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Il pagliaccio dalla pelle di vetro balla e danza tutta la notte. Salta in lungo, salta in largo e vive intensamente il bello ed il brutto. Gioca col mondo, vive di esso, respira sincero, per niente sommesso. La notte è lunga e piena di cose, di donne, di gente, di cani e di gatti, di canzoni lontane, di emozioni sincere, bambini che ridono, luci che infiammano, fuochi lontani ma vicine fiammelle, che gli riempiono gli occhi, che gli entrano dentro. Il tenue pagliaccio cade e poi ride, e in sé, in primo luogo, costruisce il suo gioco. La notte è cattiva, oppure è un po’ buona, ma ogni sua piega è armonia disumana che il cristallo pagliaccio vuole prendere tutta. Non c’è spazio al rimpianto, non c’è spazio al non fatto, al non detto, al non vivo tremore di una mano vicina, che tesa e protesa lo sfiora anche appena. Ma il giorno è vicino e la luce lo uccide, la sua trasparenza diventa ora chiara. Non può, non deve, tremare al cospetto, ma il giorno è nemico perché gli passa attraverso. Allora dormi pagliaccio, nascondi il tuo raggio, cosicché questa notte tu possa ballare, cosicché questa notte tu possa cantare, cosicché questa notte tu possa, ancora, una volta, sognare.