Un ballo per Nietzsche

La morte mi colga danzando
gridava il super uomo.
I poveri morenti attoniti
lo guardavano ballare
con pelle ruvida di serpente.
Pur di vivere erano pronti
a sacrificare l’agile bestiola
scivolava in coni d’ombra
come un demone di desiderio
umano, troppo umano
per essere compreso.
Il serpente continuava a danzare
sopportava impazzito, umiliazioni
scherzi boriosi di uomini in divisa
con la punta di un bastone
l’avevano colpito, ferito a morte
fu seppellito in una fossa comune
non aveva corone d’alloro
ma i militari cercavano il super uomo
ne ammiravano la specie
ripulita dalla colpa
dell’ariano Adamo e la sua Eva.
Il destino serbava un tranello
nel caos di un progetto, a dir poco, assurdo
tagliava la coscienza con coraggio
diplopia di un occhio distorto
poneva l’ordine in assoluto comando
in fondo, la guerra, era un ordine
distruggeva ogni cosa
tra il fumo, la fenice era risorta
pareva un serpente dalla pelle alata
sul capo indossava la corona uncinata.
Nel tetro mortaio un bambino era nato
tra capezzoli di ferro finiti dentro un cavo
di fuliggine annerita dalla pialla di camino
la sentinella intanto, preme una leva
tra la cenere…
Nessuno ha più voglia di ballare!

***
Dal libro Improvviso profondo… di Miriam Luigia Binda

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L’ultima visione

In quel cortile triste
volava un uccellino,
bambini lì ammucchiati
nei loro pigiamini,
capivano che a loro
mancavano le ali
per liberarsi in cielo
e poi andare verso il mare,
andare verso i prati
a cogliere ogni fiore
ed a sentir profumi
ed a veder colori
di farfalle variegate
no il il nero del traliccio
e del filo spinato.
La musica non c’era,
urlavano parole
quegli uomini cattivi
armati di pistola.
Le lacrime non c’erano,
erano giè cadute,
le mamme eran lontane
ed erano perdute.
Oggi toccava a loro
seguire quei signori
varcare quella porta
dell’ultima prigione
e l’uccellino in volo
fu l’ultima visione.

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La Giornata della Memoria

La dichiarazione di guerra

Il clima idilliaco della campagna, purtroppo, ebbe fine.
Come un ciclone annunciato, venne la guerra. La Germania invase la Polonia nel settembre 1939.
L’Italia, invece, dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna il 10 giugno 1940, con il discorso di Mussolini da Palazzo Venezia a Roma.
All’epoca avevo già quattordici anni e quindi ascoltavo anche le notizie dalla radio e sapevo che la Germania nazista era già in guerra contro la Francia e la Gran Bretagna.
Subito all’inizio della guerra, nel giugno 1940, vi fu un primo bombardamento su Livorno. Gli aerei erano francesi, ma più che di bombe – che andarono tutte a vuoto nello stabilimento petrolifero della Stanic – vi fu un lancio consistente di manifestini sulla città: secondo questi manifesti vi era un invito a riprendere “dalla base” quell’amicizia fra i due popoli, italiano e francese che purtroppo era stata tradita da una dichiarazione di guerra che non aveva senso alcuno…
Dopo il bombardamento una grande quantità di abitanti della città di Livorno, a piedi o in bicicletta, arrivò nelle nostre campagne; mi ricordo che la “via degli archi”, la strada provinciale che da Livorno va verso le colline, era completamente invasa da persone che formavano una fila lunghissima. Queste persone, di ogni età e ceto, si recavano in campagna per sfuggire ai successivi e inevitabili altri bombardamenti aerei, che infatti, non tardarono ad arrivare.
Noi ragazzi  facemmo subito amicizia coi coetanei “cittadini” e ci fu anche l’occasione per scambiarci varie esperienze particolarmente di scuola o di ricreazione,  confrontando i nostri  due cicli di studio.
Dopo oltre quattro anni di disagi, speranze e lutti, si arrivò al 25 luglio 1943. Mussolini fu messo in minoranza da parte del Gran Consiglio del Fascismo. [Leggi tutto...]

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Guerra

Camminammo stretti
gli uni agli altri
un umido uragano
d’orrore.
Sfilarono
sotto cieli d’acciaio
le mandrie dei deportati.
Fummo profondi occhi
d’autunno
dietro persiane chiuse.
Fummo rami librati
d’inquietudine
tra fili spinati.
Un turbine di spari
di pianti.
Sussulti di vita
poi silenzio.
L’Europa pianse.
E la ripresa.
Ognuno contò i suoi morti.
Passammo anni a fare
funerali.

GUERRA

Camminammo stretti

gli uni agli altri

un umido uragano

d’orrore.

Sfilarono

sotto cieli d’acciaio

le mandrie dei deportati.

Fummo profondi occhi

d’autunno

dietro persiane chiuse.

Fummo rami librati

d’inquietudine

tra fili spinati.

Un turbine di spari

di pianti.

Sussulti di vita

poi silenzio.

L’Europa pianse.

E la ripresa.

Ognuno contò i suoi morti.

Passammo anni a fare

funerali.

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Era il giorno di Pasqua

Era il giorno di Pasqua, la nonna mi teneva per mano ed insieme andavamo alla Santa Messa.
Era un giorno di sole e l’aria profumava di fiori.
Uscimmo dalla cancellata che circondava la nostra casa e ci inoltrammo verso la Chiesa.
“Nonna, guarda, lo vedi quel soldato che è uscito dal ponte  con il grosso zaino sulle spalle? Lo conosci?”
“No, sono molti i soldati che circolano per la città.”
La voce della nonna era incrinata, sentii la sua mano stringere forte la mia e dai suoi occhi celesti e dolci, vidi cadere lacrime che sapevo cocenti: aveva cinque figli al fronte. Furono citati sul giornale della città come esempio glorioso.
Sapevamo che uno di essi, lo zio Giacomo, era stato fatto prigioniero e deportato in Germania. Lo avevano prelevato  mentre stava facendo il servizio di Leva Militare, senza un perché.
Non sapevamo dove lo avessero portato e per quanto tempo.
Fummo rassicurati perché lo zio non era ebreo; tutta la nostra famiglia non lo era.
“Vedrà Signora che suo figlio tornerà, non pianga, lui non è ebreo!”
Il cuore mi si strinse di vergogna e ad un tempo si dilatò per il sollievo che provavo . Poteva esserci una differenza tra un ragazzo ebreo ed uno che non lo era? Capii che era così!

Non vedi che ha la testa abbassata? Porta l’elmetto  il volto non si vede. Lo zaino deve essere pesante.
Nonna, guarda, ha alzato la testa, nonna a me pare, sì nonna, è lo zio Giacomo!
“E’proprio lui! vero nonna?”
La nonna ebbe un fremito; socchiuse gli occhi e ficcò lo sguardo presbite sulla faccia del giovane che si stava avvicinando col volto sorridente.
“Giacomo!”
Gridò: “E’ lui, è proprio lui!!!

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AnimaAuschwitz

Dopo i pochi anni
che non sono tornata.
Ripercorro con gli occhi come una trina sottile la vita
fatta di punta all’uncinetto.
Quella luce,
quello sguardo del soldato alla porta
e una bambola di pezza dentro al vuoto in soffitta
che mia madre cercava.
Mi vien fatto di pensare
di non esser salita anch’io su quel treno
forse di non volerlo nemmeno sapere
- con quel freddo
e quella mano che non mollavo mai
nel ricordarla. Avevan deportato
i tedeschi anche l’anima.
E la mia famiglia in Polonia.
E questa bambola di pezza qui sul mio letto
divorata dai ragni.

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Il Pianista

Di cosa ti meravigli? Gli uomini sono così, aguzzini fin dalla nascita. Nella scuola delle sevizie passano dalle lucertole agli uomini, per lenta evoluzione come dall’infanzia all’età adulta, come se nulla fosse. Pensava sconsolato mentre nella sua mente risuonava la dolce melodia eseguita tante volte con una maestria universalmente riconosciuta.
“Cosa ti fa più male? Pensaci. Quello che ti fa più male questo ti faremo. Tu sei un pianista? E ti colpiremo sapendo che sei un pianista!” Gli urlavano i torturatori che, nell’illusione d’infliggergli il peggiore dei supplizi, si accanivano contro quelle dita prodigiose. Non avrebbero suonato mai più il piano. Cosa sono le mani per un pianista? Le ali di un’aquila per librarsi nel vento? Le bianche vele di una caravella? Ma lui sognava l’estate in cui si era innamorato e ricordando gli occhi di lei rivedeva quel cielo e ripensando alle sue parole ricordava il vento e così non smise mai di suonare.

Continua… Clicca qui per leggere tutto il racconto e commentare

Proponi anche tu un racconto o una poesia per il “Giorno della Memoria”. Scegli il tag (parola chiave o argomento con cui si classificano i contenuti di un sito o di un blog) “Giorno della Memoria” al momento di pubblicare la tua opera nel Blog degli Autori.

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Giornata della Memoria: siamo tutti di razza umana

“Il lavoro rende liberi”, questa la scritta che campeggiava, e ancora permane, dopo essere stata sottratta e recuperata, all’ingresso del campo di concentramento nazista di Auschwitz, in Polonia, il più grande fra gli orribili luoghi di sterminio che caratterizzarono i momenti bui della seconda guerra mondiale. Quanta impostura in queste parole! Infatti, esse nascondevano la tremenda realtà dell’intolleranza, della crudeltà, della negazione di dignità, della perdita di speranza che albergavano in quelle tristi baracche, tra i forni crematori, le fosse comuni, gli esperimenti “medici”. Il 27 gennaio è dedicato alla Shoah. Con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, la Repubblica Italiana ha riconosciuto questa data come “Giorno della Memoria” che celebra e ricorda milioni di vittime innocenti e rivolge un pensiero grato a quanti si opposero, salvando vite e proteggendo i perseguitati, a una funesta pagina della storia. Nel nostro Paese, come in tanti altri del mondo, l’Olocausto degli ebrei, sterminati da una perversa ideologia, viene commemorato con cerimonie e manifestazioni, sia a livello istituzionale, sia con iniziative di enti e associazioni. Ugualmente, nelle scuole, non mancano momenti di riflessione sul monito e sugli insegnamenti che i giovani hanno il dovere di trarre dagli errori dei loro predecessori. La Shoah è stata una tragedia unica e senza precedenti, ma è anche importante che tutta questa sofferenza non cada nell’oblio, soprattutto nelle coscienze delle nuove generazioni. Per quanto dolorosi, per quanto traumatizzanti, quegli eventi devono restare ben presenti nella mente e nel cuore di coloro cui è affidato il futuro dell’umanità. Perché non si ripetano, perché la pace e la tolleranza nei confronti dei “diversi”, siano essi di altra etnia o religione, prevalgano e si affermino sempre come valori universali. All’Ufficio Immigrazione degli Stati Uniti, Albert Einstein, interrogato su quale fosse la sua razza, rispose: “Sono di razza umana”.  

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