Era il giorno di Pasqua
di Dorella Dignola M. 28 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Prosa, Pubblicato dagli autori
Era il giorno di Pasqua, la nonna mi teneva per mano ed insieme andavamo alla Santa Messa.
Era un giorno di sole e l’aria profumava di fiori.
Uscimmo dalla cancellata che circondava la nostra casa e ci inoltrammo verso la Chiesa.
“Nonna, guarda, lo vedi quel soldato che è uscito dal ponte con il grosso zaino sulle spalle? Lo conosci?”
“No, sono molti i soldati che circolano per la città.”
La voce della nonna era incrinata, sentii la sua mano stringere forte la mia e dai suoi occhi celesti e dolci, vidi cadere lacrime che sapevo cocenti: aveva cinque figli al fronte. Furono citati sul giornale della città come esempio glorioso.
Sapevamo che uno di essi, lo zio Giacomo, era stato fatto prigioniero e deportato in Germania. Lo avevano prelevato mentre stava facendo il servizio di Leva Militare, senza un perché.
Non sapevamo dove lo avessero portato e per quanto tempo.
Fummo rassicurati perché lo zio non era ebreo; tutta la nostra famiglia non lo era.
“Vedrà Signora che suo figlio tornerà, non pianga, lui non è ebreo!”
Il cuore mi si strinse di vergogna e ad un tempo si dilatò per il sollievo che provavo . Poteva esserci una differenza tra un ragazzo ebreo ed uno che non lo era? Capii che era così!
Non vedi che ha la testa abbassata? Porta l’elmetto il volto non si vede. Lo zaino deve essere pesante.
Nonna, guarda, ha alzato la testa, nonna a me pare, sì nonna, è lo zio Giacomo!
“E’proprio lui! vero nonna?”
La nonna ebbe un fremito; socchiuse gli occhi e ficcò lo sguardo presbite sulla faccia del giovane che si stava avvicinando col volto sorridente.
“Giacomo!”
Gridò: “E’ lui, è proprio lui!!!
Un vagito ci chiamò
di Lucia Visconti Cicchino 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
Come avvolti da un alito magico, avevamo invitato la vigilia di Natale i parenti più stretti per festeggiare la nascita di Emanuele.
Il ruolo di neo – genitori ci riempiva di gioia, anche se non mancava in alcuni momenti un fondo d’ansia per la responsabilità cui temevamo di non essere all’altezza, soprattutto quando il piccolo piangeva e non capivano il perché.
La gestazione era stata difficile: vomito e minacce d’aborto per sette mesi. Avevo dovuto ‘covare’ il mio ‘pulcino’ immobile a letto, aiutata in tutto dai genitori e da mio marito.
Dopo la nascita,il 12 Dicembre, però, ogni sacrificio era stato dimenticato.
Lele era piccolino: navigava nelle tutine ed era così buffo con i capelli foltissimi, tipo ‘spazzola militare’! Solo durante il bagnetto la testa si ornava di riccioli a serpentino ed il viso sembrava più tondo.
Trattenuti in clinica per qualche giorno in più del previsto, – l’ittero che aveva infierito sul piccino,- eravamo tornati a casa in prossimità del Natale.
Oltre al grande fiocco blu di raso e tulle guarnito da campanelline d’oro, avevano trovato nell’ingresso luci colorate, nastri di filo argentato, coccarde, nenie natalizie. Emy aveva aperto gli occhi ben bene: ascoltava i suoni e metteva a fuoco le luci, rendendoci euforici: non ci aspettavamo attenzione così ‘lunga’ verso l’ambiente. Leggi tutto
Natale coi pomodori
di Antonio De Santanna 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
Me lo ricordo quel Natale coi pomodori sott’olio sulla tavola in bella vista tra gli sguardi compiaciuti dei parenti .
Un giorno d’estate eravamo andati al fiume a fare il bagno, in un posto appena fuori dal paese, dove non ci andava quasi mai nessuno, così, tanto per cambiare.
Eravamo arrivati sudati dopo una lunga camminata sotto il sole. Mia madre con la cesta del bucato sottobraccio, mio fratello ed io con la voglia matta di entrare in acqua e giocare, ma restammo a bocca aperta davanti a uno spettacolo inaspettato.
Una piena aveva portato via le sementi dagli orti vicini e aveva trasformato la riva in uno splendido tappeto di pomodori rossi.
A quel tempo lavorava solo mio padre e pagavamo le rate di mutuo della casa. Era duro arrivare a fine mese coi pochi soldi che restavano nel cassetto e quella manna a mia madre doveva sembrare la ricompensa del Cielo ai nostri sacrifici.
Aveva vuotato la cesta dei panni da lavare e ci aveva invitato a lasciar perdere per una volta il bagno per aiutarla a raccogliere i pomodori.
Stavamo attaccati per la paura che ci vedessero e poi sparlassero di noi in paese. Mia madre se ne stava china, raccolta in un pugno, eppure la paura non riusciva a cancellarle il suo bel sorriso, mentre mormorava: “E’ un miracolo! Qui siamo a posto per un mese e ce n’è anche per Natale, grazie al fiume e al buon Dio che l’ha creato!”
A Natale tutto può succedere
di Luna70 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
Era la vigilia di Natale ed io me ne stavo sdraiata sul divano, avvolta in una pesante coperta di lana, sgranocchiando patatine. Fuori nevicava e si udivano le urla gioiose dei bambini che si rincorrevano, tirandosi palle di neve.
Un tempo anch’io mi divertivo in quel modo. Un tempo anch’io amavo il Natale.
Ora non più. Provavo un’indicibile amarezza mentre scorgevo le coppiette camminare mano nella mano, con buste di plastica piene di regali. O scambiarsi baci sotto il vischio.
Mi sentivo disperatamente sola, in questo periodo dell’anno, e tutto ciò che desideravo era chiudermi in casa, aspettando che le feste finissero e la vita riprendesse il suo tran tran quotidiano.
La mattina precedente, in ufficio, le mie colleghe si erano scambiate pacchettini colorati, augurandosi un Natale pieno di gioia e serenità.
Come da routine, si erano scordate di me. Sul posto di lavoro io sembravo invisibile e nessuno si preoccupava di rivolgermi una parola gentile. Semplicemente ero trasparente.
E, a dire il vero, non è che fuori dall’ambiente lavorativo le cose fossero diverse.
Da quanto tempo non festeggiavo con un gruppo di amici? Da quanto non ricevevo un invito a uscire? Non lo ricordavo più…
Ingoiando un’altra patatina, sospirai odiandomi per la piega che avevano preso i miei pensieri.
Se Babbo Natale fosse esistito, gli avrei chiesto in regalo una vita diversa. E magari anche un corpo diverso. Io mi giudicavo troppo grassa per poter piacere a qualcuno. Del resto, passare le sere sdraiata su un divano a sgranocchiare schifezze di certo non aiutava a possedere una linea invidiabile. Leggi tutto
Il presepe splendeva
di Mario Sodi 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
Era la settimana di Natale. C’era da fare l’albero e il presepe. Sarebbe toccato a me anche questa volta. Quando c’era in casa mia figlia, all’albero ci pensava lei: riusciva a fare un albero di Natale che sembrava una ceramica di Capodimonte; senza luci, ma con squisiti ornamenti, e così originale che chi veniva a trovarci ne restava ammirato. I più, tuttavia, lamentavano la mancanza di lampadine intermittenti, perché – se non c’è la luce – che albero è. Come se gli alberi fossero senza luce, gli diceva. Siete mai stati in una foresta di notte, con appena un filo di luna? Gli alberi la luna ce l’hanno tutta addosso, e dentro. Come noi respiriamo l’aria e cerchiamo la luce, gli alberi vivono del firmamento. Laura l’aveva capito e il suo albero di Natale risplendeva da solo, per chi lo sapeva guardare. Del resto – diceva – era una prova per vedere se uno conosceva ed amava gli alberi: e se non li amava, a cosa serviva ricoprirli di tutti quei lustrini incandescenti se non per far mostra di se stessi? L’albero non è mai nudo: perché lo volete rivestire, e da clown?
Da quando se n’era andata, avevo proseguito io, cercando di fare tutto quello che aveva fatto lei: ma si capiva che mancava qualcosa. L’albero mi veniva ricco (anche sontuoso) ma non era «bello». Cercavo invano di imitare la sua segreta grazia di mostrare e insieme nascondere quei deliziosi bijoux: ma a me non riusciva. O erano troppo nascosti o troppo in vista. Pareva che l’albero ritraesse le sue fronde, si irrigidisse alla mia volontà. E io ne avrei fatto volentieri a meno; anzi, se era per me, l’avrei preso, prima che morisse del tutto e l’avrei piantato giù nel campo vicino agli altri abeti, dov’era il suo posto.
Ma se non avessi “fatto l’albero” mi avrebbero detto che nemmeno a quella minuzia avevo pensato (perché si sa, l’albero di Natale ce l’hanno tutti, fa ornamento, e forse porta bene).
Insomma era un vero impiccio: perciò cercavo di farlo più alla svelta possibile, tanto eravamo estranei io e lui; e poi lo sentivo bene che mi considerava un intruso, quando gli mettevo le mani dentro per tutti quegli ammennicoli. Cosicché quand’era finito tiravo un sospiro di sollievo. Leggi tutto
Il tatami di Max
di Lucia Sallustio 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
Forse era stato il fascino del tatami o la magia delle notti madrilene che avviluppavano sotto un cielo scuro a mantello, o ancora la tristezza delle cançoas do fado a cui Max l’aveva pian piano introdotta. Oppure era stato tutto questo. C’era, di fatto, che Rossella era restata a Madrid. Non ci restò per soli tre o sei mesi, questa volta. Il signor Déseado le aveva fatto firmare un regolare contratto di assunzione a tempo indeterminato mentre suo figlio, senza farle firmare nulla, l’aveva incatenata ad un amore che rispondeva pienamente a tutti i clichè dell’amore romantico, con le piccole follie reciproche che ne intensificavano l’unicità.
Si erano ripromessi di non vincolarsi con stupide catene amorose, si erano dichiarati moderni e ribelli, si erano giurati che nulla sarebbe cambiato nelle loro vite libere di un tempo, nulla che potesse ledere le loro ambizioni.
Poi si erano cercati sempre più spesso, l’ossessione l’uno dell’altra nella mente e, ogni volta, finivano su quel tatami che aveva sconvolto le loro vite come uno tsunami. Leggi tutto
Hadhihi al-layla – Questa notte
di Andrea Masotti 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
- A chi tocca ? Non c’ero io ? – quasi me ne torno a casa. Sono due ore che aspetto in piedi ! Quando si arriva in tanti c’è troppo cicaleccio, gli astri si dovrebbero ammirare nel silenzio. Un’altra serata persa con il circolo culturale, era meglio seguire la partita a casa, credo che… non so. Ho parcheggiato a mezzo chilometro, forse è meglio insistere e non farmi prendere dall’impazienza. – Allora ? Vengo, arrivo.. tanto sono l’ultimo –
Difficile avvicinarsi all’oculare del telescopio; gli occhiali vanno a urtare contro il bordo dell’obiettivo. La prossima visita guidata è in settembre, potrei provare con delle lenti a contatto – aspetti, mi faccia guardare ! Bellissima: Vega, nella costellazione della Lira, bianca e luminosa.
Posso rimanere un po’ da solo, dopo di me non c’è nessuno in fila. Cosa significa Vega ? Non lo so. Ah: l’aquila che attacca ! Preferisce stare con me ? Non scalfisco nulla, ero un pittore. E vicino allora quel gigante rosso è Arturo che le fa da guardia. Mi piace il suono del nome arabo, me lo ripeta: al-Simàk al-ràmih che significa: il torace del lanciere. Stasera c’è una guida speciale. Vega e Arturo, la stella bianca che mi cercava e il lanciere gigantesco. Mi torna in mente un’altra coppia: lei era Giulia, la prima che ho conosciuto. Pensi: aveva dodici anni, passava da casa mia tornando da scuola e scampanellava per salutarmi al citofono. Una ragazzina con i capelli lunghi, biondi. Poi quando le ho chiesto di uscire insieme è scesa fuori dal portone accompagnata da suo padre. Leggi tutto
L’Albero delle idee
di Alba Venditti 17 gennaio 2010
Pubblicato in Blog degli Autori, Iniziative letterarie, Natale 2009, Prosa
Dice Giada di povera famiglia ai genitori: “Peccato, non abbiamo i soldi per fare un albero di Natale bello e brillante come gli altri vicini”. I genitori rispondono a Giada che si può creare l’albero delle idee. Giada non crede però che si possa inventare un albero dal nulla. Dice la mamma: “Stai a vedere figliola”. Infatti prese parecchio fil di ferro per modellare con le mani un grande albero di
Natale; prese poi anche dello spago per legare all’albero di ferro molte lampadine a sfera da mettere come palline dell’albero decorate con brillantina argentata o dorata attaccata con la colla. Ma non finisce qui, la mamma fece prendere a Giada delle scatole piccole vuote e le fece incartare di vari colori per metterle come decorazioni dell’albero delle idee. Giada decise di aggiungere dei fantasmini che le avevano regalato i vicini che avevano la particolarità di essere fosforescenti al buio così la notte illuminavano l’albero delle idee. Perchè non aggiungere anche dei calzini pensò Giada? Aprì allora, il cassetto del papà e tolse calzini di colore bianco e colore rosso bordeaux, verde bottiglia ecc. e li unì all’albero delle idee con delle mollette del bucato. Inoltre, la mamma di Giada prese degli spaghetti, li mise a cuocere e poi essiccare. Successivamente, gli spaghetti li fece pennellare d’oro e d’argento e servivano a coprire come capelli d’angelo la struttura in ferro dell’albero. I genitori di Giada pensarono di decorare il contorno dell’albero oltre che con i capelli d’angelo anche con del rotolo d’alluminio da cucina. Inoltre, ritagliarono del cartone a forma di stella cometa poi lo ricoprirono di brillantina dorata e lo misero come puntale dell’albero delle idee. Finalmente anche Giada riuscì ad avere come gli altri bambini il suo albero di Natale.
La città punita di Fabio Bertinetti
di Fabio Bertinetti 11 gennaio 2010
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Governolo, Mantova, 25 Novembre 1526 -
La sera si stava approssimando e le Bande Nere iniziavano a sentirsi a proprio agio. Ormai la tattica era sperimentata. Gli assalti notturni alle retrovie dei soldati Tedeschi avevano reso parecchio nei giorni passati, ed era venuto il momento di attaccare il grosso del contingente nemico.
L’obiettivo di Georg Frundsberg era di rinforzare l’esercito imperiale, impegnato con le forze della Lega, quello di Giovanni de Medici impedirlo a tutti i costi. Raimondo cavalcava nelle prime file, accanto a lui vi erano Lucantonio Cuppano e il capitano Giovanni De Medici. Pur essendo molto giovane, Giovanni, aveva già fama di comandante esperto e le sue Bande Nere erano l’unico reparto militare che in quei giorni aveva avuto l’ardore e l’ardire di affrontare i Lanzichenecchi.
Le forze nemiche erano scese dalle pianure Tedesche qualche settimana prima e l’esercito della Lega di Cognac, comandato dal Duca di Urbino Francesco Maria della Rovere, aveva preferito ritirasi da Milano e dirigersi verso Marignano. Giovanni dalle Bande Nere si era rifiutato di seguirne la ritirata preferendo fare di testa sua.
- Capitano!- Esclamò Raimondo a voce bassa
- Dimmi Amico mio – Rispose Giovanni
- Stavo pensando allo scherzo che ci hanno tirato i Gonzaga. Forse in questa guerra abbiamo troppi nemici-
- Cosa vuoi dire?-
- L’affronto di ieri notte Giovanni!-
- Non ti preoccupare, quando avremo vinto questa guerra, la pagheranno. Dovranno pur trattare con Sua Santità il momento in cui gli Imperiali saranno cacciati dall’Italia -
- Non mi preoccupo del futuro, ma del presente-
- Non ti deve intimorire la battaglia Raimondo. Ne hai combattute parecchie al mio fianco e sai come riusciamo a colpire con rapidità. Ben conosci come riusciamo ad essere devastanti.-
- Non mi curo della battaglia. Ho una fiducia smisurata in questi uomini. Senza contare che i Tedeschi ormai ci temono. Da giorni stiamo colpendo le loro vettovaglie. Li cogliamo all’improvviso di giorno e di notte. Non hanno mai il tempo di ingaggiarci e sconfiggerci. Mi preoccupo delle trame che possono essere ordite alle nostre spalle. Ti dico per esperienza che le alleanze si tessono e si sciolgono con la stessa velocità di un batter di ciglia. Ieri hanno sollevato il ponte levatoio di Borgoforte per impedirci di assalire i Tedeschi. Posso anche capire la necessità di un piccolo stato di collaborare con l’impero e far passare i soldati sul proprio territorio, ma impedire il passaggio a noi è un segnale che non mi piace. Per non parlare poi dei falconetti che Alfonso d’Este ci aveva promesso e che non sono mai arrivati-
- L’importante è che siamo passati Raimondo. Per quel che riguarda le artiglierie, faremo in modo che non ci servano. Ora però silenzio, anche se siamo sottovento non voglio rischiare che i nemici ci sentano- Leggi tutto
Il professore di Latino
di Vittorio Sartarelli 15 novembre 2009
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Iniziare il primo anno di Liceo Classico la consideravo un’avventura molto stimolante e, tuttavia, circondata da un alone di mistero e molte curiosità, alcune delle quali sarebbero state poi delle sorprese.
L’avere già frequentato i primi due anni di Ginnasio mi aveva abituato ad una forma di studio nuova e, per certi versi, piacevole. D’ora in poi, però, si cominciava a fare sul serio, era come se si ricominciasse tutto dall’inizio: nuove materie, nuovo sistema di studio e nuovi insegnanti.
Il primo di questi che ci diede il benvenuto, all’inizio del nuovo anno scolastico, fu il professore di Latino e Greco. La prima impressione non fu delle più felici, di età indefinibile sembrava un manichino robotizzato, tanto si muoveva a scatti e talmente era metodico nel sistemare le sue cose prendendo possesso della sua cattedra, da farlo sembrare un automa.
Di statura media aveva un fisico asciutto e molto efficiente, di carnagione molto chiara, i capelli rossi tagliati cortissimi incorniciavano un viso tirato ma, ben curato. Portava gli occhiali con una montatura di celluloide arancione, dietro i quali facevano capolino due piccoli occhi da miope che non incontravano mai, direttamente, lo sguardo altrui.
Vestito in modo convenzionale e, tuttavia, accurato nei particolari dava l’impressione di una persona che accordava molta importanza alla pulizia, all’igiene ed alla salute. Appena entrava in classe, prima ancora di sedersi in cattedra, esigeva che si aprisse la finestra, poco importava se fosse inverno o estate e qualunque fosse la temperatura ambientale, lui voleva respirare aria pulita. Leggi tutto




