Alla Musa

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Da un libro spoglio d’anima
ti trassi,
e provai quella gioia fiabesca
che da noi non si sa chiamare con alcun nome

Incanto

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Le rose e i tulipani
da cui il mio cuore trassi
ondeggian luccicanti
al suono dei tuoi passi
e al cuore, così soavemente avvilito,
non lasciano che cogliere
dall’aere profumato
la luce di tuoi occhi
le tue gioie nascoste
la polvere dorata
da cui è incantato

Argento (Arguron)

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Quest’uomo
ha occhi d’ambra liquida
e un sorriso da satiro
che viene dal Tempo,
e da quella terra
ove Marsia rideva
e gli dei consumarono
le loro battaglie.
Sulla sua pelle
un dio fra i tanti
stampò un arcipelago
di piccole isole,
di giorni e di nomi
che egli già conosce,
e ha attraversato
prima di approdare
sul margine inesplorato
del mio abisso.

Quest’uomo
si aggira cauto
come forestiero
tra dedali ombrosi
che passi di donna soltanto
nell’alba ospitarono,
tra le macerie di qualche amore
e una galleria di stinti ritratti
requiem per sogni
appena sfiorati.

Quest’uomo,
che crede nel destino
tra le sue mani stasera
culla la mia vita
ed i frammenti aguzzi
ad uno ad uno compone,
su trame di cristallo levigate
da una beffa di venti
e da quell’onda,
che dono imperscrutabile
e insidiosa compagna
fu al mio andare.
Inatteso il suo nome tintinna
- moneta d’argento -
sul duro selciato dei miei giorni.

Ad A.

Il dono del silenzio

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il silenzio
mi sveglia
e bisbiglio
silenzi

sussurra il silenzio:
“sei tu che mi svegli?”

già squilla
il silenzio
chi sogna
la sveglia
e suona in silenzio
un sogno da sveglio

E tu,
bimbo sveglio,
perché
non mi svegli?

il dolce risveglio
ha suonato in silenzio
ecco, tesoro,
un bacio
e un silenzio

Arturo

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Arturo, l’uomo dei sogni, vive all’Isola, un quartiere milanese diviso dal resto del mondo per via dei binari della Stazione Garibaldi. A questo status di separatezza dell’Isola contribuisce non poco piazza Freud. Luogo metafisico e vagamente onirico quest’ultimo, come le atmosfere da lettino sul quale giacciono incontaminate tutte le nevrosi del novecento evocate dal nome dell’inventore di quella religione laica che chiamano psicoanalisi.
Una piazza, dicevamo, ma sarebbe meglio dire un non luogo a procedere con sapori di fantasmi e macerie di dopoguerra e di ricostruzione infinita, eternamente in attesa di essere portata a termine. Eppure la ricostruzione c’è stata e si vede. Basta guardarsi intorno.
Se ne sta, così, ad almanaccare immerso nei suoi pensieri, Arturo, mentre cammina nell’aria fresca di un mattino di primavera guardando oltre il fascio di treni sottostante il cavalcavia Bussa. Da lassù il paesaggio urbano gli appare come un quadro stonato di De Chirico. Pieno di bitorzoli e di linee incongruenti e fin troppo razionali tanto da sembrare inutili nella loro banale e ovvia quotidianità. Osserva l’improbabile salmone accostato all’ocra scialbo e in falsetto di quelle due torri ubriache di luce e inebetite dal sole di marzo oltre che dallo sferragliare dei treni che attraversano le loro pance e ne fanno gruviera per riaffiorare oltre via Restelli e proseguire verso la Bicocca, la stazione di Greco e ancora, dopo Sesto, nel verde acquoso della valle del Lambro e della Brianza monzese.
Le guarda stupito, Arturo, quelle torri. E al volgere dello sguardo si trova a riflettere sul senso della vita e sulla strana mistica che deve avere ispirato architetti, geometri, ingegneri e urbanisti artefici di quell’ecomostro nel quale hanno sede l’Ata Hotel e le Assicurazioni Alleanza.
Guarda e sogna, Arturo. Quand’ecco un bouquet di capelli dal colore rosso fiero gli appare a incorniciare un volto di donna dalla bellezza ancora indomita e solare. Una visione, quasi una musica. Un piano e forte di Schubert e Chopin, o forse no, musica barocca, Henry Purcell e le Fairy Queen risuonano nell’aria.
E intanto dalla Comasina, lasciandosi Niguarda sulla sinistra, il traffico di auto, fatto di uomini e di cose scorre e s’inoltra come sempre dal ponte di via Farini verso i Bastioni, Porta Volta, Porta Garibaldi e il Centro Direzionale.
È il giovedì prima della Pasqua e Arturo, senza alcuna pretesa di sapere che cosa sta facendo, allunga il passo come per raggiungere quella che visione non è più, bensì donna lesta di gambe e carica d’incognite, di presagi e di promesse ancora oscure. Di stare sognando non è poi così certo, questa volta, Arturo. Così insegue la donna che ormai gli appare essere senz’altro la sua, là dove sogno e vita s’intrecciano, si spiegano, s’incontrano, si conoscono e sfumano l’uno nell’altra in una aurora prolifica d’immagini. La insegue e quasi le parla tanto è vicina. E sono entrambi già nei pressi del metrò di via Moscova.
Dalla stazione emerge la solita calca e viene loro incontro in modo sciatto. Sul marciapiede l’impagliatore di seggiole, il mendicante, varie ed eventuali.

Do maggiore! Squilla la suoneria di un cellulare: trombe e trombette polifoniche variamente accordate.
Si sveglia, Arturo: “Assicurazioni San Martino. Sono Arturo, buon giorno!”
“Buon giorno, Arturo, sono Amalia. Se scendi a trovarmi ho pronto il tuo stipendio.”
“Grazie, Amalia. Saluto un’amica e sono da te. Aspettami.”
“Fa’ presto, ti offro il caffè.”
Riattacca Arturo, si rituffa nel sogno, ma non trova la donna.
Dove l’ho persa? Moscova… San Marco o in via Brera?

Emozioni

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baciando la gola come labbra
accarezzano la schiena
annodano sciolgono librano
il cuore

accendono le mani
sulle braccia danzanti
i passi d’orme colorate
spennellando

guizzi salti fuochi soffi lingue
negli occhi
sorridenti sgomente splendenti
onde
come liquide maree
le spalle abbracciano

il sangue
pulsando.

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Gustav Klimt – Adamo ed Eva

 
.

Come un violino.
Tu, abile maestro
sfiori note di luoghi nascosti in me.
Toni sconosciuti, accenti profondi.
Sullo spartito della mia anima
componi una sinfonia trasparente,
in un crescendo di accordi
 schiusi in sciami di stelle
 
toccando
il respiro dell’incanto.
 
.

La Porta

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La porta dischiusa

par far passar vento

la luce soffusa

mi indica il tempo

trascorso fin ora

in un lieve torpore

che va dall’aurora

al calar delle ore

intesa di sguardi

un momento soltanto

sorrisi maliardi

si prospettano a incanto

ma è solo un istante

che tiene tenace

quel volto mirante

scompare e lì tace

la fonda memoria

di un giorno lontano

che segnò la storia

di un essere umano.

 

Alba

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La magia dei tuoi occhi
la tua mano che mi sfiora
e
l’alba che nasce
tra di noi.

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MONDO
[sazietà]
 
Attimi che scivolano lenti
Su passi condivisi a calpestare marciapiedi
A vivere aria e colori e incroci di volti sconosciuti
Calore del sole a bruciare sulla pelle
Il mondo che scorre intorno non lasciandoci illesi
 
Gli occhi nostri a sfiorarsi e poi fondersi
E movimenti ritmati di gambe e di braccia
Nell’attesa del suono della chiave
Che per sei volte gira nella toppa
Ed il mondo chiuso fuori
 
Guscio intimo e disteso
Crollo di membra sul morbido letto
E il tuo sorriso che mi riempie il cuore
Quando ti avvicini e ti stendi accanto
Mi attiri contro
E sono le tue braccia, ora, l’unico mio mondo
I battiti del tuo cuore, il mio respiro
- 4 luglio 2006 -
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CONQUISTA
[e fiducia]
 
Inseguimi
con la curiosità che varca i confini della mia carne
Invadi
il mio spirito
Conquista
la mia anima
Possiedi l’insieme
il sangue e la pelle
la mia pancia con i suoi istinti
le lacrime ed i sorrisi che sai leggere nei miei occhi
Entra e fidati dei battiti
del tremore del mio cuore
che pavido ed impavido
ti ha cercato
Da sempre
- 13 giugno 2006 -
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PRIMA STELLA

[averti accanto]

Esco dall’ipermercato, tra la gente che cammina veloce. Amo la vita che corre. In questo momento, soprattutto.

Sta scendendo la sera. Tra le nuvole che nel cielo si inseguono mosse dal vento, intravedo chiara la luce. Presagio di luna piena da poco sbocciata e ancora per poco nascosta dietro il culmine della montagna.

Respiro. Lascio che i polmoni si riempiano. E sollevo le spalle, raddrizzo il busto. Mi lascio investire dall’aria fredda. Mi piace sentirla addosso.

Salgo in auto, appoggio la borsa. Yogurt, cibo per la gatta, ricotta…

Mi trovo subito tra il traffico dell’ora di punta. Sorrido. Parlare d’ora di punta, qui, è davvero ridicolo.

Sollevo gli occhi. All’orizzonte il cielo è ancora, vagamente, chiaro.

La vedo. La prima stella. Brilla di luce cristallina e beffarda. E’ vanitosa. Anche se consapevole d’esser invisibile agli occhi dei più. Di coloro che gli occhi non li sollevano da tempo.

Mi procura un brivido. Fa nascere in me un desiderio. E il desiderio scivola, forte e caldo e fluido come lo conosco e lo amo e lo voglio. Dalla gola. Allo stomaco. E giù.

Desidero te. Ti vorrei qui accanto. Sotto quella stella.

(e un sorriso mi schiude le labbra… ripenso ad un terrazzo…)

- 18 novembre –

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ATTESA E LUCE
[rotaie]
 
Distanze che lentamente si assottigliano
colme dell’attesa di ciò che sarà
Sussulti di cuore e di pensieri nella bramosia di quell’attimo
dei nostri sorrisi – silenziosi tra la folla –
urlanti nell’incontro dei nostri occhi limpidi e felici
Null’altro attorno. Solo la luce di te.
- 8 giugno 2006 -
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Profumi d’estate…

 

Seduta sulla staccionata

posta in un paradiso dai mille colori,

con gli occhi pieni di gioia,

osservo la grandezza del creato.

Rifletto sui grandi misteri

che accompagnano la vita.

L’oasi ospita profumi inebrianti,

i quali si sfumano

con il tepore del sole

che accarezza la pelle

luccicante e rosea.

L’immensità del monte,

è padre di un corso d’acqua,

che scende lento

lasciando un fruscio

con la pietra ferma.

Cattura lo sguardo

l’azzurro del cielo,

tracciato da qualche tonalità

di nuvola bianca.

Intanto lo scorrere delle ore,

fa arrossire tutto quello

che circonda la persona,

dipingendo la visione

di rosso scarlatto,

prima che il sole va a dormire.

Gli occhi stanchi

di guardare all’orizzonte,

si chiudono insieme

al calare della notte.

Viene il corpo raffreddato

da un venticello piacevole,

che coccola pensieri profondi

di un’anima sola.

© – "Nicoletta Perrone"

Enigma

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La videro.
In molti la videro compiere un grande salto verso la scogliera, là dove i flutti impetuosi muiono e risorgono.
Nessuno mai la ritrovò. Disperati e vani i tentativi. Enorme la disperazione di una vita che lascia posto ad ombra. Una faccia spenta di Luna era il cuore di lei che era rimasta. Sua sorella aveva spiccato un volo ad ali chiuse. Un volo di morte.
Ogni giorno ogni momento non c’era stata ora che lei non avesse pensato alle braccia grandi che la solevano stringere forte, quando spaventata nelle notti d’uragano correvano a farsi proteggere.
Morì anche lei quel giorno.
Il fato le aveva portato via la cosa più bella. Lo sguardo di luce e smeraldo.
Divenne grande Regina, ma sentì sempre gravare come un macigno sul suo cuore. Un peso troppo grande da sopportare. Mai avrebbe dimenticato. Non poteva, o forse non voleva.
Ogni alba giungeva silente con la sua mantella rossa, là al limite tra scoglio e mare assassino.
Gettava un fiore e rimaneva ad ascoltare ad occhi chiusi.
Non con le orecchie, la musica del silenzio che calava ogni volta. Speranzosa di trovarvi una voce o un pensiero familiare e vivo.
Passarono ben dieci anni.
Il condottiero romano, tornò, ancora e ancora. Non si arrese.
Confessò alla Regina che, avrebbe volentieri donato il suo animo per intero in cambio della donna che aveva amato. Ma che spaventata dal distacco, da un amore impossibile, fece la sua scelta drammatica.
Erinìn piangeva dinnanzi a lui, con lui, che fu suo cavaliere eternamente. Pose la sua causa e la sua esistenza al servizio di una terra lontana. Per non fare più ritorno a casa dov’era atteso. Quell’uomo dallo sguardo buono, profondo, dolce.
Imparò a volergli bene, a sentirlo parte della sua vita ma mai, osò amarlo.
Mai avrebbe tradito sua sorella.
Eirnìn non avrebbe rinunciato, alimentò la sua speranza, sempre. Mantenne la promessa fatta ad Aignes, racchiusa nel loro capirsi in modo speciale oltre il confine dell’impossibile.
La mantenne anche se tentata di infrangerla ogni qualvolta il mare impetuoso si animava.
Fu forte. Testarda. Caparbia. Guidò il suo popolo in carestie e pestilenze e in gaudio di vittoria.
Un giorno al limite del solstizio d’inverno, si diresse come al solito avvolta nella sua mantella di velluto rosso verso la strada che conosceva bene, con una rosa tra le mani.
Un passo incerto la fece tentennare, si aggrappò ad una roccia vicina, ferendosi con le spine del suo dono. Una goccia purpurea stillò dalla punta delle dita della mano destra irrorando un piccolo fiore con il capo chino, secco.
Un bagliore attirò il suo sguardo. Una luce azzurra come quella delle stelle che aveva osservato da bambina cominciò ad inondarla. La corolla riarsa acquistò vigore, e i petali riacquistarono nuovo colore. Un segno che ogni giorno aveva cercato inutilmente, fino ad allora.
Eirnìn sorrise. Dopo dieci anni sorrise di nuovo. La certezza fiorì in quell’istante.
Chiuse gli occhi e sentì una voce. Ora ne era certa.
Il suo incantesimo aveva funzionato.
L’attimo prima che sua sorella compisse il gesto, espresse un desiderio.
Avrebbe donato metà del suo cuore, in cambio della salvezza di Aignes.
Non importava dove, con chi e quando.
Purchè rimanesse viva.
Questo importava. 
Eirnìn sapeva leggere nel vento e la vide per un momento, bella e sana.
Ma tutto avrebbe avuto un prezzo. Amaro.
Aignes si sarebbe dimenticata di lei, dell’uomo di stirpe Julia per il quale presa dal dolore del distacco spezzò la sua vita.
Di ogni cosa.
Ma Eirnìn no. E si assunse un compito.
Da quell’istante, decise di vagare con la sua mantella rossa, in cerca della Sorella che reca impresso nel cuore il codice dell’incantesimo, per ridarle la vita che la paura di amare le aveva tolto, per ridarle l’amore, e la memoria passata.
Oltre il tempo lo spazio e i luoghi. In un mondo che ha barriere solo dove le si fanno sorgere.
Legata in maniera indissolubile a lei, la cerca in ogni sguardo in ogni era. Cerca
 il cavaliere ed Aignes per ricongiungerli e donare loro la felicità eterna. Impresa ardua che una Regina, sa di poter portare a compimento, in nome di un amore che sfida le leggi del mondo.
E quando il compito sarà stato assolto sarà presagio di vita e resurrezione.
Per tutti. Per sempre.
Un lucchetto, una chiave che dissolva il dolore, e  fiamma luminosa nell’oscurità pronta a far luce sulla notte dei tempi.
Sarà luce della Regina della Luna nuova.
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PRESENZA
[lacrima]
 
Non è dato riempire il mio quotidiano della tua fisicità.
Ma senza ricerca e senza attesa, tu ci sei.
Dentro la mia anima, le tue parole. I tuoi movimenti tra le mie dita.
La tua voce – che adoro – dentro le mie orecchie.
Il tuo odore è in fondo, dentro la mia pancia.
Il tuo sapore – di cui apprendo senza stancarmi le sfumature – è costanza sulla mia lingua.
Sei ovunque dentro ed intorno a me, senza che io ti cerchi.
Accompagni i miei attimi.
Porti le mie labbra – al ricordo di gesti solo nostri – a repentini e silenziosi sorrisi.
Dentro la mia testa, il sussurro del tuo nome.
Sei lontano e sei qui con me. E scivola una lacrima. Ed è di gioia.
- 3 giugno 2006 -
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[immagine www.gruppoilgufo.net]

Meravigliosa creatura, sei entrato nella mia vita in punta di piedi. Giorno per giorno, accarezzando la mia anima con parole e gesti di infinito bene. Una poesia intensa e colma di passione che riflette luce come un prisma; sorridendo mi hai presa per mano, intrecciando le tue dita tra le mie. Hai riempito la mia anima di suoni e colori dalle mille sfumature, solcando praterie nascoste dentro un cielo stellato: un cielo che profuma di grano maturo, di luna in boccio, di gelsomino in fiore…
Solo tu sei capace di farmi “bella” e con te ogni cosa è semplice condivisione: come due bambini in un volo, filante di carezze. La forza che sento è l’energia che tu mi trasmetti. Vorrei dirti grazie per essermi accanto, per l’ascolto e per la gioia racchiusa in gocce di rugiada…grazie per i tanti momenti silenziosi…per quelli passati e per quelli che ancora verranno perché..
tutto quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto…

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SENZA TITOLO

[pienezza]

Posare la testa su una spalla e vivere attimi di serenità assoluta.

Il sole, presagio di primavera, che urta la schiena. E il mondo sotto i tuoi piedi.

Gioia.

- 9 marzo 2006 -

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A TE

[grazie]

 

Perché mi hai insegnato l’assenza che si può tenere con dolcezza tra le dita.

L’attesa che può essere preludio di serenità, privilegio delle tue mani.

 

Perché il pensiero che ti distrae, comunque non ti allontana.

Perché non smetti di vivere il tuo tempo ma sai dedicarne a me.

Come non ricordo abbiano mai fatto.

 

(e auguri…)

- 28 maggio 2006 -

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Momento di tenerezza

 

Le tue mani

sono il simbolo

della mia passione sfrenata.

Strumento di piacere

che m’invade anima e corpo,

apri quella porta

ad un eros peccaminoso

che solo tu conosci.

Essenza sensibile

che sfiori dolcemente la mia pelle,

conturbandola di piccoli brividi,

grandi fantasie e

respiri profondi.

Il ricordo impresso nella memoria

è toccante e voluttuoso.

L’istinto mi rinnova ogni giorno di più

facendomi comprendere

la grandezza di un affetto profondo.

Il gioco erotico

che entrambi ci scambiamo,

è esplorato con dolcezza infinita,

dove il palpare delle mani calde, intrecciate,

compiono movimenti sempre più possenti,

avvolgendo i nostri corpi

in un piacere estremo, senza fine,

dove la passione irradia

quel mondo oscuro e intimo

che è solo nostro.

Attimi di piacere,

ritmato da sospiri ormai profondi,

ci fanno vivere una realtà sconfinata,

dove la mente conduce

un viaggio ad occhi chiusi,

che solo l’anima osserva,

divenendo noi unica essenza.

"Nicoletta Perrone"