti, e lo sguardo divertito: la pittrice indossa un paio di pantaloni grigi con un maglione azzurro, è leggermente più bassa di lei e prestante.<br />
«Ho notato il suo interesse nei giorni scorsi» spiega la voce calda.<br />
Nichi annuisce e la segue verso la parete dov&#8217;è appeso il quadro che cerca.<br />
A pochi metri da loro il proprietario della galleria d&#8217;arte le osserva. Conosce Nichi perché è una delle insegnanti della propria figlia. Al suo ingresso, le ha rivolto solo un cenno di saluto senza smettere di conversare con alcuni visitatori e probabili acquirenti. Deve fare lui gli onori di casa, perché la pittrice preferisce rimanere nell&#8217;anonimato. Dopo qualche minuto l&#8217;uomo si scusa con i visitatori e le raggiunge.<br />
«È un piacere vederla. Come sta signorina?».<br />
«Bene. Grazie. Può concedermi qualche minuto?».<br />
«Certamente».<br />
«Vorrei acquistare questo quadro. Può dirmi il prezzo?».<br />
Gli dispiace dover riferire che non è in vendita e mentre lo fa lancia un&#8217;occhiata alla pittrice. Chissà che non abbia cambiato idea.</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/amore-e-vita/perche-non-lei-di-marisa-giaroli" target="_blank"><em><strong>Perché non lei?</strong></em></a> di <strong>Marisa Giaroli</strong></p>
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		<title>Da che parte di Ernesto Maria Elona</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 18:29:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ernesto Maria Elona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/da-che-parte.jpg" alt="" height="150" />Da che parte si guarda la tua vita? Me lo domando spesso. Da che parte ti dovrei guardare? Si, hai capito benissimo, da che parte posso guardarti io, tra le gambe, in mezzo alle cosce, nel vuoto pieno della vita che hai, che dai, che ti prendi a cominciare da lì. Dimmi se non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Da che parte di Ernesto Maria Elona" link="http://www.blogdegliautori.it/ernesto-maria-elona/da-che-parte-di-ernesto-maria-elona/"><p><a rel="attachment wp-att-5109" href="http://www.blogdegliautori.it/ernesto-maria-elona/da-che-parte-di-ernesto-maria-elona/da-che-parte/"><img class="alignnone size-full wp-image-5109" title="Da che parte di Ernesto Maria Elona" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/05/da-che-parte.jpg" alt="" width="258" height="380" /></a></p>
<p>Da che parte si guarda la tua vita?<br />
Me lo domando spesso. Da che parte ti dovrei guardare?<br />
Si, hai capito benissimo, da che parte posso guardarti io, tra le gambe, in mezzo alle cosce, nel vuoto pieno della vita che hai, che dai, che ti prendi a cominciare da lì.<br />
Dimmi se non è una provocazione erotica quella che mi stai muovendo da venti minuti almeno, sapiente di un umorismo tutto tuo, di materialità doviziosa e tua.<br />
Ora e qui. Ti ho sul computer che mi racconti per filo e per segno cosa ti è successo nel pomeriggio, mentre mi ostino a mettere in ordine la scrivania ad esito della giornata e in vista del da farsi di domani.<br />
Precisa, arrivi, una frase dopo l’altra, scrivi miratamente e ad effetto.<br />
E’ così che t’ho conosciuta, che mi sei piaciuta o semplicemente è così che ti sei lasciata avvicinare.<br />
Mi chiedo perché mai dovrei sapere cosa vi siete dette tu e la tua ginecologa durante la visita di controllo. A tutti i costi stasera vuoi dirmi che mentre ti guardava in mezzo alle gambe lei ha esordito:<br />
“A mio parere, dovresti scriverci un romanzo”.<br />
Perché me lo scrivi?<br />
Distante, veloce e frammentaria riesci a non risparmiare dettagli, quelli dello studio medico, del procedimento tecnico della visita, le sensazioni, le interpretazioni possibili per i tuoi sentimenti, per la tua ragione, le tue sensazioni, tutto ciò che ho imparato, ma come se me lo avessi imposto di riuscirci, a cogliere distintamente e a sentire insieme di te.<br />
Vuoi che ti veda, come ti vedessi, mal distesa e semi svestita sul lettino quasi reclinato, le gambe allargate agganciate ai trespoli, la dottoressa seduta sullo sgabello di fronte, più in basso, al centro, che posiziona la luce, la pinza di scabrosa locuzione latina e poi le dita inguainate di lattice.<br />
Messa così tu e la faccenda della tua vita, c’è da chiederselo davvero cos’è che può aver suscitato nel medico la bella idea di trarne un romanzo.<br />
C’è da chiederselo se il punto di vista rilevante sia quello sull’oggetto o sul soggetto della scena da commedia seriale televisiva.<br />
La tua trovata è provocativa e non mi rimane, esplicito, che dire:<br />
“Da che parte vuoi che te la guardi?” <span id="more-5110"></span></p>
<p>A prescindere dalla prospettiva pseudo anatomica in cui vuoi mettermi per forza, tu, da che parte pensi mai di essere guardata?<br />
Se non ti conoscessi, se non conoscessi qualcosa della tua vita, perché molto di più conosco quello che della tua vita tieni tra le gambe, bella mia, cosa vedrei di te?<br />
Di te vedo lo strano erotismo, il tuo, niente altro che una specie di malinconia d’eros.<br />
Ti manca qualcosa, infatti, ma come se ritenessi d’averla perduta.<br />
Cos’hai confuso con il sesso, con un poco d’oscenità forse, tanto da sentirne la mancanza?<br />
Cosa significa per te?<br />
Ti comporti quasi non avessi consapevolezza della tua seduttività sessuale, si e no però, come non ti fidassi della tua femminilità, pur sapendolo che sei un richiamo o che l’attivi un richiamo sensuale e piuttosto chiaro.<br />
Non ti basta il fascino che hai e ne hai da vendere.<br />
Sei erotica, molto, ma malinconica altrettanto.<br />
Non ti fidi del tuo aspetto, questo è evidente, hai bisogno di conferme, ti schernisci di fronte ai complimenti ma ne hai bisogno, anzi li provochi e ne ricevi molti, quelli degli uomini come quelli delle donne, da chiunque ti stia accanto.<br />
In questo schema sono rientrato anche io ma solo all’inizio, solo per acchiapparti in linea per iniziare una conversazione nostra e che andasse avanti.<br />
Va avanti da un bel pò, neanche due mesi e fa un anno che va avanti, non è poco.<br />
Passiamo parecchio tempo insieme, meno presenti più virtuali, del tempo completamente inventato. Tempo di risulta, di scarto dal tempo reale e quotidiano delle nostre rispettive vite a lavoro e nel privato.<br />
Io non ti amo, non ti amerò mai, tu lo sai, non mi appartieni ed io in niente sento di appartenerti. Sono imbrigliato da te e tu lasci che sia, non chiedi, ed io continuo a domandarmi cosa mi dai, cosa ti dò.<br />
L’attrazione potrebbe essere passata, dopo la prima volta, c’è che non intendo privarmi di un laccio, teso, da me a te, perché da te a me non saprei, né voglio saperlo.<br />
Non è sesso, non è sentimento, troppo facile, davvero non ci mancano, non ci mancherebbero. Dovrei parlare solo per me ma azzardo, sì, sono sicuro, quasi, che valga anche per te.<br />
Forse è comprendere, forse è mettersi in attesa, forse aprirsi una via di fuga.<br />
Sì. Quello che faccio con te è uno strano avvenimento del capire aspettando di sentire, di andare oltre. Guardandoti, e non so da dove, l’ho detto, accade così, mi succede di capire, non te, però, non me.</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/amore-e-vita/da-che-parte-di-ernesto-maria-elona" target="_blank"><em><strong>Da che parte</strong></em></a> di <strong>Ernesto Maria Elona</strong></p>
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		<title>Il Blog di Dorella Dignola Mascherpa</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 16:15:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuale di Mari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/vincitore-primo-premio588.jpg" alt="" height="150" />Premio Manuale di Mari &#8211; Primo Premio Assoluto 2009 per Dorella Dignola Mascherpa Visita il Blog di Dorella Dignola e commenta le sue opere. Un profilo della scrittrice, poetessa e pittrice nella Galleria degli Autori del Portale Manuale di Mari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il Blog di Dorella Dignola Mascherpa" link="http://www.blogdegliautori.it/redazione/il-blog-di-dorella-dignola-mascherpa/"><p><strong><a rel="attachment wp-att-5001" href="http://www.blogdegliautori.it/redazione/il-blog-di-dorella-dignola-mascherpa/vincitore-primo-premio588/"><img class="alignnone size-full wp-image-5001" title="Premio Manuale di Mari Primo Premio Assoluto 2009 a Dorella Dignola" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/vincitore-primo-premio588.jpg" alt="" width="588" height="315" /></a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.manualedimari.it/portal/letteratura/concorsi-letterari/premio-manuale-di-mari-2009-vincitori" target="_blank">Premio Manuale di Mari &#8211; Primo Premio Assoluto 2009 per Dorella Dignola Mascherpa</a><br />
</strong><br />
<a href="http://www.blogdegliautori.it/autori/dorelladignola/"><strong>Visita il Blog di Dorella Dignola</strong></a> e commenta le sue opere.</p>
<p>Un <a href="http://www.manualedimari.it/portal/dorella-dignola/" target="_blank"><strong>profilo</strong></a> della scrittrice, poetessa e pittrice nella <strong>Galleria degli Autori</strong> del Portale Manuale di Mari.</p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Premio Manuale di Mari, Libro dell&#8217;Anno 2009</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:00:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/premio-libro588.jpg" alt="" height="150" />Premio Manuale di Mari – Premio Speciale per il libro dell’Anno 2009 ad Antonio De Santanna. Leggi e commenta l&#8217;Ebook del Libro dell&#8217;Anno &#8220;Il riflesso della luna sull&#8217;acqua&#8221; di Antonio De Santanna. Un profilo dello scrittore nella Galleria degli Autori del Portale Manuale di Mari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Premio Manuale di Mari, Libro dell'Anno 2009" link="http://www.blogdegliautori.it/redazione/premio-manuale-di-mari-libro-dellanno-2009/"><p><strong><a href="http://www.manualedimari.it/portal/letteratura/concorsi-letterari/premio-manuale-di-mari-2009-vincitori" target="_blank"></a><a rel="attachment wp-att-5005" href="http://www.blogdegliautori.it/redazione/premio-manuale-di-mari-libro-dellanno-2009/premio-libro588/"><img class="alignnone size-full wp-image-5005" title="Premio Manuale di Mari - Premio Speciale per il Libro dell'Anno 2009" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/premio-libro588.jpg" alt="" width="588" height="315" /></a></strong></p>
<p><strong>Premio Manuale di Mari – Premio Speciale per il libro  dell’Anno 2009 ad Antonio De Santanna.<br />
</strong><br />
Leggi e commenta l&#8217;Ebook del Libro dell&#8217;Anno <a href="http://www.blogdegliautori.it/antonio-de-santanna/il-riflesso-della-luna-sullacqua/"><strong>&#8220;Il riflesso della luna sull&#8217;acqua&#8221;</strong></a> di Antonio De Santanna.</p>
<p>Un <a href="http://www.manualedimari.it/portal/antonio-de-santanna" target="_blank"><strong>profilo</strong></a> dello scrittore nella <strong>Galleria degli Autori</strong> del Portale  Manuale di  Mari.</p>
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		<title>Il giornalino di Tito di Timur Lenk</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 07:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Timur Lenk</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/giornalino-di-tito.jpg" alt="" height="150" />- Dal Primo quaderno - Mi chiamo Tito. Tito Barozzo. E scusate il disturbo. Forse ho disturbato, venendo al mondo. Ieri sera sono fuggito dal collegio Pierpaoli. Fa tanto freddo e il mio mantellino di collegiale non riesce a coprirmi, meno male che ho trovato un fienile con il chiavistello della porta rotto, così sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il giornalino di Tito di Timur Lenk" link="http://www.blogdegliautori.it/timur-lenk/il-giornalino-di-tito-di-timur-lenk/"><p><a rel="attachment wp-att-4996" href="http://www.blogdegliautori.it/timur-lenk/il-giornalino-di-tito-di-timur-lenk/giornalino-di-tito/"><img class="alignnone size-full wp-image-4996" title="giornalino-di-tito" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/giornalino-di-tito.jpg" alt="" width="263" height="380" /></a></p>
<p>- <strong>Dal Primo quaderno</strong> -</p>
<p>Mi chiamo Tito. Tito Barozzo. E scusate il disturbo.<br />
Forse ho disturbato, venendo al mondo.</p>
<p>Ieri sera sono fuggito dal collegio Pierpaoli. Fa tanto freddo e il mio mantellino di collegiale non riesce a coprirmi, meno male che ho trovato un fienile con il chiavistello della porta rotto, così sono riuscito ad entrare e ora almeno sto all’asciutto.<br />
Penso al mio amico Giannino. Quando mi ha salutato ci siamo abbracciati forte forte poi&#8230; non ce l’ho fatta più a trattenere le lacrime e sono scappato. Giannino, spero che non ti puniscano.<br />
Nel mio sacco ho una camicia ed una maglia, e indosso dei pantaloni che ormai mi stanno corti: li portavo il giorno che sono entrato in collegio tre anni fa. Le sole scarpe che ho le porto ai piedi, e a parte il mio mantellino non ho nulla della mia divisa di collegiale: sarebbe troppo ingrato per me continuare ad indossarla, e poi i pantaloni grigi con la banda rossa mi farebbero subito riconoscere. Sarei preso e riportato in collegio, forse in prigione. Non voglio.<br />
Ora smetto di scrivere perché devo risparmiare le poche matite che ho portato con me, ma tenere questo quaderno mi aiuterà a sentirmi meno solo. Anche Giannino aveva un giornalino su cui annotava tutti i suoi pensieri e i fatti di ogni giorno, farò anch’io così.<br />
Scrivo quindi sulla copertina il suo nome: “Il Giornalino di Tito” e lo inizio con la data di oggi. È già passata mezzanotte, credo, quindi oggi è:</p>
<p style="text-align: center;">VENERDÌ 14 FEBBRAIO 1913</p>
<p style="text-align: left;">Faccio solenne proposito di non subire più nella vita le ingiustizie che ho patito dal mio tutore e dai direttori del collegio, il signor Stanislao e la signora Geltrude. Mi batterò sempre per la giustizia.</p>
<p style="text-align: center;">MORTE AGLI OPPRESSORI!</p>
<p style="text-align: left;">È mattina, e durante la notte ha piovuto. Ora la pioggia è cessata ma fuori fa tanto freddo e c’è una nebbia che si taglia col coltello. L’inverno qui in Toscana è così, ma io ricordo che a Napoli, quando ero bambino, faceva bel tempo anche a febbraio. Mamma e papà erano ancora vivi e mi portavano a passeggiare lungo il mare. Ricordo un castello circondato dalle onde, e anche una grande porta di fronte al mare, un grande arco di pietra o forse di marmo, che io sognavo di attraversare come se fosse un ingresso magico a tutti i mari del mondo.<br />
Ora ho fame, meno male che ho portato con me un tozzo di pane dalla cucina del collegio.<br />
Ho trovato anche una mela in un angolo del fienile, è marcia a metà ma l’altra metà è ancora buona, e non posso certo fare lo schizzinoso: quando si è mangiata la minestra del collegio Pierpaoli, preparata con la risciacquatura dei piatti della mensa di una settimana intera, si è pronti a mangiare di tutto!<br />
Il fienile è vuoto ma almeno ho trovato un po’ di paglia per farmi un giaciglio, anche se non potrò restare a lungo: il collegio avrà certamente denunciato la mia fuga e mi staranno già cercando.<br />
Oggi ho sentito un paio di volte il fischio di un treno, domani raggiungerò la stazione e cercherò di prenderne uno. Per dove, non importa.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/autori-italiani/il-giornalino-di-tito-di-timur-lenk" target="_blank"><strong><em>Il giornalino di Tito</em></strong></a> di <strong>Timur Lenk</strong></p>
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		<title>Introspezione di Giusi Rollo</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 18:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giusi Rollo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Fiera del libro per l'estate 2010]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/introspezione.jpg" alt="" height="150" />M.: C’era una forza che mi sollevava da terra ogniqualvolta lui stendeva le braccia in avanti per catturarmi. Il mio inconscio era in grado di generare un fatto simile? Eppure quando lui compiva quel gesto sicuramente rapido e improvviso, io non vedevo né l’inizio né lo svolgimento della sua azione poiché di rado mi voltavo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Introspezione di Giusi Rollo" link="http://www.blogdegliautori.it/giusi-rollo/introspezione-di-giusi-rollo/"><p><a rel="attachment wp-att-4994" href="http://www.blogdegliautori.it/giusi-rollo/introspezione-di-giusi-rollo/introspezione/"><img class="alignnone size-full wp-image-4994" title="introspezione" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/introspezione.jpg" alt="" width="250" height="380" /></a></p>
<p>M.: C’era una forza che mi sollevava da terra ogniqualvolta lui stendeva le braccia in avanti per catturarmi.<br />
Il mio inconscio era in grado di generare un fatto simile?<br />
Eppure quando lui compiva quel gesto sicuramente rapido e improvviso, io non vedevo né l’inizio né lo svolgimento della sua azione poiché di rado mi voltavo indietro e mai quando si trovava a pochissimi metri di distanza dalla mia ombra. Avvertivo invece la presenza delle sue mani: sentivo la pulsazione del cuore che fluiva velocemente attraverso l’arteria radiale e si propagava all’esterno sottoforma di onde meccaniche longitudinali, e percepivo, oltremodo, come fosse una preziosa fonte energetica, il fortissimo calore, quasi ustionante, che le avvolgeva  e quando questo si propagava con un formicolio crescente dalle mie spalle via via in tutto il corpo, mi sol-levavo in aria con un balzo violento e spaventoso che mi faceva nuovamente oltrepassare le infrangibili nuvole, le quali continuavano inesorabili a dilatarsi ed infittirsi nel sottostrato dell’atmosfera, e nel mio continuo e genuino stupore volavo per pochissimi istanti sopra di esse, ma non riuscivo ancora a domare quell’immane energia che nasceva probabilmente dal nulla e che successivamente invadeva ogni centimetro della mia materia. Tale energia era completamente fuori del mio controllo e tutte le volte che involontariamente ne usufruivo o che essa intenzionalmente beneficiava del mio corpo, mi sentivo debilitato e tramortito.<br />
Da dove proveniva questa energia? Perché mi aiutava?<br />
Ancora una volta vivevo delle situazioni di assoluta irrazionalità occultamente ornate da principi e concetti per me completamente astrusi che andavano anche oltre lo scibile umano.<span id="more-4995"></span></p>
<p>B.: Era il male! Quella potenza insita in lui di cui avevo tanta paura era il male che lui rappresentava: era quel male che dovevo sconfiggere, era quel male che momentaneamente lo dominava.<br />
Non erano per niente assurde e fallaci le parole di quell’ammaliante oratrice! La sua nefasta profezia &#8211; ormai da me totalmente appurata &#8211; si stava sorprendentemente avverando; un anticipo poco gradito, stimolato, probabilmente, dall’incombere di un pericolo reale ed esistente.<br />
La mia carica goliardica, baldanzosa e imprudente, dopo l’ascesa delle mie innumerevoli elaborazioni, scemava inesorabilmente fino a stemperarsi e come un vecchio saggio, coscienzioso e solerte, prendevo atto del pericolo a cui andavo incontro, valutandone, per quanto possibile, i probabili effetti e mi veniva da rabbrividire al pensiero che tutto ciò che avevo visto di irreale e inspiegabile in quelle ore fosse soltanto una primitiva e innocua evoluzione della sua sconfinata potenza, poiché non era ancora a conoscenza della reale essenza del suo essere, e io proprio durante questa sua inconsapevolezza dovevo agire. Era l’unico modo possibile! Dovevo intervenire prima che tale potenza riuscisse totalmente a sprigionarsi; dovevo intervenire prima che fosse lui a domarla.</p>
<p>M.: Non riuscivo a seminarlo solo correndo e non riuscivo nemmeno a volare. Quell’energia forte e avvolgente venuta dal nulla mi aveva ingiustamente abbandonato e senza più artifici e senza più risorse affrontavo la furia cieca e irrefrenabile di un esaltato, che rigettava su di me tutte le sue innumerevoli frustrazioni.<br />
Sentivo il bisogno impellente di una tregua; desideravo fermarmi anche solo per un istante per riprendere possesso in qualche modo della totalità della mia materia, riaffermando la legittima supremazia della mia volontà sull’innaturale autonomia dei miei arti inferiori, e come un vecchio nostalgico incallito rievocavo ossessivamente quell’introvabile pertugio, il quale &#8211; eletto da me custode temporaneo di tutti i miei beni: la mia vita, il mio corpo e la mia mente &#8211; avrebbe vegliato per più di sette giorni e sette notti sul mio sonno profondo e rigeneratore.<br />
Volutamente m’inoltrai nel centro storico della città con l’unico intento di approfittare dei vicoli ingarbugliati e semioscuri per far perdere le mie tracce e durante il mio scompigliato e tortuoso percorso, interponevo fra me e il mio zelante persecutore qualsiasi forma d’ostacolo urbano che mi si presentava davanti, ma lui vanificava continuamente ogni mia iniziativa: era sempre lì, a pochissimi passi da me; superava qualunque oggetto di qualsiasi dimensione e sostanza con una facilità da abile circense e avevo anche l’impressione &#8211; se pur a tratti &#8211; che riuscisse a oltrepassare la materia.<br />
Come potevo dipanarmi da una situazione surreale e incomprensibile?<br />
Mi sentivo intrappolato in un incubo!</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/nuovi-autori/introspezione-di-giusi-rollo" target="_blank"><em><strong>Introspezione</strong></em></a> di <strong>Giusi Rollo</strong></p>
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		<title>Io cerco Jolanda di Adriana Maria Martino</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 17:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriana Maria Martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/io-cerco-jolanda.jpg" alt="" height="150" />Amanda, come le confessò in seguito, aveva sempre covato il desiderio di incontrare i suoi fratelli e ammirava Mathilda per essere riuscita a realizzarlo. Ma nonostante questo, averli rivisti era stato emotivamente impegnativo anche per lei. Tuttavia, ora che le barriere erano state abbattute, Amanda ritenne opportuno calare un carico da undici. Chiamò Mathilda al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Io cerco Jolanda di Adriana Maria Martino" link="http://www.blogdegliautori.it/adriana-maria-martino/io-cerco-iolanda-di-adriana-maria-martino/"><p><a rel="attachment wp-att-4992" href="http://www.blogdegliautori.it/adriana-maria-martino/io-cerco-iolanda-di-adriana-maria-martino/io-cerco-jolanda/"><img class="alignnone size-full wp-image-4992" title="io-cerco-jolanda" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/03/io-cerco-jolanda.jpg" alt="" width="233" height="380" /></a></p>
<p>Amanda, come le confessò in seguito, aveva sempre covato il desiderio di incontrare i suoi fratelli e ammirava Mathilda per essere riuscita a realizzarlo. Ma nonostante questo, averli rivisti era stato emotivamente impegnativo anche per lei. Tuttavia, ora che le barriere erano state abbattute, Amanda ritenne opportuno calare un carico da undici.<br />
Chiamò Mathilda al telefono e senza troppi preamboli le propose: «Visto che hai avuto il coraggio e la tenacia per riunire tutta la famiglia, perché non cerchi anche Jolanda?»<br />
Mathilda, la cui testa in quel momento era a mille miglia, sul fondo dell’oceano Atlantico, stentò a comprendere che cosa le stesse dicendo la sorella. Un segnale di allarme, tuttavia, suonò dentro di lei prospettando guai in vista, perché Amanda amava moltissimo comandare e dare ordini.<br />
«Scusa, Amanda, ma che cosa stai dicendo?»<br />
Come se parlasse a Salvatore, la sorella spiegò: «Ti ricordi di Jolanda, quella bambina della tua età che stava sempre a casa nostra, quella con i capelli rossi e gli occhi verdi? Quella molto timida che giocava sempre insieme con te?»<br />
«Sì, certo che me la ricordo. Era la mia migliore amica. E allora?»<br />
«Pure quella era figlia di nostro padre».<br />
Mathilda rimase in silenzio, pensando che se Amanda intendeva farle uno scherzo aveva scelto un modo davvero crudele.<br />
«Ma che stai dicendo? E perché me lo dici solo adesso?»<span id="more-4993"></span><br />
«Mati’, stavi tanto male appresso alla storia di nostro padre che non mi sembrava il caso di darti pure quest’altro colpo.»<br />
«E allora te lo dovevi tenere per te. Che vuoi da me adesso?» gridò, sfogando su Amanda la rabbia che sentiva montare dentro nei confronti di quell’uomo che non sapeva tenersi addosso i pantaloni.<br />
I suoi ricordi erano offuscati, come avvolti in una fitta nebbia. In quel periodo erano tanti i bambini per le strade intorno a casa. Era come nelle favelas in Brasile. Ma Jolanda era la sola che entrasse in casa loro. Ripensandoci ora, le sembrò che passasse più tempo con loro che non a casa propria.<br />
In un attimo, si accavallarono il desiderio di rivederla, la fatica di cercarla, la paura di non riuscire a trovarla o la delusione di scoprirla sconosciuta e diversa da quel ricordo solare della loro infanzia.<br />
Non poteva ricominciare tutto daccapo, e ad Amanda rispose di no, che non se la sentiva, che tutto sarebbe stato troppo complicato. Non sapeva neppure da dove iniziare la ricerca. E poi rivangare di nuovo il passato sarebbe stato tormentoso e difficile.<br />
Amanda non insistette, ma conosceva Mathilda troppo bene. Infatti le parole della sorella, dalla telefonata in poi, avevano finito per occupare tutti i pensieri di Mathilda.<br />
La curiosità le aveva di nuovo creato inquietudine, quando si conosce il vero dolore si è più percettivi e più disponibili ad alleviare il tormento degli altri.<br />
Chi era lei per privare Jolanda delle sue radici? Per decidere che non dovesse condividere con loro un senso di appartenenza che certamente le mancava?<br />
Così, spinta da quei pensieri, si mise di nuovo a scavare nel suo passato di bambina, così bene occultato per tutta la vita. Ma questa volta lo scandagliava con una nuova consapevolezza, più razionale, meno coinvolta.<br />
[…]<br />
Ricordò all’improvviso, come per lo squarcio in una tenda, che la madre di Jolanda era entrata un giorno a casa loro, trascinando la bimba per mano, e aveva urlato in faccia a Teresa: «Datele qualcosa da mangiare, è ora che ci pensi pure suo padre a sfamare questa creatura». Mathilda, piccola anch’essa, non aveva capito, ma il ricordo le era rimasto dentro come una pena della quale non comprendeva la ragione. Neppure quando le donne dicevano che pure Jolanda “somigliava a ‘o professore”.<br />
Dunque, se anche Jolanda era sua sorella, le donne di suo padre erano state quattro e i figli quindici. Ma cercava di pensarci il meno possibile per non ricominciare a provare la stessa rabbia nei suoi confronti.<br />
Preferiva cercare tra i ricordi le immagini di Jolanda. Nessuna delle due parlava molto. &#8220;Quelle due sono chiuse&#8221;, puntualizzava sempre sua madre con tono critico.<br />
Forse, quando tra due persone s&#8217;instaura un rapporto speciale come quello che c’era tra loro, non servono tante parole. Anche nel silenzio ci si intende e ci si tiene compagnia. Loro erano così. Jolanda pareva un gattino randagio, era sempre in un angolo da qualche parte, sia fuori che dentro casa. Se Mathilda riusciva a prendere del cibo, lo divideva con lei. Glielo offriva in silenzio e lei in silenzio lo consumava.<br />
Quando Mathilda aveva voglia di giocare bastava che le andava vicino e sfiorasse il lembo del suo vestito, Jolanda si alzava e la seguiva. Andavano nella discarica, in cerca di piatti rotti, poi alla fontana nel cortile li lavavano, e quei cocci si trasformavano per magia nei piatti del banchetto domenicale per i loro ospiti immaginari. Se riuscivano a trovare degli stracci vecchi, ne facevamo delle bambole, i loro figli. Prima facevano la testa, e poi con un pezzo di carbone preso dal focolare davano loro un&#8217;anima e la facevano sempre sorridente.<br />
Con la fantasia inventavano di tutto, avevano il loro universo privato.<br />
Ma il gioco nel quale erano insuperabili era la trasmissione del pensiero. Una delle due pensava a qualcosa e l’altra doveva indovinare di che si trattasse. Il premio in caso di vittoria era una delle bambole appena confezionate. Spesso Mathilda, quando era sola, si concentrava e pensava a Jolanda intensamente, e lei arrivava sorridendo.<br />
Con quell&#8217;atavico istinto materno che le femmine hanno fin dalla nascita, nei loro giochi imitavano le donne della comune in cui vivevano. Il solo ammesso a prenderne parte era Franco, che a differenza degli altri ragazzini non si sarebbe mai sognato di prenderle in giro. Tutti i loro divertimenti avvenivano quasi in silenzio e tutto era molto semplice e sereno.</p>
<p>***</p>
<p>Dal libro <em><strong>Io cerco Jolanda</strong></em> di <strong>Adriana Maria Martino</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il capro espiatorio di Paola Pica</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 18:08:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Pica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anteprima inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Blog degli Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Ebook]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri con dedica]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicato dagli autori]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/02/capro-espiatorio.jpg" alt="" height="150" />“Come, come?&#8230; Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”. Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="vs-topic" topic="Il capro espiatorio di Paola Pica" link="http://www.blogdegliautori.it/paola-pica/il-capro-espiatorio-di-paola-pica/"><p><a rel="attachment wp-att-4967" href="http://www.blogdegliautori.it/paola-pica/il-capro-espiatorio-di-paola-pica/capro-espiatorio/"><img class="alignnone size-full wp-image-4967" style="border: 1px solid black;" title="capro-espiatorio" src="http://www.blogdegliautori.it/wp-content/uploads/2010/02/capro-espiatorio.jpg" alt="" width="262" height="380" /></a></p>
<p>“Come, come?&#8230; Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.<br />
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.<br />
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.<br />
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.<br />
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni.  Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.<br />
Non era nuova a scoperte come questa.  Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.<br />
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.<br />
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.<br />
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”.<span id="more-4968"></span></p>
<p>***</p>
<p>Brano tratto dal libro <a href="http://www.manualedimari.it/portal/narrativa/anteprima/il-capro-espiatorio-di-paola-pica" target="_blank"><strong>“Il capro espiatorio”</strong></a> di <strong>Paola  Pica</strong>, recensito da <strong>Nicla Morletti</strong> nel <a href="http://www.manualedimari.it"><strong>Portale Manuale di Mari</strong></a>.</p>
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