Ricordo che si diceva che con l’avvento dell’internet e del web i libri di carta, così come li conosciamo fino ad oggi, sarebbero scomparsi. È successo proprio il contrario perché non esiste un luogo come il web in cui i libri cartacei possono sempre di più diffondersi, farsi conoscere e leggere. E la cosa non è affatto strana perché il web è il regno delle parole e i libri sono il supporto, ancora oggi il migliore in termini di affidabilità e portatilità, con cui le parole, quelle ancora non presenti o archiviate nel web, sono pubblicate. Un libro cartaceo non ha bisogno di energia o potenti batterie per essere letto, non si rompe quando cade a terra o rischia d’essere schiacciato quando scivola tra le nostre coperte. Per distruggere un libro devi gettarlo in fondo a un lago o bruciarlo. Tra libri e web esiste una straordinaria complementarietà. Si può dire, infatti, che non tutto quello che si può leggere nei libri è presente nel web. E parimenti non tutto quello che si può leggere nel web è presente nei libri. Se vuoi leggere integralmente il testo dell’ultimo libro di Eco devi acquistarne una copia. E anche quando questo ultimo libro sarà interamente disponibile in formato digitale ci sarà sempre un nuovo libro non disponibile integralmente nel web. Come sarà allora il libro del futuro? Finché non inventeranno un supporto digitale più affidabile e portatile di quello cartaceo si può dire che il libro che verrà sarà ancora principalmente e inevitabilmente di carta.
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Immagine: Il saluto di Quint Buchholz, particolare
Il libro che verrà
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Libri con dedica
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Diario di bordo del Blog degli Autori
Note più o meno leggere, più o meno utili, per la navigazione nei mari del web, nell’anno del Signore 2009
In questi giorni, nel nuovo Portale Manuale di Mari, abbiamo attivato i moduli per consentire ai lettori di ordinare copie dei libri presentati nel Portale Manuale di Mari con la recensione di Nicla Morletti.
Questa opportunità è offerta da Manuale di Mari secondo una modalità del tutto innovativa che non va confusa con i comuni sistemi di vendita dei libri disponibili in tanti portali e siti di commercio elettronico.
Del resto non potrebbe essere diversamente dato che Manuale di Mari non è una impresa commerciale e quindi non assume il compito di promuovere direttamente le vendite dei libri. Il Portale diretto da Nicla Morletti fornisce invece strumenti utili agli autori per far conoscere le loro opere a un pubblico più ampio raggiungibile attraverso il web.
Questi strumenti sono:
- pagine molto curate nella grafica e nei testi per presentare le opere nel migliore modo possibile nel Portale Manuale di Mari e nel Blog degli Autori;
- registrazione ottimizzata nei motori di ricerca per fare in modo che tali pagine siano facilmente rintracciabili con Google ed altri canali di ricerca di contenuti;
- servizi che consentono agli stessi autori di diffondere le pagine che li riguardano attraverso tutti i principali canali disponibili nel web (pulsante “Condividi” presente in fondo ad ogni articolo nel Portale e nel Blog degli Autori).
Esistono poi alcuni servizi “a richiesta” che consentono di promuovere ulteriormente le opere facilitando la lettura di una anteprima (Ebook) e consentendo agli autori di vendere direttamente copie dei loro libri (Libri con dedica).
La possibilità di ordinare i titoli recensiti nel Portale è presentata con la formula dei “Libri con dedica” proprio perché non deve essere confusa con la vendita praticata attraverso siti internet commerciali ma è piuttosto un canale esclusivo che consente ai lettori di ricevere una copia personalizzata (con dedica autografa) direttamente dalle mani dell’autore.
Agli autori che hanno richiesto l’attivazione del modulo ordini suggerisco vivamente di indicare via mail, sui biglietti di presentazione e con ogni altro modo possibile il link del proprio modulo.
Il proprio link si può prelevare in questa pagina:
http://www.manualedimari.it/portal/libri-con-dedica
Sta anche all’autore, infatti, informare tutti i suoi lettori, costantemente ed in ogni occasione che il suo libro si può acquistare anche attraverso un canale diretto ed esclusivo con il modulo ordini presente nel Portale Manuale di Mari. Un sistema che funzionerà anche durante il prossimo caotico periodo delle festività quando i grandi siti di commercio elettronico entrano in crisi per la raccolta degli ordini.
Non informare tutti sulla possibilità di ordinare i libri attraverso questo nuovo canale – per fare un esempio – è come non comunicare ai propri amici l’attivazione di un nuovo numero di telefono. Dopo non possiamo lamentarci per il fatto che nessuno ci chiama…
Sperando di essere stato chiaro vi invito, per maggiori dettagli e chiarimenti, ad intervenire nei commenti al presente articolo.
Robert
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Immagine: dalla Storia a fumetti “Corte Sconta detta Arcana” di Hugo Pratt, particolare
Errori di valutazione di Paola Pica
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L’ho odiata quasi dal primo momento in cui l’ho vista; perché sono un incantatore e lei, invece, non sarebbe mai caduta nella mia rete. Lo sentivo; lo sapevo.
Me la presentò Francesca un giorno d’inverno, in cui avevo saputo “ufficialmente” da lei che una sua cugina ci sarebbe venuta a trovare, per un caffè a metà mattina.
La cosa mi meravigliò un bel po’, perché era la prima volta che Francesca riceveva una visita.
Mi disse che s’era rifatta viva la sera prima al telefono, dopo dieci anni che non si vedevano né si sentivano.
Di quell’annuncio non ci sarebbe stato bisogno, ma lei non lo sapeva: ho detto “ufficialmente” perché avevo ascoltato tutta la loro conversazione da uno dei tanti telefoni comunicanti che avevo fatto istallare in casa.
Sorvolo sul ricordo di quella telefonata, perché mi fa stare ancora male. Sentire il calore con cui Francesca si era congedata dalla cugina, dopo la fredda accoglienza dell’inizio della telefonata, mi aveva infatti dato una fitta di gelosia furiosa. La voce della mia donna del momento, ormai nota a tutti per le sue reazioni di ghiaccio, mi era risuonata nelle orecchie come una stilettata; perché ciò significava che, nonostante tutto il mio lavoro, forse era ancora possibile che qualcuno le facesse vibrare qualcosa dentro, qualcosa di diverso e non destinato a me.
Ma che voleva questa, risuscitata da chissà quale loro passato condiviso e a me sconosciuto?
Le mie donne sono sempre state solo mie e devono apparire fredde e irraggiungibili a chiunque altro, uomo o donna che sia; perché le emozioni accomunano le persone e c’è sempre il pericolo che un po’ di calore risvegli desideri sepolti di solidarietà e condivisione. [Continua...]
Il riflesso della luna sull’acqua di Antonio De Santanna
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Le strade vanno e vengono senza un ordine apparente. Giungono da lontano per incontrarsi da qualche parte e poi andarsene per proprio conto. Ma a ben guardare sono tutte legate da un filo sottile ed il disordine che a prima vista appare è soltanto il dettaglio di un disegno vasto e grande.
“Giacomo! Sei davvero tu?” disse la donna sgranando gli splendidi occhi verdi pieni di stupore.
“Guarda chi si rivede! Claudia!” esclamò l’uomo sorpreso.
“Non mi par vero. Avrei immaginato piuttosto d’incontrarti al polo, tra gli esquimesi e gli orsi bianchi, ma mai qui, ad un congresso sulle nuove strategie di mercato.”
“Come vedi la vita è piena di sorprese. Che ci fai da queste parti?”
“Curo l’organizzazione del congresso. Tu, invece, che ci fai qui?”
“Faccio l’inviato di cortile per un giornale di provincia.”
“L’inviato di cortile? Che vuoi dire?”
“Che razzolano più pavoni che aquile da queste parti.”
“Non hai perso smalto col passare del tempo.”
“Beh, lo smalto è un genere che tratti tu e non voglio portarti via l’esclusiva.”
“Non cominciare, per favore! Faccio solo un lavoro che mi piace e che mi permette di conoscere gente nuova ed idee nuove.” rispose la donna accennando una smorfia amabile.
“Fai solo cose senza senso che spacci per una vita creativa.” disse l’uomo sorridendo dello sberleffo, che aggiunse: “Hai messo su famiglia?”
“Con un marito che vedo poco e male.”
“Mica l’imprenditore con cui condividevo le grazie che generosamente elargivi?”
“Risparmiami almeno il sarcasmo, per favore. Ti avevo chiesto qualche giorno per decidere se restare con lui o rompere il fidanzamento e per tutta risposta mi hai voltato le spalle e te ne sei andato. Ci sono rimasta male e sono tornata alla vita di tutti i giorni. Che altro potevo fare?”
“Ti sei solo incaparbita nel recitare la favola della principessa e del ranocchio che non fa parte del tuo repertorio e che ti ha creato qualche problema di troppo.”
“Posso aver fatto degli errori, ma non è tutto scontato come vuoi far credere e troppe domande sono rimaste senza risposta.”
“O troppe domande hanno ricevuto una risposta scomoda ed hai preferito tornartene su strade più agevoli e sicure.”
“Non essere indisponente, per favore. Serve solo a ferire. Ho cercato tante volte, invano, di scoprire le ragioni di certi tuoi comportamenti, ed ora, che si presenta l’occasione per un chiarimento, sono in un mare di guai e temo di non avere neppure le parole adatte per chiederti di rinviare il nostro incontro al dopo congresso.”
“Stai facendo un bel giro di parole per defilarti ancora una volta con eleganza da certe questioni spinose.”
“Non sto mettendo le questioni personali in secondo piano rispetto il lavoro e non sto nemmeno tentando di riaprire vecchi discorsi definitivamente chiusi. Stai fraintendendo.” disse la donna accendendosi in viso.
[Continua...]
Un uomo per bene di Paola Pica
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DE PROFUNDIS
dell’anima mia e del mio dolore, e senza più il minimo dubbio su quanto c’era da capire, ti metto a parte della mia condizione mentale.
Ho ingenuamente creduto che, una volta che io avessi azzerato tutti i miei circuiti di legittime ripicche nei tuoi confronti e di presunta malafede da parte tua, in nome del perdono e di quell’amicizia di cui parli così frequentemente, tu mi avresti ripagato “elargendo” alla nostra relazione (e quindi a me) ciò che è patrimonio usuale e comune di un uomo e di una donna che stanno insieme… non importa su quale livello di clandestinità o di ufficialità. Credevo cioè di avere diritto a vedere il nostro soddisfacente scambio fisico farsi, da semplice istinto brutale, comunicazione anche delle nostre anime; e che, una volta cancellato il credito per il maltrattamento di allora, avremmo respirato e saremmo volati in alto, finalmente liberi…anche se così prigionieri della tua situazione esistenziale: ti avevo già dedicato la mia libertà, in nome della qualità e non della quantità del nostro rapporto, per usare una frase davvero non originale.
Che cosa chiedevo? Che cosa pretendevo che tu aggiungessi a quello che già avevamo?
Semplicemente qualche parola che mi alleviasse il peso non della tua non presenza, che era già implicita nei patti iniziali, ma del non avere la minima possibilità di iniziativa nel contattarci. Bada bene, come ti ho detto l’ultima volta che ti ho visto, poggiandoti dolcemente una mano sul ginocchio, mentre eravamo seduti in giardino, il numero delle telefonate sarebbe potuto rimanere lo stesso o addirittura diminuire. Quello che, per soddisfare la mia esigenza in questione, andava integrato al nostro quadro generale era solo qualche tua parola su NOI, sul nostro rapporto fisico, su come vivevi la mia assenza… che credevo ti pesasse. Parole che mi avrebbero aiutato a tenere acceso il fuoco del mio erotismo con te nei “momenti” lunghissimi del tuo essere altrove e che, quindi, ti avrebbero fatto accogliere da me senza alcun ulteriore bisogno di chiarificazione, nei nostri incontri futuri. Dopo tutto, era il nostro rodaggio, no? E a tale proposito ti ho subito portato l’esempio delle tue telefonate infuocate, avvenute fra il nostro incontro “ravvicinato” ma non totale del nostro primo venerdì a studio e il secondo, del sabato mattina seguente, da me, anch’esso non completo e seguito da parole sussurrate da te al telefono con un tale calore da farmi sentire in pena per te… che avevo portato a uno stadio avanzato di eccitazione, senza sapere quando saremmo stati in grado di soddisfarci a vicenda.
Tutto questo ti avevo cominciato a dire, dopo avere esordito esprimendoti il mio desiderio di sanare le sabbie mobili e di incontrarci subito dopo sul nostro terreno solido di mutuo piacere. [Continua...]
L’asciugamano nello zaino di Cinzia Corneli
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Un castello di sabbia non puoi costruirlo troppo lontano dal mare perché la sabbia non è quella giusta.
Ma non puoi costruirlo nemmeno troppo vicino alla riva perché c’è sempre il rischio dell’alta marea.
Comunque vada ogni notte lo riconduce a sé perché risucchiato dalle onde o dal vento che spazza via tutto.
Inghiottito dove è nato, dalle stesse cose con cui è stato creato.
A questo penso oggi, tristemente rannicchiata di fronte al mare impetuoso.
Lui non c’è più. Lui.
Le gambe piegate e cinte da un mio braccio, l’altro con il gomito sopra il ginocchio che mi sorregge il mento.
Non è una giornata di sole.
I piedi nudi cosparsi di sabbia graffiante e bagnata, un maglione che mi ripara dal vento gelido che non viene solo dal mare, i capelli scompigliati che hanno ancora voglia di giocare sul viso scavato, uno zaino a terra che porta addosso e mostra i segni del tempo vissuto.
Dentro c’è un asciugamano stanco, un grande telo color verde militare.
Una penna instancabile getta fiumi di parole al vento.
(Capitolo I) [Continua...]
Quelle strane note del Leoncavallo di F. P. Percoco
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Trattengo tra le dita una piccola rosa appassita, schiacciata tra le pagine di un quaderno a righe scritto con inchiostro ormai marroncino: il fiore sembra conservare gelosamente i suoi ricordi, con i petali ancora scarlatti che s’intrecciano con uno sfilacciato nastrino di seta rossa un tempo avvolto intorno al gambo ormai minutissima polvere. Frammenti fragilissimi di un amore che doveva essere stato grandissimo, ritrovati casualmente in un cassetto di una scrivania americana del primo ’900, ma mai ricercati perché ne ignoravo l’esistenza.
Avrò aperto e rovistato in questo cassetto mille volte, rimestato tra le sue carte altre mille volte, sbirciato tra caleidoscopi e binocoli di cartoncino, bussole, rotelle conta passi, piccoli pesi di vecchie bilance, minuscoli block notes con disegnate, ora a penna ora matita, con o senza pentagramma, note su note musicali, foglietti volanti con una scrittura criptica che mai sono riuscito a decifrare.
Solo ora guardo con tenerezza questa nuvola di bambagia ingiallita e diradata, che apro con attenta tenerezza, racchiusa tra le pagine riempite con una calligrafia impossibile sino all’inverosimile, dove il batuffolo si è rincantucciato per tanti anni.
Nulla di più potevo aspettarmi se non l’immagine di mio nonno e della tante cose che si divertiva a raccontare così come gli erano accadute.
Le pagine di questo quadernetto sono ora per me come la cassetta di un film, un magnifico film che proietto nella mente mentre scorro i fogli bruniti.
“Libro di Memorie — Ricordo” e, più giù sotto, un ‘immagine a rilievo che raffigura una lira formata da violette intrecciate a un mirto ancora oggi verdissimo, con tre corde dorate tuttora come ieri, ormai cent’anni or sono, e tra esse un “t’amo” scritto in minutissima grafia che una volta scoperto e letto appare alla mente come un enorme manifesto.
Portandomi questo quaderno sul petto, guardo il cielo dove le nuvole, spinte dal vento dolce, s’intrecciano e si diradano come bambagia sgranata ed ecco che mi pare che dalla rosa evapori, come un effluvio, una figura che si forma e si dissolve, si riforma e si scioglie ancora, disegnando un signore vestito inappuntabilmente, con le due punte di un bianchissimo fazzoletto che sbirciano dal taschino della giacca, un sottile bastone da passeggio ancorato sul gomito; un artista tormentato dalla musica, signorile, sottilmente arguto, se vogliamo, stravagante ma piacevolmente gradito a chi gli era intorno.
Sul quaderno è scritta una data: a Sava, 9 Gennaio 1889, ma il diario parte con la narrazione da Francavilla Fontana nel Settembre dello stesso anno. [Continua...]
Linea di confine di Luigi Catzola
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Quando il carrello dell’aereo toccò terra, una profonda emozione avvolse il mio corpo. Tutto. Ma non perché eravamo finalmente atterrati. Sentii un afflusso di sangue improvviso avvamparmi il volto. Avvertivo il respiro un po’ affannoso che accompagnava ritmicamente non solo il mio battito cardiaco, ma anche le immagini che mi si presentavano alla mente e che rappresentavano, da un po’ di tempo, un mio pensiero fisso. Ero impaziente di rivederle e di provare le emozioni che avevo già provato la prima volta che le vidi. Esse, si susseguivano in sequenza nella mia mente, ora una alla volta, ora sovrapposte in modo confuso, ma sempre ero conscio dell’effetto di ansia che esse mi producevano. Erano disegni che oramai conoscevo bene a memoria e che erano divenuti un pensiero continuo che riaffiorava con periodicità. Era un pensiero che ricorreva nella mia mente da un po’ di tempo. Tra poche ore avrei finalmente potuto rivedere la sua espressione, il frutto della sua creatività e del suo tormentato vivere.
Ero stato a Parigi 3 settimane prima e da allora non riuscivo più a liberarmi di quelle visioni, di quelle immagini, di quei disegni che avevano così profondamente turbato le mie emozioni, e accompagnato, ma senza disturbare, alcune notti insonni spese a riflettere su quanto sentivo il bisogno di conoscere meglio, e condividere, i suoi momenti creativi. Momenti che racchiudevano, nella policromia e nelle forme, nelle geometrie e nei materiali usati, la perfezione dell’essere imperfetti. L’imperfezione che rende possibile l’ambire alla perfezione. L’imperfezione che rende possibile comporre nel proprio immaginario, la creazione perfetta. Imperfezione che regala tormento. Tormento dell’impossibilità di avere l’estasi perfetta che possa accompagnare la propria opera. Desideravo potermi impossessare di quei momenti fulminanti che avevano estasiato la sua creazione. Volevo possederli anch’io. Miei! E avrei voluto tanto poterli capire e averne condivisione emotiva. Con le sue stesse violente passioni che guidassero anche il mio animo. Come quando la violenza della tempesta ti trascina e le tue forze sono spese nella ricerca continua di coniugare il tuo corpo con i moti vorticosi della tempesta, senza doverla subire, in un gioco armonico di estrema difficoltà acrobatica, ma di indubbio ed estatico piacere. Volevo catturare i suoi momenti. [Continua...]
I racconti di CasaLuet di Susanna Trippa
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Era uno di quei mattini d’estate, ce ne sono una manciata in un anno, in cui ogni cosa è intatta, perfetta al suo posto.
L’incanto di queste prime ore della giornata ci riporta a quando, bimbetti di quattro o cinque anni, ce ne siamo accorti per la prima volta.
Nel cortile sotto casa, le scarpette di tela e le calzine leggere, nell’aria ancora fresca s’insinuava piano il tepore del sole; guardando in alto a ricercarne i raggi, vedevamo volteggiare fringuelli e passeri mentre l’aria vibrava dei loro suoni.
Al di là della rete l’orto che profumava di odori, il grande albero che al momento giusto dava albicocche raccolte in cassette di legno.
L’occhio, che seguiva incantato i movimenti ipnotizzanti della farfalla, si era poi fermato sulle campanule bianche, con leggere screziature rosa, che i teneri gambi verdi avevano attorcigliato alla rete.
Le campanule, la farfalla, l’aria, si rassomigliavano nella stessa leggerezza e il loro ricordo si sarebbe ripresentato nel corso degli anni a venire, ogni volta che sensazioni di eguale leggerezza l’avessero richiamato.
Fu in una di quelle mattine che lo vide.
Si era affrettata ad uscire, chiudendosi piano la porta alle spalle, sapendo come erano brevi e preziosi quei momenti; ed era scesa, prima giù per i gradini di pietra fino all’orto, poi lungo il prato in forte discesa, oltre filari di vite, amarene e gli ultimi abeti, percorrendo tutto il terreno in pendio fino alla via giù sotto.
Si fermò sul bordo della strada polverosa.
Lui stava là, immobile, piantato in mezzo alla via.
Probabilmente, avrebbe pensato in seguito, celato ai suoi occhi da rovi di more, l’aveva sentita arrivare ma non si era mosso, o si era invece fermato al suono dei passi.
Boccheggiò guardandolo, per la sorpresa di essere quasi aspettata.
La faccia era come di un bambino nell’espressione, quasi all’inizio di un sorriso incerto; ma era un uomo, poteva avere venticinque… trent’anni; le sembrò paffuto, quasi grasso; la camicia a quadretti bianchi e verdi era diligentemente abbottonata sotto al collo fino all’ultimo bottone; le mani pendevano lungo i fianchi; di una, la sinistra, muoveva piano le dita.
Mentre fissava quelle dita che si muovevano, anche se molto molto lentamente, le sua labbra pronunciarono un buongiorno, ma la fronte le si era imperlata di sudore e sentì nella bocca, divenuta arida, quel buongiorno come un sasso pesante, che per conto suo rotolava all’esterno.
Guardò in alto, lungo il terreno da cui era scesa, come a cercare la sua casa, che però da lì non si poteva vedere.
Lui non rispose, né meravigliato né niente; lo sguardo ancora con la medesima espressione, come nell’inizio incerto di un sorriso; poi si mise a camminare adagio verso il paese.
Si mosse subito anche lei, ma nell’altra direzione; prima della curva si girò un attimo a guardarlo, con la coda dell’occhio però e a più riprese, perché temeva si voltasse a sua volta. [Continua...]































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