Dal Capitolo I – La miniera -
Giuseppe Bartini quel giorno di ottobre del 1912 non lo dimenticò per tutta la vita. Come ogni settimana si era recato alla cassa della baracca principale per ritirare il suo salario, duramente guadagnato a scavare nella miniera di oro di Chamousira situata sulla sponda sinistra del torrente Evancon della valle, ma trovò tutto chiuso, appeso al vetro un foglio che a fatica riuscì a leggere: “Chiu… so”.
Giuseppe si voltò per trovare conferma negli occhi dei compagni che quanto aveva letto fosse esatto. «Ma come, che succede, dove sta il capo?».
Gli uomini erano sgomenti, arrabbiati e spaventati perché non si capiva cosa stava succedendo. «Ehi Giuseppe, sei sicuro di aver letto giusto?» chiesero i suoi amici.
«Sì, ho letto bene» rispose Giuseppe. Dalla porta della costruzione uscì il Direttore. Era l’uomo di fiducia della società inglese che da una decina d’anni sfruttava la miniera di Chamousira: «Tornate alle vostre case e passate di qua nuovamente domani. Vi pagheremo quanto dobbiamo e poi qui si chiude». Vi fu un brusio di protesta, gli operai iniziarono a lanciare sassi e a imprecare.
«Ladri, come potete fare questo? Perché non ci avete detto qualcosa prima?». Il coro di chi protestava diventò più forte: «Dateci quanto ci spetta! Noi di qua non ci muoviamo!». Il Direttore della miniera, così com’ era apparso, all’improvviso, sparì dentro l’ufficio, senza dire parola. Da qualche tempo circolavano voci che la miniera alla fine avrebbe chiuso perché il filone di quarzo aurifero si era esaurito, ma nessuno voleva crederei fino in fondo.
Giuseppe stava lì impalato, incapace di muovere un passo. [Continua...]






































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