L’uccello rapace di Paola Pica

Questa è la storia di un omicidio commesso senza armi né veleni; ma solo con l’istillazione del dubbio e della paura dell’abbandono.
Lo avevano trovato morto una mattina, solo, nell’appartamento che, a detta di conoscenti, lei aveva lasciato un paio di giorni prima, sbattendo la porta come al solito, diretta verso la casa dei genitori, al sud.
Questa era stata la sua tattica fin dai primi tempi; da quando, cioè, aveva capito che lui ne soffriva fino a sentirsi male e che, una volta concessagli al telefono la promessa del ritorno, lui era pronto a darle qualsiasi cosa lei chiedesse.
Era vero che, fortuna per lui (se si può in qualche modo essere considerati fortunati, per poi morire così), la sua fine era arrivata prima che lei riuscisse ad ottenere la piena autonomia sul suo conto in banca…ma ora lei, finalmente, ne era legittima erede, anche se non l’unica.
Ma questo è solo l’epilogo di una storiaccia che si era svolta sotto gli occhi di tutti, per più di dieci anni, senza che nessuno dei suoi amici fidati avesse il coraggio di farsi avanti a cercare di fargli aprire gli occhi, che lei aveva abbagliato tanto tempo prima, con il suo sederino nel famoso bikini giallo, sul bordo della piscina di quell’albergo lussuoso sul lago di Como.
Di quell’albergo lui era stato il legale e lei la mogliettina, tutt’altro che devota, del giovane direttore.
(…)
Quella sera, di ritorno da uno dei suoi soggiorni di una settimana “a casa dei miei”, si era presentata, prima in ufficio da Maurizio e poi da noi, con una volpe argentata, “regalo di mia madre, anzi, ci ho messo anche qualche soldo io…”.
(…)
Infatti, la settimana seguente, una sera Corrado tornò a casa da studio e mi disse, togliendosi la giacca:
– E così, abbiamo trovato chi è che regala pellicce a Giuliana…Maurizio l’ha scoperto per caso ieri sera e, dopo avere distrutto mezzo appartamento, ha passato la notte in albergo.-
(…)
Andai a prenderla il giorno dopo e tutto quello che mi disse, dopo essere salita in macchina, fu:
– Penso che tu abbia saputo da Corrado che Maurizio non dormirà qui per un po’…o forse per sempre.  Vedremo.  Non so proprio chi dei due resisterà.  Io ho bisogno di un po’ d’aria, comunque.-
Inutile fare domande.
(…)
…forse lei aveva cominciato ad intrigarlo in quel momento.  E chi poteva dirmi quali altri trabocchetti gli fosse andata disponendo a studio?… Certo, le sue gonne si erano fatte sempre più mini, a detta anche di amici con cui ne avevamo riso e una volta anche discusso con Corrado, il quale aveva fugato ogni nostro timore di mancata professionalità da parte sua, dicendo che non era Giuliana la segretaria che lo accompagnava in tribunale per le udienze e che, comunque, non si sentiva di imporre un abbigliamento più castigato a qualcuno che conosceva già e che, bene o male, aveva ancora un marito che poteva mettere divieti di censura simili.  Gli avevo dato ragione e non ne avevamo parlato più.
(…)
Avrei dovuto risparmiarmi quel momento di dolore; ma i condannati a morte non vedono l’ora che tutto sia finito e così era per me.
Aprii la porta e una folata del profumo di Giuliana mi investì, già dal piano di sotto.  Sì, perché avevano dimenticato acceso il grande ventilatore del soffitto della camera da letto e l’aprirsi della porta d’ingresso aveva procurato un risucchio di quell’aria profumata già in movimento.  Mi sentii svenire ma entrai ugualmente.  I vestiti di Giuliana, che conoscevo bene, erano sparsi già al piano di sotto, insieme ai suoi sandali e alla camicia di Corrado.  Per le scale era poggiato un piatto con due coppe di gelato vuote e della frutta.  Continuai a salire e vidi il letto disfatto e il baby-doll di Giuliana appeso alla spalliera della mia poltrona preferita, insieme ad una piccola borsa da viaggio: evidentemente, quella di rimanere non era stata una decisione improvvisa, frutto magari di un gioco troppo audace con il fuoco…Anche questa volta Giuliana si era bene organizzata per la notte fuori casa, cosa che sapeva fare fin troppo bene, come sapevamo tutti.
Entrai in bagno e quella che ebbi fu la sensazione di vedere un ambiente in cui una persona si muove abitualmente, con tutti i suoi oggetti personali poggiati qui e là, alcuni vicino ai miei, come per un uso quotidiano: il maledetto profumo, il bagno schiuma, creme e oggetti per il trucco erano stati tutti tirati fuori dal beauty-case e poggiati in giro, come quando si sa che si tornerà in una camera d’albergo per più di una notte.

***

Brano tratto dal libro inedito “L’uccello rapace” di Paola Pica, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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