E’ una singolare giornata, quella di oggi, prosieguo e forse conclusione di un periodo di piogge miti ma costanti, primizie di primavera. A metà mattina, poi, si è diffusa un’insolita nebbiolina, nascente direttamente dal mare. Il suo umore vischioso si è posato a terra e ha reso in breve tempo viscidi e scivolosi i gradini dell’ammattonato che scende dal Capo di Santa Chiara verso la strada.
Eppure Giovanni, che aveva deciso fino da ieri di uscire, ha mantenuto il suo programma e sta chiudendo il portone dietro di sé. Sottobraccio ha una busta di medie dimensioni e di forma rettangolare. Esaltato dall’umidità dell’aria, un intenso profumo di glicine, che esala dagli azzurrati, lussureggianti grappoli a cascata sopra il muro di cinta, giunge alle narici con forza dirompente. Ma Giovanni ha un volto chiuso, dove il reticolo delle rughe appare come una siepe di protezione del suo giardino interiore. Sembra avere una lunga dimestichezza col silenzio, quello verso il modo, però, perché nel suo sguardo passa come in uno specchio tutta la folla dei pensieri incessanti, che da giorni gridano dentro di lui e non lo abbandonano un attimo.
Le sue gambe lunghe e ossute di vecchio, sulle quali i pantaloni oscillano come una bandiera, lo stanno conducendo in modo del tutto autonomo e abitudinario. I piedi, malgrado l’età, battono rapidi l’ammattonato in discesa. Ma oggi c’è stata quella nebbia infida e lui non ne ha tenuto conto, anzi non se ne è neppure accorto. Allora diventa quasi fatale che le suole scivolino sul fondo vischioso. Un attimo, e il piede destro perde il contatto col terreno mentre il sinistro non è abbastanza rapido a supportarlo, sorretto come non è dall’attenzione della mente. Così Giovanni cade. Lentamente, gli pare, ma cade, cade inesorabilmente. Il tempo, mentre scivola verso terra, sembra di colpo fermarsi, in modo che l’uomo ha ( questa è la sua sensazione) una quantità enorme di attimi per pensare. [Continua...]
Lettera a Bianca di Gabriella Tabbò
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Portami quel sogno
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Portami quel sogno
dalle più remote
regioni dell’anima
portami il suono
di quelle parole
lievi silenziose
nel sospiro sospese
di un bacio d’amore.
Come non scendesse oro
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Come non scendesse oro
lungo la linea dei tuoi fianchi,
nel dire la cosa più bella di te
ingannavo il vento e le tempeste,
come se non fosse un unico fuoco
la tua meraviglia.
Cadono come pioggia d’autunno
i tuoi capelli sulle tue spalle,
come se la schiena
e il tuo camminare
non fondessero con la forma
delle colline e dei fossi
e un suolo languido di campagna
non fosse la curva
delle tue anche.
Ho detto la cosa più bella di te
come non fossero montagna il tuo seno,
roccia di granito le tue gambe tornite,
come non ci fosse lascivia
nel solco profondo delle tue labbra…
Una cosa di te,
come non eguagliassero i tuoi occhi
la compiutezza del cielo.
***
Immagine: Ritratto – Olio su pannello di Lerri Baldo
Presentimenti
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Palpeggiandomi
l’Anima
stamattina
mi sono alzata,
nel buio del cuore
le mani in avanti
a tastare l’aria intorno.
… Ritornare indietro
nella memoria
di giorni passati
leggeri di luce.
Le imposte del cuore
ben serrate
aspettano un ritorno
un abbraccio
che ponga fine
ad un abbandono.
Erba, 1 gennaio 2011
L’amore in un caffè
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Trovai l’amore appiccicato
sul tuo viso di creatura
indaffarata
quasi per caso
in un caffè
alle sette di una sera
Le auto correvano veloci
sfidando
gli incroci cittadini
La gola irritata dallo smog
venticinque sigarette
andate in fumo
Pioveva fuori
ti guardai
Sull’uscio un accattone
malediva il suo destino
***
Immagine: About Love di Irene Sheri, particolare
A Silvia, una qualunque, ma questa è vera
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Non hai nulla da farti perdonare,
ma ti perdono lo stesso:
era le volte che mi cercavi,
e sbagliavi lo spazio, non il tempo;
era le volte che mi volevi,
e volevi toccarmi soltanto;
era le volte che mi parlavi,
e parlavi alle nuvole;
era le volte che mi pensavi,
e pensavi di notte;
era le volte che mi sognavi,
e sognavi di giorno.
E per scale antiche o nuove di zecca,
dai gradini di vetro o di fili di biada,
dalle rughe di gesso o delle tue mani,
sui gradini della notte o dei tuoi seni di mandorla,
ti bacerò sugli occhi e sul ciglio del cuore.
Quando finisce un amore
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Sentendoti come quando ci si sveglia da un dolce sogno, ti sei chiesta perché era così immensa quella notte. E la piazza e il cielo erano come un disegno pieno di dolci ghirigori, i più dolci che hai mai tracciato.
Natale insieme nella Blogosfera 2010, nel Blog di Nicla
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“Guardai fuori della caverna e vidi che aveva cessato di piovere. Una famigliola di cinghiali sbucò dal bosco, si fece largo tra i pruni, ci passò davanti per poi scomparire tra fronde e felci, oltre il sentiero.
Clarissa si strinse a me e nel candore che la pioggia aveva lasciato sul mondo, mi disse piano: – A tutte le stelle vorrei dare il tuo nome. Al cielo, alla luna. Al vento della sera che dolce mi accarezza. Ai fiori e alle ginestre della terra darei il tuo nome. E alle nubi, all’aria. Al vasto mare.”
da I giorni della rosa, il nuovo romanzo di Nicla Morletti
***
Natale insieme nella Blogosfera 2010: scrivi un breve racconto, una poesia, un pensiero oppure, semplicemente, un commento alle parole di altri autori. Ritroviamoci come sempre nel Blog di Nicla Morletti per scambiarci in questo modo gli auguri per le festività.
Gli interventi si postano direttamente nei commenti del blog. Segui questo link.
I giorni della rosa di Nicla Morletti
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Quella che sto per narrare è la storia di un vecchio manoscritto, ritrovato per caso nella casa degli avi di mio nonno. Un antico castello in collina immerso nel verde della campagna toscana, che era sopravvissuto ai secoli e aveva sfidato il tempo. Si stendevano ai suoi piedi selve di mirti e campi di girasole. Pareva sospeso tra il cielo e la terra quando mio nonno ed io giungemmo al suo portone. Sul muro, tra rose rampicanti, era ancora intatto lo stemma gentilizio di famiglia, troncato di azzurro e di oro, con la fascia trasversale rossa, le due stelle ad otto punte.
Era una sera d’estate, nell’aria un presagio di pioggia. E petali di fiori portati dal vento.
Ci aprirono il portone il nuovo proprietario Daniel Craig, agente letterario inglese, e sua moglie Margaret Rose. Dolcissima. Biondissima.
La donna, dal delizioso accento straniero, ci consegnò la chiave di un vecchio baule con lo stemma di famiglia, ritrovato per caso nei sotterranei del castello durante i lavori di restauro.
– Questo appartiene a voi – disse.
Un rapido sguardo d’intesa tra me e il nonno, e poche ore più tardi il baule era nel bagagliaio dell’auto che, sballottando qua e là, percorreva la tortuosa strada di campagna che ci avrebbe ricondotto a casa.
E fu lì dentro che, tra pizzi e collane, spade e ombrelli d’organza, trovai un vecchio manoscritto rilegato in cuoio. Nell’ultima pagina c’erano una firma e una data: Cav. Guelfo Donato, Pisa 24 giugno 1650.
Una storia sepolta nella polvere degli anni, riportata per sempre alla luce del tempo.
Una storia che inizia così. [Continua...]
L’amore senza tempo
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L’amore senza tempo è un bacio bellissimo, dato senza dichiarazione o corteggiamento, un attimo prima dell’inizio, un attimo prima della fine…
































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