Sentendoti come quando ci si sveglia da un dolce sogno, ti sei chiesta perché era così immensa quella notte. E la piazza e il cielo erano come un disegno pieno di dolci ghirigori, i più dolci che hai mai tracciato.
Quando finisce un amore
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Mi manchi
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Caro, qui dove
il sogno s’incaglia
in un giorno d’autunno
e profumo in frana
è petalo d’amore
su prato falciato
da pugnale
epitaffio a graffiare
terra esiliata
il ritmo è instabile.
Ma è ancora vero
sai, mi manchi.
Quando il cuore
smette di soffiare
e la mia abrasione
si obliqua su te
il tuo cielo percorro
diventa arsenico
il tempo
e tace nel brivido
il grido invocato
d’una riconsacrazione.
Dalla silloge “Graffi obliqui” Premio Scriveredonna 2009
Guerra
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Camminammo stretti
gli uni agli altri
un umido uragano
d’orrore.
Sfilarono
sotto cieli d’acciaio
le mandrie dei deportati.
Fummo profondi occhi
d’autunno
dietro persiane chiuse.
Fummo rami librati
d’inquietudine
tra fili spinati.
Un turbine di spari
di pianti.
Sussulti di vita
poi silenzio.
L’Europa pianse.
E la ripresa.
Ognuno contò i suoi morti.
Passammo anni a fare
funerali.
GUERRA
Camminammo stretti
gli uni agli altri
un umido uragano
d’orrore.
Sfilarono
sotto cieli d’acciaio
le mandrie dei deportati.
Fummo profondi occhi
d’autunno
dietro persiane chiuse.
Fummo rami librati
d’inquietudine
tra fili spinati.
Un turbine di spari
di pianti.
Sussulti di vita
poi silenzio.
L’Europa pianse.
E la ripresa.
Ognuno contò i suoi morti.
Passammo anni a fare
funerali.
Il Pianista
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Di cosa ti meravigli? Gli uomini sono così, aguzzini fin dalla nascita. Nella scuola delle sevizie passano dalle lucertole agli uomini, per lenta evoluzione come dall’infanzia all’età adulta, come se nulla fosse. Pensava sconsolato mentre nella sua mente risuonava la dolce melodia eseguita tante volte con una maestria universalmente riconosciuta.
“Cosa ti fa più male? Pensaci. Quello che ti fa più male questo ti faremo. Tu sei un pianista? E ti colpiremo sapendo che sei un pianista!” Gli urlavano i torturatori che, nell’illusione d’infliggergli il peggiore dei supplizi, si accanivano contro quelle dita prodigiose. Non avrebbero suonato mai più il piano. Cosa sono le mani per un pianista? Le ali di un’aquila per librarsi nel vento? Le bianche vele di una caravella? Ma lui sognava l’estate in cui si era innamorato e ricordando gli occhi di lei rivedeva quel cielo e ripensando alle sue parole ricordava il vento e così non smise mai di suonare.
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Angelo
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“Adesso manca veramente poco a Natale” pensò la piccola bambina mentre camminava spedita. ”
L’avvicinarsi delle feste rendeva ancor più caotica la grande metropoli in giorni di frenesia generale e un gran via vai di macchine impazzite correvano accompagnando la loro scia con i suoni coloratissimi dei claxon.Come un’ enorme ragnatela si stendevano le vie della città dove la neve alta si mescolava con l’ indifferenza sullo sfondo gioioso di tante luci che spuntavano dalle finestre, balconi e alberi.
Aveva un paio di stivaletti con le suola bucate di due misure più grandi e per proteggersi dall’acqua si era infilata sacchetti di plastica e qualche paia di calze bucherellate in più.Teneva per la manina ghiacciata la sua sorellina mentre andavano a trovare la mamma all’ospedale quando si rese conto che dovevano sveltire il passo. Era quasi il tempo dell’ora delle visite. Aveva tanta paura del buio e voleva riuscire a ritornare a casa prima ancora che il buio fitto avesse ricoperto l’ultimo pezzettino di cielo. Faceva molto freddo ed il vento tagliente le mordicchiava le guancia rosso-viola ma lei non si lamentava e camminava svelta, anche se il peso delle pentoline con la roba da mangiare le faceva quasi venire il formicolio al braccio. Non aveva tempo di pensare a questo anche perché era presa dalla magia di tutte quelle luci colorate che lampeggiavano soltanto ai balconi dei più benestanti della zona. Da una finestra aperta si sentivano le canzoni di Natale e nell’ aria c’era l’odore di buon cibo.
Ha quasi fame ma…le torna in mente che dopo quelle due cosine preparate per la sua mamma, in frigo non è rimasto che un solo uovo e dovrà cucinarlo alla sorellina il giorno dopo, a Natale… [Continua...]
… Io sempre io… di Marisa Giaroli
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A Flora -
Doveva essere
una mattina come tante
con nell’aria
il profumo della primavera,
ma nella notte
la morte ha bussato.
Giorno senza ore sei!
Incredula guardo il tuo corpo.
Il calore delle mie mani
non basta a riscaldare
dita intrecciate.
Lampi di flash attraversano la mente.
Inesorabile il sole
muove il giorno.
Sale dal cuore
il sibilo del mio dolore
nella preghiera
al Dio della morte e della Vita.
*** [Continua...]
Rimescolo i sogni
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Stasera rimescolo nella mia mente i sogni con i giochi della vita,
quando diventavano sempre più pericolosi,
e m’incammino per mete sconosciute,
in mezzo alla neve che gela le mie lacrime.
Ho rimosso il nome di quel posto,
ma ricordo un volto amico vicino alla pensilina,
un odore di intensi pensieri,
rimasti lì in fondo a quel viale,
una siepe complice delle mie paure,
il mare vicino che risucchiava la mia allegria,
il tintinnio della pioggia sulla mia pelle,
e quel volto che amico non era più.
Continuo a camminare verso mete dove la vita ha altri colori.
Nei tuoi abissi
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Chissà perché certe volte
diventi gelida, cupa e rumorosa
sussulti all’improvviso,
e nel tuo nero mantello
avvolgi sogni, sorrisi e speranze.
Con quel tuo sordido boato
hai frantumato i ricordi, hai spezzato le ali,
hai sepolto i riflessi della luna nei loro occhi.
In un attimo di secondi
hai reciso i fiori più belli,
hai smorzato le melodie del cuore
affogato pensieri e sgretolato emozioni.
Ora nel tuo glaciale silenzio
vivono i segreti dell’anima
i profumi e i colori della tua gente
le parole non dette.
Con ferocia inaudita
hai smantellato tutto,
anche le stelle e la luna
vestite di dolore,
stasera scrutano sulle macerie
versando pioggia di lacrime.
Dove ho imparato ad amare
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Da giorni con la stessa tuta, quella usata in casa, con la scritta smile. Ma come si fa a sorridere, proprio qui, sotto questa piccola tenda, senza niente, con una sensazione di instabilità, di galleggiamento su un pavimento incerto, insicuro. Con un’angoscia di morte imminente in un campo di battaglia, tra autoambulanze, soccorritori, sfollati, maltempo, di fronte alla perdita di familiari, della casa, di punti di riferimento. Di fronte a un futuro che si preannuncia comunque difficile. Invece Maria vuole vivere. Lottando con la terra che trema ancora, crudele, come se volesse dire a tutti di non permettersi nemmeno di pensarlo, di continuare a vivere. Comunque non si può rinunciare a sperare. Perché suona ancora la campana di Onna, il paese simbolo della devastazione del terremoto, la drammatica premessa alle lacrime e ai morti allineati sul bordo della strada. La campana suona a distesa, nella vallata, sui prati, tra i sopravvissuti, con tutti i suoni più familiari perduti tra le macerie, con il dolore atroce per la scomparsa dei bambini e dei giovani del piccolo paese, perché a morire sono stati soprattutto loro. Suona su squarci di case che mostrano l’intimità di un letto intatto, un armadio aperto, immagini di santi, fotografie di famiglie che condividono ora lutti tra remote storie di parentele, su antiche pietre crollate di case, cantine, ovili. Sono viva – dice Maria – sono più forte del terremoto che ha distrutto la mia terra. Non ho ancora pianto, non è il tempo. Ora è il tempo di ricominciare, soprattutto per chi non c’è più. Rivoglio il mio posto com’era. Non posso immaginare di volgere lo sguardo e non vedere l’incanto delle mie chiese, delle mie case, delle mie strade. Non c’è altra immagine nella mia mente che quella del luogo dove sono nata, dove ho imparato ad amare. Giovanni la incoraggia: – Andremo avanti – le dice.
Alzheimer e dintorni
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Una casa padronale
una residenza nobile
un tempo
una corte interna
dita scorrono sulle tastiere
sfiorano note
polka, mazurka, valzer
mantici come ventagli
arti circolari si muovono a comando
a sopperire un’assenza senza speranza
qualcuno balla seguendo il ritmo
i passi, le giravolte
ricordi della giovinezza
dimenticato è il loro nome
la loro età
il numero dei figli
il loro passato remoto confuso con l’imperfetto ed il prossimo
si vedono sorrisi
c’è chi dice che è felice
la non presenza degli affetti non si fa sentire
c’è chi si incupisce
occhi velati da lacrime in uno sprazzo di lucidità
prima di piombare nuovamente nel caos.
Lovaria, maggio 2005
Immagine: Erwartung di Marianne Korbien-Braun






























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