Le peripezie di Popolino di Mario Longobardi

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Salve sono Popolino so’ gagliardo e so’ carino mi fate un bel… sorriso, cosa hai capito volgare.
Sono stanco, ma felice di essere… di mettere nero su bianco le mie peripezie, fin adolescente ho sempre avuto due sogni nella mia vita, uno scrivere le mie peripezie per condividerle con i miei lettori, il secondo cantare con il grande Celentano … Celentano il re degli ignoranti … che poi non è vero che sia re è soltanto ignorante. A ogni modo per raggiungere il foglio di lavoro è stato un’odissea. Non c’è niente da fare il Popolino deve sempre subire perfino nei viaggi per motivi di “lavoro”… di fatti Omero ci canta le vicissitudini le peripezie di Ulisse e company nella grande opera dell’Odissea, appunto, il ritorno a casa di Ulisse, meno male che ha scritto solo il ritorno, perché se avesse redatto pure 1′andata era finita per noi studenti, cioè io sono un tifoso della cultura, ma quando è troppo è troppo a parte il fatto che Omero ha esagerato tanto è vero che leggendo l’opera pensavo che questo cantore fosse un politico decaduto, davvero!? Ci sono delle “fregnacce”: Scilla il mostro con tre teste, dico io se in ogni cultura i mostri hanno sempre avuto due teste che rappresentano la parte razionale e irrazionale dell’uomo, la terza testa era una testa di … volgare! e poi Ulisse un uomo travisato … oggi è conosciuto per la sua furbizia quasi se fosse un politico, è noto per la sua astuzia! In realtà ai suoi tempi era celebre per la sua jella, sì! Portava sfortuna, scusate: morirono tutti i soldati che viaggiarono con lui, è l’unico che ritorna a casa, e il suo cane Argo dopo tanti anni di vita, lo vide e cessò di vivere … non aggiungo altro, anche perché non saprei. [Continua...]

La siepe del biancospino di Adalgisa Licastro

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Almarina percorreva tutte le mattine quei vicoli stretti che conducevano alla scuola Garibaldi attraverso una scorciatoia.
Spingeva un passeggino sgangherato e traballante sull’asfalto sconnesso che le radici degli alberi ai limiti del sentiero, continuavano a dissestare. Nei giorni di pioggia di quell’inverno sempre più uggioso, le pozzanghere costringevano Almarina e Bisen, il bambino di circa sei anni che teneva per mano, a fare lo slalom per scansarle ed evitare che il trabiccolo su cui stava Dasar vi affondasse le piccole ruote.
Quel trasportino, scorticato in più punti, aveva fatto a lungo il suo dovere, conducendo ora qua ora là almeno due generazioni di bimbi.
Almarina l’aveva avuto da Tatiana, una poveraccia come lei che, a sua volta, lo aveva trovato in una discarica ricca di tutto di più. Non era facile per Almarina vivere gomito a gomito con gente sconosciuta e condividere la propria quotidianità con persone dall’idioma diverso, dalle usanze e dalle abitudini più disparate. All’insofferenza per le situazioni precarie dei centri di accoglienza, si aggiungevano fattori di ordine pratico tutt’altro che indifferenti; ma l’illusione di potere realizzare un sogno di benessere e di libertà, rendeva meno dura ogni accettazione.
Non è utopistico pensare che, in molti casi, l’animo esacerbato da un vissuto tragico, si allontani dal proprio dolore per consolare l’altrui, e trovi nella generosità il mezzo migliore per continuare a vivere. Accadeva così a Tatiana e alla giovane Almarina che aveva messo al mondo il suo Dasar pochi mesi prima d’intraprendere quel triste viaggio. Le due donne, di diversa provenienza, si erano incontrate per la prima volta sullo scafo che avrebbe dovuto portarle in Italia. La somala Tatiana era una donna sola, mentre Almarina aveva marito e figli. La famigliola era partita da Durazzo dopo una breve contrattazione di suo marito Sulejman, con uno scafista che si aggirava nella zona del porto. [Continua...]

Miser Catulle di Vittoria Caiazza

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Il viaggio di ritorno verso Roma gli pareva interminabile, colline seguivano colline, montagne seguivano montagne, e di nuovo colline seguivano colline in un mare di verde e di alberi che pareva inghiottirlo, rotto solo dal lento e trasparente scorrere di un rivo d’acqua o dal più potente passaggio di un robusto fiume, che sentiva cantare e borbottare, monotono eppure allegro, sotto i ponti che attraversava.
L’acqua pareva scherzare e giocare con i ciottoli che custodiva in seno, mentre le foglie degli alberi lasciavano che il primo vento estivo, che profumava l’aria intera di pioggia e di terra, le abbracciasse. Il cielo era cupo, ma non nero, minaccioso, ma non incombente, malinconico, ma non triste. Man mano che il cammino proseguiva, la sera scendeva sulla terra e su di lui, che sedeva al suo posto avvolto nel mantello, con la testa reclinata a guardare fuori quel paesaggio infinito, sempre più in ombra, che gli scorreva sotto gli occhi.
Io già lo conoscevo e non mi è difficile richiamare alla mente la sua amata immagine, che mai mi abbandonerà: quella di un uomo appassionato e brillante, ma allo stesso tempo malinconico e riflessivo. Racchiudeva in sé le migliori virtù di questo mondo: era un amico fedele e un amante ardente, un uomo buono e sincero. Non ci si poteva annoiare in sua compagnia e l’amico sapeva che mai avrebbe dovuto temere da lui un tradimento.
Ma era geloso e irascibile allo stesso modo in cui era appassionato in ciò che amava. E lui aveva, al di sopra di tutto, due soli grandi amori: la sua terra e la sua donna.
Lo rivedo ora come doveva essere in quel giorno, seduto al suo posto, un po’ assonnato e stanco dal viaggio. Felice di ritornare alla Città che amava.
Eppure so che, nonostante la gioia di quell’imminente ritorno, a volte i suoi occhi non vedevano quegli alberi e quei fiumi che scorrevano senza sosta, ma un cielo azzurro che si rifletteva su uno specchio d’acqua azzurra, al cui solo ricordo il suo cuore si stringeva in una morsa di nostalgia e gli occhi si bagnavano di lacrime.
C’era un palazzotto – me lo raccontava spesso – circondato da un vasto terreno intorno al quale crescevano le viti e correvano i cavalli, e l’edera si arrampicava sulla parete di pietra che affacciava sul retro.
Davanti un vialetto di terra, la cui polvere, talvolta, il vento, che attraversava l’immensa pianura e increspava le acque del Lago, sollevava, portava a un cancello e univa la casa alla strada principale, che ogni giorno gruppi di cavalieri e di soldati e rumorosi convogli percorrevano.
La casa era grande, le cucine profumavano di frutta e di verdura e l’odore della carne arrostita e delle salse si diffondeva nelle stanze vicine.
In quella casa lui era nato e cresciuto.
Le stanze erano piccole ed essenziali, ma d’inverno faceva molto freddo, quando l’umidità gelida saliva dalla terra e sulla pianura scendeva una spessa coltre di nebbia, che impediva di vedere a un passo di distanza, così venivano accesi i piccoli bracieri che riscaldavano le mani di chi si curvava verso essi, ma soffocavano e divoravano l’aria intorno.
La pioggia cadeva spesso fitta e il vialetto di terra si trasformava in una distesa di fango.
Lui mi parlava spesso di quei posti e così è come se li conoscessi anche senza esserci mai stato. Quella casa, quel viale, quella pianura sconfinata.
La sala in cui si mangiava era scura e di sera veniva rischiarata dalle lampade a olio che pendevano dai soffitti e che venivano accese da serve vestite sempre con quei colori smorti che lui tanto odiava. Raccoglievano i capelli a crocchio sulla nuca. Quelle donne parevano non avere un’età definibile, sembrava fossero nate in quel modo e dovessero morire in quel modo, sempre uguali, sempre le stesse. Destinate a vivere una vita piatta, a compiere sempre uguali gesti, ad affrontare giornate assolutamente e perfettamente identiche alle precedenti.
La famiglia si riuniva là e consumava il suo pasto in un silenzio rotto solo dall’ austera voce di suo padre alla quale rispondeva quella dolce e mite di sua madre. Sua madre … che per lui era la donna più bella del mondo e che gli sorrideva a volte con una dolcezza tale che lui avrebbe voluto abbracciarla forte e non lasciarla andare più.
Sembrava sempre stanca; ma al tempo stesso sempre forte, come se niente potesse spezzare o solo incurvare la sua austera schiena e nulla, a parte una parola di suo padre, potesse fare abbassare i suoi orgogliosissimi occhi.
Quando la sala si riempiva di ospiti sembrava più luminosa ed elegante, si animavano gli affreschi che coloravano le pareti – quei cieli disegnati e quegli alberi di pesco – e lui, bambino timido e silenzioso davanti a così inquietanti estranei, restava fermo sulla soglia a spiare quei visi severi, così simili ai busti che si trovavano nella stanza in cui suo padre curava i suoi affari, e ad ascoltare quei discorsi di cui non riusciva a capire assolutamente nulla. La sua piccola mano poggiava sulla fredda parete di pietra e la sensazione di quel gelo gli restava impressa nel cuore quando la sera si coricava nel suo letto e sua madre lo lasciava solo al buio dopo avergli dato il consueto bacio sulla fronte, solo esattamente come si sentiva sulla soglia di quella porta, lontano da quelle persone e da quei discorsi.
Durante quelle cene, in cui gli uomini parlavano di politica e le poche donne, mollemente adagiate in disparte, raccontavano i pettegolezzi che giungevano dalla Città, si susseguivano un mare di leccornie. Suo padre non badava mai a spese per quelle cene e sfilavano, così, sotto gli occhi dei commensali oche, fagiani, quaglie, ma anche pesci, trote preparate in ogni possibile modo, e poi dolci e frutta di ogni genere.
Quand’era estate tutto si riempiva di colori meravigliosi e lui giocava in quel giardino a rincorrersi col fratello. Si arrampicava sugli alberi o si nascondeva e si faceva scoprire perché rideva ogni qualvolta il fratello gli passava così vicino, senza, però, trovarlo.
Andavano a Sirmione, talvolta, dove avevano un’altra casa. Sirmione, che brillava come una perla luccicante su quel Lago che lui adorava e in cui, nelle limpide sere estive, si specchiava un’ enorme luna, tonda e perfetta, che pareva sorridergli dall’ alto del cielo scuro.
In quel casale così freddo d’inverno vi era un angolo sacro dedicato agli Antenati, che dall’Oltretomba vegliano sui mortali e ne indirizzano i passi. Una piccola statua di Venere che adornava la fontana, posta nel cortile interno, ricordava l’importanza che l’Amore e la Bellezza hanno nella vita di un uomo. Quella statua fu per lui un sorta di presagio, perché non conobbi mai nessun’ altro uomo per cui l’Amore e la Bellezza ebbero più grande importanza.
Una volta il Proconsole era andato in visita da loro. Era un bell’uomo, alto e robusto, molto intelligente e colto – io lo conobbi – e si trattenne a mangiare da loro dopo che il padre aveva così tanto insistito. Aveva trascorso tutto il tempo a lamentarsi del suo lavoro, importante, sì, ma che gl’impediva di stare vicino a sua moglie, che amava più di qualsiasi altra persona al mondo e che lo attendeva nella loro meravigliosa casa a Roma. Non aveva fatto altro che parlare di lei, solo di lei, sempre di lei, tanto che alla fine il mio giovane amico si era chiesto dubbioso se questa donna valesse davvero tutte quelle esasperanti parole.
Suo padre lo invitò a tornare quando avesse voluto e ovviamente anche in compagnia della moglie. Quell’uomo, così profondamente innamorato, aveva riempito di curiosità tutti e tutti volevano conoscere ora questa donna a suo dire così piena di ogni virtù: bella, buona, sincera, caritatevole, generosa e devota a suo marito.
Ma la bella Signora amava troppo Roma e soffriva troppo gli spostamenti per partire, così il Proconsole tornò, sì, un ‘altra volta, ma sempre da solo. La bella Signora fu presente di nuovo soltanto a parole.

***
Dal libro Miser Catulle di Vittoria Caiazza – LEONIDA EDIZIONI, 2011 – pag. 159

Il commento di NICLA MORLETTI

“Miser Catulle”, lo dice il titolo stesso, è un canto di lode al sentimento più forte del mondo: l’amore che a volte può essere doloroso, a volte appassionato e felice. E per fare tutto ciò l’autrice ricorre al poeta latino Catullo nelle vesti di giovane e disperato amante. Non si tratta di una ricostruzione storica, ma piuttosto di una libera narrazione delle diverse fasi dell’esistenza di Catullo. Dall’infanzia in campagna al trasferimento a Roma fino all’innamoramento per Clodia, sua Lesbia. Si tratta di un libro che emoziona e induce il lettore alla curiosità. La scrittura è amabile e lineare. Ottimamente descritti gli ambienti di mondanità in cui ruotano personalità di spicco. Una narrazione armoniosa che fa vivere intensamente la gioia e l’attesa, l’amore e il desiderio, la sofferenza e la passione. Vittoria Caiazza riesce in maniera egregia a descrivere l’uomo “Catullo” che ha sofferto e vissuto l’incantesimo d’amore, motore di vita e anche di morte.

Fino alla fine di Marzia Santella

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30 giugno 2008. -

“Ma stai scherzando?”
Alida non sapeva cos’altro scrivere in quel sms del cavolo.
Quello era l’ultimo bidone che avrebbe ricevuto da quello stronzo di Luca.
Era talmente arrabbiata, soprattutto con se stessa: di nuovo in quella situazione del cazzo!
In un parcheggio su una strada provinciale per incontrare un ragazzetto … sì perché il caro Luca è più giovane, dieci anni più giovane!
Alla mia domanda: “sono davanti alla gelateria tesoro, dove sei?». ha risposto un laconico: “io purtroppo sono a letto”.
Se l’avessi avuto li, davanti a me, l’avrei ucciso: un bel colpo in fronte… bella la pace nel mondo però, se ti si tratta così, non si è autorizzati a tutto?
Una rabbia mi montava nello stomaco, mi venne perfino mal di testa.
BASTA!
Guardai l’orologio nel cruscotto: l’una di notte. E adesso? L’idea di tornare a casa e andare a letto in quello stato… No, non avrei chiuso occhio fino all’ora di andare in ufficio… Tamburellavo le dita sul volante della mia Yaris nera.
Niente da fare: avevo passato in rassegna gli spasimanti e le amiche … di martedì sera, anzi notte! Mi avrebbero assunta come bersaglio per le freccette.
Dovevo assolutamente cercare un valido sostituto, almeno trentenne, santo dio!
Ne avevo appena compiuti trentotto, forse trentaquattro era il numero giusto. “Quelli” più grandi non mi avevano mai attirato… Istinto materno? Scarso.
Una madre non avrebbe MAI avuto i pensieri calienti che ho io quando incontro certi giovani!
Una predisposizione innata, la potrei definire così.
Infilando la chiave nella porta del mio appartamento, la rabbia tornò a salirmi dentro. Non mi vergogno: mi scese pure qualche lacrima.
Non accesi nemmeno la luce, tentennando mi schiantai sul divano. Allungai il braccio e accesi la lampada sul tavolino a sinistra.
Dovevo decidermi a cambiare arredamento, Stefano se ne era andato ad abitare dall’amante così in fretta che aveva lasciato il tavolo, la parete attrezzata, troppo moderna per i miei gusti… Dovevo chiamarlo: che se li venisse a prendere una volta per tutte…
Mi struccavo e, nello specchio del bagno verde come la mia bile, vedevo solo possibili piani e tecniche per fargliela pagare… l’indomani avrebbe mandato il suo solito sms predefinito: “buon giorno ti mando un dolce bacio”… senza ritegno!
All’improvviso ritrovai la serenità grazie a un sano e incontrastato “chi se ne frega”, accompagnato da un piccolo “Vaffa!”.
Finalmente un sonno lungo e senza sogni, né erotici né criminali. [Continua...]

Il Sorriso del Cielo di Rosanna Bertacchi Monti

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Da Parte Prima -

D’un tratto, s’invelò il cielo
e una nebbia lattiginosa
calò sulla terra
a inviluppare ogni cosa.
E fu silenzio:
un silenzio profondo
colmo di attesa e di presagio.
Il tempo s’impennò sul tempo.
L’attimo si fece immenso.

Così accade nell’istante
che precede l’evento:
l’evento… della tempesta
di sabbia nel deserto
o della tempesta d’acqua
in mezzo al mare.
L’evento… della tempesta di fuoco
dal ventre del vulcano
o della tempesta di ghiaccio
sulle creste nevose delle vette.

Poi… il caos che tutto scompiglia
e gli animi sconvolge.
Il caos che frantuma il puzzle
di un meriggio quieto
e fa schizzare le tessere
del mosaico perfetto
ai piedi di un olivo millenario.

I bimbi sfuggivano alle mani
e alle braccia delle mamme
come fanno i piccoli di capra
o di cammella
quando febbre di saltare
li strappa all’ombra-capanna
delle madri
e ansia di correre li chiama
ad ampiezze di distese.

***

Dal libro Il Sorriso del Cielo di Rosanna Bertacchi Monti – MARIANI E MONTI, 2011 pag. 151

Il commento di NICLA MORLETTI

Un poema che è armonia, musica, poesia, questo di Rosanna Bertacchi Monti. E a dirlo è anche il titolo: “Il sorriso del cielo”, mentre fanciulli, schiudendo le palpebre, volgono lo sguardo fin lassù dove è azzurro, luce e immensità. E scorrendo i versi nel loro echeggiare assorto e divino si legge: “C’erano, nella voce del Maestro, l’antica possanza dei grandi cedri del Libano e… la fresca levità del mandorlo fiorito”. Un’opera davvero preziosa come uno scrigno d’oro che racchiude anche la versione integrale in cinese mandarino elaborata dal prof. Mao Wen, docente presso l’Università “Bocconi” e “Cattolica” di Milano. Rosanna Bertacchi Monti, con delicatezza e profondo lirismo, conduce il lettore per mano e lo accompagna in luoghi e tempi lontani fino all’incontro di Gesù con i bambini. Un libro bello come i fiori d’ibisco che d’estate si schiudono al sole. Un poetare suggestivo e avvolgente come il chiarore della luna di notte, quando luminosa più che mai si affaccia alla terrazza del firmamento. Ed intorno ci sono le stelle.

I moicani degli anni Ottanta di Jonata Torricelli

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80 sete
80 paura …
80 voglia di te …
Ma il mio 80 non è tutto ciò, il mio 80 è l’anno Millenovecentoottanta, i vecchi anni Ottanta, gli anni del fiore della mia giovinezza ma anche gli anni della mia morte.
Nato nel 1968, nell’anno 80 avevo appena dodici anni, ero ancora un bambino ma mi sentivo già un uomo, un po’ strano dato che non sapevo ancora niente della vita, non avevo ancora accumulato nessun tipo di esperienze, l’unica cosa che sapevo in modo teorico era come si baciava una ragazza ma non l’avevo mai messo in pratica.
Ricordo che abitavo in Viale G. a Modena, in quel periodo c’era il BUM dell’ eroina, un sacco di ragazzi divennero tossici dipendenti, la maggior parte di loro morivano per droga, il parco di Modena dove c’erano le giostre per i bimbi, il cosiddetto “Monumento”, era invaso da spacciatori e tossici, la gente si faceva così come se niente fosse, per la strada, in stazione, nei garage, in qualsiasi angolo poteva capitare andava bene per farsi un BUCO.
La mia storia iniziò così …
Era un giorno di novembre, piovigginava, ero in casa alla finestra del balcone che guardava sul viale, l’appartamento al secondo piano in un palazzo di sette piani costruito senza nessun criterio, era tutto sottile, muri, porte, finestre, ricordo che con la testa ero appoggiato alla finestra del balcone, un vetro talmente sottile che avevo paura di romperlo e tutte le volte che passava l’autobus vibrava facendo un ronzio come se in casa ci fossero mille calabroni in amore, le goccioline all’esterno scivolavano giù lentamente unendosi l’una contro l’altra e quando quello passava, le vibrazioni del vetro le scagliavano via a una velocità impressionante, facendolo sembrare asciutto. [Continua...]

L’abirinto di Federico Romagnoli

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Venticinque novembre – Il rebus del naso -

Il tempo di certo non passa,
lo spazio semmai si sbriciola
come di sasso,
e si dilata il senso dello strazio.
Le mani ruvide
di te
annaspano nel vuoto,
salendo verso il basso,
un passo dopo un passo,
appena rigide.
Il nero squarciato propone un rebus:
il tuo occhio sinistro
è uguale a quello destro.
Nel mezzo mi smarrisco, del tuo viso,
è il naso che fa la differenza,
l’odore del tuo verde circonciso.
È certo che il tempo non passa.

*** [Continua...]

… e se ti raccontassi? di Enzo Proto

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Non molto tempo fa, c’era un pasciuto e simpatico passero di campagna; per meglio dire di paese, non faceva nulla di particolare, conduceva una vita monotona, raccogliendo granaglie, volando da un albero all’altro, cinguettando a squarciagola nel suo nido. Un giorno però incontrò alcuni uccelli migratori, erano di passaggio, si posarono sopra i rami di un albero alle porte del paese, proprio dove il nostro amico passerotto amava volare; il passero prima li guardò diffidente, poi, piano pianino si avvicinò: «Salve amici, da dove venite?» chiese ai pennuti sul ramo.
Questi lo guardarono «Ciao» risposero in coro ignorando il resto della domanda; il passerotto non badò a tanta indifferenza: «Siete stanchi vero?» continuò, «Non molto» rispose il capo comitiva.
Dopo un poco il passerotto si accorse che i migratori non erano uccelli superbi, e come gli spiegarono, loro per le lunghe traversate che facevano erano abituati a parlare poco.
Così cinguettando cinguettando, passò il tempo, il passerotto imparò a conoscere il mondo, capì di non doverlo racchiudere solo al posto in cui viveva, conobbe posti bellissimi dove si vivevano meravigliose avventure, ma soprattutto scoprì le città, com’erano fatte, quali pericoli si correvano e ammirò tutto il loro splendore. [Continua...]

Malva, gramigna e fiori di lavanda di Donatella Poggi

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Peter Collins, il pescatore, si addentrò tra le bancarelle della fiera di S. Giovanni, quella che dopo il predominio dell’anglicanesimo sul cattolicesimo si sarebbe chiamata “Fiera d’inizio estate”. Il giorno stava cedendo il passo alla notte, il cielo, ad Occidente, aveva assunto colori sgargianti: arancio e rosso con qualche pennellata di viola, per poi stemperarsi nel blu della parte opposta. Peter aveva fame ed era stanco. Dopo ventiquattro ore in mare con la barca ed altre otto per portare a destinazione il pescato, era tornato a casa, desideroso solo di darsi una ripulita e trovare un buon pasto.
Ma ormai la casa era vuota e non c’era più nessuno ad aspettarlo: un’epidemia di febbre altissima si era portata via sia il padre, che era stato prima il suo maestro e poi, con l’avanzare degli anni, il suo aiutante, sia la madre. Perciò aveva deciso di recarsi alla fiera, dove almeno avrebbe trovato cibo e bevande per rifocillarsi, pensando che forse, a ventidue anni, sarebbe stato il caso di cercarsi una moglie, pronta ad accoglierlo al suo rientro, nella stagione fredda, davanti al fuoco scoppiettante. Localizzò la bancarella dove vendevano gli sformati di carne e quella delle focacce e si diresse spedito da quella parte, guardando il cielo, dove cominciava già a brillare qualche stella: tra poco, ai margini del grande spiazzo sarebbero stati accesi degli enormi falò, i giovani avrebbero iniziato le danze e la musica, qualcuno si sarebbe ubriacato di birra, qualcun altro avrebbe fatto a botte per motivi stupidi, e così sarebbe passata anche la notte di S. Giovanni. E il mattino dopo la vita sarebbe continuata come al solito, con le sue gioie (ma quali per lui?), i suoi dolori e gli abituali problemi quotidiani. Immerso profondamente nei suoi pensieri, andò ad urtare con violenza una ragazza vestita di scuro, che stava conversando con alcune coetanee. [Continua...]

Graffio d’alba di Lenio Vallati

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Ero ancora un ragazzo quando mio padre mi portava a visitare la fabbrica. “Un giorno tutto questo sarà tuo”, mi diceva. Le sue parole mi procuravano un immenso piacere.
Osservavo compiaciuto i capannoni e non pensavo minimamente alle responsabilità che comportava l’amministrarli. Poi conobbi Elena, l’unica donna della mia vita, che dopo qualche anno divenne mia moglie e mi diede un figlio, Matteo. lo intanto mi davo da fare nella fabbrica di mio padre, ma il lavoro non mi affaticava. Forse perché ero il figlio del capo e mio padre, severissimo con gli altri dipendenti, dimostrava di avere per me un’indulgenza particolare. Bastava che fingessi interesse al lavoro e ubbidissi alle sue richieste, quasi mai pressanti, di battere un foglio a macchina o di spedire una lettera. Alle catene di montaggio che sfornavano ogni giorno centinaia di elettrodomestici, non ci andavo quasi mai. Ben poco sapevo della vita e delle condizioni degli operai. Al consiglio di amministrazione bastava che mi facessi vedere attento e annuissi continuamente alle parole di mio padre, il quale non sbagliava mai, non poteva sbagliare! Ai miei occhi era una sorta di dio onnipotente, dal quale dipendevano la fabbrica e i suoi lavoratori. Nonostante avesse molti collaboratori, raramente ascoltava i loro consigli, e soleva ripetere spesso che quella fabbrica l’aveva costruita lui, dal nulla, era una sua creatura. Un giorno mio padre fu colpito da un infarto, mentre si recava al lavoro: lo portarono subito all’ospedale, ma non c’era più niente da fare. Improvvisamente mi ritrovai sulle mie gracili spalle quella fabbrica, che mi appariva adesso ancora più grande di quanto non fosse in realtà, e un buon numero di famiglie che sarebbero dipese da me. Mia moglie Elena mi era accanto e mi incoraggiava. Ma non mi era di nessun aiuto nella gestione degli affari. Il suo compito era di badare alla casa e al piccolo Matteo. [Continua...]