Il romanzo che non c’è di Elisa Barone

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CAPITOLO I -

Il dito indice pigiava il tasto numero cinque come mille e più volte fino a trentanni prima.
L’ascensore era lento e rumoroso come allora e, attraverso le grate del cancello e la fessura delle porticine, s’intravedeva il nome sulle porte centrali di ogni pianerottolo.
La donna non conosceva quei nomi e ne ricordava altri, spariti anche quelli insieme a ogni altra cosa divorata dal tempo.
Al quinto piano il solito sobbalzo e, poi, uscita dall’ascensore, fu investita dalla luce assolata che proveniva dalla grande finestra sulle scale.
Avrebbe voluto suonare il campanello, avrebbe voluto che la porta si aprisse, avrebbe voluto essere attesa e abbracciata e, intanto, girava la chiave nella toppa, uno, due, tre, quattro volte: varcò l’ingresso, accese la luce e sentì le braccia della solitudine avvolgerla in maniera stretta e malinconica, sentì uno struggimento che le fece capire che il dolore va sempre sepolto lontano da se stessi e che gli occhi devono essere chiusi e stretti per non vedere ciò che fa male.
Alla sua sinistra c’era la grande consolle ottocentesca; lo specchio dorato le rimandò il suo viso così diverso da allora.
Gli anni avevano trasformato la sua bellezza.
Non c’erano più i capelli lisci e neri, non c’era il volto tornito ma sfilato, non c’era più lo sguardo sognante, ma gli occhi e il sorriso di una matura signora bionda e ben tenuta ricordavano vagamente la ragazza che aveva vissuto in quella casa.
La donna mosse i passi verso la porta chiusa del salotto: la porta era sempre stata chiusa; dalle persiane abbassate filtrava un po’ di luce.
Si avvicinò al balcone, aprì la tapparella lasciandola a metà e ricordando le parole di sua madre: “Non fare entrare il sole!”. Già, “non fare entrare il sole!”. Non le aveva mai chiesto perché; forse aveva sempre sentito dire che il sole rovina le tappezzerie o aveva sempre capito che il sole non è amato da chi non sa cosa voglia dire averlo dentro, apprezzandone la luce e il calore. I grandi divani di velluto rosso erano intatti, l’argenteria nella solita posizione e le dame di porcellana di Capodimonte riuscivano ancora a sorridere collocate sul nero pianoforte muto come il resto della casa.
Mentre si avviava nel buio del corridoio verso le altre stanze, avvertì un senso di inquietudine e accese la luce nel soggiorno, quasi impaurita.
Le poltrone vuote di fronte al televisore, le procurarono una desolata emozione; decise di rifiutare la proposta di suo fratello di rimanere per quei giorni a dormire nella casa dei genitori.
Sarebbe andata nell’albergo in fondo al lungomare, lì dove si spingeva con la bicicletta quando era bambina.
Riprese il borsone adagiato nell’anticamera sul pavimento, cercò nella borsa il biglietto che le aveva lasciato il tassista, compose il numero e richiuse la porta, lasciando la casa alle sue spalle, per sempre.
L’albergo era più piccolo di come lo ricordava, la spiaggetta del lungomare era sempre la stessa e anche il colore del mare in quella zona aveva le solite sfumature azzurro chiaro. Lasciò il bagaglio e si incamminò sul lungomare; poco dopo, nella zona più centrale, la gente si trasformò in folla.
Attraverso la folla, lei vide in lontananza avanzare verso sé, una signora bruna, pallida, che aveva per mano una bambina di 6 -7 anni.
La signora era bella, aveva le labbra dipinte di rosso, indossava un lungo cappotto grigio, un cappello nero le copriva il capo, sulle spalle aveva come stola due pelli di volpe argentata con occhi di vetro azzurro.
La bambina indossava un cappottino rosso, sbottonato, che faceva intravedere una gonnellina scozzese con su un golfino bianco. La bimba aveva, appoggiato al braccio destro, sostenendolo con la mano, un bambolotto con un vestitino bianco… bianco? Bianco? No, non era bianco, era azzurro il vestitino del bambolotto.
Le due la oltrepassarono senza guardarla: lei le seguì con lo sguardo mentre bussavano al portone n. 34.
Di lì a poco, una ragazza con un vestitino nero e un grembiulino bianco, apriva il portone. [Continua...]

Cara Trapani… di Vittorio Sartarelli

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Noi, studenti universitari di quel periodo, (primi anni ’50 del secolo scorso) soprattutto quelli che avevano scelto una facoltà che non prevedeva la frequenza, non avevamo impegni pressanti di studio per cui, coccolati dalla famiglia, con una certa disponibilità finanziaria della quale si preoccupava in genere il padre di ciascuno, potevamo spendere i nostri soldi ed il nostro tempo anche inutilmente.
Eravamo giovani di buona famiglia di una città di provincia e passavamo la maggior parte della nostra giornata bighellonando tra il caffé, il bigliardo, la passeggiata, il cinema e qualche scherzo “da prete” che dispensavamo all’allocco di turno.
In pratica, caratterialmente, potevamo essere assimilati ai “Vitelloni” di Felliniana memoria, nella cui rappresentazione cinematografica ciascuno si poteva identificare, secondo l’ambiente e la circostanza specifica. Dei monellacci, non abbastanza cresciuti, fortemente rappresentativi di una certa fascia giovanile italiana di quell’epoca ma, forse anche attuale, chissà.
Vivevamo la nostra goliardia come un patrimonio vitale, nell’attesa di una lenta e consapevole maturazione. Vivere quella “bella vita” era per noi come vivere un sogno, lasciarsi andare con indolenza tutta “araba”, farsi cullare, dolcemente e trasportare dal trascorrere della vita, come se questa fosse stata un fiume che, scorrendo molto, ma molto lentamente, ci avrebbe portati fino al mare, ma il più tardi possibile.
Il mare, simbolicamente, rappresentava per noi una sorta di traguardo della vita, oltre il quale, sarebbe finito “il bello” e ciascuno avrebbe dovuto smettere di sognare per affrontare, di persona, le reali difficoltà dell’esistenza, consegnandosi alle proprie responsabilità di persone finalmente mature. Noi, tuttavia, i “Vitelloni”, belli, grassi, incoscienti e soddisfatti, non ci curavamo di questo, tutto al più, forse, era l’ultimo dei nostri pensieri.
Certo, il grande Regista cinematografico, con i suoi film tutti impregnati di neorealismo, aveva centrato il problema sociale mostrando un vero  e proprio spaccato di un’epoca, sicuramente irripetibile, che anticipava un altro grande fenomeno sociale degli ultimi anni ’50, il boom economico che fece volare l’Italia per un certo periodo.
Forse, quel modo di comportarsi della nostra giovane generazione trovava la sua motivazione psicologica nel benessere, da poco acquisito, dalle famiglie dopo l’incubo della fame e della paura generate dalla guerra. L’importanza della famiglia nella società italiana, il suo ruolo, nello stesso tempo protettivo e limitativo sui giovani, aveva portato a concedere troppo ai figli e, per una sorta di rivalsa sociale, aveva voluto che essi avessero avuto tutto quello di cui essa, per tanti anni, si era dovuta privare.

Leggiamo e commentiamo insieme I vitelloni – brano tratto dal libro Cara Trapani… di Vittorio Sartarelli, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Al cambio di luna di Paola Merolli

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Luna del miele. Luna degli amanti.
La vita è nel pieno rigoglio: gonfia di succhi e linfa, può assumere imprevedibili aspetti.
***
Che giornata fantastica!
Inspiro ed espiro con forza: l’aria è tiepida.
Con le ginocchia ancora molli di sonno mi incammino per la solita strada. Ogni giorno lo stesso percorso da casa al lavoro e ogni volta mi riempie di gioia: alla fine del viaggio c’è la mia pentola colma d’oro.
Sollevo lo sguardo.
Il cielo, sopra i tetti color ruggine, è di un blu puro che si riflette sulle pietre della strada. Una vite americana dalle foglie vermiglie si arrampica con movenze sinuose su pareti ocra e miele. Un raggio di sole si rompe in mille colori tra gli zampilli d’acqua di una fontanella.
Anche le ombre si colorano in questa giornata di luce.
Un lieve venticello mi accarezza il viso, le narici fremono di piacere: dal bar all’angolo mi arriva il profumo dei cornetti appena sfornati. Forse, potrei… uno solo! Piccolo. Mignon. No! Mangio troppo, lo so. Ho una fame implacabile per qualunque cosa mi faccia sentire viva. Accelero il passo.
“Per questa volta ce l’ho fatta!” e sorrido alla mia immagine riflessa nell’azzurro cristallo di una vetrina.
Una foca tra i ghiacci dell’Antartide, un rimorchiatore che fende la nebbia. Una donna grassa, la pelle colore del latte. L’unica cosa che ho di dimensioni normali è il naso: un grazioso naso all’insù.
Grassa fin dalla nascita e, purtroppo, felice. La mia maledizione.
Da allora, dai quei primi sorrisi sdentati lanciati dalla culla ornata da un disegno di tondi cherubini, il mondo ha iniziato a cospirare contro di me. Sarei stata molto più aiutata, confortata e vezzeggiata se fossi stata una grassa infelice: sulla terra la felicità non si addice ad una persona grassa quanto una pulce ad una saponetta.
Il cellulare, rinchiuso nella borsa, inizia a suonare con sempre maggiore intensità, impaziente di uscire allo scoperto.
È sicuramente mia madre.
“Ciao, amore mio. Spero tu sia ben coperta…” [Continua...]

Manuel nella corrida di Antonio Rossi

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Manuel nella corrida

Quando l’accordeon d’arancio intonò un celeste tango,
Manuel venne alla luna danzando come un giglio,
venne alla luna e incise due denti di colomba,
mentre l’onda di un sogno bagnava dolci spose.

Quando venne Manuel l’aurora disse al mare:
dove hai portato il canto dei tuoi gabbiani d’oro?
Dove si son fermate le tue potenti alghe?
Quando venne Manuel l’aurora si distese.

Quando venne la notte il Gufo dei Cipressi baciò le tombe vuote,
Il Gatto dei Sospiri sbocciò come le rose nel cerchio dell’arena,
Manuel sfiorò la bocca di una ragazza ragno color del cioccolato,
silente come un puma la mano di un alano rubò un arcobaleno.

Rubò un arcobaleno, rubò tutte le stelle, rubò cento chitarre,
salì sopra la cresta di un gallo ermafrodito armato di coltello,
vagò come un serpente in giungle di saliva d’iguane deliranti,
lottò fino al tramonto con gialle scimitarre fuggite da un castello.

Odiò le capinere sedute sulla bocca dei polipi giganti,
odiò la carne dura delle sirene cane sdraiate sui giacinti,
invase tutto il corpo di un’ape galoppante nell’arnia del peccato,
Manuel prese la nebbia, la trasformò soave in pane prelibato.

Manuel nella corrida ferito da un petardo saltò come un ghepardo,
inerme e sanguinante varcò i confini immensi del circolo polare,
Manuel fece miracoli divini, moltiplicò le carte del demonio,
Manuel portò la croce e porse l’altra guancia ai due ladroni.

Manuel non era Dio, Manuel non era vita, Manuel era la morte.

***

Alla festa dei fiori

Questa notte alla festa dei fiori hanno ucciso due ragni d’argento,
hanno ucciso la morte, questa notte alla festa dei fiori,
i crudeli bambini del sole hanno rotto la sfera del tempo,
la tua gialla chitarra spagnola ha intonato le note di un tango.

Ha intonato le note di un tango quella vecchia chitarra struggente,
ha bagnato il tuo cuore salato di emozioni di acqua stagnante,
nei tramonti dipinti di more si è commossa persino la notte,
un agnello di lana cinese ha raccolto una palla di neve.

Ha cantato anche il gallo del vento inseguendo una stella cometa,
due colombe si sono baciate nella terra del baco da seta,
nei tramonti dipinti di Ebrei è comparso un airone stremato,
un cavallo stupendo ed alato ha sfiorato la mente di Dio.

Questa notte alla festa dei fiori hanno ucciso due cani ariani,
hanno ucciso la vita, questa notte alla festa dei fiori,
i codardi leoni del circo hanno rotto il trapezio di fango,
la tua gialla chitarra spagnola ha intonato le note di un tango.

Ha intonato le note di un tango nell’arena dei gatti ruspanti,
ha bagnato il tuo volto canino di pernici vestite di bianco,
nei tramonti di antiche lenticchie si è specchiato il profilo di Dante,
una luna calante crescente ha offuscato i colori del mare.

Ha cantato anche l’ultimo grillo nella calda stagione dei rospi,
due ciliegie si sono imbiancate in un prato di candide suore,
hanno ucciso l’amore, questa notte alla festa dei fiori,
la tua gialla chitarra spagnola ha intonato le note di un tango.

Due colombe si sono baciate nella terra del baco da seta.

Ha cantato anche il gallo del vento inseguendo una stella cometa.

***

Leggiamo e commentiamo insieme queste poesie tratte dal libro Manuel nella corrida di Antonio Rossi, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Il tempo delle Poesie di Marilia Aricò

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Metacondizionale

Il condizionale ci implora
di por fine al giogo
della condizione
è stanco
di non apparire
a causa della congiunzione
avversativa.
Il condizionale ci guarda
negli occhi ogni giorno
obliquo e acquoso
ci ricorda qualcosa
di fastidioso.
Il condizionale è stanco
d’essere scusa al presente
e scudo al futuro.
Il condizionale
vuol diventare presente.

***

Sorrowful present

Il presente è un tempo
eterno e immorale
spesso gravoso da portare
su spalle troppo tese
e inarcate a prevedere
quando possa cessare
il presente ti chiede
d’esser sempre presente
ma non sempre possiamo
o vogliamo
oblio scordar dimenticar
dal presente affrancar le nostre ore.

***

Wonderful present

Il presente è un tempo
eterno e immortale
spesso esaltante a pesare
su spalle troppo tese
e inarcate a prevedere
quanto possa durare
il presente ti chiede
di non cambiare
ma non sempre possiamo
o vogliamo
gioia fissar, ricordar
al presente ancorar
le nostre ore.

***

Leggiamo e commentiamo insieme queste poesie tratte dal libro Il tempo delle Poesie di Marilia Aricò, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Daniela. Canzoni damore per te di Amerigo Balsamo

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(…) E la mia vita, è continuata dopo di te, e senza di te, ma quanto dolore, quanta solitudine, quanta frustrazione.
Due giorni dopo la tua morte, in preda ad una frenetica rabbia, feci un mucchio di tutte le tue cose, di tutti i tuoi vestiti, della tua biancheria intima, e alla rinfusa scaraventai tutto dentro grossi sacchi per l’immondizia, neri come il mio umore, li accantonai in un angolo della stanza da letto, e gettai sopra al mucchio anche le tue due pellicce di visone, che ben poche volte nella tua vita avevi indossato; ecco, tutto era pronto per farti uscire dalla mia vita, anche le tue cose.
L’indomani avrei portato tutto alla parrocchia, per non avere più davanti agli occhi nulla di ciò che ti era appartenuto, per cancellare, come con un esorcismo, la tua presenza attraverso ciò che era stato tuo, e che mi avrebbe ricordato alla sola vista, al solo tatto, te, che non c’eri più.
Ma non servì a nulla!
Quella notte, incapace di dormire, guardando quei sacchi ricolmi delle tue cose, piansi lacrime amare, e ad un tratto mi alzai dal letto e li svuotai interamente ammucchiandone il contenuto sul pavimento, perché ero stato colpito come da un pugno allo stomaco, pensando che buttando via il “tuo”, fosse come buttare via te, farti morire un’altra volta.
Però quando venne il mattino, mi dissi che continuando per quella strada, la mia mente sarebbe scoppiata, e così raccolsi tutto di nuovo in quei sacchi e, senza ripensamenti, li caricai in macchina e li portai alla loro destinazione.
Dopo, mi sentii più libero, ma fu solo una libertà ingannevole, effimera, di breve durata.
Per molto tempo mi sono mosso da un punto all’altro della nostra casa, sentendo ancora la tua presenza, ogni attimo di ogni giorno, toccando tutto quello che tu avevi toccato.
Mi abbandonai infine a questo continuare a vivere senza di te, ma come se tu ci fossi ancora, sorprendendomi a volte a parlarti ad alta voce, come se tu potessi udirmi e rispondermi.
Mi resi conto a questo punto che avrei dovuto reagire a tutto questo, per non uscire di senno, cosa che non potevo permettermi, avendo la responsabilità dei nostri figli ancora in età di formazione e che il mio atteggiamento avrebbe potuto danneggiare, e reagii, ma ogni mattina dovevo guardarli e ingannarli facendo loro credere che io avevo superato l’impatto della tua morte, che la vita continuava, anche per me, e che loro dovevano seguire il mio esempio, contagiati dalla mia falsa naturalezza.
Mi era estremamente difficile fingere nei loro confronti la naturalezza della vita che continuava, ed ogni volta che restavo solo, il mio affannoso dolore riconquistava il terreno perduto e mi riprendeva con tutta la sua intensità.
Mi illusi che loro ci credessero, ma questa ricetta non funzionò, e lo capii più tardi quando, anni dopo, da alcuni loro atteggiamenti mi resi conto che pur essendo già grandi, dimostravano di aver ancora bisogno di una madre…

***

Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Daniela. Canzoni d’amore per te di Amerigo Balsamo, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

I paesaggi dell’anima di Marusca Capanni

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Silenzio

Fare silenzio
zittire i rumori
come occhi nella notte
che pian piano scorgono
così nel mio silenzio
posso ascoltare
e pian piano sentire

voci sparse, confuse
forse solo sibili senza senso
oppure forti e nitidi richiami

arrivano da lontano
dal profondo
da luoghi remoti
forse mai visitati

dolci melodie
che invitano a passi di danza
imperiosi comandi
che lasciano senza fiato
dolorosi lamenti
che anelano carezze

echi di cose lontane
si infrangono sul muro dei sentimenti
sospiri a fior di labbra
per vergogne nascoste.

Sono io, nel mio silenzio
un concerto vibrante.

***

Sabbia

A piedi nudi per meglio sentire
la soffice carezza della sabbia
riscaldata dagli ultimi raggi
ancora troppo avari.

L’onda improvvisa, gelata
rompe questo tiepido abbraccio
portando con sé il presente.

***

Attesa

Corridoi infiniti
teste senza volto
occhi che non vedono.

Paura e speranza si mescolano
in un’alternarsi di porte
che si aprono
e si chiudono.

***

Figlia

Profumi di vita
di gelsomino fiorito
di erba appena tagliata.

Emozioni nuove, sconosciute
come un torrente impetuoso
ti percorrono
nei tuoi occhi paure e
desideri lontani.

Ti guardo… una donna
e il cuore esulta tremando
per tanta bellezza.

***

Leggiamo e commentiamo insieme queste poesie tratte dal libro I paesaggi dell’anima di Marusca Capanni, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Quelle strane note del Leoncavallo di F. P. Percoco

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Trattengo tra le dita una piccola rosa appassita, schiacciata tra le pagine di un quaderno a righe scritto con inchiostro ormai marroncino: il fiore sembra conservare gelosamente i suoi ricordi, con i petali ancora scarlatti che s’intrecciano con uno sfilacciato nastrino di seta rossa un tempo avvolto intorno al gambo ormai minutissima polvere. Frammenti fragilissimi di un amore che doveva essere stato grandissimo, ritrovati casualmente in un cassetto di una scrivania americana del primo ’900, ma mai ricercati perché ne ignoravo l’esistenza.
Avrò aperto e rovistato in questo cassetto mille volte, rimestato tra le sue carte altre mille volte, sbirciato tra caleidoscopi e binocoli di cartoncino, bussole, rotelle conta passi, piccoli pesi di vecchie bilance, minuscoli block notes con disegnate, ora a penna ora matita, con o senza pentagramma, note su note musicali, foglietti volanti con una scrittura criptica che mai sono riuscito a decifrare.
Solo ora guardo con tenerezza questa nuvola di bambagia ingiallita e diradata, che apro con attenta tenerezza, racchiusa tra le pagine riempite con una calligrafia impossibile sino all’inverosimile, dove il batuffolo si è rincantucciato per tanti anni.
Nulla di più potevo aspettarmi se non l’immagine di mio nonno e della tante cose che si divertiva a raccontare così come gli erano accadute.
Le pagine di questo quadernetto sono ora per me come la cassetta di un film, un magnifico film che proietto nella mente mentre scorro i fogli bruniti.
“Libro di Memorie — Ricordo” e, più giù sotto, un ‘immagine a rilievo che raffigura una lira formata da violette intrecciate a un mirto ancora oggi verdissimo, con tre corde dorate tuttora come ieri, ormai cent’anni or sono, e tra esse un “t’amo” scritto in minutissima grafia che una volta scoperto e letto appare alla mente come un enorme manifesto.
Portandomi questo quaderno sul petto, guardo il cielo dove le nuvole, spinte dal vento dolce, s’intrecciano e si diradano come bambagia sgranata ed ecco che mi pare che dalla rosa evapori, come un effluvio, una figura che si forma e si dissolve, si riforma e si scioglie ancora, disegnando un signore vestito inappuntabilmente, con le due punte di un bianchissimo fazzoletto che sbirciano dal taschino della giacca, un sottile bastone da passeggio ancorato sul gomito; un artista tormentato dalla musica, signorile, sottilmente arguto, se vogliamo, stravagante ma piacevolmente gradito a chi gli era intorno.
Sul quaderno è scritta una data: a Sava, 9 Gennaio 1889, ma il diario parte con la narrazione da Francavilla Fontana nel Settembre dello stesso anno.
[Continua...]

Sassofen di Paolo Albertini

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Una pedalata tira l’altra. Mio padre mi ripeteva a volte questa frase. Tornava stanco la sera e gocciole di sudore corpose e luccicanti gli rigavano la maschera del volto. Sulla fronte era impresso il segno del tessuto ruvido di una grigia berretta. Di giorno al lavoro nella cava, a tagliare e lavorare una pietra che spezza le mani, dal colore d’alba livida di qualche mattino. Al ritorno cinque o sei chilometri da percorrere sul sellino sfatto della bicicletta.
La bici di mattina è nel ripostiglio, morbida e rassicurante nelle forme verde pastello. Sembra una strana e vivente creatura metallica. Un filo più scuro di sinopia conferisce un’elegante snellezza agli elementi tubolari. Nei punti di raccordo del telaio brillano modanature cromate. Dietro il sellino pende una borsetta marrone di duro cuoio dalle cuciture in rilievo, con dentro i materiali per riparare una foratura, impiccio fastidioso e sempre in agguato nelle strade sterrate, gonfie di polvere e breccia bianca.
Colorite narrazioni di storia familiare ne accrescono il fascino. Durante la guerra, opportunamente nascosta alla svelta, è scampata allo sconquasso delle truppe tedesche in ritirata. Ha intrapreso viaggi lunghi e pesanti per trasportare sale, grano e poca legna da ardere. Le restano come appesi addosso ricordi di feste e dissapori, sempre da protagonista silenziosa.
Anche questa mattina appare quietamente in attesa.
Un portapacchi nero fissato con robuste viti ne appesantisce il disegno e non sembra intonarsi con tutto il resto. Si svela facilmente come il tratto della necessità. Sollevo con cura l’astuccio anch’esso nero e lo sistemo alla meglio, fissandolo con un cordino elastico al portapacchi.
Contiene un sassofono tenore, nel suo letto di raso rosso.
L’interno dell’astuccio è rivestito di miracoloso e inaspettato raso rosso, ormai sbiadito nei punti dove lo strumento striscia, per forza d’attrito, con regolare frequenza. Aprendo l’astuccio rivivono ogni volta nuove emozioni. Mi sembra di violare l’interno del camerino di un maturo attore di teatro: le sue debolezze, le sue manie. Mancano creme e oggetti per il trucco e vi giace un grasso sassofono sistemato in uno spazio riservato allo strumento intero privo di bocchino. Un piccolo incavo contiene una scatola di ance, lingue agili di canna e anime vibranti del suono degli strumenti ad ancia, dal sapore lieve e dolciastro quando le inumidisci fra le labbra ogni volta che riprendi in mano lo strumento per suonare. Insieme alla scatola giallo arancio si trova una minuscola bottiglia di olio di mandorle per ungere e mantenere morbidi i tamponi che il tempo e l’usura tendono a disseccare. [Continua...]

Fiera del libro per l’estate, libri omaggio per i lettori

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Fiera del libro per l'estate nel Blog degli Autori

FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE
Blog degli Autori – 1 giugno 2009 – 31 luglio 2009
Mostra dei libri presentati nel Portale letterario diretto da Nicla Morletti
Manuale di Mari
Poesia e letteratura nei mari del web
www.manualedimari.it
***

Arriva l’estate, sole, vacanze e tante nuove letture. Cosa c’è di meglio di un buon libro da leggere in spiaggia o in montagna? Partecipa alla FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE: leggi e commenta, dal 1 giugno al 31 luglio, nel Blog degli Autori le anteprime dei libri presentati nel Portale Manuale di Mari e puoi ricevere direttamente dagli autori una copia omaggio!

DALL’AUTORE AI LETTORI: COPIE OMAGGIO DEI LIBRI ESPOSTI!
Gli autori dei libri esposti doneranno da una a tre copie (*) ai lettori che commenteranno nel Blog estratti delle loro opere. I libri saranno spediti direttamente dagli autori ai lettori.

COME SI COMMENTA
Clicca sul titolo dell’articolo relativo al libro da commentare e vai in fondo alla pagina per inserire il tuo commento nell’apposito box. Oppure clicca sul link dei commenti presenti a destra sotto il titolo di ogni articolo. Ricordati di inserire la tua email per ricevere l’invito a fornirci l’indirizzo postale a cui spedire il libro. Non inserire il tuo indirizzo postale nei commenti: sarà la Redazione a contattarti per chiederti via mail i dati necessari per la spedizione dei libri.

GALLERIA DEI LIBRI ESPOSTI
Allora che aspetti? Comincia subito a leggere e commentare…
Naviga nella nella sezione della Fiera del libro per l’estate: CLICCA QUI

E ritorna spesso a visitarci, fino alla conclusione della Fiera (31 luglio 2009), troverai sempre nuovi libri da leggere e commentare!

Buona estate e buona lettura con i libri presentati da Manuale di Mari!

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Se sei un autore e desideri presentare il tuo libro nella FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE, impegnandoti a donare da una a tre copie ai lettori, contatta la Redazione.

(*) Su richiesta di molti autori abbiamo portato a 4 il numero delle copie omaggio che è possibile spedire ai lettori.

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Nell’immagine: Domenica al parco di Anthony Watkins, particolare