La ragazza giaceva riversa ai piedi della grande quercia.
Abiti strappati, ferite in tutto il corpo, gola squarciata. Uno spettacolo raccapricciante. Il commissario Biffi si chinò ad esaminare il cadavere, rimanendo a lungo curvo su di esso. Finita la ricognizione, si tormentò i baffi in atteggiamento pensoso. Aveva raccolto da terra un biglietto d’autobus e con gesto distratto se l’era messo in tasca. Faceva molto freddo, sebbene si fosse solo alla metà di novembre. Un venticello gelido scuoteva le chiome degli alberi, scompigliava i capelli della povera morta. Un viso pulito, semplice, senza trucco. Sui vent’anni, l’età di sua figlia. Un pensiero che lo rabbuiò. Che gli fece provare una tenerezza rabbiosa per la vittima.
Un triste mestiere il suo. Grazie al quale aveva conosciuto gli esemplari più eterogenei dell’umana malvagità. Un campionario di violenza e di ferocia a cui, nonostante i lunghi anni di servizio, non si era ancora abituato. Come se la follia del male non finisse mai di sorprenderlo. I suoi colleghi lo chiamavano “Schopy” per la tristezza con cui conduceva le indagini. Un soprannome che gli calzava a pennello. Che cercava di scrollarsi di dosso solo quando, terminate le ore di lavoro, tornava a casa. Allora, per le sue donne, esibiva un affettuoso sorriso ed una serenità che non gli apparteneva.
Ed ora, dinanzi a quel giovane corpo senza vita, si sentiva pervaso da un senso di smarrita solitudine. Come se la crudeltà dell’uomo lo avesse, ancora una volta, trovato impreparato. I pensieri gli mulinavano in testa in maniera incontrollata, si ramificavano in ipotesi, percorrevano sentieri azzardati. Qualcosa gli era sfuggito, lo sentiva. Ma non sapeva cosa. Non era una certezza, solo una sensazione. [Continua...]
Donne e Delitti di Giuliana Colella
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Il tempio del sole di Nicla Morletti
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Si conobbero a Capri una sera d’agosto sulla veranda di un albergo. Lui, ricco aristocratico inglese, bello, simpatico, alto, disinvolto, biondo, terribilmente solo. Lei, bruna, gli occhi verdi, le curvature del corpo perfette, desiderosa d’affetto.
Sotto l’incanto della magica notte stellata, tra i profumi di zagare e limoni sospinti dal vento, si guardarono a lungo, quindi l’uomo, più audace, si avvicinò a lei, sfiorandole con la bianca camicia di seta, il seno. I capezzoli s’indurirono e lui, stavolta, li toccò con il palmo della mano.
Un brivido percorse le belle membra della donna che, turbata, si voltò di scatto posando lo sguardo sui faraglioni che, alla luce della luna, sembravano essere emersi da un mare d’argento.
Nell’aria regnava la quiete, rotta soltanto dallo strimpellare di una chitarra lontana e dal frinire dei grilli.
L’uomo si fece di nuovo coraggio e la baciò languidamente sul collo, sfiorando con una coscia quella di lei.
- Mi chiamo Eva Doretti. – Balbettò, quasi arresa.
- Che importanza ha il nome, la data o il luogo di nascita… Siamo tutti figli del tempo e come tali, legati all’eterna catena del “Samsara”.
Nelle mie vite precedenti, so di aver vissuto come schiavo, re, padrone, servo, profeta, mendicante, selvaggio, santone, sciamano.
Oggi potrei essere un ricco, un povero, un ladro, una spia, un assassino, che differenza fa? Il bello è che io sento vivere in me tutti questi personaggi, e sono contento, perché la cosa che conta per lo spirito è fare esperienza. -
- Allora tu credi nell’immortalità dell’anima! - Aggiunse lei.
- E dell’amore. – Rispose l’uomo. I suoi occhi azzurri brillarono come fari nella notte.
*** [Continua...]
Tempo di Paolo D’Amato
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“Attenzione, questa sera, alle ore ventuno, in piazza della Pace, parlerà, per il Movimento Sociale Italiano destra nazionale, l’onorevole Giorgio Almirante, segretario nazionale del partito. Cittadini ricordate: questa sera, alle ore ventuno, in piazza della Pace!“.
E’ la terza volta che la Prinz di Facciotta passa per la rotonda vicino ai mercati generali, nota zona rossa, e ripete lo stesso annuncio.
Facciotta è uno dei fasci più noti in città.
Di solito non si abbassa a svolgere lavori di bassa lega.
Megafonaggio, volantinaggio, attacchinag-gio sono cose da pivelli.
Lui entra in gioco solo quando c’è da menare le mani, o peggio.
Ma stavolta non ha potuto rifiutarsi, glielo ha chiesto Carletto, che solo un mese fa ha convinto il padre ad assumere la sorella di Facciotta, cieca dalla nascita, come centralinista nell’azienda tessile di famiglia.
E poi, a dire il vero, ora che hanno deciso di fare megafonaggio nelle zone rosse, la cosa ha cominciato a divertirlo.
Facciotta, chiamato così perché ha il viso piatto e largo come se avesse sbattuto forte contro un muro, ha ventiquattro anni.
E’ stato estromesso dalla polizia.
Durante una carica contro alcuni studenti di destra che avevano occupato una facoltà universitaria a Roma, all’improvviso aveva cominciato a manganellare i suoi colleghi. Questo gli era costato sei mesi di carcere e l’espulsione.
Da allora è tornato più invasato di prima, ha deciso di vivere a Tempo pieno al servizio della propria idea e di trascorrere le sue giornate al bar del Padovano, sul corso principale della città, punto di aggregazione della destra cittadina.
Ora che ha avuto il battesimo del carcere, ha preso l’abitudine a salutare tutti con il noto motto ‘che ci frega della galera…’.
Lo ripete a chiunque incontri, come un intercalare.
Ha portato anche un altro ricordo da Roma e dal servizio nelle forze dell’ordine… un ricordo calibro nove, matricola abrasa, finito nelle sue mani chissà come durante una perquisizione.
E ora è una mina vagante in giro per la città.
Seduto al suo fianco nella Prinz c’è Carletto, vent’anni, segretario cittadino del MSI, in rotta con i vertici del partito, con i ‘parrucconi’ che i giovani chiamano con disprezzo ‘il governo’.
Sono molto diversi: per cultura, stato sociale, età; ma questa diversità li ha resi ancora più legati, quasi fratelli.
Nel sedile dietro c’è Paolo San Babila, chiamato così perché indossa sempre la classica divisa dei sanbabilini milanesi: Ray-Ban anche (e soprattutto) di sera, brillantina, stivali a punta, giubbotto nero di pelle.
Paolo Petacci, San Babila, ha sedici anni, è la mascotte del partito.
D’un tratto due Ciao sbucano da due traverse distinte e si dirigono contromano verso la Prinz.
A bordo di ognuno ci sono due compagni.
Facciotta li vede, avvisa Carletto e si prepara a sostenere la parte di chi non si è accorto di aver invaso un territorio vietato.
- Andiamocene ragazzi! – esclama un po’ spaventato e un po’ eccitato San Babila.
Il motorino dalla parte di Facciotta si ferma a un paio di metri dall’auto, quello dall’altro lato fa uno scatto in avanti.
Carletto intuisce.
Si precipita fuori dalla vettura e corre verso la parte posteriore a ripararsi, gridando ai camerati di fare altrettanto.
Facciotta non estrae la pistola.
Al corso gli hanno detto di non farlo mai per primo e la voce dell’istruttore agisce in lui come un comando interiore.
Scappa anche lui fuori dall’auto.
Paolo Petacci sta per seguire i suoi camerati quando un lampo invade l’abitacolo.
Una molotov.
Gettata attraverso il finestrino proprio addosso a lui.
Un dolore insopportabile come mille aghi che ti penetrano.
Un odore soffocante di carne bruciata, la sua.
I motorini fuggono via. Facciotta e Carletto aiutano l’amico a uscire fuori dall’abitacolo.
II loro camerata è vivo, grazie a Dio, piange ma è vivo.
Ha una mano ustionata seriamente, la pelle è venuta via.
Nel resto del corpo qualche bruciatura.
Ma la mano è andata.
I tre si voltano a guardare la Prinz avvolta dalle fiamme.
Intorno a loro centinaia di passanti che osservano la scena e si tengono a debita distanza.
Nessuno ha ancora chiamato un’ambulanza.
***
Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Tempo di Paolo D’Amato, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.





























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