Il miliziano di Roberto Tamagnini

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La giornata era soleggiata, calda, le fronde delle palme si piegavano appena alla brezza leggera che proveniva, carezzevole, dall’oceano.
La luce era violenta sul mezzogiorno ed acquietava il rumore ed il lavoro del piccolo porto; le barche dondolavano appena sulle piccole onde; un sentore di pesce affluiva dalle casse, ormai vuote, che si accatastavano sulle calate e nei vicoli.
L’aria, pesante, nonostante la brezza, faceva indulgere all’assopimento ed era ciò che succedeva al giovane Fernando, che si riparava all’ombra di una baracca, nel pulviscolo dorato, con la schiena appoggiata alla parete, sentiva che gli occhi gli si chiudevano, mentre la mente gli si apriva e pensava alla sua vita.
Nei vicoli maleodoranti, nelle baracche ferveva una vita miserabile, un magma di sogni e di peccati; torme di ragazzini semi-legittimi correvano per le stradine, pronti ad ogni avventura.
Fernando si era ormai sviluppato, non molto alto, ma robusto, il viso affilato tendeva ad indurirsi, i tratti erano appena marcati, ma gli davano un’aria virile al di sopra dell’età.
Soldi non ne aveva, tranne quelli che riusciva a procurarsi con qualche traffico più o meno lecito. Non si azzardava ancora ad entrare nei giri che contano e che lui aveva intravisto; era smanioso di cominciare, di fare soldi.
Fernando era di intelligenza acuta, diventava riflessivo quando occorreva prendere delle decisioni, allora la sua banda di ragazzi ne rispettava i silenzi, sapendo che lui avrebbe agito per il meglio.
Non capiva nulla né di politica, né di economia, vedeva solo il luccicare del denaro che dava potere e poteva comperare corpi, anime e belle auto luccicanti. [Continua...]

Introspezioni di Alfredo Lucifero

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L’amore -

Dove sono andati gli anni
che non so più trovare
perduti nel vento
nelle nuvole
nel sole
nella pioggia
nella sabbia
sconosciuta dal mare

anni dimenticati
vissuti
oltre la vita
ancora dentro lunghi capelli di pioggia.

Dov’è andato l’amore
che non so più trovare
perduto tra tante donne,
lo sento arrivare
ma non lo conosco:
lo sento quando va via.

***

Visione

Un fantasma è passato
vestito di chiffon a righe,
senza volto
a ricordare una vita
e una morte

un fantasma sconosciuto amico
a ricordare che l’attimo
è un sogno
e la verità annega
nella notte;
un dolore acuto
un grido
di affogato gorgogliante
acqua e sangue.

L’anima corre vagabonda
senza una ragione:
un dolore
spacca il cuore
in arcobaleni di vittoria.

*** [Continua...]

Avventurose fantastorie di Alba Venditti

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Inseguendo i segreti del mare -

Gianni era un ragazzo di 14 anni, figlio di un pescatore e di una casalinga, che abitava nei pressi della costiera amalfitana dove passava le sue giornate lì ad ammirare fiero il mare di quella costiera e se lo godeva gareggiando con tuffi acrobatici insieme agli amici di sempre. Di fronte alla sua famiglia abitava un’infermiera rimasta vedova che aveva una figlia sua coetanea di nome Francesca molto gioviale malgrado fosse diventata cieca in seguito al trauma di un incidente stradale nel quale aveva perso il padre e finora nessuna terapia adeguata era stata trovata per lei. Francesca sentiva tutti i giorni il rumore del mare, che amava profondamente, e avrebbe voluto li tuffarsi per incontrarlo se non avesse avuto il problema della sua cecità, però la madre era impossibilitata ad accompagnarla al mare perché era costretta tutti i giorni a lavorare per mantenere la famiglia. Tra i due ragazzi coetanei vicini di casa Gianni e Francesca nacque un’amicizia bellissima fatta di scambi di opinioni e descritte emozioni, esclusa la pietà, quella che invece tutti provavano per quella ragazzetta. Gianni raccontava a Francesca che ogni tanto andava ad aiutare i pescatori nel porto di Amalfi dove lavorava anche il padre per accumulare tanti risparmi e riuscire a realizzare il suo sogno di recarsi, al suo diciottesimo compleanno, a fare il viaggio in Australia per vedere la grande barriera corallina. Arrivò finalmente per Gianni la maggiore età e lui per prima cosa si recò da Francesca a salutarla come suo solito e poi con grande sorpresa le si avvicinò la baciò e le chiese: “Mi vuoi accompagnare in Australia? So che il mio sogno è anche il tuo sogno e anche se sei cieca tu vedrai con i miei occhi i colori dei pesci del fondale marino e io invece con le tue sensibili orecchie percepirò le emozioni dei pesci che affollano la barriera corallina”. [Continua...]

Parlo di te col vento di Daniela Terigi

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Non temere la mia bocca -

Non temere la mia bocca
quando si apre per dire
Amore
e invece tace.
Non temere gli occhi
quando entrano nei tuoi per dire
Amore
e invece si chiudono…
Non temere i sospiri quando sono
d’Amore
ma tu non lo sai.
Non temere le mie mani
quando ti lasciano vento fra i capelli.
Non temere niente di me.
Lasciami le tue lacrime
e fuggi soltanto.
Io
sono Amore.

***

Mi hai lasciato così

Mi hai lasciato così…
adesa alle spine
di un roseto sfogliato,
nella rovente sconfitta
dell’Amore.
Non c’è stato rumore,
solo lo stridere del cuore
sulla sua pena.
Un ‘onda di luce
prima dell’inabissarsi
definitivo del sorriso.
È stato un lampo…
l’illusione estrema
di poter dire…
Amore.

***

Non sostare così

Non sostare così
ai bordi del cuore
inventando parole
che umiliano l’Amore…
Non puoi farmi sentire
la voce dei ruscelli
mentre ci scambiarne la pelle
e lasciarmi poi
divorata dalle assenze…
Uomo che sai molto
dell’Amore
regalami la certezza,
almeno,
che il vento di domani
non cancelli in te
ogni traccia della mia vita…

***

Raccolgo una manciata di stelle

Raccolgo una manciata di stelle,
ne conto la distanza…
l’abisso infinito di un bacio…
dove cado
senza ritorno né salvezzà.

Abbaglio di luce,
lontano,
d’Amore.

***

Poesie tratte dal libro “Parlo di te col vento” di Daniela Terigi.

Bucce d’acino. L’amore declinato di Annalisa Fracasso

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Il segreto del postino -

Le bucce violacee, schiacciate e umide, cadevano a terra con un ritmo lento e regolare, ammucchiandosi in mezzo alla polvere e alle foglie di un autunno che quell’anno, il 1921, era stato secco e caldo più del solito. Se qualcuno fosse stato incuriosito da questo strano episodio, gli sarebbe stato facile alzare di poco il capo e scorgere il motivo dì quell’insolita pioggia. Su, in cima alla vecchia scala di legno dai pioli malfermi, che se ne stava appoggiata al granaio, s’intravedevano le suole scure di due babbuccine grigie e basse di feltro, che accompagnavano il cadere delle bucce degli acini d’uva con un moto altrettanto regolare. Erano un paio di minuscoli piedi di ragazza, che seguivano l’andirivieni delle gambe, magre e pallide, incapaci di stare ferme. Al limite del ginocchio, una gonnellina color indaco, a fiorellini neri, sobbalzava anch’essa assecondando lo stesso ritmo. Era Nina, che, quando aveva voglia di starsene da sola, se ne andava nel granaio a cercare di far ordine tra i suoi pensieri e, mentre pensava, di solito mangiucchiava qualcosa, fossero anche solo le unghie o le pellicine delle sue lunghe dita. Quel pomeriggio piluccava pigramente un grappolo d’ uva nera. In verità, “Nina” era solo il suo soprannome, che a lei non piaceva nemmeno tanto. Il suo vero nome era Giovanna, ed era la seconda figlia di una famiglia, i De Carolis, che, al contrario di tanti, all’epoca, avevano deciso di mettere al mondo pochi figli, “Come i nobili”, dicevano di loro le solite malelingue. In realtà non erano né ricchi, né, tanto meno, nobili, anche se tutti, in quella famiglia, erano pervasi da un certo orgoglio, quasi fossero sicuri di possedere un qualcosa che li distingueva dagli altri.
Il papa di Giovanna, Guido, sapeva costruire carretti, calessi e anche botti, sgabelli o altri articoli di piccola falegnameria. Ma la guerra era finita da poco e le ordinazioni purtroppo non erano poi così numerose. Tutti tiravano la cinghia e bisognava adattarsi a fare quello che veniva richiesto, anche se meno costoso ed impegnativo di quanto egli avrebbe voluto e potuto fare ben volentieri. Anna, la mamma di Nina, da ragazza era stata a servizio dalla Contessina, proprio quella che abitava nella bellissima villa dalla parte opposta del paese. Era stato forse in quella casa che Anna, invece di guardare tutto e tutti con sospetto e con invidia, come fanno di solito le persone dei ceti sociali più bassi, aveva imparato i modi dei nobili. Le piaceva osservare come si comportavano, come vestivano, e questo modo di fare l’avrebbe accompagnata sempre. E’ ovvio che i mezzi a disposizione erano quelli che erano, ma lei aveva il prodigioso potere di trasformare tutto, nel vestire, nel modo di tenere la casa, nel trattare con gli altri, esattamente come se fosse stata allevata in villa, dalla Contessina. Ma, alla faccia dei pochi che, non conoscendola bene, la ritenevano una persona altezzosa, Anna invece non era per niente orgogliosa. Anzi, essendo perfettamente e realisticamente conscia di quelle che erano le sue origini, detestava far valere una qualsivoglia presunta superiorità noi confronti degli altri.
La giovane Nina non era certo da meno di mamma Anna per quanto riguarda questa specie di “finezza” che sentiva dentro di sé. Anzi, lei la sentiva anche se non aveva mai avuto a che fare con i nobili. Era riuscita a frequentare la scuola per qualche anno in più rispetto a quanto facevano all’epoca tutte le ragazze della sua età. Amava leggere e scrivere, ma soprattutto le piaceva la matematica. Quando papà Guido, di solito nei fine settimana, si sedeva al tavolino con le sue carte, Nina lo scrutava attentamente. Sapeva che le cose sarebbero sempre andate allo stesso modo. Con le mani forti e belle che lei gli aveva ammirato fin da bambina, egli cominciava a raggruppare sul tavolo le carte che tirava fuori un po’ dappertutto, dalle tasche, dal portafoglio sdrucito di cuoio marrone e anche dal cassettino della credenza, quello che faceva sempre fatica ad aprirsi. Questa serie di piccoli gesti, sempre ripetuti, sempre uguali, gli davano un’apparente sicurezza che però ben presto svaniva, quando, provando ad ordinare quelle che cominciava a chiamare “maledette carte”, Guido si trovava ad aggrottare la fronte nell’arduo tentativo di mettere insieme costi e ricavi. Era in quei momenti che lui, di solito così paziente e sereno, cominciava quasi ad arrabbiarsi, dando la colpa alla scarsa luce del piccolo lume che la moglie Anna appoggiava premurosamente accanto a lui. Nina non aspettava altro. Prendeva allora una sedia e si metteva di fronte a lui, dalla parte opposta del tavolo. Gli sorrideva, senza dire niente. Sapeva che, se gli avesse chiesto di aiutarlo, lui non avrebbe voluto. Stava solo zitta, sorrideva ed aspettava. Dopo qualche minuto papa Guido avrebbe immancabilmente preso tutto il pacchetto delle sue odiate carte e gliele avrebbe appoggiate di fronte. “Dai Nina, pensaci tu, stasera sono stanco!” Era sempre la solita scusa, quella che lei non vedeva l’ora di sentire. Poi, papa Guido si alzava. Se era inverno andava a scaldarsi le mani accanto al fuoco, poi tirava fuori un bicchierino dalla credenza e ci versava un po’ di grappa. Il suo sguardo si perdeva nel bicchiere. Era infinitamente triste in quei momenti; la sua ignoranza gli pesava e gli dava un fastidio immenso. La moglie, che lo amava teneramente, sapeva di questi suoi momenti bui e trovava tutte le scuse per passargli vicino e fargli una carezza nascosta, veloce, quasi a dirgli “Ti amo lo stesso! Non prendertela!”. Lui non parlava e volgeva lo sguardo altrove, poi s’incamminava per le scale di mattoni rossi che portava no alle camere e se ne andava a letto con la sua tristezza. Se invece era estate o comunque c’era bel tempo, Guido preferiva uscire. Con la scusa di passare dalla bottega per controllare dei lavoretti che doveva finire, andava invece a girovagare per i campi, sempre seguito, appena prendeva l’uscio, dallo sguardo attento della moglie. Poi, magari, passava dall’osteria, e se talvolta non tornava per una certa ora, Anna sapeva quello che doveva fare… se lo andava a riprendere.
Nina intanto, pur intuendo l’amarezza del padre, si affondava subito e con piacere in mezzo a carte e numeri. Prendeva penna e calamaio e scriveva ordinatamente nomi e cifre su dei fogli ingialliti ma puliti che teneva apposta da parte per fare “il conto”. Sapeva che quello che faceva era sempre ben fatto, ma la sua devozione di figlia le imponeva di attendere l’approvazione paterna; consenso che però avrebbe dovuto attendere per qualche giorno, visto che Guido, tutte le volte che Nina metteva mano alle sue odiate carte, doveva lasciar passare un po’ di tempo prima di tornarci su.
Nina aveva anche un fratello, Luigi, ed una sorella, Carla. O meglio, di Luigi, il fratello, ormai in casa era rimasto ben poco. Solo un paio di cose. In quella che era stata la sua stanza da letto, ormai sempre buia e fredda, al piano di sopra, c’era una cassapanca di legno scuro, con le borchie nere, che conteneva alcuni dei suoi abiti e poi dei libri e i vecchi quaderni di scuola. In cucina, invece, c’era una foto sbiadita con intorno una sottile cornicina di legno color nocciola, appoggiata sulla credenza. Accanto a quella foto mamma Anna metteva sempre dei fiori, freschi, quando li poteva trovare nei campi, o di stoffa, fatti da lei, in inverno.

***

Brano tratto dal libro “Bucce d’acino. L’amore declinato” di Annalisa Fracasso, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Il valore nelle orme del cuore di Maria Lampa

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Sono al cinquantatreesimo piano della mia esistenza e non so quanti altri piani potrò ancora salire del grattacielo, ma so per certo quelli che ho superato, anno dopo anno.
Io paragono la vita ad un grattacielo: si inizia dal piano terra e si sale con l’aumentare degli anni.
Quando sono nata ero al pian terreno, incapace di vedere fuori dalla finestra e accudita totalmente dai genitori, dalla famiglia.
Man mano che sono cresciuta, mi sono resa più autonoma e con il tempo ho imparato a gestire le stanze, ad osservare il fuori che mi appartiene.
Quando ero ai primi piani, durante l’adolescenza, l’orizzonte era limitato da alberi esterni, che mi coprivano parte della visuale, restringendo anche il campo delle possibilità, poi cresciuta sono arrivata alla “maturità” e da quel momento ho potuto scegliere con consapevolezza e responsabilità.
Tutto il processo di salire di un piano, ogni anno, è stato naturale e molto intenso.
Io credo di aver fatto tante cose, ogni anno ho modificato, arricchito il traguardo, l’appartamento interno, usando al massimo lo spazio a mia disposizione e facendo tesoro dell’esperienza del piano inferiore, sono salita a quello superiore, migliorandolo, arricchendolo di “cimeli” avuti per i successi raggiunti, gli obbiettivi realizzati.
Qualcuno pensa che aumentando con l’età, si perda qualcosa, magari si vergogna della propria e non la dichiara; per me invece si acquista ogni anno qualcosa in più, tanta saggezza, esperienza, abilità e orizzonti più ampi.
Io vedo la vita come un bicchiere che si riempie con l’avanzare del tempo.
La cosa che mi affascina è la possibilità che ho, nel proseguire il mio percorso, verso la cima, di allargare la visuale e conquistare uno sfondo sempre più ampio.
Io so che posso interagire fin dove arriva il mio sguardo, perché l’ occhio vede solo ciò che può contenere e gestire, nulla di più e niente di meno.
Salire di un piano significa avere più opportunità, il campo di azione si allarga, vuol dire poter osare e arrivare un po’ più in là…. dell’anno precedente, spingersi oltre…
Io non parlo di possibilità fisiche, il corpo non può seguire i sogni, i pensieri, i desideri, perché si deteriora nel tempo, ma parlo proprio dei pensieri, degli ideali, dei sogni che non possono essere bloccati oggettivamente.
A volte mi è successo di restare in finestra ad osservare, senza agire, piatta, sfiduciata, confusa, inattiva e niente mi ispirava, da qualsiasi lato del piano mi affacciassi.
Non mi diceva nulla il mare del lato est, la collina del lato ovest, la montagna del nord e la vallata a sud e ho colpevolizzato tutto questo perché non mi mandavano stimoli.
Poi ho capito che toccava a me, immergermi in questo spazio, andare incontro al mare, la montagna, alla campagna e automaticamente, come per incanto, ho avuto risposte, stimoli, segnali chiari, suggerimenti grandiosi.
C’è stato lo scambio tra il mio dentro e il mio fuori e nell’interagire ho scoperto l’arricchimento, l’imparare continuo, la saggezza, la scoperta senza fine….
Ho imparato ad essere attenta, più osservatrice, a desiderare di crescere per avere maggiori possibilità di modificare il contesto esterno a me.
Nel rapporto con l’esterno (uomini, cose, natura) ho scoperto che sono come un sasso gettato nell’acqua: se un sasso è piccolo e spigoloso, i cerchi creati non sono perfetti e sono talmente piccoli che non arrivano lontano; al contrario, un bel sasso levigato, arrotondato, modellato, gettato nell’acqua crea cerchi regolari, grandi, di qualità che arrivano molto lontano.
E’ mio costante desiderio rendere la mia esistenza levigata, pesante, intensa, piena di sostanza, in modo che io possa emanare cerchi di qualità, percepibili un po’ più in là del mio naso….
Quando faccio qualcosa di positivo e di valido, di fatto creo un cerchio di qualità considerevole che contagia altri, che tocca e porta benessere a chi ne viene anche solo sfiorato.
Il mio impegno consiste proprio nel produrre più occasioni possibili di benessere per me per gli altri.
Sono anche responsabile di ciò che propongo, di come mi muovo e di come mi pongo nei confronti del mondo, cominciando da chi mi sta accanto.
Salire di un piano equivale anche ad aumentate responsabilità, perché sono maggiormente consapevole, perché l’orizzonte è più grande e dentro c’entrano più persone, più cose, più natura.
Il percorso della vita è affascinante perché lo vedo con questa ottica.
Ci sono stati momenti in cui sono stata vittima della miopia più o meno intensa, che non mi ha fatto vedere gli obbiettivi lontani, i traguardi che avrei potuto desiderare e quindi operare per raggiungerli.
Ci sono stati anche momenti in cui la “cataratta psicologica” mi ha impedito di vedere chiaro e allora sono andata avanti a tentoni, insicura, con il rischio di inciampare e magari cadere.
Altre volte non mi sono accontentata di ciò che ho visto al naturale, e avendo la sensazione che dove finiva l’orizzonte ci poteva essere qualcosa di molto interessante e allettante, mi sono procurata un binocolo per cercare di capire cose fosse quello che, ad occhio nudo, era solo un puntino informe.
Questa è la vita, il mio vivere, è il mio stile di viverla che varia nel tempo.
Ci sono stati periodi in cui mi sono curata solo di me, del mio appartamento e neanche ho guardato fuori, mi sono sfuggite perfino le stagioni e i colori che cambiavano con il tempo.
Ho avuto alcuni momenti difficili, in cui per malattia non ho potuto nemmeno affacciarmi a vedere, ma in fondo al cuore sapevo che il fuori c’era e mi apparteneva e non ho potuto interagire fisicamente con l’esterno, ma mentalmente si.
E’ vero che i pensieri sono impalpabili, non si toccano, non hanno una forma fisica, ma una cosa è certa: creano energia, si propagano e producono gli effetti sperati, a volte molto di più di ciò che ho desiderato e immaginato, e poiché non ci sono barriere per inviarli all’esterno, io posso scegliere di far volare quelli positivi, lontano, lontano fin dove io desidero.
Mi conviene aprire la finestra del mio attuale appartamento, aprire la porta agli amici, far cambiare aria alla casa intera, facendo entrare la brezza del mattino, l’aria tersa, il calore del sole, l’umidità della pioggia, il rumore del tuono e lo sfavillio del fulmine.
E’ in questo inter-scambio continuo che mi arricchisco, maturo, divento più abile e capace di donare quanto di meglio ho a disposizione nella totalità del mio essere psicofisico.
Sono convinta che l’aria di appartamento miscelata con l’aria esterna è di gran lunga migliore delle sola aria esterna, o della sola aria di casa mia.

***

Goccia I – Il grattacielo. Brano tratto dal libro “Il valore nelle orme del cuore” di Maria Lampa, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Il tarlo nella mente di Paola Pica

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La “libertà ritrovata” intorno ai quaranta ha quasi sempre un effetto inebriante sugli uomini, che si ritrovano a disposizione di nuovo gli stimoli giusti per far fronte alla normale crisi dell’età.  Volare di fiore in fiore fornisce loro l’afrodisiaco necessario a rivitalizzare quel ritmo che Madre Natura stava per placare, indirizzandolo verso piaceri più pacati e duraturi.  La solita vecchia storia: perché fermarsi, adesso che il bello è non solo cominciato di nuovo ma sembra non avere fine?
Quando si erano incontrati, infatti, Germano aveva quarantasette anni e era un professionista arrivato, con la disponibilità economica di cui un dentista gode di solito in Italia; era di bell’aspetto…aveva, praticamente, tutto…compresa una figlia adolescente, da usare come alibi, quando non sapeva come liberarsi di qualche donna un po’ troppo pressante.  A sentirlo parlare, passava con Veronica, la ragazza in questione, quasi tutti i sabato sera e spesso partiva con lei per il finesettimana.
(…)
Attraverso il vano della porta, dal soggiorno,Sara lo aveva visto chiaramente di spalle prima e poi, mentre si dirigeva nella loro direzione nell’alone di luce della lampada sulla consolle dell’ingresso, per un attimo, e mentre entrava nella luce piena della lampada a stelo sulla sinistra della porta.  Il suo metro e ottanta abbondante si stagliava nitido adesso e il taglio perfetto della sua giacca lo faceva, forse, apparire un po’ più sottile di come non doveva essere.  Il sorriso era il più candido che ricordasse di avere mai visto…ma era un dentista, no?
Stretta di mano a tutti, anche a lei, la nuova a tavola quella sera, a cui riservò anche una specie di piccolo inchino, quasi impercettibile, con la testa, mentre gli occhi scuri si infilavano letteralmente nei suoi.
Come da copione, dopo i saluti e le strette di mano:
- Scusate il ritardo, ma Veronica mi ha chiesto di accompagnarla al Gilda oggi pomeriggio, senza chiedermi di andarla anche a riprendere.  La sua telefonata in proposito mi ha beccato mentre facevo la doccia e mi preparavo per venire qui.  Credevo di farcela…ecco perché non ho chiamato.-
Coro: – Va be’…va be’…tanto lo sapevamo. –
(…) [Continua...]

L’uccello rapace di Paola Pica

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Questa è la storia di un omicidio commesso senza armi né veleni; ma solo con l’istillazione del dubbio e della paura dell’abbandono.
Lo avevano trovato morto una mattina, solo, nell’appartamento che, a detta di conoscenti, lei aveva lasciato un paio di giorni prima, sbattendo la porta come al solito, diretta verso la casa dei genitori, al sud.
Questa era stata la sua tattica fin dai primi tempi; da quando, cioè, aveva capito che lui ne soffriva fino a sentirsi male e che, una volta concessagli al telefono la promessa del ritorno, lui era pronto a darle qualsiasi cosa lei chiedesse.
Era vero che, fortuna per lui (se si può in qualche modo essere considerati fortunati, per poi morire così), la sua fine era arrivata prima che lei riuscisse ad ottenere la piena autonomia sul suo conto in banca…ma ora lei, finalmente, ne era legittima erede, anche se non l’unica.
Ma questo è solo l’epilogo di una storiaccia che si era svolta sotto gli occhi di tutti, per più di dieci anni, senza che nessuno dei suoi amici fidati avesse il coraggio di farsi avanti a cercare di fargli aprire gli occhi, che lei aveva abbagliato tanto tempo prima, con il suo sederino nel famoso bikini giallo, sul bordo della piscina di quell’albergo lussuoso sul lago di Como.
Di quell’albergo lui era stato il legale e lei la mogliettina, tutt’altro che devota, del giovane direttore.
(…) [Continua...]

E finalmente… piove di Mario De Rosa

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Madre -

Il tuo sorriso d’aranci mi squadra.
Silenziosi i tuoi occhi restano
agganciati al mio respiro, mentre io
contemplo dubbioso l’universo.

Ansimando, tutte le perplessità
del tristo mondo accorrono alla mente
mia, angolo di meditazioni semplici
e di ossessionanti interrogativi.

Tu mi guardi preoccupata, madre,
credendo di avvertire in me il dolore
o lo sconforto, ma io respingo ogni
aiuto, bisognoso di silenzio.

Non preoccuparti vanamente, madre.
Rifletto scetticamente sul cosmo
spudorato. Ma tra pochi minuti
tornerò a pensare all’immanente:

sul capo, allora, una muta carezza
mi accompagnerà, scevro da paure
che non mi spettano. E sorriderò
di nuovo nel tuo sorriso, madre.

***

Mio caro amico

Mio caro amico
che a leggere t’appresti
i miei versi scevri o adorni…
non lasciarti ingannar dalle parole
che scritte vedi in superficie!
Scava, scava affondo tra i punti e le rime,
sotto le virgole e dietro gli spazi
che là, dove più periglioso si fa il cammino,
dove non osano metter piede
color che non amano lo scorrere dolce
della voce del cuore,
tu solo mi troverai.
E da quel momento in poi
sarò pronto a guidarti,
ad accompagnarti sulla via
che, fra le amarezze e le gioie della vita,
dritta conduce ai sogni di quest’uomo.

***

Poesie tratte dal libro “E finalmente… piove” di Mario De Rosa, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Morte di ghiaccio di Francesco Mundo

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1 -
Ho sempre amato la neve. La coltre bianca che copre la terra e sembra guarirne ogni male è tornata spesso nei miei sogni, ad addolcire le notti durante tutta la mia vita. Che delusione al risveglio!
Era bello l’inverno dalle mie parti tra la fine degli anni ’70 e la metà degli ’80.
Da dicembre a marzo, non c’era sera in cui non guardassi le previsioni meteorologiche in televisione, sperando che quella stellina bianca apparisse proprio lì, sull’Appennino meridionale, ai confini tra Calabria e Basilicata, a ridosso del quale vivevo con i miei genitori e mio fratello minore.
Capii ben presto che delle previsioni non ci si poteva fidare ciecamente, per cui non mi restava che coricarmi con la speranza di un dolce e bianco risveglio.
Al mattino, durante quel quarto d’ora che intercorreva tra la sveglia e la discesa dal letto, cercavo di capire dai rumori esterni – o meglio dalla loro assenza – se nella notte avesse nevicato: era buon segno se non passavano macchine; tuttavia, dato il basso livello di traffico che caratterizzava il paese, specie a quell’ora, quello non era un indicatore decisivo.
Ecco allora che mi fiondavo alla finestra ed alzavo la tapparella lentamente, quanto bastava per scorgere un pezzo di strada, verificando così se il mio desiderio si fosse avverato oppure, come sovente accadeva, se avrei dovuto rimandare la festa.
Spesso le speranze erano disattese, ma molte volte il sogno si avverava. Si dava così inizio alla festa bianca.
Dopo aver fatto il giro delle finestre e dei balconi di casa per vedere il bianco dono da tutte le possibili angolazioni, facevo una gustosa e nutriente colazione – due fette di pane abbrustolito al fuoco (a fellaruscia), condite con abbondanti olio e sale – e via sulla neve, imbottito come uno dei robot che tanto andavano di moda in televisione in quegli anni di guerra fredda.
Incontravo gli amici del vicinato per una pallonata di riscaldamento. E poi via per tutto il paese, a sprofondare, a scivolare, a cadere, a sudare e gioire alla vista dei fiocchi che continuavano a venir giù.
Non era insolito che dalle tegole sporgenti dei tetti, soprattutto quando la temperatura era molto rigida, pendessero dei veri e propri ghiaccioli (i cannlir), che staccavo con le mani e succhiavo per dissetarmi. L’eccitazione, i movimenti e gli sforzi che facevo per muovermi sulle strade coperte provocavano un surriscaldamento corporeo ed una sete che nemmeno in agosto avvertivo.
Tornavo a casa bagnato fradicio, stanco ma felice ed impaziente di uscire di nuovo, malgrado i malumori di mia madre.
Dolcissima era poi la sera: quasi sempre il cattivo tempo danneggiava il sistema di distribuzione dell’energia elettrica, perciò trascorrevamo diverse ore a lume di candela o con l’antica lampada a petrolio, all’uopo riesumata dal magazzino, che riempiva l’aria di un odore di cui hanno ancora ricordo le mie narici.
A letto presto, con la speranza del bis il giorno seguente. Il sonno pian piano mi conquistava, man mano che l’eccitazione cedeva il passo alla stanchezza. [Continua...]