È il 1941, la seconda guerra mondiale infuria con i suoi orrori, mietendo vittime e affamando popoli. La piccola cittadina ligure dove viviamo e dove sono nata non è ancora stata presa di mira dai bombardamenti, ma i generi alimentari sono tesserati e le razioni alquanto ridotte. Attendo con impazienza lo striminzito filoncino di pane nero, lo conservo gelosamente e lo mangio con avidità per dare un po’ di tregua al mio stomaco vuoto.
Poco lontano abitano i miei nonni, genitori di mio padre, vado volentieri a trovarli, la zia Mafalda mi prepara le uova con le patatine fritte e mi dà da bere un po’ di vino.
È una famiglia, come si suol dire, allargata e matriarcale.
Ne fanno parte la nonna Anna e le sue sorelle, i figli, i cugini, i nipoti. La nonna Anna è piuttosto piccola e grassoccia, ha un’aria altera e prepotente, comanda a bacchetta i figli che la vezzeggiano come un prezioso gingillo. Mio nonno Remo, uomo buono e semplice, è stato relegato da tempo in una cameretta dove mangia e dorme e da dove esce raramente per andare sulla calata vicino alle barche insieme a qualche pescatore. Ogni tanto lo si vede con il suo sigaro toscano camminare con l’andatura un po’ goffa e barcollante, le gambe gonfie un po’ storte, il viso sempre bonario e sorridente, i lunghi baffi, gli occhi dolci e tristi.
Il motivo dell’esclusione dalla vita familiare lo seppi più tardi. Pare che un’anima buona avesse riferito alla mia rigorosa nonna che il marito, navigante, si fosse lasciato andare a licenze amorose in qualche porto. Pover’uomo, avrebbe pagato ben cara questa sua trasgressione.
Le mie zie mi amano molto e mi viziano, sono la loro prima e unica nipote. Periodicamente arriva in licenza mio zio, alto, biondo con gli occhi azzurri, bellissimo nella divisa da paracadutista.
Racconta di conoscere attrici come Alida Valli e Isa Miranda, l’ascolto estasiata mentre guardo le foto con dedica di quelle donne affascinanti e irraggiungibili.
Il sabato c’è l’obbligo del raduno fascista, io ho solo cinque anni, ma devo essere vestita da “piccola italiana”. Sono molto orgogliosa della mia “divisa”, gonnellina nera a pieghe, camicia bianca, larghe bretelle incrociate sul retro e sul davanti dove fa spicco una grande “M”.
Ferve molta agitazione, le zie gridano eccitate: «Oggi arriva, andiamo, presto!». [Continua...]
Ali spezzate di Anita Macchiavello
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Elena e Karol, una favola vera di Elisabetta Fréjaville
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Da In viaggio -
Per l’ennesima volta suona il cellulare; ancora una volta Elisabetta guarda imbarazzata lo sconosciuto compagno di viaggio nello scompartimento dell’Eurostar che la sta portando a Bologna. Non è sua abitudine tenere acceso il telefono, rispondere con la spiacevole sensazione di mettere in piazza i propri fatti personali; ormai dovrà spiegargli che è appena morta sua madre, che sta precipitosamente tornando a casa, a Bologna, che quelle chiamate sono di tutti gli amici a cui sua figlia Rachele ha telefonato e raccomandato di starle vicino; qualche volta poi, sono le sue sorelle che le chiedono un parere prima di prendere decisioni importanti per il funerale. Le chiedono anche di pensare una frase adatta per il necrologio: è difficile addensare in una frase di giornale tutto quello che era Mamma Rita, la sua gioia di vivere, di credere, di trasmettere ad altri la sua incrollabile fede, i suoi immancabili “alleluia!”.
Elisabetta ha imparato da lei a cercare i piccoli e grandi segni che la Provvidenza ogni tanto dissemina nelle nostre vite per indicarci il senso, la direzione o il significato …
Oggi, ad esempio, è il 23 settembre 2005: un’ora fa, alle 9:15 lei era all’aeroporto di Fiumicino, seduta a fianco di suor Chiara e di una sua consorella; non riusciva ancora a credere che proprio a lei fosse dato questo grande dono: andare per la prima volta in Terra Santa, con sua figlia suora, calpestare la terra che Gesù ha toccato duemila anni fa, pregare sul lago di Tiberiade, a Betania, a Betlemme, a Nazaret, sul Calvario; ieri sera prima di addormentarsi ha giocosamente pensato che stava per andare nella terra di suo “genero” ad incontrare i suoi “consuoceri”.
Mentre le due suore leggevano il loro breviario è stato inevitabile pensare che non è un caso che oggi sia la festa di san Pio da Petralcina, il frate che tanta importanza ha già avuto in diversi momenti della sua vita, personale e familiare. [Continua...]
Mille e un’anima di Maria Carla Forte
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Singapore è a un parallelo infinitamente lontano da quello in cui sono nata ed il calore di questa terra straniera è per me ovatta morbida in cui poltrire.
È una città stato, isola e nazione, posta a ridosso dell’equatore.
Il suo nome “Singapura” in sanscrito significa “la città del leone”. La leggenda malese narra di un principe di Sumatra che, vedendo un leone ripararsi da una tempesta sull’isola di Temasek e pensando fosse di buon auspicio, fondò in questo luogo una città.
Probabilmente la fantasia va abbandonata in favore di una realtà che vede Singapore essere una piccola città di mare stretta fra vicini potenti, quali Sumatra e Malesia.
I suoi veri natali questa città li deve a Sir Thomas Stamford Raffles, uno degli ufficiali più lungimiranti della Compagnia britannica delle Indie Orientali, che, sbarcato sull’isola, firmò nel 1819 un trattato con il governatore malese. Raffles proclamò Singapore porto franco e definì le linee guida per lo sviluppo urbano.
La popolazione, di quattro milioni e mezzo di abitanti, proviene dai paesi più disparati. Qui si fondono cinesi e malesi, indiani e occidentali. Ogni giorno me li vedo girare intorno, mentre cerco di dare un senso alla mia vita.
La noia, che mi sforzo di combattere in me, a volte mi appare intorno, ma basta un filo d’incenso, che sale da un santuario buddista nascosto in un vicolo tra i grattacieli, per far dimenticare tutto e far emergere l’anima sfuggente di questa città. [Continua...]
Il fardello dei piccoli uomini di Concetta Angelina Di Lorenzo
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Da La ricchezza più grande -
Il mare s’accende di luce rossa come il fuoco che innalzandosi ad abbracciare il cielo diventa sempre più chiara ed intensa. Il suo strascico si posa ovunque accarezzando ogni piccola creatura. S’illumina un nuovo giorno: il primo di Ottobre tanto atteso da Carmine.
Tutto è pronto per un nuovo cammino, mamma Carolina per il lieto evento ha preparato un’ abbondante colazione: zuppa di latte di pecora e pan di spagna, ha posto in un tovagliolo un pezzo di pane con la marmellata.
La cartella di cartone è adagiata sulla sedia, il manico brilla e così pure le fibbie: Carmine vestito a nuovo sorride, saluta la mamma e con stupore si avvia verso la scuola.
Il sentiero è scosceso, le scarpe nuove non hanno una buona presa sul selciato, il ragazzo ogni tanto si ferma e osserva il paesaggio intorno, pensando ai viaggi che ha fatto con suo padre lungo i sentieri che conducono verso i paesi limitrofi.
Voci di bimbi s’intrecciano attorno a lui: alcuni piangono, altri vogliono stare con i genitori.
Carmine è solo ed emozionato: suo padre Giacomo è partito presto con il gregge verso un nuovo pascolo, mentre la mamma si dedica come sempre alla gestione della casa ed agli animali domestici.
La scuola è un vecchio edificio posto all’inizio del paese, ha una lunga scala esterna e sulla porta d’ingresso vi è appesa una campanella. Si affaccia una robusta signora, ad alta voce chiama i ragazzi e li separa in piccoli gruppi ognuno dei quali si dirige poi in classi diverse. [Continua...]
1 litro 5 euro, 1/2 litro 3 euro di Mauro Croci
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L’oste -
«Scusi oste, non contribuisce anche lei a dare del Bel Paese una immagine negativa? Mezzo litro non dovrebbe fare due euro e mezzo?».
«Si sbaglia! Vada a rivedersi tabelline e matematica, vedrà che un buon mezzo litro casereccio fa tre euro!».
«Ma non dica sciocchezze! E poi mica sono cosi ingenuo da avergli chiesto se il suo vino è buono!».
«Lei è uno dei tanti speculatori, perché non mi vorrà dire che il mezzo euro che pretende sia per il servizio… è tutto scamiciato e barcollante!!!».
«Questa è una sua opinione, la matematica no!».
«Mezzo litro fa tre euro».
«Ho capito, le farò causa».
«Mah, con tutto quello che succede, se la deve prendere proprio con me?».
«Vede, caro oste, se tutti ragionassero così, dove si va a finire?».
«Ma» dice l’oste «alla fine già ci siamo!».
«Non lo vede lo sfascio in cui viviamo? Questa è solo una piccola goccia di vino, ed a breve, vedrà, vedrà di acqua, non piovendo più… si fa per dire… “governo ladro” – nel grande oceano che è, il nostro Bel Paese. Ma non si guarda intorno? E vero che non si può pretendere che tutto funzioni come un orologio svizzero, che sarebbe pura demagogia, ma sui problemi di fondo l’uomo della strada esige ormai che vengano adottate riforme irrinunciabili.
Ma le pare possibile che 1’80% del popolo dichiara meno di 30.000 euro (il 50% meno di 15.000), quando abbiamo di tutto dai macchinoni ai barconi, dai villoni agli intruglioni e che sempre i soliti noti siano i colpiti e i tartassati?». [Continua...]
Calicanto di Maria Pia Balboni
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1 Lo specchio della verità -
Lo avevo letto tutto d’un fiato molti anni fa, Il libro di mia madre di Albert Cohen. Un suo passo mi aveva colpita al cuore come una stilettata, e avevo giurato a me stessa che l’avrei sempre portato impresso dentro di me, come un marchio indelebile: “Figli di madre ancora in vita, non dimenticatevi più che le vostre madri sono mortali. Se uno di voi, dopo aver letto il mio canto di morte, sarà più dolce con sua madre… non avrò scritto invano. Siate dolci ogni giorno con vostra madre… Che ogni giorno le regaliate una gioia è quanto vi dico col diritto del mio rimpianto… Finché c’è tempo, figli, finché lei c’è ancora… Ma io vi conosco, e nulla vi toglierà dalla vostra folle indifferenza fino a che le vostre madri saranno in vita”.
Caro Albert Cohen, amico Cohen che negli atrii di Dio certamente l’avrai accolta con la dolcezza che in questo mondo io le ho negato, come avevi ragione! Per imprimere quel marchio sul mio cuore avevo usato un inchiostro di poco prezzo, e con la scolorina l’avevo presto cancellato.
Solamente oggi me ne rendo conto, oggi che è un giorno speciale, il 49° dalla sua dipartita.
La notte in cui il suo letto era stato trasportato in una stanzetta appartata dell’ospedale, per assicurarle un trapasso non turbato dai malati presenti nella sua corsia, mia madre non se ne voleva andare: ce lo diceva con la muta implorazione degli occhi che fissavano alternativamente il volto mio e di mia sorella, con quel suo respiro affrettato e ansimante che la mascherina dell’ossigeno non riusciva più a normalizzare, mentre percepivo la gran paura che l’attanagliava nella sua mano che rinserravo tra le mie, calda come la vita alla quale disperatamente si aggrappava. [Continua...]
Il posto maledetto di Candido Rizzi
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Tobia aveva ragione, alla locanda fervevano i lavori per trasformare la sala da gioco in una specie di teatro, Lavinia si era fatta fare una pedana rialzata a un metro da terra, fece portare un organetto e assoldò dei musicisti. Assunse altre due belle e giovani ragazze e le istruì nell’arte dello spogliarello. Purtroppo, anche questa volta, aveva colto nel segno; la locanda tornò a lavorare a pieno ritmo, non essendoci più la paura di perdere i propri soldi al gioco, i clienti tornarono a frequentarla di nuovo. Persino i ragazzi, desiderosi di conoscere come sono fatte le donne, cercavano di entrarci. Ben presto, la locanda si trasformò in una casa d’appuntamenti, con la disapprovazione delle mogli e mamme dei malcapitati clienti, le quali si rivolsero a don Giuseppe, non solo quelle del villaggio ma pure quelle dei paesi vicini. Il povero prete cercava di dissuadere gli uomini dal frequentare quel posto di peccato e perdizione, ammonendoli delle pene dell’inferno, durante i sermoni delle messe, ma invano. Esasperato dalle continue lamentele e dalla sua coscienza di non essere un buon pastore per le sue anime lasciate in balia del demone Lavinia, si recò in chiesa a pregare, in ginocchio davanti al grande crocefisso.
Alla locanda c’era ressa, le nuove ragazze e il passaparola tra i clienti aveva funzionato, lo spettacolo era al culmine, la musica si sentiva appena, il fumo dei sigari e delle sigarette si diffondeva nel locale come una nebbiolina, gli sguardi dei clienti erano concentrati sulle ragazze seminude, quando la porta della locanda si aprì con grande sconquasso. Una nera figura piombò nella sala tra le grida terrorizzate delle ragazze, accompagnate da qualche imprecazione dei presenti, spaventati pure loro da quell’inaspettata irruzione.
Tutti ammutolirono, riconoscendo don Giuseppe in quella nera figura. [Continua...]
Le peripezie di Popolino di Mario Longobardi
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Salve sono Popolino so’ gagliardo e so’ carino mi fate un bel… sorriso, cosa hai capito volgare.
Sono stanco, ma felice di essere… di mettere nero su bianco le mie peripezie, fin adolescente ho sempre avuto due sogni nella mia vita, uno scrivere le mie peripezie per condividerle con i miei lettori, il secondo cantare con il grande Celentano … Celentano il re degli ignoranti … che poi non è vero che sia re è soltanto ignorante. A ogni modo per raggiungere il foglio di lavoro è stato un’odissea. Non c’è niente da fare il Popolino deve sempre subire perfino nei viaggi per motivi di “lavoro”… di fatti Omero ci canta le vicissitudini le peripezie di Ulisse e company nella grande opera dell’Odissea, appunto, il ritorno a casa di Ulisse, meno male che ha scritto solo il ritorno, perché se avesse redatto pure 1′andata era finita per noi studenti, cioè io sono un tifoso della cultura, ma quando è troppo è troppo a parte il fatto che Omero ha esagerato tanto è vero che leggendo l’opera pensavo che questo cantore fosse un politico decaduto, davvero!? Ci sono delle “fregnacce”: Scilla il mostro con tre teste, dico io se in ogni cultura i mostri hanno sempre avuto due teste che rappresentano la parte razionale e irrazionale dell’uomo, la terza testa era una testa di … volgare! e poi Ulisse un uomo travisato … oggi è conosciuto per la sua furbizia quasi se fosse un politico, è noto per la sua astuzia! In realtà ai suoi tempi era celebre per la sua jella, sì! Portava sfortuna, scusate: morirono tutti i soldati che viaggiarono con lui, è l’unico che ritorna a casa, e il suo cane Argo dopo tanti anni di vita, lo vide e cessò di vivere … non aggiungo altro, anche perché non saprei. [Continua...]
La siepe del biancospino di Adalgisa Licastro
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Almarina percorreva tutte le mattine quei vicoli stretti che conducevano alla scuola Garibaldi attraverso una scorciatoia.
Spingeva un passeggino sgangherato e traballante sull’asfalto sconnesso che le radici degli alberi ai limiti del sentiero, continuavano a dissestare. Nei giorni di pioggia di quell’inverno sempre più uggioso, le pozzanghere costringevano Almarina e Bisen, il bambino di circa sei anni che teneva per mano, a fare lo slalom per scansarle ed evitare che il trabiccolo su cui stava Dasar vi affondasse le piccole ruote.
Quel trasportino, scorticato in più punti, aveva fatto a lungo il suo dovere, conducendo ora qua ora là almeno due generazioni di bimbi.
Almarina l’aveva avuto da Tatiana, una poveraccia come lei che, a sua volta, lo aveva trovato in una discarica ricca di tutto di più. Non era facile per Almarina vivere gomito a gomito con gente sconosciuta e condividere la propria quotidianità con persone dall’idioma diverso, dalle usanze e dalle abitudini più disparate. All’insofferenza per le situazioni precarie dei centri di accoglienza, si aggiungevano fattori di ordine pratico tutt’altro che indifferenti; ma l’illusione di potere realizzare un sogno di benessere e di libertà, rendeva meno dura ogni accettazione.
Non è utopistico pensare che, in molti casi, l’animo esacerbato da un vissuto tragico, si allontani dal proprio dolore per consolare l’altrui, e trovi nella generosità il mezzo migliore per continuare a vivere. Accadeva così a Tatiana e alla giovane Almarina che aveva messo al mondo il suo Dasar pochi mesi prima d’intraprendere quel triste viaggio. Le due donne, di diversa provenienza, si erano incontrate per la prima volta sullo scafo che avrebbe dovuto portarle in Italia. La somala Tatiana era una donna sola, mentre Almarina aveva marito e figli. La famigliola era partita da Durazzo dopo una breve contrattazione di suo marito Sulejman, con uno scafista che si aggirava nella zona del porto. [Continua...]
Miser Catulle di Vittoria Caiazza
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Il viaggio di ritorno verso Roma gli pareva interminabile, colline seguivano colline, montagne seguivano montagne, e di nuovo colline seguivano colline in un mare di verde e di alberi che pareva inghiottirlo, rotto solo dal lento e trasparente scorrere di un rivo d’acqua o dal più potente passaggio di un robusto fiume, che sentiva cantare e borbottare, monotono eppure allegro, sotto i ponti che attraversava.
L’acqua pareva scherzare e giocare con i ciottoli che custodiva in seno, mentre le foglie degli alberi lasciavano che il primo vento estivo, che profumava l’aria intera di pioggia e di terra, le abbracciasse. Il cielo era cupo, ma non nero, minaccioso, ma non incombente, malinconico, ma non triste. Man mano che il cammino proseguiva, la sera scendeva sulla terra e su di lui, che sedeva al suo posto avvolto nel mantello, con la testa reclinata a guardare fuori quel paesaggio infinito, sempre più in ombra, che gli scorreva sotto gli occhi.
Io già lo conoscevo e non mi è difficile richiamare alla mente la sua amata immagine, che mai mi abbandonerà: quella di un uomo appassionato e brillante, ma allo stesso tempo malinconico e riflessivo. Racchiudeva in sé le migliori virtù di questo mondo: era un amico fedele e un amante ardente, un uomo buono e sincero. Non ci si poteva annoiare in sua compagnia e l’amico sapeva che mai avrebbe dovuto temere da lui un tradimento.
Ma era geloso e irascibile allo stesso modo in cui era appassionato in ciò che amava. E lui aveva, al di sopra di tutto, due soli grandi amori: la sua terra e la sua donna.
Lo rivedo ora come doveva essere in quel giorno, seduto al suo posto, un po’ assonnato e stanco dal viaggio. Felice di ritornare alla Città che amava.
Eppure so che, nonostante la gioia di quell’imminente ritorno, a volte i suoi occhi non vedevano quegli alberi e quei fiumi che scorrevano senza sosta, ma un cielo azzurro che si rifletteva su uno specchio d’acqua azzurra, al cui solo ricordo il suo cuore si stringeva in una morsa di nostalgia e gli occhi si bagnavano di lacrime.
C’era un palazzotto – me lo raccontava spesso – circondato da un vasto terreno intorno al quale crescevano le viti e correvano i cavalli, e l’edera si arrampicava sulla parete di pietra che affacciava sul retro.
Davanti un vialetto di terra, la cui polvere, talvolta, il vento, che attraversava l’immensa pianura e increspava le acque del Lago, sollevava, portava a un cancello e univa la casa alla strada principale, che ogni giorno gruppi di cavalieri e di soldati e rumorosi convogli percorrevano.
La casa era grande, le cucine profumavano di frutta e di verdura e l’odore della carne arrostita e delle salse si diffondeva nelle stanze vicine.
In quella casa lui era nato e cresciuto.
Le stanze erano piccole ed essenziali, ma d’inverno faceva molto freddo, quando l’umidità gelida saliva dalla terra e sulla pianura scendeva una spessa coltre di nebbia, che impediva di vedere a un passo di distanza, così venivano accesi i piccoli bracieri che riscaldavano le mani di chi si curvava verso essi, ma soffocavano e divoravano l’aria intorno.
La pioggia cadeva spesso fitta e il vialetto di terra si trasformava in una distesa di fango.
Lui mi parlava spesso di quei posti e così è come se li conoscessi anche senza esserci mai stato. Quella casa, quel viale, quella pianura sconfinata.
La sala in cui si mangiava era scura e di sera veniva rischiarata dalle lampade a olio che pendevano dai soffitti e che venivano accese da serve vestite sempre con quei colori smorti che lui tanto odiava. Raccoglievano i capelli a crocchio sulla nuca. Quelle donne parevano non avere un’età definibile, sembrava fossero nate in quel modo e dovessero morire in quel modo, sempre uguali, sempre le stesse. Destinate a vivere una vita piatta, a compiere sempre uguali gesti, ad affrontare giornate assolutamente e perfettamente identiche alle precedenti.
La famiglia si riuniva là e consumava il suo pasto in un silenzio rotto solo dall’ austera voce di suo padre alla quale rispondeva quella dolce e mite di sua madre. Sua madre … che per lui era la donna più bella del mondo e che gli sorrideva a volte con una dolcezza tale che lui avrebbe voluto abbracciarla forte e non lasciarla andare più.
Sembrava sempre stanca; ma al tempo stesso sempre forte, come se niente potesse spezzare o solo incurvare la sua austera schiena e nulla, a parte una parola di suo padre, potesse fare abbassare i suoi orgogliosissimi occhi.
Quando la sala si riempiva di ospiti sembrava più luminosa ed elegante, si animavano gli affreschi che coloravano le pareti – quei cieli disegnati e quegli alberi di pesco – e lui, bambino timido e silenzioso davanti a così inquietanti estranei, restava fermo sulla soglia a spiare quei visi severi, così simili ai busti che si trovavano nella stanza in cui suo padre curava i suoi affari, e ad ascoltare quei discorsi di cui non riusciva a capire assolutamente nulla. La sua piccola mano poggiava sulla fredda parete di pietra e la sensazione di quel gelo gli restava impressa nel cuore quando la sera si coricava nel suo letto e sua madre lo lasciava solo al buio dopo avergli dato il consueto bacio sulla fronte, solo esattamente come si sentiva sulla soglia di quella porta, lontano da quelle persone e da quei discorsi.
Durante quelle cene, in cui gli uomini parlavano di politica e le poche donne, mollemente adagiate in disparte, raccontavano i pettegolezzi che giungevano dalla Città, si susseguivano un mare di leccornie. Suo padre non badava mai a spese per quelle cene e sfilavano, così, sotto gli occhi dei commensali oche, fagiani, quaglie, ma anche pesci, trote preparate in ogni possibile modo, e poi dolci e frutta di ogni genere.
Quand’era estate tutto si riempiva di colori meravigliosi e lui giocava in quel giardino a rincorrersi col fratello. Si arrampicava sugli alberi o si nascondeva e si faceva scoprire perché rideva ogni qualvolta il fratello gli passava così vicino, senza, però, trovarlo.
Andavano a Sirmione, talvolta, dove avevano un’altra casa. Sirmione, che brillava come una perla luccicante su quel Lago che lui adorava e in cui, nelle limpide sere estive, si specchiava un’ enorme luna, tonda e perfetta, che pareva sorridergli dall’ alto del cielo scuro.
In quel casale così freddo d’inverno vi era un angolo sacro dedicato agli Antenati, che dall’Oltretomba vegliano sui mortali e ne indirizzano i passi. Una piccola statua di Venere che adornava la fontana, posta nel cortile interno, ricordava l’importanza che l’Amore e la Bellezza hanno nella vita di un uomo. Quella statua fu per lui un sorta di presagio, perché non conobbi mai nessun’ altro uomo per cui l’Amore e la Bellezza ebbero più grande importanza.
Una volta il Proconsole era andato in visita da loro. Era un bell’uomo, alto e robusto, molto intelligente e colto – io lo conobbi – e si trattenne a mangiare da loro dopo che il padre aveva così tanto insistito. Aveva trascorso tutto il tempo a lamentarsi del suo lavoro, importante, sì, ma che gl’impediva di stare vicino a sua moglie, che amava più di qualsiasi altra persona al mondo e che lo attendeva nella loro meravigliosa casa a Roma. Non aveva fatto altro che parlare di lei, solo di lei, sempre di lei, tanto che alla fine il mio giovane amico si era chiesto dubbioso se questa donna valesse davvero tutte quelle esasperanti parole.
Suo padre lo invitò a tornare quando avesse voluto e ovviamente anche in compagnia della moglie. Quell’uomo, così profondamente innamorato, aveva riempito di curiosità tutti e tutti volevano conoscere ora questa donna a suo dire così piena di ogni virtù: bella, buona, sincera, caritatevole, generosa e devota a suo marito.
Ma la bella Signora amava troppo Roma e soffriva troppo gli spostamenti per partire, così il Proconsole tornò, sì, un ‘altra volta, ma sempre da solo. La bella Signora fu presente di nuovo soltanto a parole.
***
Dal libro Miser Catulle di Vittoria Caiazza – LEONIDA EDIZIONI, 2011 – pag. 159
Il commento di NICLA MORLETTI
“Miser Catulle”, lo dice il titolo stesso, è un canto di lode al sentimento più forte del mondo: l’amore che a volte può essere doloroso, a volte appassionato e felice. E per fare tutto ciò l’autrice ricorre al poeta latino Catullo nelle vesti di giovane e disperato amante. Non si tratta di una ricostruzione storica, ma piuttosto di una libera narrazione delle diverse fasi dell’esistenza di Catullo. Dall’infanzia in campagna al trasferimento a Roma fino all’innamoramento per Clodia, sua Lesbia. Si tratta di un libro che emoziona e induce il lettore alla curiosità. La scrittura è amabile e lineare. Ottimamente descritti gli ambienti di mondanità in cui ruotano personalità di spicco. Una narrazione armoniosa che fa vivere intensamente la gioia e l’attesa, l’amore e il desiderio, la sofferenza e la passione. Vittoria Caiazza riesce in maniera egregia a descrivere l’uomo “Catullo” che ha sofferto e vissuto l’incantesimo d’amore, motore di vita e anche di morte.








































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