L’uovo di Rodolfo Viezzer

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L’uovo di Rodolfo Viezzer

Preludio -

Ricostruirà il mondo, questa volta perfetto.
Dato che il Male ha avuto il tempo di annidarsi in ogni dove, d’usurpare lo spazio e il tempo al Bene, prima di ricostruire dovrà essere distrutto tutto.
Da ogni fessura sarà espulso il Male. Non ci sarà più alcun difetto di fabbricazione. Questa volta porrà maggiore attenzione, il Male non verrà nemmeno prodotto, creato.
Ora sa che la minima infinitesima briciola di Male non ha altra scelta che quella di prendersi tutto.
È la sua natura.
In realtà stando fuori dal tempo e dallo spazio non se ne impossessa, già sono suoi. Li attraversa da una parte all’altra, facilmente anche da dentro a fuori. Come faremmo noi con un disegno su un foglio di carta.
Non si ferma, e l’entropia maligna, nel caso del mondo migliore, rimane uguale a sé stessa.
Questo cancro che mangia la carne sana, s’impossessa di essa, la divora, e boccone dopo boccone ne sente il sapore e gli sale alla testa.
La consuma irreversibilmente.
La carne usata non ha più memoria. Quella che si è lasciata corrompere non può più essere salvata.
La prima cellula colpita si difende ma se soccombe non vi è più freno. Colpire una cellula significa colpirle e averle già uccise tutte.
Uccisa una persona, una in più non fa differenza.
La distanza tra nessun morto e un morto è incommensurabile, infinita; quella tra un morto e un milione di morti è commensurabile, pari a un milione.
Vincere risulta facile al Male se ha corrotto un solo essere umano.
Uccidere un solo essere umano significa averli già uccisi tutti.
La strage di un solo essere umano. [Continua...]

Quel che resta del tempo di Daniela Quieti

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Quel che resta del tempo di Daniela Quieti

Quattro passi in un’antica città -

Venite nella mia città! Vi aspetto, all’imbrunire, sul nuovissimo “ponte del mare”, l’agile capolavoro urbanistico che unisce le due riviere di Pescara: la nord e la sud.
Vi terrò impegnati un paio d’ore, il tempo di una passeggiata… promesso!
Prima di muoverci, diamo “uno sguardo dal ponte”… verso le montagne… le cime del Gran Sasso disegnano nel rosa del tramonto il mirabile volto della “bella addormentata”.
Se spostiamo lo sguardo sulla sinistra, ci emoziona e intimidisce il massiccio della Majella, la Montagna Madre.
Sotto di noi i pescherecci risalgono il “vetus flumen” dopo una lunga giornata di lavoro. I pescatori ci salutano e noi ricambiamo il loro saluto.
Nel porto turistico galleggiano pigramente gli yacht e le sartie tintinnano al vento. L’orizzonte è sconfinato nel verde Adriatico e la città offre una pigra immagine della sua spiaggia, dei suoi palazzi, delle sue colline. Non lontana la stele del teatro D’Annunzio.
Scendiamo verso Piazza Italia. [Continua...]

Passione e tormento di Paola Brambilla

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Passione e tormento di Paola Brambilla

La ragazza avanzava con fatica stringendosi al collo le falde dell’ampio mantello scuro; sovente si voltava indietro, nel timore di veder comparire qualcuno che la riconoscesse, ma ormai la luce del crepuscolo aveva lasciato il posto alle prime ombre della sera, che l’avrebbero aiutata a celare maggiormente la sua identità. Non aveva paura che gli scagnozzi di suo padre la riportassero a casa, perché era stata attenta, e aveva pianificato la sua fuga nei minimi particolari; in ogni caso nessuno si era accorto della sua partenza alle prime luci dell’alba; non aveva portato niente con sé, solo gli abiti che indossava, una piccola cesta, contenente una bottiglia di latte, delle fette di pane, tre arance e, nelle tasche, pochi spiccioli. Al collo però, appeso a una catenina e nascosto sotto il vestito, portava il suo ricordo più prezioso, di cui nessuno era a conoscenza: un rubino, sangue di bue, tagliato a forma di cuore incastonato in filigrana d’oro. Lo aveva ricevuto in regalo dal suo uomo, il giorno del suo diciassettesimo compleanno, ma non aveva potuto mostrarlo a nessuno; quindi nessuno avrebbe sospettato niente, poiché da casa non mancava nulla. Inoltre, difficilmente i domestici la vedevano; se ne stava quasi sempre rintanata nei suoi appartamenti sino alla sera senza che qualcuno la disturbasse, se non su sua esplicita richiesta; pertanto la sua scomparsa sarebbe stata scoperta solo quella stessa sera e perciò aveva ormai parecchio vantaggio. Ma quanta strada aveva percorso, non lo sapeva. Dei settantacinque chilometri che la separavano dalla sua meta, non avrebbe saputo dire quanti ne aveva già percorsi, sapeva solamente che le sembrava di camminare da una vita intera. [Continua...]

Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana

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Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana

Da “Il Grande Berbero” -

Affondavo gli alti stivali di caucciù con un piacere quasi morboso nell’erba fradicia che mi sfiorava le ginocchia. Di volta in volta mi giravo a guardare la lunga scia di orme che mi lasciavo dietro, come se stessi correndo nella savana inseguito da qualche belva. E il cuore mi batteva forte solo a pensare che potesse essere vero.
Era inverno e aveva piovuto abbondantemente. Pozzanghere costellavano il terreno dove mi ero avventurato prima di arrivare sul prato e mi ero divertito a far schizzare l’acqua fangosa. Mi sentivo felice al punto di sentirmi in sintonia con la natura.
La campagna! Avevo scoperto di amarla da quando i miei genitori mi avevano rinchiuso in collegio a Biserta.
Era stato uno strappo profondo ma necessario dicevano loro. Tagliato il cordone ombelicale che mi legava ai miei affetti, alla mia casa, avevo imparato ad affrontare le avversità da solo, a conoscere un mondo ostile, quanto meno insensibile alle mie paure, ai miei desideri. Insomma, i miei privilegi di figlio di papà lontano da casa si erano di colpo rivelati molto fragili. Per consolarmi loro sostenevano che dovevo pure farmi le ossa, che la vita non è una sinecura, che i soldi non cadono dal cielo e bisogna sudarseli, e altre amenità del genere. E per finire un esempio illuminante: anche Rockefeller aveva costretto il figlio a lavorare come operaio in una delle sue fabbriche, per “farsi le ossa”.
Era un mese che non tornavo a casa e volevo godermi ogni minuto di libertà, fino all’ultimo triste giorno delle vacanze natalizie. Respiravo l’aria umida, pungente di quella fredda mattinata e correvo in mezzo alla lussureggiante vegetazione del prato, dietro casa, che d’estate invece era un immenso e ondeggiante tappeto di papaveri rosso sangue. Mia madre era talmente innamorata di quella distesa purpurea che s’infuriava quando per seguire il mio cane Barry, che correva appresso a qualche lepre, la calpestavo, ignaro di compiere, ai suoi occhi, uno scempio.
Mi fermai al recinto dei cavalli, dietro le scuderie. [Continua...]

Petali Rossi di Robert

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Petali Rossi di Robert

Un piccolo mondo di rose -

Un bel giorno sbocceranno le rose
Nei miei sguardi, ad ogni tuo sorriso
Mi chiamerai l’uomo delle rose
Iride di verità saranno i miei occhi
E lunghi remi le mie mani
Tra le onde di riccioli scuri.
Un bel giorno, che non c’è stato
Ti porterò in riva al mare
Indomita Principessa dei sogni
Seguendo una passerella di riflessi di luna
Ti mostrerò un regno segreto
Dove un abbraccio vale mille parole
E un dolce bacio infinite poesie
Dove l’attesa fremente
E’ una scala verso l’eternità
Donandoti in versi muti
Quel piccolo mondo di rose
Del sentimento che non si nomina
Ma nel nostro cuore si stringe forte
Parole non dette come mai dette

*** [Continua...]

La ragazza del treno di Federico Fontana

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 La ragazza del treno di Federico Fontana

Dalle prime pagine -

Ci sono momenti in cui la vita sembra ristagnare, in cui gli eventi che segnano il nostro cammino sono incanalati verso una direzione già tracciata. Poi un giorno, improvvisamente, può capitare che quel cammino cambia rotta. Un viaggio, un incontro casuale ed eccoci su una nuova strada, sconosciuta e misteriosa e per questo intrigante.
Tutto cominciò un venerdì mattina su un treno diretto a Bologna e che mi avrebbe portato verso un nuovo destino…

Il viaggio

Dal finestrino della carrozza della metro, che al solito strabordava di gente, riuscivo a malapena a scorgere la scritta “Termini”. A fatica con il bagaglio ben stretto in mano, mi avviai verso l’uscita, tra una miriade di gambe e ascelle pezzate, riuscendo grazie al mio fisico asciutto a schizzare velocemente fuori, imbattendomi in una coda di persone dirette verso le scale che portano all’ingresso della stazione ferroviaria.
Affrettai il passo. Dovevo prendere il treno per Bologna. Lo scopo di questo viaggio che già da tempo avevo in mente di effettuare, era l’incontro con una ragazza conosciuta su Internet. Incontri che di questi tempi, con l’uso sempre più ricorrente dei social network, erano piuttosto di moda.
Era da oltre due mesi che quasi tutte le sere, prima di andare a dormire, mi collegavo su Messenger, e puntualmente verso le 23.30 “mi incontravo” con desiderya81, questo era il nick di Tania.
Non amo troppo le chat: trovo dispersivo passare ore davanti a uno schermo e una tastiera a scrivere stronzate o a cercare di attaccare discorso magari con maniaci che rispondono al nome di diavolessa85, formosa28 o bambola80. Ma lungi da me prendermela con gli habitué di questi incontri virtuali. [Continua...]

Silenzi d’amore di Caterina Guttadauro La Brasca

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Silenzi d’amore di Caterina Guttadauro La Brasca

Con la valigia in mano, mi sentivo un’emigrante che tornava a casa. Ogni pietra di quella facciata, per me, aveva impressi, come calchi, un viso, un sorriso, un pianto. A tenerle unite era stato l’amore che, come il cemento, aveva reso saldi i pezzi delle nostre vite.
Entrai e cominciai a salire i gradini di marmo scuro che accoglievano i miei passi lenti e cadenzati.
Appoggiandomi alla ringhiera in ferro battuto respiravo aria di casa, mi sentivo alitare sul collo il gattino soriano che, da bambina, portavo in braccio e, nello stesso tempo, la parte più vigile di me sapeva che tutto questo era passato. Sentivo profumi di donne acconciate che si davano l’ultimo tocco prima di uscire, odori di pietanze che avevano insegnato al mio palato la bontà e il gusto. Quelle scale erano la galleria del vento della vita che dall’intimità mi conduceva fuori. Attraversandola assumevo contegno oppure sorridevo gioiosamente all’idea di chi avrei visto appena uscita. Erano tutte presenze che sentivo vicine, compagne di tante avventure che, negli anni, erano diventate ricordi.
Al primo piano, due gradini da scendere, di cui uno sconnesso. Quanti attentati al mio equilibrio quando andavo di fretta, quando la vita era una corsa a volere, a sentire di più, nonostante il tempo da vivere fosse tanto.
Ora salivo piano, non c’era fretta, volevo accorgermi se tutto ciò che ricordavo era esattamente quello che ritrovavo: due stanze, di cui una grande, dove trascorrevamo la maggior parte della giornata. Al centro, una grande tavola in noce, di quelle smerlate con due ripiani nascosti sotto; il copri tavolo in velluto di vari colori che, due volte al giorno, veniva sostituito da candide tovaglie per il pranzo e per la cena.
Noi piccoli eravamo sempre gli ultimi ad arrivare e, qualche volta, non ci era concesso di sederci perché dovevamo, dopo aver mostrato le mani, ritornare a lavarle, non erano perfettamente pulite, e 1′esortazione a farlo era categorica per quanto muta; si evitava così la sgridata per non rompere 1′aria di raccoglimento, la voglia di riunirei attorno ai piatti fumanti, aspirandone il profumo che accentuava la salivazione. [Continua...]

Il nuovo sistema di Guido de Eccher

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Il nuovo sistema di Guido de Eccher

Capitolo I -

Di normalità si cominciò a parlare poco dopo che si fu insediato il nuovo governo. Pareva che quel termine si attagliasse perfettamente alla caratura politica e anche morale del nuovo premier. Il suo discorso alla Camera in occasione del voto di fiducia fu tutto improntato, per la verità, più sul termine “normalizzazione” che su “normalità” tout court. Fu però quest’ultima parola a ottenere piena cittadinanza nei discorsi della gente, forse perché “normalizzazione” sembrava una parola troppo tecnica, troppo impegnativa. Normalizzare sottintendeva un’azione diretta contro certe pratiche del passato, certi comportamenti, quelli che avevano portato il Paese sull’orlo del baratro. La gente invece voleva il ritorno della normalità, nell’ accezione di una vita da condurre senza soprassalti di moralismo, senza troppi interventi che stravolgessero l’esistenza delle persone. Chiedevano in fondo quello che in ogni Paese e in ogni epoca era sempre stata l’aspirazione suprema della stragrande maggioranza: vivere senza troppi pensieri, conducendo le proprie attività in modo tranquillo, godendo dei piccoli o grandi piaceri che ci si poteva concedere lasciando che altri si occupassero, ma senza dare troppo fastidio, dei problemi generali. Normalità significava anche criticare il governo, esprimere opinioni contrarie, ma con la convinzione che si trattasse di un “normale” esercizio dialettico di chi, comunque, non poteva esimersi dal seguire regole dettate dall’alto.
Dopo pochi mesi la parola “normalità” estese la gamma dei propri significati. Si passò dall’aspirazione largamente condivisa a vivere con tranquillità a quella di un’esistenza nella quale fossero banditi i pensieri dissonanti, di qualsiasi genere. Non si sa come successe, ma a un certo punto essere “normale” cominciò ad assumere delle connotazioni diverse rispetto a quelle del passato. lo credo che a ciò avessero contribuito molto gli interventi del governo contro certe frange della popolazione che, contrariamente alla maggioranza, non aspiravano alla “normalità” nel significato che era largamente inteso. [Continua...]

Il silenzio dell’anima di Adalgisa Licastro

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Il silenzio dell’anima di Adalgisa Licastro

Dal Capitolo I -

Sario era solito portare con sé quella strana carriola che fungeva d’armadio; servendosi di un bastone, vi aveva legato due appendipanni: uno per il suo cappotto quando era estate, l’altro per l’abito nuovo che teneva in serbo da quando zio Domenico, buonanima, glielo aveva fatto cucire.
Aveva trovato quel carrello fuori dal recinto del supermercato e, da allora, l’avervi riposto le sue povere cose, lo faceva sentire un re.
Era stata una vera fortuna poterlo avere, specialmente quando la signora Masa, lo aveva cacciato dal “buco”, quella piccola stanza dalle pareti verdastre di muffa e l’intonaco sfaldato, tremolante ad ogni passaggio del treno.
Per Sario lasciare quella casa era stata una grande perdita, ma Masa non aveva avuto pietà. “Tu non paghi, vecchio furfante! E a me servono i soldi, dunque, vai fuori dai miei piedi!”
Aveva detto, urlando. Sario, senza battere ciglio, aveva radunato le sue cose sull’insolito attrezzo e portato con sé tutto il suo mondo: un piumino ingiallito, una coperta rosa di vera lana, una tela cerata grande quanto un lenzuolo, uno spezzo ne di gommapiuma, tanti cartoni doppi, strofinacci, salviette, maglie e calzoni con tante toppe che aveva messe tutte da sé.
In fondo al carrello, riposta con estrema cura, una scatola di latta legata con un nastro rosso e ricoperta da una custodia di cellofan. Aveva vagato per la città, ma solo dopo aver superato il ponte che porta alla tangenziale diretta a Torino Nord, a ridosso del primo cavalcavia, aveva trovato uno spazio protetto dove potersi fermare.
L’aria tiepida di quella notte settembrina, il cielo punteggiato di stelle gli davano un’insolita euforia ed un profondo senso di libertà; lasciandosi trasportare da quell’onda d’inaspettato benessere, non osava porsi interrogativi sulla vita, sul suo domani. [Continua...]

Piccola blu di Adalgisa Licastro

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Piccola blu di Adalgisa Licastro

Capitolo I -

«Alibranda, Alibranda!! Non ci sentir Mi sgolo a chiamarti e tu non dai segno di vita!» urlò Janette, ormai fuori di sé.
Da qualche tempo era particolarmente irascibile, ma quella sera era, a dir poco, intrattabile. «Che succede, signorina?» rispose la donna con voce affannata.
In poco più di vent’anni aveva fatto e rifatto migliaia di volte quei quattro gradini che dall’enorme soggiorno conducevano alla camera da letto dei signori Lionetti e della figlia Janette.
Sebbene godesse di ottima salute, Alibranda accusava una grande stanchezza esasperata da una routine pressante. Janette, la sua pupilla, era esigente e quando aveva “le lune di traverso” diventava insopportabile. Prima di essere la governante di casa Lionetti, la donna aveva avuto cura della famiglia d’Aubignè, a suo tempo imparentata con re Luigi XIV e appunto per questo, conosceva bene le regole del “bon ton” ed esigeva che la sua prediletta le rispettasse.
I signori Raja e Poldo facevano parte di una borghesia benestante che vantava origini tra professionisti: medici da parte di Soraja Valenti, giudici e notai dal ramo Lionetti. Per quanto Poldo fosse un uomo rispettoso delle tradizioni di famiglia e molto legato al suo passato, mostrava entusiasmo e curiosità verso ogni trasformazione innovativa. Soraja d’indole dolce e accondiscendente, ascoltava con rispetto le parole del marito anche se, al momento opportuno, non mancava di dire la sua, mettendo fuori guizzi repentini di una personalità fermissima e ben determinata. Nei periodi in cui Poldo non aveva occhi e orecchi che per il lavoro dei suoi avviatissimi studi notarili, lei passava intere giornate al pianoforte, suonando musiche di autori noti o producendo melodie che scaturivano dalla sua mente e dal suo cuore e restavano di passaggio sulla tastiera e nell’aura della casa.
A Janette che le chiedeva di suonarle ancora, Raja rispondeva che il vento le aveva portate lontano. Le piaceva creare melodie e concedersi la gioia di produrne sempre nuove, anche se il suo diploma di composizione le avrebbe permesso di fissarle sul pentagramma. [Continua...]

I prati della mucca pazza di Giorgio Bianchi

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Studi classici. Matematica arrogante. Antipatie. Il fascino della filosofia -

Il ragazzo era seduto in soggiorno di fronte al padre.
Aveva un atteggiamento deciso mentre giustificava la sua scelta.
«No, a me non piace. La matematica non la capisco. Faccio già fatica adesso nella scuola media. Se non avrò il massimo dei voti, sarà proprio per quella materia arrogante.»
«Arrogante?» chiese il padre sorridendo «come si fa a dire che la matematica è arrogante? Si può dire di tutto della matematica, ma francamente… arrogante mi sembra fuori luogo.»
«Già l’aritmetica delle elementari non la potevo soffrire. Teoremi, convenzioni, leggi rigide, non c’è spazio per discutere.»
«Lorenzo, mi sembra che tu abbia torto. Come ci può essere spazio per la discussione quando si è alla presenza di leggi dimostrate scientificamente?»
«A me piace discuterle le cose. Non mi va che tutto sia già fissato dagli altri.»
«Dagli altri? Ma sono i massimi geni dell’umanità. Vuoi metterti a discutere con Pitagora, Talete? Hanno già detto tutto loro.»
«Allora io che ci faccio in mezzo? A scervellarmi per capire quello che hanno detto? Per arrivare a conclusioni che sono già scritte e dimostrate e non m’interessano?»
«Non t’interessano, ma reggono il mondo. Questa casa sta in piedi perché è stata costruita secondo tecniche che derivano da formule matematiche.»
«Va bene, io non m’interesso della matematica e lascio costruire le case agli altri.»
Nelle discussioni con Lorenzo l’atteggiamento del padre era sempre misurato e calmo. Ciò consentiva ogni tipo di contestazione, ma nello stesso tempo ne riduceva l’effetto, essendo difficile trovare punti deboli nei suoi ragionamenti.
«La matematica offre soluzioni che sono frutto di logica. [Continua...]

Girotondo intorno a noi di Nadia Meriggio

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Una birra in compagnia -

La partita ha inizio -

Una partita di pallapugno si compone, al massimo, di ventuno giochi. La prima squadra che arriva a undici vince la sfida. Le fasi in cui si divide una partita mi fanno pensare alla storia della nostra vita: dapprima si posizionano le “cacce”, cioè si fissano gli obiettivi da raggiungere. Poi si cerca di conquistarle. Ci si può riuscire oppure no e questo dipende sia dai nostri sbagli personali sia dalla fattibilità dell’obiettivo che ci siamo posti.
Non importa come ti chiami e dove vivi, che lavoro fai e quali sono i tuoi progetti per il futuro. Non importa se tu pensi di essere una persona qualunque perché ognuno di noi può raccontare la sua storia. E non è detto che quelle che ci appassionano di più siano proprio quelle meno simili alla nostra esperienza personale.
Il momento in cui sboccia un nuovo amore è straordinariamente magico. E’ la fase più affascinante del sentimento più dolce del mondo. E’ uno stato di beatitudine che, purtroppo, si risolve nell’arco di poche ore. Quando ci si da’ appuntamento alla prossima volta, questo alone di tenerezza svanisce lasciando il posto alla consapevolezza che si è incontrata una persona speciale e, qualunque cosa accadrà in seguito, non si riattraverserà mai più quel sentiero d’indecisione che si è percorso per conquistare chi ci piace.
Sarebbe bello catturare l’istante in cui sboccia un nuovo amore e poi riviverlo una, due, tre, dieci e anche più volte per scandagliarne tutti gli angoli. E, invece, ci si imbarca in un’avventura splendida e misteriosa allo stesso tempo. Quando sboccia un nuovo amore non si può sapere se sfiorirà dopo poco tempo o si trasformerà in una bellissima pianta sempreverde. Eppure, ogni volta, si rivive quell’intensa magia con dolcezza e felicità perché l’amore è un dono meraviglioso e rifiutarlo sarebbe davvero sciocco.
Ma il nostro cuore, chissà perché, si riempie anche di solitudine. Nonostante accanto a noi ci siano tante persone (amici, colleghi, parenti), ci sono situazioni in cui possiamo trovare solo dentro noi stessi la risposta che cerchiamo.
C’è un girotondo tutto intorno a noi. Una moltitudine di gente ci circonda ma il fatto che questo si svolge intorno a noi vuol dire che non ne facciamo parte. C’è tanta gente intorno a noi ma siamo comunque soli.
Una perdita, un abbandono, un dolore forte sono momenti difficili per tutti ma per trovare la via d’uscita possiamo contare solo su noi stessi. Il conforto di chi ci è vicino è preziosissimo ma, da solo, non basta a risolvere la situazione. Ognuno di noi ha tempi e modi di reazione differenti a eventi simili e lo stesso episodio viene vissuto in maniera diversa da soggetto a soggetto. [Continua...]

Il giardino degli dei di Nadia Meriggio

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CAPITOLO VIII -
La tortura mentale -

Fui distratta dalle mie constatazioni dall’aprirsi della porta ermetica della cella. Entrarono Caio Serpido e due guardie.
“Oggi visita oculistica. Il sorteggiato è il numero 547921” esordì perfidamente.
Gli altri si guardarono tra di loro per scoprire, dalle reazioni del volto, di chi si trattasse. Io mi astenni da questa pratica perché sapevo già di chi si trattava: il numero 547921 ero io. Ingoiai una delle pasticche che mi aveva dato Casimiro Dolphin. Volevo verificare di persona la loro potenzialità. A questo scopo mi sembra giusto chiarire che non si trattava di una droga ma di un concentrato di vitamine e sali minerali che rende l’organismo più forte.
“Alzati!” ordinò Caio Serpido. Le due guardie mi sollevarono di peso e mi condussero in una stanza al piano di sotto, nonostante le mie proteste. Con la forza mi legarono a una sedia molto simile a quella utilizzata dagli oculisti ma io sapevo con assoluta certezza che non si trattava di una visita ma di qualcosa di diabolico. Mi misero in testa un casco munito di visore e diffusore acustico. Da quel momento chiusi gli occhi e non li aprii più fino a quando non mi tolsero quell’apparecchio.
Caio Serpido, dopo aver acceso l’altoparlante in modo che tutti, sia all’interno dell’edificio che in ogni città di Magicland potessero udire, spiegò cosa sarebbe accaduto a tutti i ribelli:
“Io, Generale Caio Serpido, autorizzo l’esimio scienziato Cornelio Crudens ad avviare la procedura 666 approvata dall’unico imperatore del regno di Magicland, Sua Maestà Brutus Kroeger. Vi spiegherò brevemente in cosa consiste questa nuova punizione riservata a ribelli, disertori, anarchici e a tutti coloro che non condivideranno le opere e le idee di Sua Maestà Brutus Kroeger, unico essere pensante. Il condannato viene immobilizzato su una sedia con in testa uno speciale casco, il brevetto 666 che, in un’ora, bersaglia il reo di immagini, suoni, voci, informazioni che costringono la sua memoria ad imparare tutto il sapere che può essere contenuto nel più grande computer del mondo, sia di Magicland che di Osmond. Voi sapete che ciò è umanamente impossibile. Questo eccessivo sforzo provocherà, entro cinque ore dall’avvio della procedura, l’esplosione del cervello del condannato. Dottore, avvii la procedura.”
Io non sentii questo discorso poiché, anche se la procedura non era ancora stata avviata, ero già isolata tramite il casco. Udii queste parole solo alcuni giorni dopo e mi sentii male sapendo quale sarebbe stata la mia fine se qualcosa, in quel bislacco ragionamento, non avesse funzionato. [Continua...]

Se fossi lei di Claudia Piccini

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Mentre salivo, contavo gli scalini.
Sono settantadue, alti e stretti, quasi una scalata in alta montagna.
Sentivo i battiti accelerare.
Il tassista mi aveva lasciata vicino all’angolo, proprio accanto al parco dei Castagni. Non conosceva la via, avevo dovuto indicargli la zona. 125 euro.
L’uomo mi guardava strano, forse perché indossavo un tailleur grigio scuro e un paio di scarpe col tacco in pelle lucida, abbigliamento certo poco consono a quel luogo.
Faceva freddo , ma era lì la pace necessaria a riassettare i ricordi, e ricostruire una vita e forse più di una…
Indossavo una maglietta turchese quando lei disse:
«Sarà sempre quella nota in più… Sarai sempre quella nota in più».
Quella nota in più… Non focalizzo bene i particolari…
Quando mi sveglio c’è come una nebbia intorno ai ricordi che crea una gran confusione. Mi capita almeno una volta al mese, anche più spesso, e aperti gli occhi ho lo stomaco in gola, il cervello dentro gli occhi.
«I sogni sono ciò che noi abbiamo vissuto o vorremmo vivere, o forse son quello che non siamo e non vorremmo essere o il contrario…» ha detto la dott.ssa Bengali la prima volta che mi ha vista, insomma ha fatto già dall’inizio un gran casino.
Sono andata da lei solo per un disagio “interno”, come lo ha definito, attacchi di panico improvvisi senza un’apparente causa, e solo dopo abbiamo parlato del mio sogno.
Credo di averla appassionata, dice che sono un caso particolare e che un giorno ricorderò tutto. Per adesso però è il vuoto, c’è solo la nebbia, una maglia turchese e un volto che non riconosco.
«Ogni cosa ritorna al suo posto, anche i sogni» mi ha rassicurata la dottoressa. [Continua...]

La tua strada è la mia di Maria Bruno

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PROLOGO -

Il gatto appisolato sullo scialle, schizzò via come morso da una tarantola, ai primi inquietanti segnali, facendo rovesciare il catino dell’acqua che  si riversò lungo la stanza. L’uomo balzò a sedere, cercando di mettere a fuoco il volto della donna stesa  accanto a lui, attraverso la luce che filtrava dalla strada; questa aveva gli occhi spalancati ed il suo corpo cominciò a raggomitolarsi su sé stesso mentre un lamento stridulo e monotono riempiva la stanza. Il suono cantilenante  accompagnava i brividi che la scuotevano e gli occhi rimanevano sbarrati. – : Che vedi Felicia ? Ma non ebbe risposta.
Un luogo senza spazio e senza tempo accoglieva un bimbo adagiato tra i fiori; le ombre giunsero improvvise, le zanne ben visibili nelle bocche fameliche. Il bambino! Il bambino! I fiori volavano via mentre tutto si oscurava; risate  aggredivano le orecchie di Felicia che le copriva con le mani. Chi ride?  Dov’è il bambino?   Basta! Basta! Un attimo e tutto svanì; Felicia si tirò addosso la coperta fino al mento, scossa da brividi.
L’uomo aveva seguito la scena pressoché impassibile; era ben noto che sua moglie fosse strana con la mania dei sogni premonitori, si limitò ad accertarsi che si fosse calmata. -: Tutto bene, donna?  Quella rispose mestamente. -: Ho timore che qualcosa di brutto stia per succedere, credi che sia il caso di parlarne alla signora Fernanda? -: E che le racconti, che fai i soliti sogni? Spazientito e desideroso di tornare a dormire, l’uomo continuò. -: Più nessuno ti prende in considerazione. Dormi e scordatene, cerca di non renderti ulteriormente ridicola.
Felicia chiuse gli occhi per cancellare le immagini che le erano passate davanti, sentendo nel cuore che non si sbagliava: un dolore profondo stava per abbattersi sul loro quieto mondo, ma dove…non avrebbe saputo dirlo… [Continua...]

Il copista di Riccardo Alberto Quattrini

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Il campanello sopra la porta risuonò con quel suo tipico timbro di biglia caduta ma subito controllata nella sua discesa.
«Vengo!» disse una voce proveniente dal seminterrato «un attimo!» ripeté mentre prendeva tre grosse risme dallo scaffale e le sistemava sulle braccia. Prese a risalire la scala a chiocciola che divideva il locale inferiore da quello superiore teneva, per abitudine, l’avambraccio destro appoggiato al corrimano, per bilanciare la risalita. «Eccomi», disse e uscì dall’ultimo cerchio che lo riportò al piano del negozio. Una giovane donna sui trent’anni era appoggiata al lungo bancone, aveva posato sopra di esso una borsa di cuoio marrone. Attendeva.
«Buongiorno», le disse l’uomo appoggiando le tre risme di carta sul banco, «che posso fare per lei?» le chiese mentre dalla radio appoggiata dietro il banco Robbie Williams cantava:

First you say you want me
Then you don’t want me really
Baby do I scare you
Am I talkin’ too freely.

L’uomo la spense scusandosi con la giovane donna. Lei, con una voce chiara, gli disse che poteva lasciarla pure accesa, la musica non le dava fastidio, anzi. L’uomo la riaccese.

I got no perspective
On the things that you lack
Baby I don’t care
Just lie on your back

Riprese a cantare Robbie Williams.
«Vediamo se mi può aiutare», disse la giovane donna, mentre apriva la borsa e ne cavava una cartella rossa trattenuta da un elastico cui l’uomo diede una rapida occhiata. Tuttavia in quel momento, inspiegabilmente, si sentiva più attratto dallo sguardo di quella giovane donna, senza riuscire a spiegarsene il motivo. Non che fosse stato colpito per la sua particolare bellezza. Era magrissima, molto alta, i capelli neri, ben pettinati, un cappotto chiaro chiuso alla vita da una cintura che ne rimarcava ancora di più la snellezza. Teneva la testa in una certa posizione, leggermente inclinata verso destra, come se volesse percepire meglio tutti i suoni circostanti e, gli occhi, che sembravano l’ombra di un colore precedente, pareva avessero sofferto. «Ecco», disse mostrandogli dei fogli con dei puntini strani impressi sulla pagina. «Le dico subito che non è una scrittura primitiva; è solamente scritto in braille perché io sono cieca», lo disse come se per lei l’essere cieca fosse una cosa naturale. [Continua...]

Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic? di Samideano

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Un appello impastato di nostalgia e di speranza, una sorta di preghiera a ignoti, riecheggiò su internet per un tempo esteso, lanciato da un signore sconosciuto a Facebook: un certo Samideano. L’appello costituisce, per cosi dire, l’incipit della storia che qui si narra, e pertanto lo riportiamo fedelmente. Eccolo.

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri.
Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.
La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di particolare sensibilità e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse. [Continua...]

Assenza giustificata di Donatella Appoloni

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Punto e… -

30 giugno 2009 -

Non è possibile, incredibile, non è da me, neppure adesso riesco a commuovermi. Era un momento che aspettavo come l’effettiva, la definitiva conclusione, l’ultimo Collegio docenti… l’ultimo della mia vita… i ringraziamenti della Preside… l’applauso dei colleghi… il mio discorso di commiato…
E invece non una lacrima (alle quali peraltro sono alquanto avvezza), non un cedimento, non un pensiero malinconico… Che cosa mi sta succedendo? Non sono più io…
O semplicemente ho preso la decisione giusta, nel momento giusto della mia vita.
Ecco, forse è così. Ed è tanto vero che è così che, ascoltando il discorso che la preside fa per l’occasione, falso ed egocentrico (come lo è sempre stata lei), tanto sdolcinato quanto gelido nelle sue espressioni formali e convenzionali, io non ho neppure l’impressione si stia rivolgendo a me, riferendosi al mio operato, alla mia serietà, alla mia esperienza, ma ad un altro da me.
Perché io mi sento già fuori dalla scena e ne sono felice, non più burattino nelle mani di questo o quel ministro, ho tagliato i fili e sono libera, libera.
C’è un altro collega nella mia stessa situazione, che esordisce dichiarando di essersi preparato due parole da dire per la circostanza. Ripercorre con la memoria gli anni di lavoro, esprime i dovuti ringraziamenti.
E poi tocca a me. [Continua...]

Il compito di Clara di Alessandro Faino

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Alcuni mesi dopo -

Quando sento accendersi le ceneri della malinconia e una coltre gelida mi avvolge l’anima, faccio visita al rudere di una torre saracena. Là il mare calmo della calanca lambisce la costa pietrosa. Siedo sopra uno scoglio a osservare lo specchio luccicante e ammiro il profilo acqueo che disegna, con la linea dei ciottoli emersi, un contorno perfetto. E avverto che così non mi appare la vita. Non un solo confine tra felicità e dolore, un limite marcato fra bene e male, non un solo segno che divida le opposte cose.
Ritorno oggi alla torre antica dopo settimane. L’aria del pomeriggio è tersa e la tramontana, rara comparsa in questo angolo di Puglia ionica, ha sferzato l’orizzonte ripulendo il cielo fino all’ultima nuvola. L’inverno quest’anno è duro a morire pure alle nostre latitudini. Il freddo graffia ancora mentre il calendario segna già il venti d’aprile.
«Giorgio, Giorgio!» mi urla qualcuno sporgendosi dalla ringhiera del lungomare.
«Ma da quant’è che non ti vedevo alla spiaggetta?»
Mi sollevo scrollandomi di dosso l’immagine dell’orizzonte marino e lo raggiungo abbracciandolo.
«Buonasera, Cesare. Come va?»
«La solita, caro mio! Ma non mi posso lamentare. Piuttosto, tu, che faccia che hai. Ma, ripensandoci, è quella che hai quando arrivi alla baia di Chiatona, di solito. Come sempre, se non passo io a offrirti il nostro mocaccino, come farebbe la malinconia a fuggire da quel cuore imbronciato?»
«È perché sei un amico, Cesare. Un vero amico. In fondo non vengo alla spiaggia di Chiatona per respirare l’odore del mare. Ci vengo per te.»
Ci scappa da ridere mentre il figlio del barista ci porta i mocaccini fumanti. Poi Cesare si fa serio. [Continua...]

Palpitanti emozioni di Giuseppe Sciascia

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Maledetta chiave -

Correva l’anno 1970. Erano le ore diciannove di una tiepida giornata primaverile, le ombre si allungavano, cominciava a imbrunire. Nella pista di pattinaggio e nel parco giochi, ricavati in un’area verde tra alberi secolari di varie essenze, alla periferia della città di Bonsur, capoluogo di una vasta provincia di una nazione del centro Europa, erano rimaste poche persone.
Una procace ragazza bionda stava riponendo i pattini a rotelle in una borsa sportiva.
«Sono Konrad,» le disse un bell’uomo di media età, elegante, con vestito grigio scuro a doppio petto, camicia bianca e cravatta blu, soggiungendo «dove abita?»
«A un paio di chilometri da qui, in via Fater» rispose lei.
«Ma guarda un po’ che combinazione, devo passare proprio da lì, vuole un passaggio? Ho l’auto parcheggiata giusto a due passi» disse lui, indicando con un braccio una lussuosa vettura sportiva rossa.
«Grazie, non si disturbi» si schermì lei.
«Si figuri, andiamo pure» incalzò lui avviandosi. E subito le chiese:
«Come si chiama?»
«Greta Smart» rispose lei, accondiscendente. Era tranquilla, non solo per le buone maniere di quella persona, ma anche lusingata di salire su quella bella macchina, pur se un po’ confusa per quanto le stava accadendo.
Partirono, ma dopo un breve tratto di strada lui si frugò nelle tasche e disse: «Per la miseria devo andare a pagare l’avvocato ed ho dimenticato il libretto degli assegni. Le dispiace se faccio una puntata fino a casa?»
«Abita lontano?» [Continua...]