Matilde tamburellava distrattamente con le dita sul ripiano di granito del tavolo, mentre lo sguardo si spingeva oltre i vetri della grande finestra, oltre il tetto del palazzo di fronte, e si perdeva malinconico nel profondo azzurro del cielo terso, come solo può esserlo dopo una giornata di pioggia intensa, e dove le prime rondini volteggiavano sicure rincorrendosi nei loro giochi amorosi senza tralasciare di ripulire e riparare il vecchio nido, ritrovato dopo la lunga assenza.
Quante volte s’incantava a guardarle invidiandole proprio per quel loro ritorno al vecchio nido, anno dopo anno, che poteva essere impedito soltanto dalla morte; a quel vecchio nido che era la realtà dei suoi anni vissuti nella bella e pacata città antica; il ricordo costante della campagna del suo mondo infantile, per certi versi davvero magico, popolato di tanti amici, di animali, piante e gesti semplici e dal quale non avrebbe, forse nel suo più intimo io, mai voluto staccarsi.
Ed ecco allora che la spensieratezza e la luminosità di quel tempo, che si proiettavano a pochissima distanza da lei, si spengevano malinconicamente e Matilde capiva che erano soltanto apparenti e idealizzati dal trascorrere inesorabile della vita, nonostante tutto. Ma la sua incontrollabile immaginazione le faceva vedere le rondini proiettare, con delicatezza e maestria, colpi di colore sempre più intensi verso l’azzurro senza confini, si lasciava prendere per mano per intraprendere i loro stessi percorsi in quel piccolo paradiso dove riusciva ad aprire, come per incanto, porte e finestre sui chiari ricordi che affluivano dal più profondo del cuore.
Il trillo insistente del telefono la distolse prepotentemente dai suoi pensieri facendola sobbalzare dalla sedia, che trattenne a fatica per evitare di farla cadere con violenza sul pavimento appena tirato a lucido. Andò a rispondere con una sensazione di leggero fastidio, come sempre d’altronde quando qualcosa o qualcuno interrompeva le sue mille fantasticherie. [Continua...]
Schegge di memoria di Mietta Brugnoli
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Terra addio di Giorgio Gavelli
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Kate (per l’anagrafe Katsumi Taylor) passeggiava rassegnata nella sala di comando della stazione orbitante mentre i piloti e gli altri tecnici addetti alla navigazione dormivano nell’adiacente box di guardia, pronti a riprendere il proprio posto in caso di anomalie.
Mancava ormai soltanto una mezz’oretta al cambio e avrebbe potuto tornare nella sua stanza, anche se chiamarla stanza era forse un po’ troppo, essendo più somigliante a un cubicolo.
Iniziava a essere particolarmente stanca di questa specie di isolamento sulla stazione orbitante Union Western World 7, per fortuna i tre anni di ferma volontaria stavano per scadere.
Non aveva ancora deciso sul suo futuro, cioè se chiedere di divenire un ufficiale effettivo permanente della Space Force, oppure se ritornare alla vita civile, quindi trovarsi un lavoro e riabituarsi a vivere in quella giungla di cemento e smog che era divenuta la Terra.
Di sicuro aveva bisogno di tre cose: un mese di libertà, portare un bel giovanotto nel proprio letto e comprarsi qualche nuovo vibratore.
Già, i vibratori… ne aveva comprati alcuni prima di salire sulla UWW7, ma dopo pochi giorni, quello che doveva essere l’ultima novità della tecnologia dell’onanismo femminile, si era irrimediabilmente bloccato, senza quindi mantenere la promessa di donare massimo piacere.
E risultava molto difficile farselo sostituire dal venditore, orbitando a 380 km dalla pianeta, mentre da mesi ne era rimasto uno solo funzionante, quello più tradizionale, che l’accompagnava da tanto tempo e che fra non molto avrebbe dovuto fare ancora una volta il suo “dovere”. [Continua...]
Suprema giustizia di Gianni Garagnani
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Lorenzo De Santis apparteneva ad una antica famiglia le cui origini si perdevano nel tempo. Il ramo cui apparteneva, pur essendo di nobile discendenza, era quello cadetto e col passare dei secoli aveva perso le iniziali ricchezze e le specifiche prerogative nobiliari. Da tempo immemorabile, però, i suoi antenati avevano fatto una scelta precisa: erano tutti militari di carriera. Pertanto, per quanto poteva ricordare, aveva sempre visto il nonno ed il padre indossare la divisa e comportarsi con la serietà e la rigidità propria dei militari.
Forse proprio per questo ricordava con gioia quelle poche occasioni in cui o il nonno o il padre se lo erano caricato sulle ginocchia. Ricordava le magnifiche sensazioni che provava allorché il nonno, per la verità molto rigido ed imbarazzato, si lasciava accarezzare e tirare gli enormi baffi a manubrio di cui era tanto fiero. Ricordava l’orgoglio che lo colmava quelle poche volte in cui il padre, indossando la sua bellissima divisa da maggiore di cavalleria, lo portava per mano a fare una passeggiata.
Dal basso della sua piccola statura, conforme alla sua giovane età, guardava di sottecchi l’alta ed imponente figura del padre e si sentiva riempire d’orgoglio: intuiva che anche lui, un giorno, molto lontano, sarebbe stato così. Aveva trascorso momenti bellissimi quando il padre ed il nonno, con il viso serio lo ascoltavano dire:
«Soldato Lorenzo a rapporto, signore, comandi!».
La frase era seguita da una indecisa battuta di tacchi.
«Parola accordata, soldato Lorenzo!».
«Le sarei grato, signore, se mi raccontasse il resoconto di una qualche battaglia». [Continua...]
La venditrice di piccole cose di Patrizia Bartoli
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Da La Signora Parrini -
Nascosta dietro le tendine bianche ricamate a mano, la signora Parrini sbirciava fuori dalla finestra. Il postino aveva suonato due volte e aspettava impaziente al di là del cancello che chiudeva il modesto giardino. Aveva a tracolla la pesante borsa e reggeva con la mano sinistra la bicicletta, mentre nella destra stringeva una piccola busta leggermente rigonfia.
Olga Parrini allungò il collo e strinse i suoi occhi da miope nel tentativo di osservare meglio senza farsi scorgere. Era spinta dalla curiosità, ma non poteva aprire la porta di casa, affacciarsi sulla veranda e ritirare la posta. Non lo faceva più da tempo: il signor Parrini, suo marito, non voleva e lei non avrebbe mai avuto la sfrontatezza di disubbidirgli.
Erano molte le cose che Olga non faceva perché il marito gliele aveva proibite.
Quando il signor Parrini era al lavoro, il che voleva dire tutti i giorni dalle otto a mezzogiorno e dall’una alle cinque, nel suo ufficio di contabile presso la SMI, Olga non doveva mai aprire la porta a nessuno, estraneo o conoscente che fosse.
Il campanello suonava inutilmente e in quelle ore del mattino e del pomeriggio la casa sembrava vuota.
La signora si aggirava tra le stanze pulendo, mettendo in ordine, in silenzio, come un fantasma. Non apriva mai le finestre, né quella della cucina che dava sulla strada, né quelle del salotto e della camera che si affacciavano sul giardino, non usciva mai nell’orto dove c’era il pozzo e, se doveva lavare o stendere il bucato, lo faceva quando suo marito era tornato. Ascoltava la radio; non avevano la televisione, ma, del resto, pochi in quei primi anni Cinquanta la possedevano. Trascorreva molte delle ore solitarie leggendo La Nazione e i settimanali Oggi e Tempo, i suoi preferiti. [Continua...]
L’innocenza negata di Donata Linetti
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Un incontro fortuito -
1 dicembre 2006
Esco dalla banca e mi trovo all’improvviso di fronte la mia ex analista: la dottoressa Anna; l’istituto bancario di cui sono cliente si trova in città, lo studio della dottoressa è vicino, quindi è facile che il caso ci si metta di mezzo e che favorisca l’occasione di un incontro.
Non so bene come comportarmi anche perché ricordo benissimo la frustrazione di un altro incontro fortuito avvenuto qualche mese fa: erano ormai trascorsi quattro anni dalla fine della mia analisi, avrei tanto desiderato parlare con la dottoressa Anna, mi sarebbe piaciuto informarla che da due anni ero in terapia con una psicoterapeuta di Milano, che mi trovavo bene e che avevamo ripreso le tematiche e i nodi rimasti irrisolti nell’analisi fatta con lei.
In definitiva, desideravo rassicurarla che il lavoro analitico iniziato con lei e da lei impostato era ancora vitale e stava dando i suoi frutti, anche se con l’aiuto di un’altra persona e in un contesto diverso, grazie ad un approccio meno formale da parte dell’analista attuale.
L’incontro tante volte sognato e desiderato si era svolto, invece, in tutt’altro modo: benché mi avesse vista, la dottoressa Anna guardava ostentatamente fisso davanti a sé, nell’incrociarmi borbottò un “ciao” appena appena sussurrato a cui seguì immediatamente la correzione che si tradusse in un ben udibile “buon giorno” e tirò dritto. E dire che ci siamo incontrate tre volte la settimana per ventinove anni: una vita!
Se si fosse fermata, di sicuro le avrei manifestato affetto e grande considerazione; invece tutto si era svolto in una tonalità fredda, come al solito; non sono mai riuscita a spiegarmi la sua rigidità e anche in questa occasione l’analista si è dimostrata fedele a se stessa. In pratica ha negato il fatto di avermi “vista”, ha evitato qualsiasi riconoscimento di me come persona, ignorando e annullando contemporaneamente la natura del lungo legame che ci ha unite. [Continua...]
Sepolture imperfette di Elisabetta Santini
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L’immagine che le rimandò lo specchio la fece sussultare. Gli occhi un po’ gonfi denunciavano l’insonnia della notte.
‘Non ci voleva’ pensò Nina. ‘Si convincerà che ho fatto tardi ieri sera e che non sono affidabile.’
Cominciò a truccarsi il viso. Con mani sapienti coprì le occhiaie, dette profondità allo sguardo con un rigo colorato, mise in evidenza le labbra e rese il risultato più omogeneo con una passata di fard. Poi scelse con cura l’abito e optò per i soliti vecchi e stinti jeans, strappati strategicamente, ed una bella e candida camicetta che faceva risaltare il suo colorito olivastro e gli occhi neri.I capelli sciolti e domati con un po’ di gel.
Era pronta. Prese le chiavi della sua utilitaria e uscì di casa, sbattendo si dietro il cancello. Nella fretta non udì sua madre che dal giardino le gridava: “In bocca al lupo, Nina!”. Con il suo fresco diploma di restauratrice sotto braccio, si avviò verso il suo primo appuntamento di lavoro. [Continua...]
La vita oltre la scena di Elisa Barone
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Le imposte semichiuse tentavano di sbarrare la calura di quel pomeriggio di fine luglio; Flora guardava la strada deserta, al di là del parco, in attesa della vettura.
Aveva preferito aspettare il taxi stando a casa, anche perché, se lo avesse aspettato avanti al cancello, avrebbe dovuto arginare le domande della vecchia custode della villa, sicuramente incuriosita dal fatto che Flora alle 15 di quel torrido pomeriggio aspettava un taxi.
Intanto l’auto sopraggiunse e Flora in maniera lesta e precisa, afferrò la borsetta e, prima di uscire dalla porta, sistemò l’abito di seta color pervinca e guardò le labbra colorate di rosa chiaro, come sempre.
Non amava più guardare la sua immagine e, in particolare, non amava lo sfondo grigio dell’iride, che, col tempo, sostituiva l’azzurro che prima c’era stato, sbiadendolo.
Del resto non amava più niente come una volta: quando il tempo prima di morire si accorcia di giorno in giorno, sempre più, tutto perde di significato e, anche i sentimenti stentano ad entrare nel cuore che si restringe come il tempo che rimane.
«Vado in via Tasso 18» disse all’autista «Ho un appuntamento alle 15,30, arriveremo?» «Sicuramente» la tranquillizzò l’autista mentre procedeva per le strade vuote e silenziose.
Napoli era bella a tutte le ore, ma nei rari momenti senza traffico, somigliava alla città di tanti e tanti anni prima quando, finita la guerra, nei giovani era ripresa la voglia di sognare, di vivere, di amare.
Sulla via Caracciolo c’erano ancora le rotaie del tram e di lì a poco l’auto sarebbe passata avanti al bar Vittoria, vicino alla fermata di Chiaia e lei avrebbe visto l’immagine di Vinicio seduto al tavolino.
Lo avrebbe rivisto come era il primo giorno, quando lei scese dal tram quel lunedì di maggio.
Ecco il giovane che vestito di bianco in quel pomeriggio di primavera le sorrideva facendosi ammirare mentre la guardava estasiato. [Continua...]
Sacrificio d’alfiere di Daniele Sartini
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Uno -
Le ultime sagome si aggirano davanti al Piccadilly Night. Sono coloro che hanno superato indenni l’ennesima notte di alcool e sesso a pagamento.
Terry Lee cammina nervosamente davanti all’entrata del locale, sembra voglia consumare il marciapiede nella spasmodica attesa che lo divide dall’arrivo del suo autista. Trova tempo per l’ennesima Camel ma non per immaginare che qualcuno lo stia osservando. Il fumo denso della nicotina lo avvolge.
Molti sono i suoi nemici, il tesoriere di un boss non può illudersi di non averne ma neppure può convivere con il panico che due occhi, celati nel buio, non lo perdano di vista per un solo istante.
Silenziose attese, frazioni di secondo, frammenti di tempo: componenti strategiche della mia cruda professione.
Una stucchevole fuoriserie nera si ferma davanti al locale ormai deserto, alla guida un giovane incelofanato dentro un abito che lo rende più vecchio. Lee dà l’impressione di essere scocciato, lascia che gli aprano la portiera e sale dando un’occhiata intorno. L’auto parte.
Esco dall’ombra. Quel buio che da piccolo mi terrorizzava adesso è un fedele alleato.
A volte mi domando come sia potuto arrivare a questo punto, illudendomi di non averlo scelto e giustificando mi con il fatto che una combinazione di condizioni me l’abbia imposto. Questo è l’enigma che si ripropone nei momenti che precedono il mio ingresso in scena: credo sia dovuto ad un guizzo del rimasuglio di coscienza che tenta di bussare alle porte della mia mente con una speranza di fermarmi destinata a fallire. Difficile riuscirei, praticamente impossibile; io sono l’angelo nero, il braccio armato di chiunque sia disposto a pagare l’onerosa parcella prevista dalla morte su commissione. [Continua...]
Frammenti di vita di Elisabetta Gelli
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Da Quei frammenti d’autunno -
Vi sono periodi nella vita di una persona, durante i quali viene da domandarsi fino a che punto vale la pena lottare, affannarsi, correre, insomma far parte di questo mondo. Ci accorgiamo che, quasi sempre, una buona notizia, una gioia o un attimo di felicità portano con sé un’ ondata di eventi che all’improvviso possono divenire così tristi e negativi da farti dimenticare quelli belli appena trascorsi.
Difficilmente andiamo in parità, i conti non tornano mai e la bilancia della vita pende sempre dalla parte del cattivo tempo.
Quanto vale la pena vivere questo nostro velocissimo passaggio sulla terra, questa meteora di esistenza che non c’è dato sapere cosa ci riservi, prima di bruciare al suolo?
Ognuno di noi cerca di attingere gioia, speranza, certezze in qualcosa in cui crede fermamente o in qualcuno che ama, e se riesce a stringere in mano qualche briciola di felicità, se il suo cuore ha scandito un solo battito all’unisono con un altro, allora sì, la vita vale davvero la pena di percorrerla tutta.
Negli ultimi anni mi sono posta tante volte questa domanda e prima di arrivare al sì, ho dovuto lottare con la bilancia che pendeva sempre dall’ altra parte. Qualcosa la bloccava, la teneva incollata giù, insieme ai miei pensieri, ai miei tormenti, al mio grande disagio. Poi, molto faticosamente, ha iniziato a risalire, ma non è mai tornata orizzontale.
In questo libro voglio raccontare un frammento di vita dominato da una malattia che negli ultimi anni ha tiranneggiato su di me, sbilanciando un equilibrio già fragile e incerto.
Con la scrittura ho provato a esorcizzare il male, a cacciarlo via il più lontano possibile, così lontano che spero di avergli fatto dimenticare persino da dove è venuto; non ho la pretesa di essere una scrittrice e la storia che andrò a narrare è semplice e sincera.
Sono una casalinga (per scelta), nata nel 1959 e sposata da quasi trent’anni; ho due figli meravigliosi e i genitori abbastanza in salute. Non ho niente da rimpiangere o di cui pentirmi.
Sono una persona semplice, senza troppe pretese, non mi sono mai posta degli obiettivi grandiosi da raggiungere, non per mancanza di volontà, interessi o coraggio, ma perché sono fatta così: ho solo cercato e sperato di avere una vita serena e dignitosa, sia per me che per i miei figli. Questa è sempre stata la mia meta. Non mi sembra di aver chiesto molto, ma purtroppo, anche per avere poco, bisogna lottare, giorno dopo giorno, anno dopo anno… [Continua...]
Martino il marziano di Gabriella Tabbò
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Una incredibile novità a Luponia -
E’ già scesa la notte nel Paese di Luponia, coperto dalla bianca coltre della neve di gennaio, che dagli altissimi monti che lo circondano, nasconde tutto: le case, i campi, le piste da sci, le strade, simile ad una lucida glassa bianca su di una gigantesca torta. E’ una notte buia, limpida ma così fredda, così fredda, che, se si parlasse all’aperto, le parole si scriverebbero come nei fumetti e resterebbero sospese sulle teste delle persone in forma di nuvole per qualche minuto, finché il vento le spazzi via. Ma ora il silenzio domina sovrano, creando una sensazione magica, irreale, e ogni cosa pare stranamente sospesa in attesa di qualcosa, che renderà questa notte UNA NOTTE SPECIALE. Le strade, illuminate dai gialli lampioni antinebbia, sono completamente deserte, gli abitanti stanno tutti chiusi nelle loro case o nei bar e nei pubs o nei ristoranti e in giro non c’é anima viva.
Più esattamente, NEL PAESE , non c’è nessuno per strada, MA … dalle parti del bosco …
Sotto l’immensa volta del cielo, punteggiata dall’infinità delle luci delle stelle, non molto diversa dal cielo di carta metallizzata, spruzzato di brillantini dorati, di un presepio, qualcosa di infinitamente piccolo è apparso nei più alti strati. E’ una lucetta intermittente simile a una lucciola, che si sposta freneticamente di qua e di là, a destra e a sinistra, come in preda all’indecisione. Poi, improvvisamente, la luce pare convincersi e si avvicina maggiormente. Per un poco riprende la sua strana danza … sembra allontanarsi … Ma subito ritorna, come se le fosse stato impartito un ordine definitivo e si fionda sulla terra gelata! All’ultimo istante comincia a frenare, per scendere negli ultimi metri ondeggiando lievemente con la grazia di una libellula, anche se veramente assomiglia molto più ad una medusa lattiginosa, bianchiccia, e fluttuante. Poi la pseudo-medusa cala dalla pancia quattro piedi incredibilmente forti, e il tutto sprofonda di parecchio nella neve soffice, rivelando un peso notevole.
L’essere che è dentro di essa ne esce, rischiando di annegare nella neve stessa, data la sua bassa statura. Ne riemerge sputacchiando, e, alla luce fioca dei fari di quella specie di disco volante, che si vanno spegnendo, pare quasi nudo, tranne per una specie di mutandine bianche sorrette da due bretellone … Ma la cosa più incredibile è il colore della pelle, certamente illividita dal freddo, visto che ha riflessi verdi …. No, per l’esattezza, la sua pelle è DAVVERO VERDE, tutta verde come quella di un ramarro. Non rugosa però, ma liscia e delicata come quella di un bambino, … solo che è verde, innegabilmente di un bel verde smeraldo, non un verdino gialliccio o grigiastro o marcetto, o pistacchio, ma un bel verde forte, indice della sua buona salute e della sua gioventù. E i capelli, folti e ricci, un bel caschetto corto, da maschio, sono del viola delle violette, né più né meno, mentre gli occhi hanno il colore giallo del topazio, proprio come quello di certi gatti. A suo modo, è un bel ragazzo. Certo un tantino insolito … O tale deve sembrare a chi non sa vedere al di là del suo naso e non vuole uscire dalle sue abitudini. Indubbiamente, la bocca, e la testa sono molto grossi, mentre le braccia e le gambe paiono rametti secchi. Ma di sicuro al suo paese (chissà qual’è?) deve piacere molto, e certamente la sua mamma lo ama comunque. Perché è vero il detto che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” e soprattutto che si ama! E il ragazzo ha il passo sicuro di chi ha fiducia in se stesso. Al momento, veramente, arranca penosamente nella neve lasciando orme enormi e insolite. [Continua...]





































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