
L’orologio su cui punto troppo spesso gli occhi durante il giorno e, talvolta, anche durante la notte, segna le ore 11,20.
Comprendo che non riuscirò ad incontrare puntualmente alle 11,30 i miei clienti che dovranno aspettarmi in studio.
Mi sono trattenuta in banca più di quanto prevedessi, cerco di dare velocità alla mia andatura come se servisse ad arrivare in orario e non sortisse invece l’unico effetto di farmi inutilmente trafelare.
La gente cammina, mi viene incontro, mi supera; è gente che come al solito, per me non ha volto, non ha storia, non ha interesse.
Saluto velocemente una persona che conosco poco ma che anche se conoscessi meglio otterrebbe da me un saluto comunque veloce e necessariamente sfuggente.
Sento una voce a pochi metri da me, è la voce di una bambina avanti a un portone.
La bimba è vestita di blu e di azzurro, blu il jeans, azzurra la maglietta. Ha capelli chiari, lunghi e ricci <<mammaaa… mammaaa… mammaaaa…>> chiama sollevando al cielo la testa verso il piano forse più alto della palazzina del centro storico di soli due piani.
<<Mammaaa… mammaaa… mammaaa…>> mi allontano mentre chiama ancora <<mammaaa,mammaaaa… mammaaaa…>>.
Non è più la sua voce, è la mia voce <<mammaaa… mammaaa… mammaaa…>>.
La palazzina di soli due piani è sul lungomare di Salerno, non è un giorno di maggio ma un giorno di febbraio e non sono le 11,30 ma è un’ora del primo pomeriggio.
[Continua...]


































Commenti recenti