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L’uovo di Rodolfo Viezzer

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L’uovo di Rodolfo Viezzer

Preludio -

Ricostruirà il mondo, questa volta perfetto.
Dato che il Male ha avuto il tempo di annidarsi in ogni dove, d’usurpare lo spazio e il tempo al Bene, prima di ricostruire dovrà essere distrutto tutto.
Da ogni fessura sarà espulso il Male. Non ci sarà più alcun difetto di fabbricazione. Questa volta porrà maggiore attenzione, il Male non verrà nemmeno prodotto, creato.
Ora sa che la minima infinitesima briciola di Male non ha altra scelta che quella di prendersi tutto.
È la sua natura.
In realtà stando fuori dal tempo e dallo spazio non se ne impossessa, già sono suoi. Li attraversa da una parte all’altra, facilmente anche da dentro a fuori. Come faremmo noi con un disegno su un foglio di carta.
Non si ferma, e l’entropia maligna, nel caso del mondo migliore, rimane uguale a sé stessa.
Questo cancro che mangia la carne sana, s’impossessa di essa, la divora, e boccone dopo boccone ne sente il sapore e gli sale alla testa.
La consuma irreversibilmente.
La carne usata non ha più memoria. Quella che si è lasciata corrompere non può più essere salvata.
La prima cellula colpita si difende ma se soccombe non vi è più freno. Colpire una cellula significa colpirle e averle già uccise tutte.
Uccisa una persona, una in più non fa differenza.
La distanza tra nessun morto e un morto è incommensurabile, infinita; quella tra un morto e un milione di morti è commensurabile, pari a un milione.
Vincere risulta facile al Male se ha corrotto un solo essere umano.
Uccidere un solo essere umano significa averli già uccisi tutti.
La strage di un solo essere umano. [Continua...]

Lacrime di Sara Ciampi

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Lacrime di Sara Ciampi

Lacrime -

Una piacevole brezza marina spirava lievemente quell’agosto sulla spiaggia affollata di bagnanti felici e spensierati.
D’improvviso un palloncino colorato, sfuggito dalle mani d’un fanciullo, si librò alto nel ceruleo cielo perdendosi nell’azzurro infinito.
Urlava e piangeva affranto quel bimbo tra l’indifferenza della gente, mentre la dolce e amorevole madre con grande tenerezza affettuosamente tergeva le sue lacrime di disperazione.
Ma quello strazio era nulla di fronte alla furia del vento burrascoso della vita che rapisce per sempre gli ameni sogni, la cara gioventù, la nostra fugace e mortale esistenza piena di speranze e di chimere.
E quanto atroci sono le lacrime versate dall’intera umanità, tormentata da dolori e sofferenze e colpita da terribili mali, che solo la carezza del tempo pietosamente riesce ad asciugare!

*** [Continua...]

Quel che resta del tempo di Daniela Quieti

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Quel che resta del tempo di Daniela Quieti

Quattro passi in un’antica città -

Venite nella mia città! Vi aspetto, all’imbrunire, sul nuovissimo “ponte del mare”, l’agile capolavoro urbanistico che unisce le due riviere di Pescara: la nord e la sud.
Vi terrò impegnati un paio d’ore, il tempo di una passeggiata… promesso!
Prima di muoverci, diamo “uno sguardo dal ponte”… verso le montagne… le cime del Gran Sasso disegnano nel rosa del tramonto il mirabile volto della “bella addormentata”.
Se spostiamo lo sguardo sulla sinistra, ci emoziona e intimidisce il massiccio della Majella, la Montagna Madre.
Sotto di noi i pescherecci risalgono il “vetus flumen” dopo una lunga giornata di lavoro. I pescatori ci salutano e noi ricambiamo il loro saluto.
Nel porto turistico galleggiano pigramente gli yacht e le sartie tintinnano al vento. L’orizzonte è sconfinato nel verde Adriatico e la città offre una pigra immagine della sua spiaggia, dei suoi palazzi, delle sue colline. Non lontana la stele del teatro D’Annunzio.
Scendiamo verso Piazza Italia. [Continua...]

Panorama di Giovanni Manzo

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Panorama di Giovanni Manzo

Fonte di luce -

Dio, fonte di luce e d’amore.
Improvviso nasce dentro.
Lentamente cresce come fiore
baciato dalla rugiada.
Rende il pensiero profondo,
aiuta ad attraversare
campi aridi e nebbiosi.
Bello è avere la sua carezza.
La sua parola amorosa
conforta, dolcemente guida.

***

Sole che sorge

Il sole che sorge
fa capolino
dai monti all’orizzonte.
Sale lento
sempre più caldo e splendente;
bacia copre di gioia il viso.
Tinge le nuvole di rosa.
La sua luce riflessa
dà un’aureola al cielo.

*** [Continua...]

Non solo Camorra. Caserta Terra di lavoro di Rosanna Rivas

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Non solo Camorra. Caserta Terra di lavoro

Non è un romanzo, non è un saggio, non è un giro turistico affrettato e asettico ma un breve e accorato appello a amare questo territorio, anzi a farvi ritrovare quell’amore che molti stanno cercando di farvi perdere. Questa volta sarò breve non ho scritto un lungo romanzo, per permettere a tutti di diffondere queste parole. Era tempo che vedevo il mio cammino intorno al mondo affaticato da un animo poco sereno nell’ascoltare quanti negli ultimi anni hanno privilegiato il lato oscuro e tenebroso di Terra di lavoro.
Sono sicura che non sarò da sola ma tante donne a cui ho dedicato un mio romanzo di successo cammineranno insieme a me.
Sono di nuovo sui tetti della città che mi accoglie quando torno dai luoghi a me tanto cari dove ci sono donne che soffrono come in questo vasto territorio che qualcuno vuole trasformare ameno ma arido. Io credo che invece trasmette tanta passione.
Questa volta però dovrò lasciare per qualche giorno i tetti di Roma perché devo a piedi nudi, calcare la terra che per secoli ha elargito cultura che ha allungato la sua mano in tutto il mondo.
La mia sarà una mano che vi condurrà fra grandi e piccoli rivoli che hanno reso eterna questa terra.
Purtroppo negli ultimi tempi molti figuranti hanno confuso il termine di mano rappresentando TERRA DI LAVORO come una città armata e assetata di potere.
Non sono in guerra con qualcuno, anzi io vorrei un mondo pacifico e rifiorito.
(…) [Continua...]

Passione e tormento di Paola Brambilla

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Passione e tormento di Paola Brambilla

La ragazza avanzava con fatica stringendosi al collo le falde dell’ampio mantello scuro; sovente si voltava indietro, nel timore di veder comparire qualcuno che la riconoscesse, ma ormai la luce del crepuscolo aveva lasciato il posto alle prime ombre della sera, che l’avrebbero aiutata a celare maggiormente la sua identità. Non aveva paura che gli scagnozzi di suo padre la riportassero a casa, perché era stata attenta, e aveva pianificato la sua fuga nei minimi particolari; in ogni caso nessuno si era accorto della sua partenza alle prime luci dell’alba; non aveva portato niente con sé, solo gli abiti che indossava, una piccola cesta, contenente una bottiglia di latte, delle fette di pane, tre arance e, nelle tasche, pochi spiccioli. Al collo però, appeso a una catenina e nascosto sotto il vestito, portava il suo ricordo più prezioso, di cui nessuno era a conoscenza: un rubino, sangue di bue, tagliato a forma di cuore incastonato in filigrana d’oro. Lo aveva ricevuto in regalo dal suo uomo, il giorno del suo diciassettesimo compleanno, ma non aveva potuto mostrarlo a nessuno; quindi nessuno avrebbe sospettato niente, poiché da casa non mancava nulla. Inoltre, difficilmente i domestici la vedevano; se ne stava quasi sempre rintanata nei suoi appartamenti sino alla sera senza che qualcuno la disturbasse, se non su sua esplicita richiesta; pertanto la sua scomparsa sarebbe stata scoperta solo quella stessa sera e perciò aveva ormai parecchio vantaggio. Ma quanta strada aveva percorso, non lo sapeva. Dei settantacinque chilometri che la separavano dalla sua meta, non avrebbe saputo dire quanti ne aveva già percorsi, sapeva solamente che le sembrava di camminare da una vita intera. [Continua...]

Làbrys-Opus Hybridum de Labyrinthismo di Mauro Montacchiesi

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Làbrys-Opus Hybridum de Labyrinthismo di Mauro Montacchiesi

Dalla Silloge poetica “Labirintismo” -

01) …di un fiore di Venus

Lentamente lascio calare le palpebre.
La mia mente inizia la sua catabasi,
inizia a percorrere le profonde, tortuose anse,
dei segreti, impenetrabili sentieri del mio labirinto.
La mia mente non vede, la mia mente ha percezioni
oggettivamente icastiche di quella realtà che non vede.
La mia mente ha percezioni sinestetiche
del buio che non vede, del freddo che non sente,
dell’umidità che non la penetra.
Poi, disperatamente, nel fondo del mio labirinto,
percepisce una botola che si disintegra,
una botola che la fa precipitare ancora più giù,
oltre quel fondo che credeva invalicabile confine,
centripetata da un maelstrom,
che la risucchia, nella percezione di un bènthos
e lì, paradossalmente, in un caleidoscopio di metazoi,
vede, sente, s’inebria di un fiore di Venus,
blandito da tèpide acque.
Questo simbolo di amore eterno,
ha ridato speranza alla mia mente,
che vagava in una brughiera di superficie,
che è colata a picco,
che non ha toccato il fondo soltanto perché è andata,
attraverso, oltre il fondo,
che è stata centripetata da un maelstrom,
per scoprire, per capire,
che ovunque, che inopinato, si può trovare l’amore.

*** [Continua...]

www.viraccontoiltg1.rai.it di Alma Maria Grandin

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www.viraccontoiltg1.rai.it di Alma Maria Grandin

Tgitalmente… -

L’intelletto è l’elemento divino nell’uomo, e la sua esperienza è comunicabile solo attraverso un linguaggio che non segue le regole del pensiero razionale, un linguaggio denso, che parla attraverso immagini dai molteplici significati: il mito.
- Platone -

L’INFORMAZIONE AL TELEGIORNALE NELL’ERA DI INTERNET
Aristotele sosteneva che «l’anima non pensa mai senza un’immagine».  Una verità quanto mai attuale, che era già chiara al filosofo greco oltre duemila anni fa.
La nostra necessità, di dare una rappresentazione sensibile alle idee, è quella che anche Kant definiva «un’arte nascosta nella profondità dell’animo umano», e che presiede proprio all’opera di visualizzazione dei concetti, difficile ma indispensabile. Il libro è ispirato a questa filosofia, declinata nel mondo della comunicazione all’era di internet.
L’idea iniziale è stata quella di partire da un’esperienza di comunicazione positiva, come il nuovo sito del Tg1, dove lavoro, per percorrere le connessioni reticolari dell’informazione web.  Quando si scrive di comunicazione si rischia di proporre concetti che per tanti sono scontati, ma se ci si addentra nei meccanismi della web communication, ci si rende conto di quanto i sentieri della Rete diventino più tortuosi e sconosciuti, perché paralleli all’avanzare delle nuove tecnologie.
L’obiettivo del testo è percorrere queste strade, scoprirne gli anfratti più remoti, partendo dal presupposto che i new media hanno creato una diversa dimensione, dalla quale non si torna più indietro.  La Rete, come la televisione italiana degli anni ’50, uniformando i comportamenti, le lingue e i dialetti, ha compiuto un’autentica rivoluzione culturale.  Così come la comunicazione ha raggiunto livelli planetari, il web ha allargato ulteriormente gli orizzonti ed ha costituito quel grande “villaggio globale” nel quale i flussi informativi arrivano ovunque e da chiunque, in tempi incredibilmente brevi. Osservando questa nuova “media realtà”, ho sentito l’esigenza di scrivere un libro sulla comunicazione online, che servisse a decifrarne le coordinate. Nel mare aperto della Rete, la nostra rotta sarà tracciata da internet, come medium e mezzo, per fare un’informazione più accurata e meno faziosa. Al centro del sistema rimane sempre il giornalista, che però deve essere identificato non esclusivamente nella figura professionale tradizionale che conosciamo, e che si è arricchito culturalmente proprio per la necessaria conoscenza dei new media, ma si fa spazio anche lo stesso utente. L’utente della Rete, il fruitore e creatore di flussi informativi, la cui attendibilità rimane sempre da accertare. Un soggetto passivo trasformatosi in attivo. «Il giornalismo del futuro sarà sempre più dipendente dal contributo degli utenti» sosteneva, anni fa, Marco Pratellesi. Ho quindi provato a raccontare questo nuovo “mestiere di scrivere”, partendo dalla mia esperienza fino alla creazione del sito del Tg1 e del lavoro svolto in questi suoi due anni di vita. [Continua...]

Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana

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Bou Assida. La notte della bestia di Bruno Fontana

Da “Il Grande Berbero” -

Affondavo gli alti stivali di caucciù con un piacere quasi morboso nell’erba fradicia che mi sfiorava le ginocchia. Di volta in volta mi giravo a guardare la lunga scia di orme che mi lasciavo dietro, come se stessi correndo nella savana inseguito da qualche belva. E il cuore mi batteva forte solo a pensare che potesse essere vero.
Era inverno e aveva piovuto abbondantemente. Pozzanghere costellavano il terreno dove mi ero avventurato prima di arrivare sul prato e mi ero divertito a far schizzare l’acqua fangosa. Mi sentivo felice al punto di sentirmi in sintonia con la natura.
La campagna! Avevo scoperto di amarla da quando i miei genitori mi avevano rinchiuso in collegio a Biserta.
Era stato uno strappo profondo ma necessario dicevano loro. Tagliato il cordone ombelicale che mi legava ai miei affetti, alla mia casa, avevo imparato ad affrontare le avversità da solo, a conoscere un mondo ostile, quanto meno insensibile alle mie paure, ai miei desideri. Insomma, i miei privilegi di figlio di papà lontano da casa si erano di colpo rivelati molto fragili. Per consolarmi loro sostenevano che dovevo pure farmi le ossa, che la vita non è una sinecura, che i soldi non cadono dal cielo e bisogna sudarseli, e altre amenità del genere. E per finire un esempio illuminante: anche Rockefeller aveva costretto il figlio a lavorare come operaio in una delle sue fabbriche, per “farsi le ossa”.
Era un mese che non tornavo a casa e volevo godermi ogni minuto di libertà, fino all’ultimo triste giorno delle vacanze natalizie. Respiravo l’aria umida, pungente di quella fredda mattinata e correvo in mezzo alla lussureggiante vegetazione del prato, dietro casa, che d’estate invece era un immenso e ondeggiante tappeto di papaveri rosso sangue. Mia madre era talmente innamorata di quella distesa purpurea che s’infuriava quando per seguire il mio cane Barry, che correva appresso a qualche lepre, la calpestavo, ignaro di compiere, ai suoi occhi, uno scempio.
Mi fermai al recinto dei cavalli, dietro le scuderie. [Continua...]

Manuale di Mari in Fiera 2013

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Manuale di Mari in Fiera 2013

FIERA DEI LIBRI ON LINE – Sessione primaverile
- 21 marzo 2013 / 21 maggio 2013 -
Leggi, commenta e ricevi copie in omaggio!

Blog degli Autori

- dove i Lettori incontrano gli Autori -
www.blogdegliautori.it -

Manuale di Mari
- Poesia e letteratura nei mari del web -
www.manualedimari.it -

Partecipa alla sessione primaverile della Fiera dei libri più innovativa del web!
La Fiera si svolge completamente on line in due distinti siti web.
I libri che partecipano alla Fiera appaiono anche nelle Riviste Edes distribuite in tutte le edicole!
[Continua...]

Petali Rossi di Robert

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Petali Rossi di Robert

Un piccolo mondo di rose -

Un bel giorno sbocceranno le rose
Nei miei sguardi, ad ogni tuo sorriso
Mi chiamerai l’uomo delle rose
Iride di verità saranno i miei occhi
E lunghi remi le mie mani
Tra le onde di riccioli scuri.
Un bel giorno, che non c’è stato
Ti porterò in riva al mare
Indomita Principessa dei sogni
Seguendo una passerella di riflessi di luna
Ti mostrerò un regno segreto
Dove un abbraccio vale mille parole
E un dolce bacio infinite poesie
Dove l’attesa fremente
E’ una scala verso l’eternità
Donandoti in versi muti
Quel piccolo mondo di rose
Del sentimento che non si nomina
Ma nel nostro cuore si stringe forte
Parole non dette come mai dette

*** [Continua...]

Il metodo di Rosa e Carolina Agazzi di Francesco Altea

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Il metodo di Rosa e Carolina Agazzi di Francesco Alteagazzi

Dalla Premessa -

Mettere in rilievo i processi educativi seguiti negli asili infantili, così come venivano concepiti dalle sorelle Agazzi, Rosa e Carolina, contraddistinguendoli da quelli facenti capo a tanti altri metodi, tra i quali, ad esempio, quello della Montessori, e inquadrarli nei canoni dell’educazione attiva che, tra la fine del Diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, aveva già raggiunto il culmine della sua importanza, e andava sempre più diffondendosi in contrapposizione ai vecchi sistemi della pedagogia tradizionalistica fondata, in maggior parte, sull’apprendimento passivo, costituisce il fine principale di questo saggio.
Si parte dal principio che compito della scuola sia anche quello di trasmettere esempi di umiltà educativa, rinsaldando l’utilità ed il valore di quest’ultima, soprattutto nel concetto di chi, in nessun caso, umile non fosse per istinto, perché tutti, allo stesso modo, possano essere, a loro volta, d’esempio nelle diverse circostanze della vita, vissuta in famiglia, nei loro rapporti con la scuola, o in qualunque altro ambiente della società, a prescindere da quelle che saranno, poi, le loro reali funzioni.
La vera umiltà è propria di tutti quelli (docenti e discenti) in cui essa appare palesemente connaturata al loro spontaneo modo di essere, di operare, di agire ed interagire con gli altri. Potrebbe, però, trovarsi anche allo stato latente in taluni individui ritenuti, per la loro incapacità di manifestarla agli altri, a ragione o a torto, poco educati; e, perciò, finiti, senza neppure rendersene conto, in uno stato di assoluta indifferenza, altezzosità ed arroganza verso il loro prossimo e tutto ciò che li circonda.
È, dunque, compito di noi tutti, come società, ma, soprattutto, della scuola aiutare questi individui, attraverso quelli che sono i veri principi della buona educazione, a tenere sempre alto il senso dell’umiltà, come solida base di correttezza e comprensione verso il prossimo. [Continua...]

La ragazza del treno di Federico Fontana

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 La ragazza del treno di Federico Fontana

Dalle prime pagine -

Ci sono momenti in cui la vita sembra ristagnare, in cui gli eventi che segnano il nostro cammino sono incanalati verso una direzione già tracciata. Poi un giorno, improvvisamente, può capitare che quel cammino cambia rotta. Un viaggio, un incontro casuale ed eccoci su una nuova strada, sconosciuta e misteriosa e per questo intrigante.
Tutto cominciò un venerdì mattina su un treno diretto a Bologna e che mi avrebbe portato verso un nuovo destino…

Il viaggio

Dal finestrino della carrozza della metro, che al solito strabordava di gente, riuscivo a malapena a scorgere la scritta “Termini”. A fatica con il bagaglio ben stretto in mano, mi avviai verso l’uscita, tra una miriade di gambe e ascelle pezzate, riuscendo grazie al mio fisico asciutto a schizzare velocemente fuori, imbattendomi in una coda di persone dirette verso le scale che portano all’ingresso della stazione ferroviaria.
Affrettai il passo. Dovevo prendere il treno per Bologna. Lo scopo di questo viaggio che già da tempo avevo in mente di effettuare, era l’incontro con una ragazza conosciuta su Internet. Incontri che di questi tempi, con l’uso sempre più ricorrente dei social network, erano piuttosto di moda.
Era da oltre due mesi che quasi tutte le sere, prima di andare a dormire, mi collegavo su Messenger, e puntualmente verso le 23.30 “mi incontravo” con desiderya81, questo era il nick di Tania.
Non amo troppo le chat: trovo dispersivo passare ore davanti a uno schermo e una tastiera a scrivere stronzate o a cercare di attaccare discorso magari con maniaci che rispondono al nome di diavolessa85, formosa28 o bambola80. Ma lungi da me prendermela con gli habitué di questi incontri virtuali. [Continua...]

Silenzi d’amore di Caterina Guttadauro La Brasca

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Silenzi d’amore di Caterina Guttadauro La Brasca

Con la valigia in mano, mi sentivo un’emigrante che tornava a casa. Ogni pietra di quella facciata, per me, aveva impressi, come calchi, un viso, un sorriso, un pianto. A tenerle unite era stato l’amore che, come il cemento, aveva reso saldi i pezzi delle nostre vite.
Entrai e cominciai a salire i gradini di marmo scuro che accoglievano i miei passi lenti e cadenzati.
Appoggiandomi alla ringhiera in ferro battuto respiravo aria di casa, mi sentivo alitare sul collo il gattino soriano che, da bambina, portavo in braccio e, nello stesso tempo, la parte più vigile di me sapeva che tutto questo era passato. Sentivo profumi di donne acconciate che si davano l’ultimo tocco prima di uscire, odori di pietanze che avevano insegnato al mio palato la bontà e il gusto. Quelle scale erano la galleria del vento della vita che dall’intimità mi conduceva fuori. Attraversandola assumevo contegno oppure sorridevo gioiosamente all’idea di chi avrei visto appena uscita. Erano tutte presenze che sentivo vicine, compagne di tante avventure che, negli anni, erano diventate ricordi.
Al primo piano, due gradini da scendere, di cui uno sconnesso. Quanti attentati al mio equilibrio quando andavo di fretta, quando la vita era una corsa a volere, a sentire di più, nonostante il tempo da vivere fosse tanto.
Ora salivo piano, non c’era fretta, volevo accorgermi se tutto ciò che ricordavo era esattamente quello che ritrovavo: due stanze, di cui una grande, dove trascorrevamo la maggior parte della giornata. Al centro, una grande tavola in noce, di quelle smerlate con due ripiani nascosti sotto; il copri tavolo in velluto di vari colori che, due volte al giorno, veniva sostituito da candide tovaglie per il pranzo e per la cena.
Noi piccoli eravamo sempre gli ultimi ad arrivare e, qualche volta, non ci era concesso di sederci perché dovevamo, dopo aver mostrato le mani, ritornare a lavarle, non erano perfettamente pulite, e 1′esortazione a farlo era categorica per quanto muta; si evitava così la sgridata per non rompere 1′aria di raccoglimento, la voglia di riunirei attorno ai piatti fumanti, aspirandone il profumo che accentuava la salivazione. [Continua...]

Il nuovo sistema di Guido de Eccher

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Il nuovo sistema di Guido de Eccher

Capitolo I -

Di normalità si cominciò a parlare poco dopo che si fu insediato il nuovo governo. Pareva che quel termine si attagliasse perfettamente alla caratura politica e anche morale del nuovo premier. Il suo discorso alla Camera in occasione del voto di fiducia fu tutto improntato, per la verità, più sul termine “normalizzazione” che su “normalità” tout court. Fu però quest’ultima parola a ottenere piena cittadinanza nei discorsi della gente, forse perché “normalizzazione” sembrava una parola troppo tecnica, troppo impegnativa. Normalizzare sottintendeva un’azione diretta contro certe pratiche del passato, certi comportamenti, quelli che avevano portato il Paese sull’orlo del baratro. La gente invece voleva il ritorno della normalità, nell’ accezione di una vita da condurre senza soprassalti di moralismo, senza troppi interventi che stravolgessero l’esistenza delle persone. Chiedevano in fondo quello che in ogni Paese e in ogni epoca era sempre stata l’aspirazione suprema della stragrande maggioranza: vivere senza troppi pensieri, conducendo le proprie attività in modo tranquillo, godendo dei piccoli o grandi piaceri che ci si poteva concedere lasciando che altri si occupassero, ma senza dare troppo fastidio, dei problemi generali. Normalità significava anche criticare il governo, esprimere opinioni contrarie, ma con la convinzione che si trattasse di un “normale” esercizio dialettico di chi, comunque, non poteva esimersi dal seguire regole dettate dall’alto.
Dopo pochi mesi la parola “normalità” estese la gamma dei propri significati. Si passò dall’aspirazione largamente condivisa a vivere con tranquillità a quella di un’esistenza nella quale fossero banditi i pensieri dissonanti, di qualsiasi genere. Non si sa come successe, ma a un certo punto essere “normale” cominciò ad assumere delle connotazioni diverse rispetto a quelle del passato. lo credo che a ciò avessero contribuito molto gli interventi del governo contro certe frange della popolazione che, contrariamente alla maggioranza, non aspiravano alla “normalità” nel significato che era largamente inteso. [Continua...]

Il silenzio dell’anima di Adalgisa Licastro

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Il silenzio dell’anima di Adalgisa Licastro

Dal Capitolo I -

Sario era solito portare con sé quella strana carriola che fungeva d’armadio; servendosi di un bastone, vi aveva legato due appendipanni: uno per il suo cappotto quando era estate, l’altro per l’abito nuovo che teneva in serbo da quando zio Domenico, buonanima, glielo aveva fatto cucire.
Aveva trovato quel carrello fuori dal recinto del supermercato e, da allora, l’avervi riposto le sue povere cose, lo faceva sentire un re.
Era stata una vera fortuna poterlo avere, specialmente quando la signora Masa, lo aveva cacciato dal “buco”, quella piccola stanza dalle pareti verdastre di muffa e l’intonaco sfaldato, tremolante ad ogni passaggio del treno.
Per Sario lasciare quella casa era stata una grande perdita, ma Masa non aveva avuto pietà. “Tu non paghi, vecchio furfante! E a me servono i soldi, dunque, vai fuori dai miei piedi!”
Aveva detto, urlando. Sario, senza battere ciglio, aveva radunato le sue cose sull’insolito attrezzo e portato con sé tutto il suo mondo: un piumino ingiallito, una coperta rosa di vera lana, una tela cerata grande quanto un lenzuolo, uno spezzo ne di gommapiuma, tanti cartoni doppi, strofinacci, salviette, maglie e calzoni con tante toppe che aveva messe tutte da sé.
In fondo al carrello, riposta con estrema cura, una scatola di latta legata con un nastro rosso e ricoperta da una custodia di cellofan. Aveva vagato per la città, ma solo dopo aver superato il ponte che porta alla tangenziale diretta a Torino Nord, a ridosso del primo cavalcavia, aveva trovato uno spazio protetto dove potersi fermare.
L’aria tiepida di quella notte settembrina, il cielo punteggiato di stelle gli davano un’insolita euforia ed un profondo senso di libertà; lasciandosi trasportare da quell’onda d’inaspettato benessere, non osava porsi interrogativi sulla vita, sul suo domani. [Continua...]

Piccola blu di Adalgisa Licastro

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Piccola blu di Adalgisa Licastro

Capitolo I -

«Alibranda, Alibranda!! Non ci sentir Mi sgolo a chiamarti e tu non dai segno di vita!» urlò Janette, ormai fuori di sé.
Da qualche tempo era particolarmente irascibile, ma quella sera era, a dir poco, intrattabile. «Che succede, signorina?» rispose la donna con voce affannata.
In poco più di vent’anni aveva fatto e rifatto migliaia di volte quei quattro gradini che dall’enorme soggiorno conducevano alla camera da letto dei signori Lionetti e della figlia Janette.
Sebbene godesse di ottima salute, Alibranda accusava una grande stanchezza esasperata da una routine pressante. Janette, la sua pupilla, era esigente e quando aveva “le lune di traverso” diventava insopportabile. Prima di essere la governante di casa Lionetti, la donna aveva avuto cura della famiglia d’Aubignè, a suo tempo imparentata con re Luigi XIV e appunto per questo, conosceva bene le regole del “bon ton” ed esigeva che la sua prediletta le rispettasse.
I signori Raja e Poldo facevano parte di una borghesia benestante che vantava origini tra professionisti: medici da parte di Soraja Valenti, giudici e notai dal ramo Lionetti. Per quanto Poldo fosse un uomo rispettoso delle tradizioni di famiglia e molto legato al suo passato, mostrava entusiasmo e curiosità verso ogni trasformazione innovativa. Soraja d’indole dolce e accondiscendente, ascoltava con rispetto le parole del marito anche se, al momento opportuno, non mancava di dire la sua, mettendo fuori guizzi repentini di una personalità fermissima e ben determinata. Nei periodi in cui Poldo non aveva occhi e orecchi che per il lavoro dei suoi avviatissimi studi notarili, lei passava intere giornate al pianoforte, suonando musiche di autori noti o producendo melodie che scaturivano dalla sua mente e dal suo cuore e restavano di passaggio sulla tastiera e nell’aura della casa.
A Janette che le chiedeva di suonarle ancora, Raja rispondeva che il vento le aveva portate lontano. Le piaceva creare melodie e concedersi la gioia di produrne sempre nuove, anche se il suo diploma di composizione le avrebbe permesso di fissarle sul pentagramma. [Continua...]

I prati della mucca pazza di Giorgio Bianchi

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Studi classici. Matematica arrogante. Antipatie. Il fascino della filosofia -

Il ragazzo era seduto in soggiorno di fronte al padre.
Aveva un atteggiamento deciso mentre giustificava la sua scelta.
«No, a me non piace. La matematica non la capisco. Faccio già fatica adesso nella scuola media. Se non avrò il massimo dei voti, sarà proprio per quella materia arrogante.»
«Arrogante?» chiese il padre sorridendo «come si fa a dire che la matematica è arrogante? Si può dire di tutto della matematica, ma francamente… arrogante mi sembra fuori luogo.»
«Già l’aritmetica delle elementari non la potevo soffrire. Teoremi, convenzioni, leggi rigide, non c’è spazio per discutere.»
«Lorenzo, mi sembra che tu abbia torto. Come ci può essere spazio per la discussione quando si è alla presenza di leggi dimostrate scientificamente?»
«A me piace discuterle le cose. Non mi va che tutto sia già fissato dagli altri.»
«Dagli altri? Ma sono i massimi geni dell’umanità. Vuoi metterti a discutere con Pitagora, Talete? Hanno già detto tutto loro.»
«Allora io che ci faccio in mezzo? A scervellarmi per capire quello che hanno detto? Per arrivare a conclusioni che sono già scritte e dimostrate e non m’interessano?»
«Non t’interessano, ma reggono il mondo. Questa casa sta in piedi perché è stata costruita secondo tecniche che derivano da formule matematiche.»
«Va bene, io non m’interesso della matematica e lascio costruire le case agli altri.»
Nelle discussioni con Lorenzo l’atteggiamento del padre era sempre misurato e calmo. Ciò consentiva ogni tipo di contestazione, ma nello stesso tempo ne riduceva l’effetto, essendo difficile trovare punti deboli nei suoi ragionamenti.
«La matematica offre soluzioni che sono frutto di logica. [Continua...]

Girotondo intorno a noi di Nadia Meriggio

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Una birra in compagnia -

La partita ha inizio -

Una partita di pallapugno si compone, al massimo, di ventuno giochi. La prima squadra che arriva a undici vince la sfida. Le fasi in cui si divide una partita mi fanno pensare alla storia della nostra vita: dapprima si posizionano le “cacce”, cioè si fissano gli obiettivi da raggiungere. Poi si cerca di conquistarle. Ci si può riuscire oppure no e questo dipende sia dai nostri sbagli personali sia dalla fattibilità dell’obiettivo che ci siamo posti.
Non importa come ti chiami e dove vivi, che lavoro fai e quali sono i tuoi progetti per il futuro. Non importa se tu pensi di essere una persona qualunque perché ognuno di noi può raccontare la sua storia. E non è detto che quelle che ci appassionano di più siano proprio quelle meno simili alla nostra esperienza personale.
Il momento in cui sboccia un nuovo amore è straordinariamente magico. E’ la fase più affascinante del sentimento più dolce del mondo. E’ uno stato di beatitudine che, purtroppo, si risolve nell’arco di poche ore. Quando ci si da’ appuntamento alla prossima volta, questo alone di tenerezza svanisce lasciando il posto alla consapevolezza che si è incontrata una persona speciale e, qualunque cosa accadrà in seguito, non si riattraverserà mai più quel sentiero d’indecisione che si è percorso per conquistare chi ci piace.
Sarebbe bello catturare l’istante in cui sboccia un nuovo amore e poi riviverlo una, due, tre, dieci e anche più volte per scandagliarne tutti gli angoli. E, invece, ci si imbarca in un’avventura splendida e misteriosa allo stesso tempo. Quando sboccia un nuovo amore non si può sapere se sfiorirà dopo poco tempo o si trasformerà in una bellissima pianta sempreverde. Eppure, ogni volta, si rivive quell’intensa magia con dolcezza e felicità perché l’amore è un dono meraviglioso e rifiutarlo sarebbe davvero sciocco.
Ma il nostro cuore, chissà perché, si riempie anche di solitudine. Nonostante accanto a noi ci siano tante persone (amici, colleghi, parenti), ci sono situazioni in cui possiamo trovare solo dentro noi stessi la risposta che cerchiamo.
C’è un girotondo tutto intorno a noi. Una moltitudine di gente ci circonda ma il fatto che questo si svolge intorno a noi vuol dire che non ne facciamo parte. C’è tanta gente intorno a noi ma siamo comunque soli.
Una perdita, un abbandono, un dolore forte sono momenti difficili per tutti ma per trovare la via d’uscita possiamo contare solo su noi stessi. Il conforto di chi ci è vicino è preziosissimo ma, da solo, non basta a risolvere la situazione. Ognuno di noi ha tempi e modi di reazione differenti a eventi simili e lo stesso episodio viene vissuto in maniera diversa da soggetto a soggetto. [Continua...]

Il giardino degli dei di Nadia Meriggio

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CAPITOLO VIII -
La tortura mentale -

Fui distratta dalle mie constatazioni dall’aprirsi della porta ermetica della cella. Entrarono Caio Serpido e due guardie.
“Oggi visita oculistica. Il sorteggiato è il numero 547921” esordì perfidamente.
Gli altri si guardarono tra di loro per scoprire, dalle reazioni del volto, di chi si trattasse. Io mi astenni da questa pratica perché sapevo già di chi si trattava: il numero 547921 ero io. Ingoiai una delle pasticche che mi aveva dato Casimiro Dolphin. Volevo verificare di persona la loro potenzialità. A questo scopo mi sembra giusto chiarire che non si trattava di una droga ma di un concentrato di vitamine e sali minerali che rende l’organismo più forte.
“Alzati!” ordinò Caio Serpido. Le due guardie mi sollevarono di peso e mi condussero in una stanza al piano di sotto, nonostante le mie proteste. Con la forza mi legarono a una sedia molto simile a quella utilizzata dagli oculisti ma io sapevo con assoluta certezza che non si trattava di una visita ma di qualcosa di diabolico. Mi misero in testa un casco munito di visore e diffusore acustico. Da quel momento chiusi gli occhi e non li aprii più fino a quando non mi tolsero quell’apparecchio.
Caio Serpido, dopo aver acceso l’altoparlante in modo che tutti, sia all’interno dell’edificio che in ogni città di Magicland potessero udire, spiegò cosa sarebbe accaduto a tutti i ribelli:
“Io, Generale Caio Serpido, autorizzo l’esimio scienziato Cornelio Crudens ad avviare la procedura 666 approvata dall’unico imperatore del regno di Magicland, Sua Maestà Brutus Kroeger. Vi spiegherò brevemente in cosa consiste questa nuova punizione riservata a ribelli, disertori, anarchici e a tutti coloro che non condivideranno le opere e le idee di Sua Maestà Brutus Kroeger, unico essere pensante. Il condannato viene immobilizzato su una sedia con in testa uno speciale casco, il brevetto 666 che, in un’ora, bersaglia il reo di immagini, suoni, voci, informazioni che costringono la sua memoria ad imparare tutto il sapere che può essere contenuto nel più grande computer del mondo, sia di Magicland che di Osmond. Voi sapete che ciò è umanamente impossibile. Questo eccessivo sforzo provocherà, entro cinque ore dall’avvio della procedura, l’esplosione del cervello del condannato. Dottore, avvii la procedura.”
Io non sentii questo discorso poiché, anche se la procedura non era ancora stata avviata, ero già isolata tramite il casco. Udii queste parole solo alcuni giorni dopo e mi sentii male sapendo quale sarebbe stata la mia fine se qualcosa, in quel bislacco ragionamento, non avesse funzionato. [Continua...]